Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17838 del 26/08/2020

Cassazione civile sez. II, 26/08/2020, (ud. 22/01/2020, dep. 26/08/2020), n.17838

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20643-2019 proposto da:

H.E., rappresentato e difeso dall’avvocato LUIGI MIGLIACCIO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5985/2018 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 24/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/01/2020 dal Consigliere Dott. LUIGI GIOVANNI LOMBARDO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – H.E., cittadino del Bangladesh, chiese il riconoscimento della protezione internazionale.

La Commissione territoriale competente rigettò la domanda.

2. – Avverso tale provvedimento il richiedente propose ricorso al Tribunale di Napoli, che – con ordinanza del 21/07/2017 – confermò il provvedimento della Commissione territoriale.

Sul gravame proposto dal richiedente, la Corte di Appello di Napoli confermò la pronuncia di primo grado.

3. – Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso H.E. sulla base di tre motivi.

Ha resistito con controricorso il Ministero dell’Interno.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Col primo motivo di ricorso, si deduce l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio (ex art. 360 c.p.c., n. 5), per avere la Corte territoriale negato il riconoscimento della protezione sussidiaria, ritenendo che il richiedente non fosse esposto in Bangladesh al rischio di subire trattamenti inumani in ragione della sua situazione debitoria nè che vi fosse minaccia alla sua vita a causa di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato.

Il motivo è inammissibile.

Ai sensi del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, lett. g), per “persona ammissibile alla protezione sussidiaria” si intende il “cittadino straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel Paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno come definito dal presente decreto e il quale non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto Paese”.

Il D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14 stabilisce che “Ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, sono considerati danni gravi: a) la condanna a morte o all’esecuzione della pena di morte; b) la tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante ai danni del richiedente nel suo Paese di origine; c) la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, che il Collegio condivide, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato (interno o internazionale) deve essere interpretata, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria. Il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Cass., Sez. 6 – 1, n. 18306 del 08/07/2019).

Questa Suprema Corte ha ancora statuito che, in tema di protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2017, ex art. 14, lett. c), il potere-dovere di indagine d’ufficio del giudice circa la situazione generale esistente nel paese d’origine del richiedente, che va esercitato dando conto, nel provvedimento emesso, delle fonti informative attinte, in modo da verificarne anche l’aggiornamento, non trova ostacolo nella non credibilità delle dichiarazioni rese dal richiedente stesso riguardo alla propria vicenda personale, sempre che il giudizio di non credibilità non investa il fatto stesso della provenienza dell’instante dall’area geografica interessata alla violenza indiscriminata che fonda tale forma di protezione (Cass., Sez. 1, n. 14283 del 24/05/2019); e che, in tema di protezione sussidiaria dello straniero, ai fini dell’accertamento della fondatezza di una domanda proposta sulla base del pericolo di danno di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), (violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato determinativa di minaccia grave alla vita o alla persona), una volta che il richiedente abbia allegato i fatti costitutivi del diritto, il giudice del merito è tenuto, ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, a cooperare nell’accertare la situazione reale del paese di provenienza mediante l’esercizio di poteri-doveri officiosi d’indagine e di acquisizione documentale in modo che ciascuna domanda venga esaminata alla luce di informazioni aggiornate sul Paese di origine del richiedente (Cass., Sez. 6 – 1, n. 11312 del 26/04/2019).

In ogni caso, in tema di protezione sussidiaria, l’accertamento della situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), che sia causa per il richiedente di una sua personale e diretta esposizione al rischio di un danno grave, quale individuato dalla medesima disposizione, implica un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito e insindacabile in sede di legittimità, in presenza di una motivazione esente da vizi logici e giuridici (Cass., Sez. 1, n. 30105 del 21/11/2018).

Nella specie, la Corte territoriale ha escluso che l’asserita situazione debitoria del richiedente, nella quale lo stesso si pose volontariamente onde ottenere il denaro necessario per espatriare, possa comportare per lui il rischio di trattamenti inumani, peraltro neppure paventato nella sua audizione. La Corte territoriale ha evidenziato che il richiedente, da considerarsi “migrante economico”, non ha rappresentato il rischio di possibili trattamenti inumani o di asservimenti in ragione del suo debito, essendosi limitato a manifestare il timore di non riuscite a pagare il dovuto.

Quanto alla pretesa minaccia alla sua vita derivante dalla asserita violenza indiscriminata derivante da conflitto armato che esisterebbe in Bangladesh, trattasi di situazione di fatto che la Corte territoriale ha escluso, non risultando che in Bangladesh vi siano scontri tra gruppi armati nè un grado di violenza indiscriminata talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, il rischio di porre in pericolo la sua vita. D’altra parte, il motivo non supera sul punto la soglia dell’assoluta genericità, limitandosi a contraddire quanto ritenuto dalla Corte territoriale, senza richiamare alcun report o fonte internazionale attestante il contrario.

2. – Col secondo motivo, si deduce la violazione e la falsa applicazione di norme di diritto (ex art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la Corte di Appello ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria, con riferimento alla situazione debitoria del richiedente e al rischio di patire trattamenti inumani al suo rientro in patria.

Il motivo è inammissibile, come il precedente motivo.

La Corte territoriale ha escluso la asserita situazione debitoria del richiedente possa comportare per lui il rischio di trattamenti inumani, peraltro neppure paventato nella sua audizione. L’accertamento in fatto cui è pervenuto il giudice di merito è giustificato da motivazione esente da vizi logici e giuridici e rimane, pertanto, insindacabile in sede di legittimità.

Ne deriva che non è neppure configurabile il dedotto vizio di falsa applicazione della norma, la quale invece è stata correttamente applicata al fatto come accertato; riducendosi la doglianza del ricorrente ad una inammissibile richiesta di riesame del fatto.

3. – Col terzo motivo, si deduce l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio (ex art. 360 c.p.c., n. 5), per avere la Corte territoriale rigettato la domanda di protezione umanitaria, non valutando il percorso di integrazione intrapreso dal richiedente in Italia.

Anche questo motivo è inammissibile.

Il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, nella disciplina di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, (applicabile ratione temporis – secondo quanto statuito da Cass., Sez. Un. 29459 del 13/11/2019 – per essere stata la domanda di riconoscimento del permesso di soggiorno proposta prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018, conv., con modif., in L. n. 132 del 2018, che ne ha sostituito il testo), costituisce una misura atipica e residuale, volta ad abbracciare situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento di una tutela tipica (“status” di rifugiato o protezione sussidiaria), non può disporsi l’espulsione e deve provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in condizioni di vulnerabilità, da valutare caso per caso (Cass., Sez. 1, n. 13096 del 15/05/2019; Sez. 6 – 1, n. 23604 del 09/10/2017). Ha precisato questa Corte che il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per ragioni umanitarie deve essere frutto di valutazione autonoma caso per caso, non potendo conseguire automaticamente dal rigetto delle altre domande di protezione internazionale, essendo necessario considerare la specificità della condizione personale di particolare vulnerabilità del richiedente, da valutarsi anche in relazione alla sua situazione psico-fisica attuale ed al contesto culturale e sociale di riferimento (Cass., Sez. 1, n. 13088 del 15/05/2019).

Il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari non può, pertanto, essere riconosciuto al cittadino straniero considerando, isolatamente e astrattamente, il suo livello di integrazione in Italia oppure il contesto di generale e di non specifica compromissione dei diritti umani accertato in relazione al paese di provenienza (Cass., Sez. 6 – 1, n. 17072 del 28/06/2018); essendo invece necessario operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine in raffronto alla situazione di integrazione raggiunta nel Paese di accoglienza, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale (Cass., Sez. Un., n. 29459 del 13/11/2019; Sez. 1, n. 4455 del 23/02/2018).

Nella specie, non sussiste il dedotto vizio di legittimità, avendo il giudice territoriale fatto corretta applicazione dei richiamati principi di diritto; la censura, peraltro, risulta sul punto carente di specificità, non indicando essa quale sia stato l’asserito percorso di integrazione intrapreso dal richiedente, se esso sia stato oggetto di accertamento positivo da parte del giudice ovvero se il giudice abbia omesso di esaminare un fatto decisivo sul punto.

4. – Il ricorso va, pertanto, dichiarato inammissibile, con conseguente condanna della parte ricorrente, risultata soccombente, al pagamento delle spese processuali, liquidate come in dispositivo.

5. – Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo contributo unificato pari a quello previsto per la proposizione dell’impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte Suprema di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento, in favore del Ministero dell’Interno, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.100,00 (duemilacento) per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Seconda Sezione Civile, il 22 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 26 agosto 2020

 

 

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