Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1788 del 24/01/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 24/01/2017, (ud. 03/11/2016, dep.24/01/2017),  n. 1788

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. MANZON Enrico – rel. Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27341/2015 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la

rappresenta e difende ope legis;

– ricorrente –

contro

VILLA MASSA S.R.L;

– intimata –

avverso la sentenza n. 3338/34/2015 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di NAPOLI, emessa e depositata il 10/03/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

03/11/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ENRICO MANZON.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte, costituito il contraddittorio camerale sulla relazione prevista dall’art. 380 bis c.p.c., osserva quanto segue.

Con sentenza in data 10 marzo 2015 la Commissione tributaria regionale della Campania rigettava l’appello principale proposto dall’Agenzia delle Entrate, ufficio locale, ed accoglieva quello incidentale proposto da Villa Massa srl avverso la sentenza n. 442/35/14 della Commissione tributaria provinciale di Napoli che aveva parzialmente accolto il ricorso della società contribuente contro l’avviso di accertamento IRES, IVA, IRAP 2009. La CFR in particolare affermava che il gravame interposto dall’Ente impositore era infondato in ordine al rilievo n. 5 dell’atto impositivo impugnato relativo alla qualificazione di componenti negativi di reddito integralmente dedotti quali spese di pubblicità, giudicando tale qualificazione corretta; osservava altresì – per la parte che qui rileva – l’infondatezza della ripresa n. 4 dell’atto impositivo stesso, riguardante la deducibilità di spese per migliorie di un fondo.

Avverso la decisione ha proposto ricorso per cassazione l’Agenzia delle entrate deducendo due motivi.

L’intimata non si è costituita.

Con il primo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la ricorrente si duole di violazione degli artt. 102, 109, T.U.I.R., in quanto la CTR, annullando la relativa ripresa fiscale, ha ritenuto deducibili gli ammortamenti relativi a spese di miglioramento di un fondo agricolo ed edificio sovrastante che la società contribuente deteneva in virtù di contratto di locazione stipulato con un soggetto terzo proprietario.

La censura si palesa infondata.

Il Collegio infatti intende seguire e dare seguito al principio che “In tema di imposte sui redditi, ai sensi del D.P.R. 22 aprile 1986, n. 917, art. 75 (numerazione antecedente al 1 gennaio 2004), sono deducibili le spese sostenute per la ristrutturazione dell’immobile utilizzato per lo svolgimento dell’attività imprenditoriale e ad essa strumentale, senza che possa essere considerata ragione ostativa la circostanza che il predetto non sia di proprietà dell’impresa, ma da essa condotto in locazione e dunque rilevando che i costi per la ristrutturazione siano sostenuti al fine della realizzazione del miglior esercizio dell’attività imprenditoriale e dell’aumento della redditività e risultino dalla documentazione contabile” (Sez. 5, Sentenza n. 13327 del 17/06/2011, Rv. 618455).

Con il secondo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4-5 – l’Agenzia delle Entrate lamenta la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, comma 2, art. 108, comma 2, T.U.I.R., relativamente al rigetto del suo appello principale avente ad oggetto la deduzione integrale nell’annualità de qua di componenti negative imputate a “spese promozionali”, che invece dovevano considerarsi solo parzialmente deducibili in quanto “spese di rappresentanza” (ripresa n. 5 dell’atto impositivo).

La censura, di ammissibilità quantomeno dubbia essendosi indicati promiscuamente parametri di legittimità differenti e non essendo perciò se non latamente comprensibile a quale di essi specificamente si riferisca, è comunque infondata.

Anzitutto certamente l’articolazione della motivazione della sentenza di appello sul punto decisionale de quo appare del tutto conforme al “minimo costituzionale” sancito dall’attuale versione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nè può essere in alcun modo riportata ad una forma patologica assoluta tale da implicare addirittura l’applicabilità della diversa previsione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Se poi si dovesse intendere il mezzo quale denuncia di una violazione di legge ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, non pare che la CTR abbia fatto scorretta applicazione dell’art. 108, comma 2, T.U.I.R., avendo considerato i criteri discretivi tra le due tipologie di spesa in oggetto, secondo l’interpretazione datane nella giurisprudenza di legittimità (v. da ultimo, Sez. 5, n. 3087 del 2016), rimanendo il giudizio di fatto correlativo nella esclusiva competenza del giudice di merito.

Il ricorso va dunque rigettato, nulla disponendosi sulle spese per la mancata costituzione della società intimata.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 3 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 24 gennaio 2017

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