Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1787 del 20/01/2022

Cassazione civile sez. III, 20/01/2022, (ud. 13/10/2021, dep. 20/01/2022), n.1787

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – rel. Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12119/2019 proposto da:

B.B., Bo.Gi., elettivamente domiciliati in Roma

Via Flaminia n. 732, presso lo studio dell’avvocato Elvira Riccio,

che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato Giulio

Calabretta;

– ricorrente –

contro

Jammin Srl, in persona legale rappresentante pro tempore sig.

N.E.; elettivamente domiciliata in Roma, Lungotevere Flaminio n.

34, presso lo studio dell’avvocato Costanza La Peccerella,

rappresentata e difesa dagli avvocati Federica Berticelli, e

Cristina Vismara;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 78/2019 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 17/1/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

13/10/2021 da Dott. SCARANO LUIGI ALESSANDRO.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 17/1/2019 la Corte d’Appello di Bresca, in parziale accoglimento del gravame interposto dalla società Jammin s.r.l. e in conseguente parziale riforma della pronunzia Trib. Bergamo n. 2791/2016, ha accolto la domanda nei confronti della medesima originariamente proposta dai sigg. Bo.Gi. e B.B. di inibitoria all’attività all’esterno del bar per un periodo temporale più ridotto rispetto a quello stabilito dal giudice di prime cure, e in particolare limitatamente a quello dalla e ore 18,30 alle 20,45; con conferma del rigetto della domanda di risarcimento del lamentato danno alla salute per difetto della relativa prova.

Avverso la suindicata decisione della corte di merito il Bo. e la B. propongono ora ricorso per cassazione, affidato a 2 motivi, illustrati da memoria.

Resiste con controricorso la società Jammin s.r.l., che ha presentato anche memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il 1 motivo i ricorrenti denunziano violazione dell’art. 844 c.c., nonché “violazione e falsa applicazione” degli artt. 115,116 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

Con il 2 motivo denunziano violazione dell’art. 32 Cost., art. 2043 c.c., nonché “violazione e falsa applicazione” degli artt. 115,116 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1,. nn. 3 e 5.

Il ricorso è sotto plurimi profili inammissibile.

Atteso che in base alla valutazione delle emergenze processuali e probatorie risulta nell’impugnata sentenza accertato “il superamento dei limiti acustici di zona, in modo rilevante e continuativo, nei soli periodi compresi tra le 18.30 e le 20.30/20.45”, sicché “la decisione del primo giudice di far cessare l’attività dell’appellane, all’esterno, sull’area antistante al bar, per tutta la durata di apertura del locale, appare obiettivamente iniqua perché esorbitante dal pregiudizio arrecato e subito”, in riforma della sentenza del giudice di prime cure la corte di merito ha condannato l’odierna controricorrente a “non esercitare l’attività, all’esterno, dalle ore 18,30 alle ore 20,45”; e che, in “difetto di prova”, è stato d’altro canto negato il risarcimento dei danni domandato dagli allora appellati ed odierni ricorrenti, questi ultimi lamentano l’erroneità della pronunzia per asseritamente erronea valutazione delle emergenze processuali e probatorie.

Orbene, va al riguardo anzitutto osservato come le mosse censure risultino formulate violazione del requisito a pena di inammissibilità richiesto all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, non essendo debitamente riportati nel ricorso gli atti e i documenti del giudizio di merito sui quali le medesime vengono fondate (in particolare, le “risultanze di quella dell’ing. V.”, la “relazione ARPA”, la “sentenza del tar intervenuta tra le parti”, le dichiarazioni del “teste (dipendente ARPA)”; la “perizia medico/legale – della Dott.ssa C.”, la “relazione della Dott.ssa N.” l'”istanza depositata in Cancelleria secondo gli ordinari mezzi e datata 09/12/2010″, l'”ordinanza a verbale nell’udienza del 25/01/2011″, le “dichiarazioni rese dai sig.ri Bo. e B.”, “i criteri valutativi dettati dalla Linee Guida del caso”), limitandosi i ricorrenti a meramente richiamarli, senza invero debitamente – per la parte strettamente d’interesse in questa sede – riprodurli nel ricorso, ovvero laddove in tutto o in parte riprodotti (es., la “CTU del M.”) senza fornire puntuali indicazioni necessarie ai fini della relativa individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte Suprema di Cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (v. Cass., 16/3/2012, n. 4220), con precisazione (anche) dell’esatta collocazione nel fascicolo d’ufficio o in quello di parte, e se essi siano stati rispettivamente acquisiti o prodotti (anche) in sede di giudizio di legittimità (v. Cass., 23/3/2010, n. 6937; Cass., 12/6/2008, n. 15808; Cass., 25/5/2007, n. 12239, e, da ultimo, Cass., 6/11/2012, n. 19157), la mancanza anche di una sola di tali indicazioni rendendo il ricorso inammissibile (cfr. Cass., Sez. Un., 27/12/2019, n. 34469; Cass., Sez. Un., 19/4/2016, n. 7701).

A tale stregua, l’accertamento in fatto e la decisione dalla corte di merito adottata e nell’impugnata decisione rimangono invero dall’odierno ricorrente non idoneamente censurati, non essendo sufficienti affermazioni – come nel caso – apodittiche, non seguite da alcuna dimostrazione.

E’ al riguardo appena il caso di osservare che i requisiti di formazione del ricorso per cassazione ex art. 366 c.p.c., vanno indefettibilmente osservati; a pena di inammissibilità del medesimo, rilevando ai fini della giuridica esistenza e conseguente ammissibilità del ricorso, assumendo pregiudiziale e prodromica rilevanza ai fini del vaglio della relativa fondatezza nel merito, che in loro difetto rimane invero al giudice imprescindibilmente precluso (cfr. Cass., 6/7/2015, n. 13827; Cass., 18/3/2015, n. 5424; Cass., 12/11/2014, n. 24135; Cass., 18/10/2014, n. 21519; Cass., 30/9/2014, n. 20594; Cass., 5 19/6/2014, n. 13984; Cass., 20/1/2014, n. 987; Cass., 28/5/2013, n. 13190; Cass., 20/3/2013, n. 6990; Cass., 20/7/2012, n. 12664; Cass., 23/7/2009, n. 17253; Cass., 19/4/2006, n. 9076; Cass., 23/1/2006, n. 1221).

Va per altro verso posto in rilievo come gli odierni ricorrenti denunzino la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. (oltre che in modo del tutto apodittico – stante la rilevata violazione del requisito ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) inammissibilmente prospettando in realtà una rivalutazione del merito della vicenda e del compendio probatorio comportanti accertamenti di fatto invero preclusi a questa Corte di legittimità, laddove solamente al giudice di merito spetta individuare le fonti del proprio convincimento e a tale fine valutare le prove, controllarne la attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova.

Senza sottacersi come al di là della formale intestazione dei motivi i ricorrenti deducano in realtà doglianze (anche) di vizi di motivazione al di là dei limiti consentiti dalla vigente formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (v. Cass., Sez. Un., 7/4/2014, n. 8053), nel caso ratione temporis applicabile, sostanziatesi nel mero omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, dovendo riguardare un fatto inteso nella sua accezione storico-fenomenica, e non anche come nella specie l’omissione, l’omessa e a fortiori l’erronea valutazione di determinate emergenze probatorie (cfr. Cass., Sez. Un., 7/4/2014, n. 8053, e, conformemente, Cass., 29/9/2016, n. 19312).

Emerge evidente, a tale stregua, che per tale via gli odierni ricorrenti in realtà sollecitano, cercando di superare i limiti istituzionali del giudizio di legittimità, un nuovo giudizio di merito, in contrasto con il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi all’attenzione dei giudici della Corte Suprema di Cassazione elementi di fatto già considerati dai giudici del merito, al fine di pervenire ad un diverso apprezzamento dei medesimi (cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443).

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo favore della controricorrente, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile. Condanna i ricorrenti al pagamento, in solido, delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 5.400,00, di cui Euro 5.200,00 per onorari, oltre a spese generali ed accessori come per legge, in favore della controricorrente.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, come modif. dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti dell’eventuale ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 13 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 20 gennaio 2022

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