Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17823 del 26/08/2020

Cassazione civile sez. III, 26/08/2020, (ud. 09/07/2020, dep. 26/08/2020), n.17823

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – rel. Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 830-2019 proposto da:

MG MOTORS DI M.N. & CO SAS, in persona del legale

rappresentante M.N.V., e per esso del suo procuratore

generale M.G., quest’ultimo anche in proprio e quale

procuratore generale di M.V.N., rappresentati e

difesi dall’avvocato MARCO PASCALE, p.e.c.

Avvmarcopascale.pec.giuffre.it;

– ricorrenti –

contro

BANCO BPM SPA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ULPIANO, n. 29,

presso lo studio dell’avvocato SUSANNA LOLLINI, che lo rappresenta e

difende unitamente agli avvocati RUGGERO CAMERINI, STEFANO DALPIAZ;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2522/2018 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 21/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/07/2020 dal Consigliere Dott. PAOLO PORRECA.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

la Banca Italease s.p.a., poi Banco Popolare soc. coop., conveniva in giudizio MG Motors di M.N.&c. s.a.s., per ottenere la dichiarazione di risoluzione per inadempimento di un contratto di locazione finanziaria immobiliare, con condanna al rilascio del bene;

la MG Motors resisteva, quale cessionaria del contratto di “leasing” stipulato dalla M.P. s.r.l., unitamente a M.N.V. e M.G., originari proprietari del compendio immobiliare e soci della suddetta s.r.l., eccependo la nullità della complessiva operazione negoziale per violazione del divieto di patto commissorio;

il Tribunale accoglieva la domanda attorea, con pronuncia confermata dalla Corte di appello secondo cui non si era trattato di “sale and lease back” viziato dalla pretesa elusione del divieto di patto commissorio, bensì di distinte anche se connesse operazioni di vendita e successivo “leasing”, posto, in particolare, che: le persone fisiche dei venditori erano distinte dalla società poi utilizzatrice, seppure ne fossero soci; non sussisteva, anteriormente all’operazione negoziale, una situazione debitoria della società utilizzatrice nei confronti della società concedente; e le risultanze istruttorie confermavano la congruità del prezzo stabilito per l’acquisto;

avverso questa decisione ricorrono per cassazione, articolato in tre motivi, la MG Motors di M.N.&c. s.a.s., in personale del legale rappresentante M.N.V., e per esso del procuratore generale M.G., in giudizio anche in proprio e quale procuratore generale di M.N.V.;

resiste con controricorso la BPM, s.p.a., succeduta per fusione al Banco Popolare;

Diritto

RILEVATO

Che:

con il primo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., comma 6, art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, poichè la Corte di appello avrebbe errato motivando con affermazioni in irriducibile contrasto e perplesse, prima affermando che, come rilevato anche dal Tribunale, l’operazione era consistita in un contratto di “lease back”, e poi negando la stessa conclusione, affiancata da affermazioni acritiche sulla mancanza d’identità tra l’alienante il bene e il soggetto che l’aveva preso in godimento, e sull’assenza di previa esposizione debitoria dell’utilizzatrice riguardo alla concedente, obliterando la comunanza di interessi tra soci e società, ritenendo che la violazione del divieto di patto commissorio dovesse negarsi anche solo escludendo la configurazione del “leasing” c.d. di ritorno, contraddicendosi nell’affermare prima che il prezzo di vendita era stato pattuito dall’utilizzatore e poi che era stato frutto di stima della concedente, mancando di vagliare compiutamente l’istruttoria per la valutazione della congruità del prezzo stesso, e, in specie, omettendo di motivare sulle pretese inammissibilità delle istanze istruttorie dei deducenti sul punto;

con il secondo motivo si prospetta la violazione dell’art. 112 c.p.c., poichè la Corte di appello avrebbe errato omettendo di esaminare e pronunciarsi sulle deduzioni dei ricorrenti allora appellanti, i quali non avevano sostenuto la complessiva qualificazione contrattuale in termini di “lease back”, quanto piuttosto evidenziato il distinto collegamento negoziale tra iniziale vendita e successivo “leasing”, volto a dissimulare l’elusione del divieto ex art. 2744 c.c.;

con il terzo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1421 e 2744 c.c., poichè la Corte di appello avrebbe errato affermando che la violazione del divieto di patto commissorio potesse ipotizzarsi solo nell’ipotesi di “lease back”, senza vagliare se, come accaduto, anche il collegamento negoziale tra vendita e “leasing” ponesse in essere la stessa finalità illecita;

Rilevato che:

in via preliminare deve osservarsi che l’esposizione dl fatto si dilunga (dalla pagina 2 alla pagina 21 del ricorso) riproducendo una serie di atti processuali, con ciò incorrendo in un’esposizione ai limiti dell’ammissibilità per il suo carattere al contempo eccedentario e parzialmente assemblato (cfr., Cass., 04/04/2018, n. 8245, in cui si rammenta che il ricorso per cassazione cd. “assemblato”, mediante integrale riproduzione di una serie di documenti, implicando un’esposizione dei fatti non sommaria, viola l’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, risultando inammissibile, salvo che, espunti i documenti e gli atti integralmente riprodotti, in quanto facilmente individuabili e isolabili, l’atto processuale, ricondotto al canone di sinteticità, rispetti i canoni in parola);

nel merito cassatorio vale ciò che segue;

il primo motivo è in parte inammissibile, in parte infondato;

va subito chiarito che la motivazione della Corte territoriale non contiene la contraddizione addebitata dalla censura;

infatti, a pag. 5 la sentenza impugnata riporta l’affermazione per cui “l’operazione negoziale cui parte appellante asseritamente riconduce i contratti conclusi, rientra, come correttamente affermato dal Tribunale, nello schema del contratto di lease back”;

il Collegio di merito sta quindi dicendo che la MG Motors asseriva che i contratti in parola avrebbero dovuto ricondursi alle operazioni negoziali che, se attuate secondo lo schema proprio di quelle per come evidentemente descritto dal Tribunale, sarebbero state effettivamente di “lease back”;

in fatto, però, prosegue la Corte territoriale, a pag. 6, quegli specifici contratti di vendita e successivo leasing non potevano ricondursi, come preteso dalla parte allora appellante, allo schema del “lease back”;

questo perchè:

a) le parti in lite erano società concedente e utilizzatore e non venditore, laddove i venditori erano persone fisiche distinte dal soggetto sociale dell’utilizzatore (quello originario e quello cessionario, nella qualità, del contratto di “leasing”);

b) non sussisteva una previa esposizione debitoria della società utilizzatrice nei confronti della banca concedente;

c) le difficoltà economiche dei proprietari degli immobili acquistati dalla banca, poi concedente, erano irrilevanti perchè la scelta del bene così come la pattuizione economica del corrispettivo era stata fatta dalla società utilizzatrice;

d) il prezzo era stato reso oggetto di perizia effettuata dal un tecnico della compratrice poi concedente e non erano emersi elementi per deponessero per un diverso valore o, ancor di più, una sproporzione dello stesso;

ne deriva che la motivazione è pienamente rinvenibile, anche se in fatto opinabile, nell’ambito del sindacato riservato, però, al giudice di merito;

il vizio di radicale insussistenza della motivazione, quale dedotto, è configurabile solo quando non sia possibile individuare il percorso argomentativo della pronuncia giudiziale funzionale alla sua effettiva comprensione e alla sua eventuale verifica in sede d’impugnazione (cfr. Cass., 15/11/2019, n. 29721, in un caso in cui è stata ritenuta nulla la sentenza gravata la cui motivazione, costituita da una sola pagina, era priva dell’esposizione degli elementi in base ai quali la Corte territoriale aveva assertivamente ritenuto che “l’appello non (contestasse) la sentenza del tribunale nella parte rilevante della decisione”);

nella fattispecie, il percorso argomentativo, come visto, è ampiamente esplicitato e decifrabile;

in altra chiave si può osservare che la pretesa contraddizione sarebbe stata fra: (a) un’affermazione che rimanda alla sentenza di primo grado che non viene identificata nella sentenza e, dunque, risulta a ben vedere anche generica, e (b) una successiva argomentazione che enuncia una motivazione con cui si dichiara di condividere “le argomentazioni motivazionali del Tribunale” senza rinviare direttamente ad esse, ma enunciando poi una specifica e dettagliata giustificazione, con la premessa “per molteplici ragioni”;

l’esistenza di tale diffusa motivazione evidenzia come l’ipotizzata contraddizione neppure nella prospettazione enucleabile dal ricorso avrebbe potuto configurarsi come insanabile, nel senso che il diffuso argomentare (svolto alle pagine 6-7 della sentenza) esprime una motivazione ampia che rende in ogni caso irrilevante le pregresse affermazioni;

sicchè, alla stregua del necessario apprezzamento della censura di violazione di norma del procedimento secondo l’art. 360-bis c.p.c., n. 2, il motivo sarebbe risultato inammissibile, in quanto volto a sostenere un vizio privo di decisività (cfr. Cass. 26/09/2017, n. 22341 e succ. conf. tra cui ad esempio Cass., 15/10/2019, n. 26087: la violazione dei principi regolatori del giusto processo e, cioè, delle regole processuali ex art. 360 c.p.c., n. 4, per rilevare deve avere carattere decisivo, ossia incidente sul contenuto della decisione e, dunque, arrecante un effettivo pregiudizio a chi la denuncia);

al contempo va ora più chiaramente evidenziato che non sarebbe stato neppure astrattamente deducibile il vizio motivazionale ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, atteso il divieto ex art. 348 ter c.p.c., comma 5, “ratione temporis” applicabile;

nell’ipotesi di c.d. “doppia conforme”, il ricorrente in cassazione, per evitare tale inammissibilità, deve indicare le ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse (Cass., 22/12/2016, n. 26774, Cass., 06/08/2019, n. 20994);

nell’ipotesi in scrutinio, come risulta anche da quanto sopra riportato, neppure è emersa una simile difformità;

deve inoltre rimarcarsi che la pretesa frizione motivazionale in ordine alla pattuizione del prezzo si sarebbe comunque risolta in una richiesta di rilettura istruttoria, al pari delle ulteriori critiche all’affermazione di congruità della medesima somma, poichè la Corte territoriale ha solo detto – si ripete – che il prezzo era stato stimato dalla concedente, pattuito normalmente con l’utilizzatrice, e non emergevano elementi istruttori per ritenerne la sproporzione;

infine, sarebbe stato comunque riscontrabile un ultimo profilo d’inammissibilità: le istanze istruttorie pretesamente rilevanti in punto di congruità del prezzo non sono neppure riportate, in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6;

il secondo e il terzo motivo, da esaminare congiuntamente per connessione, sono manifestamente infondato il primo, e inammissibile il secondo;

alla luce di quanto osservato in ordine alla prima censura, la Corte di appello si è pronunciata sulle domande ed eccezioni svolte;

secondo gli accertamenti fattuali della Corte di appello c’è stato un collegamento negoziale non riconducibile “tout court” al “sale and lease back” e, comunque, non tale da potersi inferire, in base a parametri mutuabili dalla giurisprudenza sul “leasing” c.d. di ritorno, un’elusione del divieto di cui all’art. 2744 c.p.c.;

ne residua un tentativo di rilettura istruttoria, estranea al perimetro del giudizio di legittimità, sottolineata altresì dagli stessi riferimenti alle asserite situazioni economiche di difficoltà degli originari venditori, che sarebbero state desumibili da lettere di fideiussione evocate (in specie a pag. 17 del ricorso) in aperta violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, ovvero all’affermata critica di pieno merito relativa al valore dei cespiti che non avrebbe tenuto conto della relativa destinazione urbanistica (v. pag. 18 del ricorso);

spese secondo soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido tra loro, alla rifusione delle spese processuali di parte controricorrente, liquidate in complessivi Euro 6.300,00, oltre a Euro 200,00 per esborsi, 15% di spese forfettarie e accessori legali. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, se dovuto, da parte dei ricorrenti in solido, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, il 9 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 26 agosto 2020

 

 

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