Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17842 del 31/08/2011

Cassazione civile sez. lav., 31/08/2011, (ud. 13/07/2011, dep. 31/08/2011), n.17842

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FOGLIA Raffaele – Presidente –

Dott. NOBILE Vittorio – rel. Consigliere –

Dott. MAISANO Giulio – Consigliere –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

SPEEDLINE S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEGLI SCIPIONI 281/283, presso

lo studio dell’avvocato ROSSI GUIDO, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato BORTOLUZZI ANDREA, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

C.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TAGLIAMENTO

55, presso lo studio dell’avvocato DI PIERRO NICOLA, rappresentato e

difeso dall’avvocato SCHIOPPA FRANCESCO, giusta delega in atti;

– controricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 382/2008 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 24/09/2008 r.g.n. 263/07;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/07/2011 dal Consigliere Dott. VITTORIO NOBILE;

udito l’Avvocato BERTOLUZZI ANDREA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello, che ha concluso per il rigetto dei ricorsi.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza n. 114/2007 il Giudice del lavoro de Tribunale di Venezia, in accoglimento della domanda proposta da C.R. nei confronti della Speedline s.r.l., dichiarava illegittimo il licenziamento intimato in data 16-12-2003 per superamento del periodo di comporto, ordinava la reintegra nel posto di lavoro e condannava la società al risarcimento del danno, pari alla retribuzione globale di fatto dal licenziamento alla reintegra, dedotto l’aliunde perceptum.

In particolare il primo giudice rilevava che l’INAIL aveva riconosciuto che l’assenza dal lavoro del C. dal 25-7-2003 al 15-8-2003 era riconducibile causalmente all’infortunio del (OMISSIS), per cui non era computabile nel periodo di comporto e che il certificato medico dell’Istituto del 5-5-2003 non poteva qualificarsi come provvedimento definitivo ai sensi dell’art. 18 del ccnl metalmeccanici, mentre l’affidamento del datore di lavoro circa le risultanze di tale certificazione era ininfluente ai fini di causa.

La Speedline s.r.l. proponeva appello avverso la detta sentenza chiedendone la riforma con il rigetto della domanda di controparte.

In particolare l’appellante lamentava:

l’erronea ed omessa valutazione del certificato INAIL del 5-5-2003 e del certificato 16-6-2003 prodotto dallo stesso lavoratore;

l’errata interpretazione dell’art. 18, commi 6 e 14 del ccnl metalmeccanici in ordine al superamento del periodo di comporto nonchè l’omesso accoglimento dell’istanza di chiamata in causa dell’INAIL;

l’erronea valutazione della perizia medica di parte e delle risultanze della collegiale medica INAIL 4-11-2005 e 3-5-2006;

l’erronea applicazione dei principi che disciplinano i rapporti di lavoro e/o comunque l’erronea liquidazione del danno.

Il C. si costituiva e resisteva al gravame.

La Corte d’Appello di Venezia, con sentenza depositata il 24-9-2008, in parziale accoglimento dell’appello ed in parziale riforma della pronuncia di primo grado, condannava la società appellante al pagamento in favore dell’appellato del risarcimento del danno L. n. 300 del 1970, ex art. 18 quantificato nell’importo pari a cinque mensilità della retribuzione globale di fatto e compensava le spese del giudizio di primo grado, confermando nel resto e compensando altresì le spese di appello.

In sintesi la Corte dì merito, pur ritenendo che il provvedimento INAIL del 16-6-2003 doveva considerarsi “definitivo” D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, ex art. 102, affermava che l’interpretazione dell’art. 18 del ccnl (che garantiva la conservazione del posto “in caso di infortunio fino alla guarigione clinica comprovata col rilascio del certificato medico definitivo da parte dell’Istituto assicuratore”) doveva essere effettuata in modo da salvaguardare i principi in materia di diritto di difesa, nel senso che alle parti non doveva essere precluso di tutelare i propri diritti, anche in giudizio, rispetto alla qualificazione operata dall’istituto previdenziale.

Pertanto, secondo la Corte territoriale, mediante un idoneo contemperamento dei contrapposti interessi, la previsione collettiva non poteva configurarsi preclusiva dell’accertamento relativo all’effettiva vera guarigione e l’elemento soggettivo del datore di lavoro era ininfluente solo in ordine al giudizio di invalidità del licenziamento ed alle conseguenze reintegratorie e ripristinatorie del rapporto di lavoro, mentre diventava rilevante in ordine alla quantificazione dell’indennità risarcitoria ex art. 18 St. Lav., nel senso che solo il risarcimento nella misura minima delle cinque mensilità costituiva un’indennità quasi a titolo di penale avente la sua radice nel rischio d’impresa, operante anche in assenza di ogni responsabilità di tipo soggettivo in capo al datore di lavoro.

Diversamente opinando, le conseguenze sarebbero risultate ingiustificatamente gravose per il datore di lavoro incolpevole, soprattutto nelle fattispecie, come quella in esame, in cui il riesame del caso da parte dell’Inail era avvenuto dopo oltre due anni dall’intimazione del licenziamento.

Circa, poi, la omessa chiamata in causa dell’Inail, la Corte di merito rilevava che la relativa domanda concerneva profili risarcitori ex art. 2043 c.c., che esulavano dalla presente controversia.

Infine la Corte riteneva totalmente generiche ed inammissibili le doglianze relative alla valutazione della perizia medica di parte e delle risultanze della collegiale medica INAIL. Per la cassazione di tale sentenza la Speedline s.r.l. ha proposto ricorso con tre motivi.

Il C. ha resistito con controricorso ed ha proposto ricorso incidentale con un unico motivo.

La società, dal canto suo, ha resistito con controricorso al ricorso incidentale di controparte e, da ultimo, ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente, riuniti i ricorsi avverso la stessa sentenza ex art. 335 c.p.c., va affermata la procedibilità ex art. 369 c.p.c., n. 4 del ricorso principale, avendo la società depositato, in allegato al ricorso, “copia integrale del ccnl per i lavoratori addetti all’industria metalmeccanica privata e di installazione di impianti”, sul quale si fonda il ricorso stesso.

Tanto rilevato, ed a fronte di ciò, può ritenersi procedibile anche il ricorso incidentale, nonostante che il C. abbia semplicemente richiamato e depositato insieme con il controricorso i “fascicoli dei precedenti gradi di giudizio” all’interno dei quali (nel fascicolo di parte di primo grado) si rinvengono soltanto gli stralci degli artt. 18 e 19 del detto ccnl).

Al riguardo, considerato che l’onere previsto dalla norma processuale risponde “alla funzione nomofilattica assegnata alla Corte di cassazione nell’esercizio del sindacato di legittimità sull’interpretazione della contrattazione collettiva di livello nazionale” (v. Cass. S.U. 23-9-2010 n. 20075, Cass. 15-10-2010 n. 21358), ritiene il Collegio che, una volta che il ccnl sia stato indicato e ritualmente e tempestivamente depositato integralmente dal ricorrente principale, l’ulteriore integrale deposito da parte del controricorrente – ricorrente incidentale sarebbe incoerente con tale ratio e con i principi di acquisizione degli atti appartenenti al processo e di effettività della tutela giurisdizionale e si risolverebbe in una inutile duplicazione degli oneri posti a carico delle parti con conseguente inutile appesantimento della produzione in giudizio (cfr. argomenti in proposito in Cass. 30-8-2010 n. 18854).

L’onere in esame è sì previsto a carico sia del ricorrente principale sia del ricorrente incidentale, ma non può che essere inteso in funzione della ratio della norma processuale, che non richiede affatto una mera “specularità” formale e neppure una inutile duplicazione dell’acquisizione processuale.

Nè, in contrario, potrebbe invocarsi il principio affermato da questa Corte con la sentenza del 5-2-2009 n. 2855, che ha ritenuto non soddisfatto l’onere in esame da parte del ricorrente principale “con il deposito, oltre il termine di cui all’art. 369 c.p.c., comma 1, dei fascicoli di parte di primo e secondo grado, contenenti il contratto, per estratto, in allegato, al ricorso di primo grado, a nulla rilevando che il contratto fosse stato depositato, a sua volta, dal ricorrente incidentale”.

In quel caso, infatti, si era già verificata la improcedibilità del ricorso principale, che non poteva essere sanata dal successivo deposito del ccnl ad opera del ricorrente incidentale.

Nel caso presente, invece, il deposito tempestivo e rituale, insieme con il ricorso principale, del ccnl integrale da parte della società e la avvenuta iniziale acquisizione dello stesso al processo, in sostanza, ha reso inutile il medesimo adempimento da parte del ricorrente incidentale.

Sempre in via preliminare, va poi respinta l’eccezione di inammissibilità del ricorso principale avanzata dal controricorrente, per esser la procura a margine del ricorso stesso, conferita agli avv.ti Andrea Bortoluzzi del Foro di Venezia e Guido Rossi del Foro di Roma, sottoscritta per l’autentica soltanto dall’avv. Bortoluzzi, che ha sottoscritto il ricorso.

Non contenendo, infatti, la detta procura alcuna espressa volontà di conferimento congiunto del mandato, il ricorso deve ritenersi validamente sottoscritto da uno soltanto dei due difensori.

Al riguardo va qui ribadito il principio più volte affermato da questa Corte, secondo cui “qualora il mandato alle liti venga conferito a più difensori, ciascuno di essi, in difetto di un’espressa ed inequivoca volontà della parte circa il carattere congiuntivo, e non disgiuntivo, del mandato medesimo, ha pieni poteri di rappresentanza processuale” (“atteso che, ai sensi dell’art. 1716 cod. civ., in caso di coesistenza di più mandati con lo stesso oggetto, ciascun mandatario è abilitato al compimento dell’atto se la delega non richieda l’azione congiunta”), “con la conseguenza che in caso di procura speciale per ricorrere per cassazione il ricorso è validamente proposto se sottoscritto anche da uno solo di essi, mentre, per quanto attiene all’autenticazione della sottoscrizione, poichè l’art. 1712 c.c., comma 1, esige l’accettazione di tutti i mandanti soltanto nel caso di mandato congiuntivo, essa deve ritenersi possibile anche soltanto da uno dei difensori. Il carattere disgiuntivo del mandato comporta, poi, che gli atti processuali possano essere posti in essere anche da uno solo dei legali”, (v.

Cass. 6-6-2006 n. 13252, Cass. 11-6-2008 n. 15478, Cass. 29-3-2007 n. 7697, Cass. S.U. 17-7-2003 n. 11188, Cass. S.U. 3-11-1988 n. 5922).

Passando, quindi, all’esame del ricorso principale, con il primo motivo la società ricorrente, denunciando violazione degli artt. 2110, 1362, 1363, 1366 c.c. e D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 104 in relazione agli artt. 18 e 19 del ccnl industria metalmeccanica privata, censura la sentenza impugnata nella parte in cui, pur dando atto che l’INAIL, con la nota del 16-6-2003, aveva comunicato “l’esito definitivo della lesione, la data di cessazione dell’indennità per inabilità temporanea e la conseguente liquidazione” e che quindi detta nota costituiva il “certificato medico definitivo” previsto dall’art. 18 del ccnl, ha poi ritenuto non superato il periodo di comporto, dando rilievo agli esiti della collegiale medica INAIL del 4-11-2005 e 3-5-2006, in base ai quali era risultato che anche l’assenza dal 25-7-2003 al 15-8-2003 doveva essere ricondotta all’infortunio del 10-4-2003.

In sostanza la ricorrente principale, considerato che la norma collettiva, in caso di infortunio, garantisce la conservazione del posto di lavoro “fino alla guarigione clinica comprovala col rilascio del certificato medico definitivo da parte dell’Istituto assicuratore”, sostiene che “non v’è dubbio che le parti collettive abbiano individuato un limite certo, oggettivamente riscontrabile, oltre il quale le ulteriori assenze sono comunque utili ai fini del computo del periodo di comporto” ed in sostanza lamenta che l’interpretazione accolta dai giudici di merito trascurerebbe non solo l’elemento letterale, bensì anche la lettura complessiva della stessa norma collettiva (che al comma 10 disciplina “l’eventuale periodo di infortunio e di malattia professionale eccedente la scadenza di cui sopra”, ovverosia “il periodo durante il quale il precedente comma 6 prevede la conservazione del posto di lavoro”.

Con il secondo motivo la società, denunciando violazione dell’art. 1334 c.c. in relazione agli artt. 18 e 19 del ccnl, richiamando il principio affermato da questa Corte con la sentenza del 1-9-2006 n. 18911, in sostanza sostiene che, essendo il licenziamento atto unilaterale recettizio, la verifica delle condizioni che legittimano l’esercizio del potere di recesso, deve essere compiuta con esclusivo riferimento al momento in cui il detto atto si è perfezionato.

Con il terzo motivo la ricorrente principale lamenta, infine, contraddittorietà della motivazione, nella parte in cui la Corte territoriale, “ha dapprima dato atto che la norma di cui si discute prevede la conservazione del posto di lavoro in caso di infortunio sul lavoro fino all’emissione del “certificato medico definitivo” da parte dell’INAIL e poi non ha spiegato perchè la previsione della disciplina collettiva non potrebbe “configurarsi preclusiva dell’accertamento relativo all’effettiva e vera guarigione”.

Tali motivi, che in quanto connessi possono essere trattati congiuntamente, non meritano accoglimento.

Questa Corte, in un caso analogo (v. Cass. 8-11-2000 n. 14507), ha affermato che “il giudizio sulla legittimità di un licenziamento è condizionato dalla sussistenza o meno dei presupposti di legge per la validità dell’atto risolutivo; non può invece attribuirsi rilevanza, ai fini di tale giudizio sull'”an” della liceità del’atto risolutivo, allo stato soggettivo del datore di lavoro che, al momento dell’intimazione, pur incolpevolmente, abbia la rappresentazione di una situazione che sembri legittimare l’adozione dell’atto, anche perchè le conseguenze negative che in tal caso ricadono sul datore di lavoro trovano giustificazione nel rischio d’impresa. (Nella specie, il contratto collettivo prevedeva la non computabilità dei giorni di assenza dal lavoro dovuti ad infortunio sul lavoro o malattia professionale, attribuendo rilevanza, ai fini della qualificazione dell’infermità, alle statuizioni dell’INAIL: la S.C. ha ritenuto che corrispondesse a criteri di logicità e di compatibilità con i principi legali l’interpretazione della clausola compiuta dal giudice di merito, secondo cui, ai fini della legittimità o meno del licenziamento intimato al lavoratore per superamento del periodo di comporto, rilevava il dato oggettivo della effettiva causale delle assenze, anche se la qualificazione della malattia quale infortunio sul lavoro era stata compiuta dall’ente previdenziale successivamente alla data del licenziamento; la Corte ha peraltro dato atto che non era in questione la misura del risarcimento del danno e ha altresì rilevato che la salvaguardia dei principi in materia di diritto di difesa richiede di interpretare una clausola contrattuale siffatta nel senso che ad ambedue le parti del rapporto non è precluso di tutelare i propri diritti, anche in giudizio, rispetto alla qualificazione operata dall’istituto previdenziale)”.

A tali conclusioni questa Corte è pervenuta ripercorrendo quanto sostenuto dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 420 del 1998, con riferimento alla problematica concernente la dichiarazione di inidoneità fisica in esito alle procedure di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 5.

Del resto più volte è stato affermato in generale il valore soltanto certificativo e non costitutivo degli accertamenti dell’istituto previdenziale ed in specie è stato anche precisato che “qualora il contratto collettivo preveda una durata diversa e più ampia del periodo di conservazione del posto di lavoro durante la malattia o l’infortunio del lavoratore (cosiddetto comporto) nell’ipotesi che essi abbiano natura professionale, e, ai fini della determinazione di tale natura, il contratto stesso faccia riferimento agli accertamenti dell’INAIL, non può ritenersi derogato il principio che, nell’ambito del rapporto di lavoro simili accertamenti non hanno valore costitutivo ma solo certificativo e che, quindi, in caso di contestazione, è necessario l’accertamento della situazione rilevante da parte del giudice, non vincolato dall’accertamento compiuto dall’istituto assicuratore.” (v. Cass. 2-11-1998 n. 10944).

Nello stesso quadro è stato altresì precisato che “la qualificazione dell’infermità del lavoratore, come infortunio sul lavoro, anzichè come malattia professionale, non preclude, in nessun caso, al giudice, in base ai principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, di conoscere e decidere la questione se le assenze del lavoratore, causate dalla stessa infermità, risultino comunque imputabili a responsabilità del datore di lavoro e, come tali, non siano computabili nel periodo di comporto, di cui all’art. 2110 cod. civ.”. (v.Cass. 30-8-2006 n. 18711).

Orbene, attenendosi a tali principi e senza incorrere in alcuna contraddizione, correttamente la Corte territoriale ha interpretato l’art. 18 del ccnl industria metalmeccanica (che dispone che “al lavoratore sarà conservato il posto: …b) in caso di infortunio, fino alla guarigione clinica comprovata con rilascio del certificato medico definitivo da parie dell’istituto assicuratore… “) in base al criterio non solo letterale ma soprattutto sistematico, ritenendo che la previsione collettiva, che richiama il certificato di cui al D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 102 (“costatante l’esito definitivo della lesione”, con la relativa comunicazione impugnabile ex art. 104 e ss. dello stesso T.U.), non può comunque intendersi come preclusiva dell’accertamento relativo all’effettiva e vera “guarigione clinica”.

Del resto è a tale “guarigione clinica” (seppure “comprovata col rilascio del certificato medico”) che la norma collettiva si riferisce e neppure potrebbe attribuirsi rilevanza alcuna, in ordine al giudizio di invalidità del licenziamento, all’elemento soggettivo del datore di lavoro, il quale, comunque, essendo consapevole che la valutazione espressa dall’INAIL non è incontrovertibile, agisce a suo rischio.

Infine, alla luce dei principi sopra richiamati e qui ribaditi, neppure potrebbe configurarsi una sorta di “cristallizzazione” della legittimità del licenziamento come conseguenza della natura di negozio unilaterale recettizio dell’atto, la quale rileva soltanto ai fini del perfezionamento e della produzione degli effetti dell’atto stesso, ma non può certo precludere l’accertamento successivo della effettiva sussistenza delle condizioni di legittimità del medesimo.

In tali sensi respinto il ricorso principale, risulta assorbito l’esame del ricorso incidentale, con il quale il C. censura la sentenza impugnata esclusivamente nella parte in cui ha ritenuto che il “certificato definitivo” richiamato dalla norma collettiva fosse quello rilasciato dall’INAIL D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, ex art. 102 e non l’accertamento risultante all’esito del procedimento ex art. 104 dello stesso T.U. (nella specie la successiva collegiale medica).

Del resto è altresì evidente la carenza di interesse del C. al riguardo, avendo visto lo stesso accolta la sua domanda e non avendo, peraltro, il medesimo impugnato il alcun modo la parziale riforma della pronuncia di primo grado, concernente la quantificazione del risarcimento del danno nella misura minima di cinque mensilità della retribuzione globale di fatto (in ragione della affermata rilevanza, invece, dell’elemento soggettivo del datore di lavoro, ai fini della determinazione dell’indennità risarcitoria L. n. 300 del 1970, art. 18).

Infine, in considerazione della soccombenza, la società va condannata al pagamento delle spese in favore del C..

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi, rigetta il ricorso principale, assorbito il ricorso incidentale, condanna la società a pagare al C. le spese liquidate in Euro 25,00 oltre Euro 3.500,00 per onorari, oltre spese generali, IVA e CPA. Così deciso in Roma, il 13 luglio 2011.

Depositato in Cancelleria il 31 agosto 2011

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