Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17864 del 09/09/2016

Cassazione civile sez. lav., 09/09/2016, (ud. 04/05/2016, dep. 09/09/2016), n.17864

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere –

Dott. TORRICE Amelia – rel. Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 25551-2013 proposto da:

C.A., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIALE GIULIO CESARE 59, presso lo studio dell’avvocato LINDA MARIA

DI RICO, rappresentato e difeso dagli avvocati BENITO ALENI e SILVIO

BOZZI, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

M.M., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA COSSERIA 2, presso lo studio dell’avvocato ALFREDO

PLACIDI, rappresentata a dall’avvocato GIOVANNI SALVIA giusta delega

in atti;

S.M., domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende R.D.

n. 1611 del 1933, ex art. 44;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 334/2013 della CORTE D’APPELLO di POTENZA,

depositata il 25/07/2013, R.G. N. 830/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/05/2016 dal Consigliere Dott. AMELIA TORRICE;

udito l’Avvocato SILVIO BOZZI e BENITO ALENI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per l’accoglimento del

ricorso per quanto di ragione.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. M.M. aveva convenuto in giudizio l’Università degli Studi della Basilicata ed i signori S.M., O.L. e C.A., che si erano succeduti nel corso tempo nelle funzioni di Direttore Amministrativo, per chiederne la condanna al risarcimento del danno patrimoniale e professionale correlato alla mancata ammissione alla procedura concorsuale, indetta con provvedimento n. 121 del 14.3.2002, finalizzata al passaggio alla categoria EP, posizione economica EP1-Area Amministrativa gestionale del personale della ex 8^ qualifica funzionale. 2. Aveva lamentato che il S., con provvedimento n. 228 del 13.5.2002, aveva disposto la sua esclusione dalla procedura concorsuale, per mancanza del requisito dell’anzianità di servizio di almeno 5 anni nella ex qualifica alla data di sottoscrizione definitiva del CCNL; che l’ O. ed il C. non avevano dato esecuzione al provvedimento n. 131 in data 14.3.2003, con il quale era stato disposto l’annullamento della sua esclusione dalla partecipazione alla procedura concorsuale. 3. Il giudice del lavoro del Tribunale di Potenza aveva ritenuto infondata l’eccezione di difetto di giurisdizione ed aveva escluso la responsabilità del S., dell’ O. e del C.. 4. Adita in sede di gravame dalla M., la Corte di appello di Potenza, con la sentenza n 334/2013, in data 25.7.2013, in parziale accoglimento dell’appello ed in parziale riforma della sentenza impugnata, ha condannato l’ O. ed il C. al pagamento in solido della somma di Euro 19.937, 83 in favore della M.. 5. La Corte territoriale ha ritenuto che si era formato il giudicato sulla affermata esclusione della responsabilità del S. nella causazione dei danni lamentati dalla M., in quanto la statuizione del giudice di primo grado non era stata impugnata da quest’ultima, la quale, pur avendo notificato l’appello, ai sensi dell’art. 332 c.c., non aveva formulato nei suo confronti alcuna domanda. 6. Ha ritenuto infondata l’eccezione di inammissibilità dell’appello avuto riguardo agli artt. 342 e 434 c.p.c, nella formulazione antecedente alle modifiche apportate dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 conv. in L. n. 134 del 2012, ed applicabile “ratione temporis”. 7. Ha rilevato che non erano stati contestati nè la modalità di calcolo dei punteggi ai quali la M. avrebbe avuto diritto, ove fosse stata ammessa alla procedura concorsuale, nè il punteggio finale, indicati nei ricorso di primo grado. 8. Ha ritenuto che in tema di responsabilità civile diretta dei funzionari e dei dipendenti delle P.A, ai sensi dell’art. 28 Cost., l’elemento costitutivo della responsabilità dell’agente è costituito dalla imputabilità colposa dell’ atto dannoso al pubblico dipendente, derivante dalla violazione delle regole di comune prudenza o di leggi o di regolamenti, alla cui osservanza la PA è vincolata. 9. La condotta dell’ O. e del C. si era compendiata nella mancata esecuzione del verbale di conciliazione e del provvedimento direttoriale n. 131 del 14.3.2003, con i quali era stata disposta l’ammissione della M. alla procedura concorsuale. 10. In particolare, l’ O., succeduto al S. nelle funzioni di Direttore Amministrativo, pur avendo manifestato l’intenzione di dare attuazione al provvedimento di ammissione della M. alla procedura concorsuale, con la riserva di verificarne la legittimità, aveva nondimeno disposto il rinvio della convocazione della Commissione esaminatrice da luglio a settembre 2003 e, quindi, al marzo 2004. La circostanza che il Tribunale di Potenza aveva respinto, in data 7.8.2003, la domanda cautelare del dipendente G., che aveva partecipato alla procedura selettiva, collocandosi al secondo posto, escludeva l’opportunità del rinvio della convocazione della commissione esaminatrice. 11. Il C., subentrato all’ O. nelle funzioni di Direttore Amministrativo, aveva annullato solo il verbale di conciliazione ma non anche quello, consequenziale di ammissione della M. alla procedura di selezione ed, a sua volta, non aveva dato attuazione a quest’ultimo convocando la commissione esaminatrice. 12. Il danno patrimoniale lamentato dalla M., che se ammessa, si sarebbe collocata al primo posto in graduatoria, in ragione del punteggio al quale aveva diritto, era conseguenza diretta ed immediata della condotta colposa dei direttori Amministrativi O. e C. che avevano rinviato illegittimamente l’attività della Commissione esaminatrice relativa alla riapertura della procedura concorsuale. 13. Il CTU aveva correttamente accertato l’entità del danno patrimoniale, costituito dalle differenze retributive tra le posizioni economiche D3 e EP1, per gli anni 2001 e 2002, e tra la posizione D4 e quella EP2, quanto al periodo successivo al 2003, con inclusione della retribuzione di posizione nel suo ammontare minimo e con detrazione del compenso per lavoro straordinario, delle indennità di responsabilità, di rischio, accessoria mensile, non riconosciute alle posizioni EP1 ed EP2, perchè assorbite dalla retribuzione di posizione e di quella di risultato. 1.4. Avverso detta sentenza O.L. e C.A. hanno proposto ricorso per cassazione, affidato a sei motivi, illustrati da successive memorie, al quale hanno resistito con controricorso la M. ed il S.. 15. I motivi di ricorso. 16. Con il primo motivo i ricorrenti denunciano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione degli artt. 332, 331 e 324 c.p.c., sostenendo che, contrariamente a quanto affermato dalla Corte territoriale, la vicenda dedotta in giudizio sarebbe sussumibile entro la fattispecie della causa inscindibile, essendovi stretta relazione tra l’eventuale responsabilità del Direttore Amministrativo dott. S., che aveva escluso la M. dalla procedura concorsuale, e l’eventuale responsabilità di essi ricorrenti per la mancata riammissione di quest’ultima alla procedura e perchè essi ricorrenti erano stati chiamati a rispondere anche dei danni patrimoniale relativi al periodo gennaio 2001-dicembre 2002, durante il quale le funzioni di direttore Amministrativo erano state svolte dal S.. 17. Deducono che l’unico provvedimento non revocato era il provvedimento n. 228 del 13.5.2002, con il quale il S. aveva disposto l’esclusione della M. dalla procedura concorsuale e che, pertanto, i danni lamentati derivavano da detto atto e non dalla mancata ottemperanza al verbale di conciliazione ed al consequenziale provvedimento di ammissione al concorso. 18. Precisato che con il motivo in esame si denuncia, al di là della rubrica che fa riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, un vizio che attiene alla corretta applicazione delle norme da cui è disciplinato il processo che ha condotto alla decisione impugnata, vizio che è pertanto ricompreso nella previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, il motivo è infondato. 19. L’esistenza di un vincolo di solidarietà passiva tra più convenuti in distinti e riuniti giudizi di risarcimento dei danni genera un litisconsorzio processuale, per dipendenza della causa da quella intrapresa dall’attore, solo quando almeno uno dei primi chieda accertarsi la responsabilità esclusiva di altro tra loro, ovvero rideterminarsi, nell’ambito di un’azione di regresso anticipato, la percentuale di responsabilità ad essi ascrivibile “pro quota”, in tal modo presupponendo, sia pure in via eventuale e subordinata, la corresponsabilità affermata dall’attore (Cass. 19584/2013). 20. Non essendo stata questa domanda proposta dagli odierni ricorrenti con appello incidentale, è corretta la decisione impugnata che ha ritenuto coperta da giudicato l’esclusione della responsabilità del S. nella causazione dei danni dedotti in giudizio, esclusione affermata dal giudice di primo grado. 21. Va, comunque, rilevato che la M. notificò l’appello anche al S., sia pure in termini di mera “denuntiatio litis”, per quanto emerge dalla sentenza oggi impugnata, che nella parte in cui ha ricostruito il tenore dell’atto di appello, non risulta contrastata da alcuna censura, essendosi limitati i ricorrenti a dedurre la inscindibilità di cause. 22. Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 violazione degli artt. 342 e 434 c.p.c., per non avere la Corte territoriale accolto l’eccezione di inammissibilità dell’appello, formulata sul rilievo della sua genericità. 23. Precisato che anche questo vizio, al di là del titolo della rubrica, va ricondotto al mezzo impugnatorio previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, il motivo è inammissibile. 24. Le Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 8077 del 2012 hanno definitivamente chiarito che, ove i vizi del processo si sostanzino nel compimento di un’attività deviante rispetto alla regola processuale rigorosamente prescritta dal legislatore, così come avviene nel caso che si tratti di stabilire se sia stato o meno rispettato il modello legale di introduzione del giudizio, il giudice di legittimità non deve limitare la propria cognizione all’esame della sufficienza e logicità della motivazione con cui il giudice di merito ha vagliato la questione, ma è investito del potere-dovere di esaminare direttamente gli atti ed i documenti sui quali il ricorso si fonda. 25. E’ stato anche precisato da numerose pronunce di questa Corte che, affinchè il vizio del processo possa essere riscontrato, mediante l’esame diretto degli atti l’intero fatto processuale, è necessario, comunque, che la parte ricorrente indichi gli elementi caratterizzanti il fatto processuale di cui si chiede il riesame, nel rispetto delle disposizioni contenute nell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, (ex plurimis, Cass. Sez. Un. 8077/2012, cit; Cass. 16167/2015, 16534/2015, 24481/2014, 8008/2014, 896/2014). 26. Ed, infatti, l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto alla Corte di Cassazione nel caso, qui ricorrente, di deduzione di “un error in procedendo”, non esonera la parte dal riportare, in seno al ricorso per cassazione, gli elementi ed i riferimenti atti ad individuare nei suoi termini esatti, e non genericamente, il vizio processuale, in modo da consentire alla Corte di effettuare, senza compiere generali verifiche, il controllo del corretto svolgersi dell’iter processuale (Cass. 2143/2015, 4928/2013, 23420/ 2011). 27. Sotto tale aspetto deve rilevarsi che il ricorso in esame non rispetta i richiamati canoni di specificità, considerato che non è stato riportato, seppur nelle parti salienti, il contenuto dell’atto di appello, atto che non risulta allegato, e nemmeno ne è indicata la sede di collocazione in atti. E’, dunque, precluso a questa Corte di comprendere la portata della doglianza e di accedere all’esame diretto degli atti imposto dalla censura così come formulata. 28. Con il terzo motivo i ricorrenti denunciano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione degli artt. 2909 c.c. e, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, violazione art. 2697 c.c., lamentando che la Corte territoriale, pur prendendo atto della presenza nel processo di giudicati costituiti dalle sentenze del TAR Basilicata n. 844 del 2004, del Consiglio di Stato n. 549 del 2006, del TAR Basilicata n. 67 del 2007, avrebbe, nondimeno, omesso di valutare se alle medesime poteva riconoscersi efficacia riflessa nei confronti di essi odierni ricorrenti, ovvero efficacia indiretta di prova in ordine alla situazione giuridica che aveva formato oggetto di accertamento giudiziale. 29. Il motivo è inammissibile per la violazione delle prescrizioni contenute nell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, perchè i ricorrenti si sono limitati a riportare in ricorso brevi stralci delle richiamate sentenze dei giudici amministrativi, dai quali non è possibile ricavare il “decisum” e l’oggetto del giudizio nè, tampoco, il loro passaggio in giudicato; le sentenze, inoltre, non risultano allegate al ricorso e non è specificata la sede di produzione nell’incarto processuale. 30. Con il Quarto motivo i ricorrenti denunciano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione dell’art. 2043 c.c. e, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizi motivazionali, sostenendo che, contrariamente a quanto statuito dalla Corte territoriale, il fatto decisivo per la decisione del giudizio ed oggetto di discussione era costituito dalla insussistenza in capo alla M. del requisito dell’effettivo servizio di cinque anni prestato nella ex 8^ qualifica funzionale, richiesto per la partecipazione alla procedura selettiva, e che, pertanto, sarebbe del tutto irrilevante il punteggio che la medesima avrebbe conseguito ove fosse stata ammessa. 31. Assumono che l’accertamento di siffatta circostanza sarebbe stato del tutto omesso dalla Corte territoriale la quale, inoltre, non avrebbe valutato se, per essi ricorrenti, costituiva atto di buona amministrazione sospendere ogni determinazione in ordine alla esecuzione del verbale di conciliazione, concluso e sottoscritto dal direttore amministrativo dott. F., incaricato in qualità di facente funzioni, solo per il compimento degli atti di ordinaria amministrazione e, per questa ragione, non abilitato alla conciliazione della controversia in corso con la M.. Deducono che questo atto era stato sottoposto al vaglio del giudice ordinario (nel processo promosso dal dipendente G.) e del giudice amministrativo. 32. Lamentano che la Corte territoriale avrebbe omesso di esaminare l’avvenuto assolvimento da parte della M. dell’onere di provare la sussistenza della colpa nella condotta addebitata ad essi ricorrenti, e di accertare la configurabilità di colpa grave, sotto il profilo della violazione dei principi di imparzialità e di buona amministrazione, ai sensi degli artt. 97 Cost. e della L. n. 241 del 1990, art. 1; che, se detti accertamenti fossero stati effettuati, la Corte territoriale sarebbe pervenuta ad una decisione diversa da quella adottata. 33. I ricorrenti denunciano, inoltre, la violazione dei principi generali del diritto nella parte in cui la Corte territoriale ha individuato la responsabilità di essi ricorrenti nella mancata adozione del provvedimento di annullamento in autotutela del provvedimento n. 131 del 14.3.2003, con il quale era stata disposta I’ ammissione della M. alla procedura selettiva e la riconvocazione della Commissione esaminatrice, assumendo che all’annullamento della conciliazione conseguiva l’annullamento e la caducazione degli atti consequenziali e dunque, del provvedimento di ammissione alla procedura selettiva. 34. Il motivo è fondato. 35. Il danno da perdita di “chance”, per mancata ammissione alla procedura concorsuale, postulava, infatti, prima ancora che l’accertamento del punteggio, che in teoria sarebbe stato attribuito alla M., l’accertamento della possibilità della medesima di essere ammessa alla procedura selettiva, e, dunque dell’esistenza del requisito dell’ “…anzianità di servizio di almeno 5 anni nella ex qualifica alla data di sottoscrizione definitiva del presente CCNL, appartenente alle ex qualifiche 5, 7 ed 8 per il passaggio, rispettivamente, alle categorie C, D ed EP….”. 36. Possibilità rettamente esclusa dal provvedimento n. 228 del 13.5.2002, adottato dal S., Direttore Amministrativo del tempo, unico provvedimento idoneo ad incidere sulla posizione della M., la quale non ha mosso nei confronti di detto provvedimento, alcuna contestazione (cfr. pgg. 17, 18 del controricorso), non ne ha chiesto la disapplicazione, ha rinunciato a proporre appello nei confronti del S. ed ha invece fondato l’azione di responsabilità nei confronti degli odierni ricorrenti sulla mancata esecuzione, ovvero sulla ritardata esecuzione, del provvedimento, con il quale era stata disposta la sua ammissione alla procedura selettiva concursuale. 37. Deve ritenersi, infatti che il provvedimento n. 131 del 14.3.2003, con il quale era stata disposta l’ammissione della M. alla procedura selettiva e la riconvocazione della Commissione esaminatrice, trovava causa esclusiva, prima che presupposto, nella conciliazione, sicchè venuta meno questa, in conseguenza del suo annullamento, tale provvedimento finale rimaneva privo di effetti. 38. In conclusione, deve ritenersi che, successivamente all’annullamento del verbale di conciliazione ed alla consequenziale caducazione dell’atto di ammissione alla procedura selettiva e di riconvocazione della Commissione amministratrice, il provvedimento in data n. 228 del 13.5.2002, con il quale era stata disposta la esclusione dalla procedura selettiva, per difetto del requisito dell’anzianità di servizio di almeno 5 anni nella ex qualifica, costituiva, l’unico atto al quale era possibile ricollegare i danni dedotti dalla M.. Danni che quest’ultima ha peraltro scelto di addebitare soltanto agli odierni ricorrenti, in ragione di condotte assunte come inadempienti dell’obbligo di dare corso alle attività necessarie per la riapertura delle attività della Commissione esaminatrice, attività, questa, ormai non più prevista ed imposta da alcun provvedimento. Ma quel provvedimento di esclusione, lungi dal potersi ritenere fonte di danni (appunto da esclusione), deve ritenersi affatto conforme alla legittima previsione di bando, coerente con il disposto dell’art. 74, comma 5 CCNL di comparto: con la conseguenza per la quale l’assorbente difetto del requisito di ammissibilità in capo alla M. esclude la stessa configurabilità di alcun danno risarcibile per effetto della sequenza ed inerzia successiva alla “riammissione da esclusione revocata”. 39. L’accoglimento del motivo assorbe le censure formulate nel quinto motivo, con il quale i ricorrenti denunciano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione degli artt. 59, 65, 62, e 63 del CCNL relativo al quadriennio normativo 1998 – 2001 ed al biennio economico 1998 – 1999, dolendosi dell’erroneo computo della indennità risarcitoria liquidata a titolo di danno patrimoniale e dell’art. 195 c.p.c., comma 3. 40. Con il sesto motivo i ricorrenti denunziano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione dell’art. 51, comma 1, n. 4, art. 6 della CEDU e art. 47, par. 2 della Carta di Nizza, per avere partecipato al giudizio definito con la sentenza oggi impugnata, due magistrati, uno dei quali con funzioni di Presidente del Collegio, che avevano partecipato ad altro giudizio tra le stesse parti. 41. Il motivo è infondato perchè l’obbligo del giudice di astenersi, previsto dall’art. 51 c.p.c., comma 1, n. 4, si riferisce ai casi in cui egli abbia conosciuto della causa in altro grado del processo, e non anche ai casi in cui lo stesso abbia trattato di una causa diversa vertente su un oggetto analogo, ancorchè tra le stesse parti, nè in tali ipotesi sussistono gravi ragioni di convenienza rilevanti come motivo di ricusazione. 42. In ogni caso, va rilevato che, nei casi in cui ricorrano le condizioni di cui all’art. 51 c.p.c., n. 4, la parte ha l’onere di far valere mediante tempestiva e rituale istanza di ricusazione ex art. 52 c.p.c., la sussistenza delle ragioni di doverosa astensione, senza che, in mancanza, possa invocare, in sede di gravame, come motivo di nullità della decisione, la violazione, da parte del giudice, dell’obbligo di astenersi (ex multis Cass. SSUU 170/2001; Cass. 2593/2015, 13370/2005, 11273/2004, e, risalendo nel tempo, Cass. n. 2019/1976, 3440/1974). 43. Nè in contrario assume rilievo decisivo il richiamo fatto dai ricorrenti all’art. 111. Cost. che, nella sua nuova versione introdotta dalla L. cost. n. 2 del 1999, eleva il principio della imparzialità del Giudice a cardine del processo, atteso che, come questa Corte ha già avuto modo di precisare, la disposizione costituzionale affida alla legge il compito di attuare i principi fondamentali del “giusto processo” e, considerata la peculiarità del processo civile, fondato sul principio dell’impulso paritario delle parti, non può certo definirsi arbitraria o inadeguata la scelta del legislatore di garantire, nell’evenienza considerata, il valore della imparzialità e terzietà del Giudice attraverso gli istituti della ricusazione e della astensione (Cass. n. 11506 del 2006, 7702/2007, 7252/2004). 44. Non ha miglior sorte l’ulteriore richiamo fatto da ricorrenti all’art. 6, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, resa esecutiva in l’Italia con la L. n. 848 del 1955, considerato che, con riferimento al valore della imparzialità del Giudice, tale disposizione non sembra aggiungere ulteriori contenuti rispetto a quanto dispone l’art. 111 Cost., mentre, con riguardo al principio dell’adeguatezza dei mezzi di tutela, la relativa indagine non può non dar conto del fatto che gli strumenti della ricusazione e della astensione, a cui si aggiunge la successiva facoltà di impugnare la decisione nel caso in cui la ricusazione non sia accolta, appaiono rimedi congrui per ritenere sufficientemente garantito in modo efficace il diritto delle parti alla imparzialità del Giudice (Cass. 20/ 2010, 14807/2008). 45. In conclusione, rigettati i motivi primo, secondo, terzo e sesto, assorbito il quinto, va accolto il quarto motivo di ricorso e la sentenza va cassata in ordine a detto motivo. 46. Non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, la controversia può essere decisa nel merito, con il rigetto della originaria domanda risarcitoria proposta dalla M. nei confronti degli odierni ricorrenti. 47. Le spese dei giudizi di merito vanno compensate, avuto riguardo all’esito alterno della lite nel giudizio di primo grado ed in quello di appello. 48. Le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico della M., quanto al rapporto processuale tra quest’ultima ed i ricorrenti O. e C.; quanto al rapporto tra questi ultimi ed il S., vanno poste a carico dei ricorrenti, soccombenti rispetto al S., in relazione al primo motivo di ricorso.

PQM

Accoglie il ricorso nei termini di cui in motivazione.

Cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda risarcitoria di M.M..

Compensa le spese dei giudizi di merito.

Condanna M.M. alla refusione delle spese del giudizio di legittimità, nei confronti dei ricorrenti C. ed O., liquidate in complessivi Euro 5.000,00 per compensi professionali, oltre Euro 580,00 per esborsi, oltre 15% per rimborso spese generali forfettarie, oltre IVA e CPA.

Condanna i ricorrenti C. ed O., tra loro in solido, a versare al contro ricorrente S. le spese del giudizio di legittimità determinate in complessivi Euro 1.500.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 4 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 9 settembre 2016

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