Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17898 del 09/09/2016


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Cassazione civile sez. VI, 09/09/2016, (ud. 23/06/2016, dep. 09/09/2016), n.17898

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23765/2014 proposto da:

F.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G. B. VICO

1, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO CARLINO, che lo

rappresenta e difende giusta delega in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE

DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati SERGIO PREDEN,

LUIGI CALIULO, ANTONELLA PATTERI, LIDIA CARCAVALLO, giusta delega in

calce al ricorso notificato;

– resistente –

avverso la sentenza n. 7904/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 15/10/2013;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

23/06/2016 dal Consigliere Relatore Dott. GIULIO FERNANDES;

udito l’Avvocato Antonella Patteri difensore del resistente che si

riporta agli scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La causa è stata chiamata all’adunanza in camera di consiglio del 23 giugno 2016, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., sulla base della seguente relazione redatta a norma dell’art. 380 bis c.p.c.: “Con sentenza del 15 ottobre 2013 la Corte di Appello di Roma, in riforma della decisione del primo giudice che l’aveva accolta, rigettava la domanda proposta da F.G. nei confronti dell’I.N.P.S. volta ad ottenere il ricalcolo della somma a lui erogata dall’istituto al momento del pensionamento a titolo di liquidazione in capitale di una quota del trattamento pensionistico a carico del Fondo Volo al quale esso ricorrente era iscritto quale dipendente della Alitalia S.p.A. (veniva invocata l’applicazione della tabella di coefficienti in uso presso l’I.N.P.S., pubblicata dal Ministero del Lavoro con D.M. 19 settembre 1981, ed emanata ai sensi della L. n. 1138 del 1962, art. 13, più favorevole di quella utilizzata dall’Istituto). La Corte territoriale, per quello che ancora interessa in questa sede, richiamava il precedente di questa Corte a Sezioni Unite n. 22154 del 6 ottobre 2009 e riteneva che non potesse trovare applicazione la tabella di cui al citato D.M. 19 settembre 1981, bensì quella di cui al R.D. n. 1403 del 1922, che era l’unica sganciata da una proiezione per il futuro e dunque aderente ad una capitalizzazione di una quota di pensione da determinarsi secondo coefficienti della vita media e che non scontava il rischio nè di futuri aumenti nè della reversibilità. Avverso tale sentenza propone ricorso il F. affidato ad un unico motivo. L’I.N.P.S. ha depositato procura. Con l’unico motivo di ricorso è denunciata la violazione e falsa applicazione degli artt. 11 e 12 disp. gen., L. n. 859 del 1865, art. 34 e della L. n. 244 del 2007, art. 2, comma 503 (legge finanziaria 2008). Si evidenzia che dal tenore letterale del citato art. 34 emergeva in modo chiaro che i coefficienti da utilizzare nel calcolo della capitalizzazione degli iscritti al Fondo Volo erano quelli in uso presso l’INPS e, dunque, quelli L. n. 1338 del 1962, ex art. 13, comma 6, dichiarati, invece, applicabili solo all’AGO e non anche al Fondo Volo sebbene il citato art 34 non avesse operato alcuna distinzione in tal senso. Viene contestata la soluzione adottata dalle Sezioni Unite di questa Corte del 20 ottobre 2009 n. 22154 evidenziandosi che l’aver ritenuto la cit. L. n. 244 del 1997, art. 2, comma 503, norma di interpretazione autentica e di sanatoria dell’intero operato dell’INPS in merito alla applicazione di coefficienti per il calcolo della capitalizzazione del Fondo Volo costituiva una violazione degli artt. 11 e 12 disp. gen. e presentava profili di illegittimità costituzionale in quanto il significato attribuito dal citato art. 2, comma 503, all’art. 34 non rientrava tra una delle possibili letture del suo testo originario. Viene, inoltre, censurata anche la decisione delle Sezioni Unite n. 11097 del 2014 prospettandosi, nella soluzione ivi adottata, una violazione dell’art. 111 Cost., comma 1, dell’art. 6 della C.E.D.U. nonchè una violazione del principio di uguaglianza nonchè degli artt. 3, 36 e 38 Cost., introducendosi una ingiustificata disparità di trattamento tra pensionati del Fondo Volo che avevano capitalizzato rispetto a quelli che avevano preferito la pensione completa. Il motivo è infondato alla luce del principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte (SS.UU. n. 11907 del 28 maggio 2014, poi ribadito da numerose successive conformi: Cass. 23066 del 30 ottobre 2014; Cass. 26603 del 17 dicembre 2014; Cass. nn. 26408 e 26409 del 16 dicembre 2014; Cass. nn. 26317 e 26318 del 15 dicembre 2014; Cass. n. 25681 del 4 dicembre 2014; Cass. n. 25385 del 10 dicembre 2014; Cass. n. 22 del 6 gennaio 2015) secondo cui: “Ai fini della liquidazione di una quota di pensione in capitale, prevista della L. 13 luglio 1965, n. 859, art. 34, a favore dei pensionati iscritti al Fondo di previdenza per il personale di volo dipendente da aziende di navigazione aerea, istituito presso l’I.N.P.S., devono essere utilizzati, per i trattamenti pensionistici con decorrenza dal 1 gennaio 1980, a norma della L. 24 dicembre 2007, n. 244, art. 2, comma 503 – quale norma di sanatoria dell’autodeterminazione, ad opera dell’I.N.P.S. e del Fondo Volo, dei coefficienti di capitalizzazione della prevista quota di pensione spettante agli iscritti al Fondo – non solo i coefficienti di capitalizzazione approvati dal Consiglio di Amministrazione dell’I.N.P.S. con Delib. 4 agosto 2005, n. 302, pur senza il parere del “Comitato amministratore”, ma anche quelli determinati in sede di elaborazione del bilancio tecnico del Fondo volo ed approvati dal Comitato di vigilanza del Fondo con Delib. 8 marzo 1988, in quanto comunque recepiti nella successiva menzionata delibera del Consiglio di Amministrazione dell’I.N.P.S., dovendosi conseguentemente escludere dal novero dei “coefficienti di capitalizzazione in uso”, richiamati dall’art. 34, quelli previsti per il calcolo della riserva matematica di cui alla L. 12 agosto 1962 n. 1338, all’art. 13, comma 6, come pure quelli contemplati nelle tabelle allegate al R.D. 9 ottobre 1922, n. 1403, recante le tariffe per la costituzione delle rendite vitalizie immediate e differite presso quella che all’epoca era la Cassa nazionale per le assicurazioni sociali. Con tale decisione le Sezioni Unite hanno ritenuto che della L. n. 244 del 2007, art. 2, comma 503 (intervenuto in un contesto nel quale, in un primo momento, con la L. 31 ottobre 1988 n. 480, il beneficio di cui della L. 13 luglio 1965, n. 859, art. 34, era stato semplicemente “bloccato”, escludendo i nuovi iscritti al Fondo dalla fruibilità dello stesso, e, successivamente, per effetto della L. 3 dicembre 2004, n. 291, art. 1 quater, comma 3, di conversione del D.L. 5 ottobre 2004, n. 249, lo stesso era stato abrogato con decorrenza dal 10 gennaio 2005) ha un’evidente efficacia retroattiva, atteso che la norma riguarda “vecchi” trattamenti pensionistici, già maturati in precedenza, disciplinando, ora per allora, il beneficio in esame in tutte le ipotesi in cui esso era stato richiesto dagli aventi diritto fino al 31 dicembre 2004 (data di abrogazione del beneficio stesso). Ad avviso delle SS.UU. la voluntas legis sottesa all’art. 2, comma 503, cit. è stata quella di sanare retroattivamente l’operato dell’I.N.P.S., in un’ottica di salvaguardia dell’equilibrio finanziario del Fondo, destinato innanzi tutto a corrispondere il trattamento pensionistico per tutta la vita del pensionato (con reversibilità ai superstiti aventi diritto), solo in via di ulteriore trattamento di miglior favore e per un periodo di tempo ormai superato, anche ad erogare una tantum una quota capitalizzata dello stesso. In proposito la Corte ha ritenuto (così superando le obiezioni relative al procedimento amministrativo adottato dall’I.N.P.S. formulate dalla parte ricorrente) che il legislatore abbia inteso offrire ex post una base legale all’operato del I.N.P.S. e del Fondo Volo da esso gestito, legittimando l’autodeterminazione dei coefficienti di capitalizzazione. Ed infatti, partendo dal dato testuale dell’art. 2, comma 503, il quale prevede esplicitamente che i coefficienti di capitalizzazione sono quelli “determinati sulla base dei criteri attuariali specifici per il predetto Fondo”, ha evidenziato: “questa regola quale che sia il perfezionamento del procedimento amministrativo di formazione dell’atto di determinazione dei coefficienti di capitalizzazione – comunque esclude, con una prescrizione netta e chiara, tutti gli eventuali coefficienti di capitalizzazione che non siano “determinati sulla base dei detti criteri attuariali specifici per il predetto Fondo” e tali non sono nè quelli di cui al D.M. 19 febbraio 1981, nè quelli di cui alle tabelle allegate al R.D. n. 1403 del 1922. In altre parole il legislatore del 2007 ha voluto “coefficienti di capitalizzazione” non solo specifici, e non già mutuati da tabelle già esistenti per altre finalità, ma anche autodefiniti dall’I.N.P.S. stesso che, per essere presso di sè allocato il Fondo volo, era in condizione di fissare i “criteri attuariali specifici”, liberi poi gli assicurati pensionati di scegliere di convertire, o meno, una quota della pensione in capitale. La soluzione accolta, prevede, dunque, che la norma in sanatoria operi “a tutto campo” sovrapponendosi alla disciplina previgente e rendendola irrilevante nella materia in esame. Le Sezioni Unite hanno anche precisato che si è comunque in presenza di una fattispecie normativa legittima secondo sistema delle fonti del diritto atteso che, come condivisibilmente osservato da Cass. n. 14072 del 2010, la giurisprudenza della Corte costituzionale (ex plurimis C. cost. n. 14 del 1999) ha avuto più volte occasione di chiarire che “le leggi di sanatoria non sono costituzionalmente precluse in via di principio ma che, tuttavia, trattandosi di ipotesi eccezionali, la loro giustificazione deve essere sottoposta a uno scrutinio particolarmente rigoroso” in relazione soprattutto al principio di eguaglianza e a quello dell’affidamento nella normativa vigente. Aggiungendo altresì che l’intervento legislativo in sanatoria può “essere ragionevolmente giustificato soltanto dallo stretto collegamento con le specifiche peculiarità del caso” (sentenza n. 94 del 1995), così da doversi “escludere che possa risultare arbitraria la sostituzione della disciplina generale – originariamente applicabile – con quella eccezionale successivamente emanata” (sentenza n. 100 del 1987; cfr. anche sentenze n. 402 del 1993, n. 346 del 1991 e 474 del 1988, oltre alla già citata n. 94 del 1995). Hanno così precisato che, nella fattispecie in esame, la finalità di questa “sanatoria” non può certamente essere considerata arbitraria, ma appare, anzi, ragionevolmente giustificata in relazione all’intento di salvaguardare l’equilibrio finanziario del Fondo nei termini sopra detti. La conseguenza tratta dalla sentenza in esame – che, in parte qua ha rettificato la soluzione precedentemente adottata dalle Sezioni Unite con le pronunce del 20 ottobre 2009 (nn. 22154, 22155, 22156 e 22157) – è che, per le domande di liquidazione di una quota in capitale della pensione presentate da un iscritto al Fondo Volo in data precedente il 1 luglio 1997 devono trovare applicazione i coefficienti di capitalizzazione determinati in sede di elaborazione del bilancio tecnico del Fondo volo ed approvati dal Comitato di vigilanza del Fondo con deliberazione in data 8 marzo 1988, mentre, per quelle presentate successivamente al 1 luglio 1997, valgono (come già stabilito dalle Sezioni Unite nel 2009) i coefficienti adottati con Delib. del Consiglio di amministrazione dell’I.N.P.S. in data 4 agosto 2005, n. 302. Questa Corte, nella sopra citata sentenza n. 23066 del 30 ottobre 2014 (e confermata nelle altre successive pure sopra indicate) ha anche ribadito l’insussistenza di profili di illegittimità costituzionale nella interpretazione fornita nella sentenza n 11097/2014 dalle Sezioni unite alla luce della costante giurisprudenza costituzionale relativa alle norme retroattive, in genere, e, in particolare, a quelle in materia previdenziale. Nella richiamata sentenza n. 23066 del 2014 si è, invero, ricordato che la Corte costituzionale, con indirizzo consolidato, ha affermato che il divieto di retroattività della legge, previsto dall’art. 11 disp. gen., riceve nell’ordinamento tutela privilegiata soltanto nell’ambito dell’art. 25 Cost. (sentenze n. 103/2013; n. 78 e 15/2012; n. 236/2011; n. 393/2006). Tuttavia, in linea generale, qualsiasi intervento legislativo destinato a regolare situazioni pregresse deve essere conforme ai principi costituzionali della ragionevolezza e della tutela del legittimo affidamento nella certezza delle situazioni giuridiche (sentenze n. 24/2009; n. 74/2008 e n. 376/1995) nonchè al rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario (sentenza n. 209/2010), anche se finalizzato alla necessità di riduzione del contenzioso o di contenimento della spesa pubblica (sentenza n. 374/2002) o a far fronte ad evenienze eccezionali (sentenza n. 419/2000). Il Giudice delle leggi ha, altresì, sottolineato come, in ordine al sindacato sulle leggi retroattive, “può ritenersi sussistere una piena corrispondenza” tra principi costituzionali interni in materia di parità delle parti in giudizio (di cui all’art. 111 Cost.) e principi convenzionali in punto di equo processo (di cui all’art. 117 Cost., comma 1, in relazione all’art. 6 della CEDU, come interpretato dalla Corte di Strasburgo). Peraltro, anche la Corte di Strasburgo non ha mai enunciato un divieto assoluto d’ingerenza del legislatore per effetto di norme retroattive, tanto che, in varie occasioni, ha ritenuto non contrari all’art. 6 CEDU l’emanazione di norme retroattive volta a porre rimedio ad un’imperfezione tecnica della legge interpretata, ristabilendo un’interpretazione più aderente all’originaria volontà legislativa. Nella specie – ha affermato ancora la ricordata pronuncia di questa Corte n. 23066/2014 – sembra da escludere che la norma di cui si tratta nel presente giudizio travalichi i limiti individuati dalla giurisprudenza costituzionale e dalla corrispondente giurisprudenza della Corte di Strasburgo al fine della legittima emanazione di norme retroattive, anche in materia previdenziale. Ci si trova, invero, in presenza (come precisato da Cass. SS.UU. n. 11907/2014) di un intervento del legislatore che, come detto, ha disciplinato soltanto la determinazione di una “modalità di erogazione” della pensione fissata per legge nell’an e nel quantum a carico del Fondo Volo; modalità questa che è alternativa a quella ordinaria (ossia pagamento di una somma capitale una tantum unitamente ad un minor rateo periodico di pensione in alternativa al pagamento dell’ordinario integrale rateo periodico di pensione) e che è su base volontaria (nel senso che è il pensionato che valuta la convenienza, o meno, di chiedere che una parte della pensione spettante gli sia versata in quota capitale). Infatti, con l’art. 2, comma 503, della legge finanziaria del 2008 il legislatore è intervenuto in un contesto nel quale, in un primo momento (legge 31 ottobre 1988 n. 480), il beneficio di cui all’art. 34 cit. era stato “bloccato” escludendo i nuovi iscritti al Fondo dalla fruibilità dello stesso, e, successivamente, a partire dal 10 gennaio 2005, il beneficio era venuto meno (D.L. 5 ottobre 2004, n. 249, art. 1 quater, comma 3, disposizione aggiunta in sede della conversione in L. 3 dicembre 2004, n. 291). In particolare, con l’anzidetta norma retroattiva, si sono volute regolamentare, ora per allora, le modalità di attribuzione di un beneficio – che, al momento dell’emanazione della norma stessa, era stato da tempo eliminato – in tutte le ipotesi in cui lo stesso era stato richiesto dagli aventi diritto, titolari di “vecchi” trattamenti pensionistici, fino al 31 dicembre 2004. In tal modo, il legislatore – sia pure con una norma dalla “formulazione testuale imperfetta” – è intervenuto proprio per dare una base legale alla autodeterminazione dei coefficienti di capitalizzazione dell’I.N.P.S. e del Fondo Volo da esso gestito, stabilendo anche che per tali devono intendersi quelli “determinati sulla base dei criteri attuariali specifici per il predetto Fondo”. Se con ciò si è legittimato lo stesso Fondo Volo a valutare, sulla base del proprio bilancio, quali coefficienti di capitalizzazione di quote di pensione fossero compatibili con l’equilibrio finanziario del Fondo stesso – sulla premessa che esso dovesse assicurare innanzi tutto l’erogazione delle ordinarie pensioni per tutta la vita del pensionato (con reversibilità ai superstiti aventi diritto) e, solo compatibilmente con questo compito principale e in via di ulteriore trattamento di miglior favore e per un periodo di tempo ormai superato, provvedere all’erogazione una tantum di quote capitalizzate degli stessi – comunque non si è inciso sulla prevista facoltà per gli assicurati pensionati di scegliere se convertire, o meno, una quota della pensione in capitale. Ne consegue, al fine di escludere qualsiasi violazione del principio di razionalità-equità di cui all’art. 3 Cost., nonchè degli artt. 36 e 38 Cost., che non può non tenersi conto dei seguenti elementi, risultanti dalla giurisprudenza costituzionale: 1) ai fini del principio di uguaglianza, di regola, il fluire del tempo è, di per sè, un elemento idoneo a giustificare diversità di discipline anche pensionistiche (vedi, per tutte: Corte cost. sentenza n. 208 del 2014; n. 197 del 2010); 2) una norma retroattiva, anche in materia previdenziale, non può considerarsi irragionevole se “risulta rispondente ad una esigenza di ordine sistematico imposta proprio dalle vicende che hanno segnato la sua applicazione” (vedi, per tutte: Corte cost. sentenze n. 22712014; n. 1/2011; n. 74/2008); 3) “l’art. 38 Cost., non esclude la possibilità di un intervento legislativo che, per una inderogabile esigenza di contenimento della spesa pubblica, riduca in maniera definitiva un trattamento pensionistico in precedenza spettante” (sentenze n. 361/1996; n. 240/1994 e n. 822/1988); conseguentemente, il legislatore può, a maggior ragione, anche con norma avente effetti retroattivi, “modificare in modo sfavorevole, in vista del raggiungimento di finalità perequative, la disciplina di determinati trattamenti economici con esiti privilegiati senza per questo violare l’affidamento nella sicurezza giuridica” vedi, per tutte: Corte cost., sentenze n. 227/2014 cit.; n. 282/2005; n. 6/1994), sempre che il suddetto intervento possa dirsi non irragionevole; è da escludere una siffatta irragionevolezza, laddove l’assetto recato dalla norma retroattiva – che abbia “salvaguardato i trattamenti di miglior favore già definiti in sede di contenzioso, con ciò garantendo non solo la sfera del giudicato, ma anche il legittimo affidamento che su tali trattamenti poteva dirsi ingenerato” (sentenza n. 74/2008) – sia finalizzato anche al complessivo riequilibrio delle risorse, che non può non comportare la dovuta attenzione alle esigenze di bilancio, tanto più a fronte di trattamenti privilegiati, quale è quello di cui si tratta nel presente giudizio (vedi, per tutte, Corte cost., sentenza n. 172/2008); 6) gli effetti di disposizioni del tipo considerato “ricadono nell’ambito di un sistema previdenziale tendente alla corrispondenza tra le risorse disponibili e le prestazioni erogate, anche in ossequio al vincolo imposto dall’articolo 81, quarto comma, della Costituzione ed assicurano la razionalità complessiva del sistema stesso (sent. n. 172 del 2008), impedendo alterazioni della disponibilità economica a svantaggio di alcuni contribuenti ed a vantaggio di altri, e così garantendo il rispetto dei principi di uguaglianza e di solidarietà, che, per il loro carattere fondante, occupano una posizione privilegiata nel bilanciamento con gli altri valori costituzionali” (vedi, per tutte: Corte cost. sentenza n. 264/2012 e, nello stesso senso, sentenza n. 376/2008); 7) ancorchè sia ravvisabile una analogia funzionale delle prestazioni previdenziali con i crediti di lavoro (vedi: sentenza n. 156 del 1991), tuttavia tra le due suddette categorie di crediti vi è diversità strutturale, con la conseguente non applicabilità diretta dell’art. 36 Cost., ai crediti di pensione, essendo ad essi tale norma riferibile solo indirettamente, “per il tramite e nella misura dell’art. 38”, nel senso che, avendo la pensione una funzione sostitutiva di un reddito di lavoro cessato, il detto requisito richiama l’art. 36, come referente per la determinazione delle esigenze di vita ivi menzionate. Tuttavia, la commisurazione del trattamento pensionistico incontra un limite nel necessario contemperamento della tutela del pensionato con le disponibilità del bilancio pubblico, a carico del quale è finanziato in buona parte il sistema previdenziale (vedi, per tutte: sentenze n. 361/1996; n. 196/1993; n. 119/1991 e n. 220/1988), che, come si è detto, può giustificare interventi legislativi volti a ridurre in maniera definitiva un trattamento pensionistico in precedenza spettante, per una inderogabile esigenza di contenimento della spesa pubblica. Nella specie: a) il regime pensionistico su cui è intervenuta la norma retroattiva in oggetto era un regime di favore rispetto a quello ordinario; b) la norma stessa non ha inciso su situazioni giuridiche definitivamente acquisite, non ravvisabili in mancanza di una consolidata giurisprudenza al riguardo, e comunque ha lasciato inalterata la possibilità per il singolo pensionato di conoscere i coefficienti di capitalizzazione di fatto “in uso” presso il Fondo Volo e scegliere se avere l’intero trattamento pensionistico erogato nei modi ordinari, più favorevole del trattamento in regime di a.g.o. (assicurazione generale obbligatoria) perchè comprensivo del trattamento integrativo, ovvero convertire una quota dello stesso; c) la norma medesima è stata dettata per la finalità inequivoca di razionalizzare e rendere chiara la disciplina della materia, onde superare la preesistente situazione di oggettiva incertezza interpretativa evidenziata, in modo emblematico, dai plurimi discordanti interventi in materia delle Sezioni Unite, dando base legale alla autodeterminazione dei coefficienti di capitalizzazione. Condividendosi pienamente i principi affermati nelle decisioni di questa Corte da ultimo richiamate (Cass. SS.UU. n. 11907/2014 e Cass. n. 23066/2014) deve, quindi, escludersi che sussistano contrasti della L. n. 244 del 2007, art. 2, comma 503, con i citati parametri costituzionali e con le norme interposte richiamate, per la principale ragione del carattere di favore del regime pensionistico di cui si tratta, oltre che per la possibilità di scelta riservata agli interessati e per la finalità razionalizzatrice della norma retroattiva in parola. Quanto alla richiesta di parere consultivo ai sensi del Protocollo Aggiuntivo n. 16/2013, va evidenziato che non risulta essere ancora entrato in vigore (occorre la ratifica di almeno 10 stati) e, considerato che trattasi di un parere facoltativo e, peraltro, non vincolante (ex art. 1, comma 1 e art. 5 Protocollo cit.), comunque, con riferimento alla questione oggetto del presente giudizio non sussisterebbe l’opportunità di richiederlo, anche alla luce di quanto sopra esposto. Pertanto, si propone il rigetto del ricorso con ordinanza, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5 con correzione della motivazione della sentenza impugnata fondata sulla soluzione adottata dalle Sezioni Unite con le sentenze del 2009, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., u.c., dovendosi applicare alla fattispecie il principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte nella decisione n. 11907 del 28 maggio 2014, sopra riportato”. Sono seguite le rituali comunicazioni e notifica della suddetta relazione, unitamente al decreto di fissazione della presente udienza in Camera di consiglio. Il Collegio condivide pienamente il contenuto della relazione e, quindi, rigetta il ricorso. In ragione dei contrasti interpretativi riguardanti la normativa in esame conclamati dai plurimi interventi delle Sezioni Unite di questa Corte appare opportuno compensare le spese del presente giudizio di legittimità. Sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto del D.P.R. 30 maggio, art. 13, comma 1 quater, introdotto della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013). Tale disposizione trova applicazione ai procedimenti iniziati in data successiva al 30 gennaio 2013, quale quello in esame, avuto riguardo al momento in cui la notifica del ricorso si è perfezionata, con la ricezione dell’atto da parte del destinatario (Sezioni Unite, sent. n. 3774 del 18 febbraio 2014). Inoltre, il presupposto di insorgenza dell’obbligo del versamento, per il ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (Cass. n. 10306 del 13 maggio 2014).

PQM

La Corte, rigetta il ricorso e compensa le spese del presente giudizio. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 23 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 9 settembre 2016

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