Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17830 del 09/09/2016


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Cassazione civile sez. trib., 09/09/2016, (ud. 27/04/2016, dep. 09/09/2016), n.17830

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIRGILIO Biagio – rel. Presidente –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

R.G., elettivamente domiciliato in Roma, Via Aurelia n.

190/a, presso l’avv. Massimo Felici, rappresentato e difeso

dall’avv. Gaetano Fruscione giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro

tempore, ed AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliati in Roma, Via dei Portoghesi n.

12, presso l’Avvocatura Generale dello Stato, che li rappresenta e

difende;

– controricorrenti –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Campania, sez. staccata di Salerno, n. 76/4/09, depositata l’11

febbraio 2009.

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 27

aprile 2016 dal Relatore Cons. Dott. Biagio Virgilio;

uditi l’avvocato dello Stato Alessandro Maddalo per i

controricorrenti;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

DEL CORE Sergio, il quale ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. R.G. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Campania, sezione staccata di Salerno, indicata in epigrafe, con la quale, in sede di rinvio a seguito della sentenza di questa Corte n. 2417 del 2007, è stato ritenuto legittimo l’avviso di accertamento emesso, con metodo sintetico del D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 38, comma 4, nei confronti del contribuente in relazione all’anno d’imposta 1993.

Il giudice d’appello, premesso che, trattandosi di giudizio di rinvio, erano inammissibili “le nuove questioni sollevate dal contribuente, estranee al thema decidendum”, ha ritenuto che, a fronte degli elementi addotti dall’Ufficio (possesso di due autovetture, un motociclo e un’imbarcazione da diporto di notevole pregio e valore), il contribuente si era limitato a dedurre in modo apodittico che le spese erano state sopportate dal genitore; ha, inoltre, osservato che “il totale dei redditi imputabili ai componenti della famiglia non giustifica la capacità di spesa del contribuente”.

2. L’Agenzia delle entrate ha resistito con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo, il ricorrente denuncia la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57, nonchè vizio di motivazione, lamentando che il giudice di rinvio ha errato nel ritenere inammissibile per novità la questione relativa all’illegittimità dell’avviso di accertamento perchè, in violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 4, considera un unico periodo d’imposta.

Va osservato che effettivamente il giudice a quo ha erroneamente ritenuto nuova la questione, proposta dal ricorrente sin dal primo grado e la cui riproposizione in sede di rinvio non poteva considerarsi preclusa a seguito della pronuncia di questa Corte sopra indicata, che ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate per vizi di motivazione, rimettendo al giudice di rinvio l’esame delle questioni assorbite.

E’, tuttavia, consentito a questa Corte – alla luce dei principi di economia processuale e della ragionevole durata del processo di cui all’art. 111 Cost., nonchè di una lettura costituzionalmente orientata dell’attuale art. 384 c.p.c. – di evitare la cassazione con rinvio della sentenza impugnata e decidere la causa nel merito, trattandosi di questione di diritto che non richiede ulteriori accertamenti di fatto (da ult., Cass. n. 21968 del 2015).

Ciò posto, la censura è infondata.

E’ pacifico (cfr. sul punto la sentenza rescindente) che il ricorrente non ha presentato alcuna dichiarazione dei redditi per gli anni precedenti il 1993, nè per quello immediatamente successivo.

Ciò è sufficiente ad escludere la denunciata violazione della norma sopra indicata, là dove, nel testo vigente ratione temporis, subordina la possibilità di accertamento sintetico del reddito alla circostanza che il reddito dichiarato non risulti congruo, rispetto agli elementi di capacità contributiva individuati da apposito decreto ministeriale, “per due o più periodi di imposta”. Premesso che la norma non impone all’ufficio di procedere all’accertamento contestualmente per i due o più periodi di imposta per i quali esso ritiene che la dichiarazione non sia congrua, ma postula solo che l’atto di accertamento sintetico per un determinato anno di imposta contenga la pur sommaria indicazione delle ragioni in base alle quali la dichiarazione si ritiene incongrua anche per altre annualità (Cass. n. 26541 del 2008), è evidente che la totale omissione della dichiarazione almeno per un altro periodo d’imposta realizza la condizione prevista dalla legge, trattandosi nella specie di spese relative a beni acquistati, come si legge nel ricorso, negli anni 1972, 1984, 1988 e 1992, e quindi di indici di capacità contributiva protratta nel tempo.

2. Col secondo motivo, è denunciata la violazione dell’art. 2909 c.c., nonchè vizio di motivazione, o, in subordine, violazione dell’art. 112 c.p.c., per avere il giudice di merito “equivocato, o male interpretato, o non applicato” (o omesso di pronunciare sulla relativa eccezione) il giudicato interno costituito dall’affermazione, contenuta nella sentenza di primo grado, secondo cui occorreva considerare il reddito dell’intero nucleo familiare.

Il motivo è inammissibile e comunque infondato.

E’ sufficiente rilevare che il giudice a quo ha preso in considerazione la questione del reddito del nucleo familiare, osservando che “il totale dei redditi imputabili ai componenti della famiglia non giustifica la capacità di spesa del contribuente”: e tale affermazione non è oggetto di idonea censura sotto il profilo del vizio di motivazione, anche quanto al rispetto dei requisiti prescritti dall’art. 366 bis c.p.c..

3. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

4. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese, che liquida in Euro 2000,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 27 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 9 settembre 2016

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