Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1790 del 27/01/2020

Cassazione civile sez. I, 27/01/2020, (ud. 12/12/2019, dep. 27/01/2020), n.1790

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare – rel. Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12869/2018 proposto da:

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore

elettivamente domiciliato in Roma Via dei Portoghesi 12 presso

l’Avvocatura Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ex

lege;

– ricorrente –

contro

H.S.R.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1820/2017 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 20/10/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/12/2019 dal Consigliere Dott. UMBERTO LUIGI CESARE GIUSEPPE

SCOTTI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35 depositato il 19/12/2014, H.S.R., cittadino del (OMISSIS), ha adito il Tribunale di Catanzaro, impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria.

Il ricorrente aveva riferito di essere nato in (OMISSIS), distretto di (OMISSIS); di aver gestito un esercizio commerciale assoggettato da sempre ad estorsioni; che il 3/1/2012 i malviventi, resisi conto del buon andamento degli affari, avevano preteso il pagamento di 300.000 rupie; che lui e il padre si erano ribellati e lui era stato ferito a un braccio; che mentre era ricoverato in ospedale i delinquenti erano tornati ed avevano ucciso il padre; che successivamente erano tornati ancora una volta presso l’esercizio e lui, avendo paura di essere ucciso, era fuggito dal (OMISSIS).

Il Ministero dell’Interno si è costituito in giudizio chiedendo il rigetto delle domande.

Con ordinanza del 25/9/2015 il Tribunale ha riconosciuto al ricorrente la protezione sussidiaria a spese compensate.

2. Avverso la predetta ordinanza ha proposto appello l’Amministrazione dell’Interno a cui ha resistito l’appellato S.. L’appello è stato rigettato dalla Corte di appello di Catanzaro, a spese compensate, con sentenza del 20/10/2017.

3. Avverso la predetta sentenza ha proposto ricorso l’Amministrazione dell’Interno, con atto notificato il 20/4/2018, svolgendo un solo motivo.

L’intimato S. non si è costituito in giudizio.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 3, il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione della direttiva 2004/83/CE e dei principi enunciati dalla Corte di Giustizia (sentenza n. 465/2007 del 17/2/2009).

1.1. Il Ministero ricorrente osserva che la Corte di Giustizia con tale sentenza, in applicazione dell’art. 15, lett. c), e dell’art. 2, lett. e), della direttiva 2004/83/UE, non ha inteso affermare un meccanismo automatico di riconoscimento della protezione sussidiaria ogni volta che sia configurabile nel Paese di origine un conflitto armato; piuttosto, nei paragrafi da 30 a 40, la Corte di Giustizia ha voluto valorizzare il criterio direttivo contenuto nel 26 considerando, secondo cui i rischi a cui è esposta in generale la popolazione o una parte di essa non costituiscono, di norma, la situazione menzionata nell’art. 15, lett. c, che configura una ipotesi eccezionale caratterizzata da un grado di rischio talmente elevato da far presumere che il richiedente lo subisca individualmente.

Non era quindi sufficiente ai fini della protezione sussidiaria la sola dichiarazione oggettiva di un rischio legato alla situazione generale del Paese, ma si rendeva necessaria una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente.

Ciò tanto più nella fattispecie, laddove la Corte di appello aveva ravvisato tale situazione sulla base del verificarsi di atti terroristici che cioè non avevano i crismi della stabilità e della non occasionalità.

1.2. La Corte di appello di Catanzaro ha riconosciuto al richiedente asilo la protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), con riferimento alla situazione in atto nel (OMISSIS), distretto di (OMISSIS), accuratamente accertata e descritta nelle pagine da 4 a 7 della sentenza impugnata, che ha condotto i giudici a ritenere l’esistenza di “un rischio alquanto elevato per la vita e l’incolumità dei (OMISSIS) che vivono nella zona di (OMISSIS), a causa dell’esistenza di numerose e frequenti azioni di forza e di violenza da parte di vari gruppi delinquenziali e di matrice terroristica e dell’azione di contrasto, con uso di armi da parte delle forze dell’ordine”.

1.3. Ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, comma 1, lett. g), la persona ammissibile alla protezione sussidiaria è il cittadino straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel Paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno come definito dal presente decreto e il quale non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto Paese.

Ai sensi del predetto art. 14, comma 1, lett. c) ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria è considerato danno grave la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale.

La norma nazionale recepisce puntualmente le disposizioni di cui all’art. 15 della Direttiva 29/04/2004 n. 83, 2004/83/CE, ora sostituita, senza rilevanti modifiche sul punto dalla Direttiva 13/12/2011 n. 95, 2011/95/CE.

Al proposito la Corte di Giustizia con la sentenza 17/02/2009, n. 465 (caso Elgafaji) ha dapprima affermato che nei casi di violenza indiscriminata nel Paese di origine causata da un conflitto armato, colui che richiede la protezione sussidiaria in uno Stato membro non deve provare di essere minacciato personalmente, proprio a causa dell’eccezionalità della situazione, che di per sè fa supporre l’esistenza di un rischio effettivo per l’individuo di subire minacce gravi e individuali, nel caso di rientro nello Stato di origine, proprio a causa dell’elevato livello di violenza.

Quindi la Corte di Giustizia con la sentenza 30/01/2014, n. 285 (caso Diakitè) ha chiarito che il danno definito all’art. 15, lett. c), della direttiva è costituito da una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale e ha precisato che il legislatore dell’Unione ha utilizzato l’espressione “conflitto armato interno o internazionale”, che differisce dalle nozioni poste a fondamento del diritto internazionale umanitario, che invece distingue, da un lato, i “conflitti armati internazionali” e, dall’altro, i “conflitti armati che non presentano carattere internazionale”.

Secondo i Giudici Europei, pertanto, il legislatore ha inteso concedere la protezione sussidiaria non soltanto in caso di conflitto armato internazionale e di conflitto armato che non presenta carattere internazionale così come definiti dal diritto internazionale umanitario, ma, altresì, in caso di conflitto armato interno, purchè questo sia caratterizzato dal ricorso ad una violenza indiscriminata. Ai fini dell’applicazione della direttiva non è necessario, perciò, che sussistano tutti i criteri ai quali si riferiscono l’art. 3 comune alle quattro Convenzioni di Ginevra e l’art. 1, par. 1, del II Protocollo aggiuntivo dell’8 giugno 1977, che sviluppa e integra tale articolo.

Infatti il diritto internazionale umanitario e il regime della protezione sussidiaria previsto dalla direttiva perseguono scopi diversi e istituiscono meccanismi di protezione chiaramente separati: il diritto internazionale umanitario tende a fornire una protezione alla popolazione civile nella zona di conflitto, mentre la direttiva si propone, stabilendo i casi in cui la protezione sussidiaria deve essere concessa dalle autorità competenti degli Stati membri, la tutela di civili che si trovano al di fuori della zona di conflitto e del territorio delle parti del conflitto.

1.4. Le considerazioni espresse nei paragrafi 30-40 della sentenza Elgafaji non suffragano affatto la lettura auspicata da parte ricorrente, che parrebbe orientata a richiedere in ogni caso un indice di personalizzazione del rischio di danno grave.

La Corte di Giustizia ha infatti affermato: “…..si deve osservare che i termini “la condanna a morte”, “l’esecuzione” nonchè “la tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante ai danni del richiedente”, impiegati all’art. 15, lett. a) e b), della direttiva, riguardano situazioni in cui il richiedente della protezione sussidiaria è esposto in modo specifico al rischio di un danno di un tipo particolare. Per contro, il danno definito all’art. 15, lett. c), della direttiva, consistendo in una “minaccia grave e individuale alla vita o alla persona” del richiedente, riguarda il rischio di un danno più generale. Infatti, viene considerata in modo più ampio una “minaccia (…) alla vita o alla persona” di un civile, piuttosto che determinate violenze. Inoltre, tale minaccia è inerente ad una situazione generale di “conflitto armato interno o internazionale”. Infine, la violenza in questione all’origine della detta minaccia viene qualificata come “indiscriminata”, termine che implica che essa possa estendersi ad alcune persone a prescindere dalla loro situazione personale.

Ciò premesso, si deve intendere il termine “individuale” nel senso che esso riguarda danni contro civili a prescindere dalla loro identità, qualora il grado di violenza indiscriminata che caratterizza il conflitto armato in corso, valutato dalle autorità nazionali competenti impegnate con una domanda di protezione sussidiaria o dai giudici di uno Stato membro ai quali viene deferita una decisione di rigetto di una tale domanda, raggiunga un livello così elevato che sussistono fondati motivi di ritenere che un civile rientrato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire la minaccia grave di cui all’art. 15, lett. c), della direttiva.

Tale interpretazione, che può assicurare una propria sfera di applicazione all’art. 15, lett. c), della direttiva, non viene esclusa dal tenore letterale del suo ventiseiesimo considerando, secondo il quale “(i) rischi a cui è esposta in generale la popolazione o una parte della popolazione di un paese di norma non costituiscono di per sè una minaccia individuale da definirsi come danno grave”.

Infatti, anche se tale considerando comporta che la sola dichiarazione oggettiva di un rischio legato alla situazione generale di un paese non è sufficiente, in linea di principio, a provare che le condizioni menzionate all’art. 15, lett. c), della direttiva sono soddisfatte in capo ad una determinata persona, la sua formulazione fa salva, utilizzando il termine “di norma”, l’ipotesi di una situazione eccezionale, che sia caratterizzata da un grado di rischio a tal punto elevato che sussisterebbero fondati motivi di ritenere che tale persona subisca individualmente il rischio in questione.

Il carattere eccezionale di tale situazione è confermato anche dal fatto che la protezione in parola è sussidiaria e dal sistema dell’art. 15 della direttiva, dato che i danni definiti alle lett. a) e b) di tale articolo presuppongono una chiara misura di individualizzazione. Anche se certamente è vero che elementi collettivi svolgono un ruolo importante ai fini dell’applicazione dell’art. 15, lett. c), della direttiva, nel senso che la persona interessata fa parte, come altre persone, di una cerchia di potenziali vittime di una violenza indiscriminata in caso di conflitto armato interno o internazionale, cionondimeno tale disposizione deve formare oggetto di un’interpretazione sistematica rispetto alle altre due situazioni ricomprese nel detto art. 15 della direttiva e deve essere interpretata quindi in stretta relazione con tale individualizzazione.

A tale proposito, si deve precisare che tanto più il richiedente è eventualmente in grado di dimostrare di essere colpito in modo specifico a motivo di elementi peculiari della sua situazione personale, tanto meno elevato sarà il grado di violenza indiscriminata richiesto affinchè egli possa beneficiare della protezione sussidiaria.”.

1.6. Le ulteriori considerazioni critiche svolte dal Ministero ricorrente per negare che la situazione accertata implichi effettivamente i presupposti di un conflitto armato interno e un rischio di esposizione dei civili ad atti di violenza indiscriminata e generalizzata ricadono nel merito e si risolvono nell’espressione di un dissenso rispetto all’accertamento di fatto e alla conseguente valutazione operata dalla Corte calabrese.

Non è stato poi il carattere terroristico degli atti ad assumere rilievo nel giudizio della Corte territoriale, ma la loro frequenza e la loro ripetività e il conseguente ravvisato rischio in grado elevato di esposizione ad essi dei comuni cittadini di (OMISSIS).

2. Il ricorso deve quindi essere rigettato.

Nulla sulle spese in difetto di costituzione dell’intimato.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, non sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis trattandosi di Amministrazione dello Stato ammessa alla prenotazione a debito.

PQM

LA CORTE

rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto che non sussistono, allo stato, i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis trattandosi di Amministrazione dello Stato ammessa alla prenotazione a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima civile, il 12 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2020

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