Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17821 del 26/08/2020

Cassazione civile sez. III, 26/08/2020, (ud. 09/07/2020, dep. 26/08/2020), n.17821

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – rel. Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21696-2018 proposto da:

SMA SPA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LORENZO MAGALOTTI 15,

presso lo studio dell’avvocato BARBARA MIOLI, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato ANGELO MASTANDREA;

– ricorrente –

e contro

C. ALIMENTARI SRL, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MONTE

ZEBIO, 28, presso lo studio dell’avvocato GAETANO ALESSI,

rappresentato e difeso dall’avvocato ANDREA LIBRANTI;

– controricorrente –

AXA ASSICURAZIONI SPA, elettivamente domiciliata in ROMA, V.LE

MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO,

rappresentato e difeso dall’avvocato GAETANO GRANOZZI;

– controricorrente –

e contro

D&D ITALIA DEPOSITI E DISTRIBUZIONI ITALIA SRL, MOVIMER SERVICE

SOC COOP ARL, UNIPOL SPA;

– intimati –

nonchè da:

AXA ASSICURAZIONI SPA, elettivamente domiciliata in ROMA, V.LE

MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO,

rappresentato e difeso dall’avvocato GAETANO GRANOZZI;

– ricorrente incidentale –

nonchè da:

C. ALIMENTARI SRL, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MONTE

ZEBIO, 28, presso lo studio dell’avvocato GAETANO ALESSI,

rappresentato e difeso dall’avvocato ANDREA LIBRANTI;

– ricorrente incidentale –

contro

SMA SPA, come rappresentata;

e contro

MOVIMER SERVICE SOC COOP ARL, UNIPOL SPA, D&D ITALIA DEPOSITI E

DISTRIBUZIONI ITALIA SRL;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1038/2018 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 08/05/2018; udita la relazione della causa svolta

nella camera di consiglio del 09/07/2020 dal Consigliere Dott. PAOLO

PORRECA.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

la Smafin, s.r.l., poi Sma, s.p.a., conveniva in giudizio la C. Alimentari, s.r.l., e la D&D Italia, s.r.l., esponendo che:

– aveva stipulato con la C. Alimentari un contratto denominato di deposito a custodia con cui aveva affidato in custodia prodotti surgelati destinati alla vendita in Sicilia e Calabria, comprendente le attività di ricezione, stoccaggio e preparazione per la consegna, immagazzinamento e custodia, dei beni in oggetto;

– il contratto in parola aveva previsto la possibilità di affidare in appalto a terzi, previo assenso vincolante della deducente, specificate attività negoziate;

-la Sma aveva assentito all’appalto in questione concordato con la D&D Italia;

– nel giugno 2005, all’interno del magazzino frigorifero rimasto in proprietà della C. Alimentari, si era verificato un sinistro determinato dal cedimento della struttura portante di una scaffalatura dov’erano stivate le merci in custodia con un effetto domino che aveva causato il crollo di molteplici altre scaffalature e ingenti danni ai beni;

– dopo un giudizio cautelare ex art. 700, c.p.c., e per accertamento tecnico preventivo, il Tribunale aveva dichiarato risolto il contratto di deposito a custodia e altresì il contratto di appalto, condannando la C. Alimentari e la D&D Italia, in via solidale, al risarcimento dei danni in favore della Sma, nonchè le compagnie assicuratrici chiamate in causa, Axa Assicurazioni, s.p.a., e Aurora Assicurazioni, s.p.a., a tenere indenni rispettivamente C. Alimentari e D&D Italia;

il giudice di prime cure respingeva, al contempo, la domanda di manleva svolta da D&D Italia nei confronti della Movimer Service, soc. coop. a r.l., chiamata in causa perchè della stessa si era avvalsa per le operazioni di pulizia e facchinaggio;

il Tribunale, in particolare, aveva ritenuto che fosse rimasto in capo a C. Alimentari un obbligo di organizzazione e tenuta in efficienza del deposito nonchè di correlata custodia, e, atteso che i danni da cedimento erano stati conseguenza di vizi di montaggio delle scaffalature nonchè di omessa manutenzione delle stesse, che rispondesse, in solido con la D&D cui aveva appaltato il servizio di raccolta, stoccaggio, preparazione e spedizione della merce, sia a titolo contrattuale, sia a titolo aquiliano ex art. 2051, c.c.;

la Corte di appello riformava parzialmente la decisione osservando, in particolare, che:

– con il contratto di appalto, dell’agosto del 1999, C. Alimentari aveva trasferito a D&D Italia, con l’esplicito consenso della Sma, allora ancora Smafin, le obbligazioni di deposito e custodia dei beni, mantenendo solo quelle inerenti alla locazione della cella frigorifera, con mantenimento dell’opportuna refrigerazione, e della custodia dei locali notturna e durante le ore in cui non erano svolti servizi da parte dell’appaltatrice;

– ne discendeva la responsabilità dell’appaltatrice quanto alla custodia delle scaffalature e quindi, per quanto di utilità, alla merce lì stivata, con esclusione di quella dell’appaltante, che neppure poteva rispondere a titolo extracontrattuale, posto che la C. Alimentari aveva mantenuto un’obbligazione di vigilanza finalizzata a rilevare ed evitare inadempienze della D&D Italia che, però, era ben diversa da quella di custodia stabilita dall’art. 2051 c.c.;

– C. Alimentari non poteva ritenersi responsabile neppure quanto al montaggio delle scaffalature, poichè affidato a ditta individuata dalla stessa Sma, in attuazione di quello che doveva ricostruirsi come mandato “in rem propriam”;

la Corte di appello liquidava inoltre i danni della Sma escludendo:

– quelli da lucro cessante, costituito dalla differenza tra costo e prezzo di vendita delle derrate alimentari andate perdute, perchè richiesto in base a conteggi privi di riscontri se non quelli così contenuti in documenti formati dalla stessa parte richiedente e prodotti tardivamente;

-quelli per il trasferimento e l’allocazione altrove della merce ancora commerciabile, poichè era emersa la disponibilità di locali per custodia, della C. Alimentari, adiacenti a quelli interessati dal sinistro, che seppure non disponibili immediatamente lo sarebbero stati in breve tempo, presuntivamente determinabile in un paio di mesi, potendo evitarsi, con l’ordinaria diligenza, il trasporto da Roma ai punti vendita siciliani e calabresi, con correlati oneri di ventilazione “in loco”, mentre, quanto all’immagazzinamento ad Alfianello, non vi era prova, per genericità della documentazione, del fatto che si trattasse delle merci oggetto di lite, e tenuto conto, al contempo, della circostanza che la Sma aveva già in affitto, in quel Comune, altri spazi;

quelli per il conferimento in discarica in quanto provati con documentazione prodotta tardivamente solo in appello;

– quelli per la perdita del contributo di centralizzazione, consistente in uno sconto sul costo richiesto dai fornitori in ragione dell’allocazione in un unico deposito, poichè la Sma aveva prodotto al riguardo documenti parziali riservando d’integrare la produzione solo dopo, però, il termine ex art. 184 c.p.c., e perciò anche in tal caso tardivamente;

– quelli per il preteso discredito commerciale e pregiudizio all’immagine perchè sforniti d’idonea prova anche solo presuntiva;

la Corte, infine:

– negava i danni pretesi dalla C. Alimentari per deterioramento della cella, oltre che per lesione all’immagine e discredito commerciale, mancandone prova; e quelli domandati dalla stessa per i danni alle scaffalature in quanto l’ordine era stato effettuato dalla Sma cui era stata trasmessa la conferma dell’ordine medesimo, sicchè la proprietà delle stesse non poteva ritenersi in capo alla deducente;

– accordava alla C. Alimentari quelli per lesione del credito;

-regolava conseguentemente restituzioni, rispetto a quanto erogato in forza della sentenza di prime cure, e spese di lite secondo soccombenza;

avverso questa decisione ricorre per cassazione Sma, s.p.a., articolando dieci motivi e depositando memoria;

resistono con controricorso proponendo, altresì, ricorso incidentale condizionato, la prima con tre motivi e la seconda con quattro, C. Alimentari, s.r.l., e Axa Assicurazioni, s.p.a., chiamata in garanzia dalla s.r.l., che ha altresì depositato memoria.

Diritto

RILEVATO

Che:

con il primo motivo di ricorso principale si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e ss. c.c., art. 1325 c.c., nn. 1 e 2, artt. 1766 e 1768 c.c., poichè la Corte di appello avrebbe errato mancando di considerare che:

a) con il contratto intercorso tra C. Alimentari e D&D erano state appaltate le attività di servizi, in specie di ricevimento, stoccaggio e preparazione della merce, distinte dal deposito e custodia, che la prima si era impegnata, nei confronti della deducente con il primo negozio fondato sullmintuitus personae”, a organizzare con proprie strutture, personale e attrezzature;

b) l’art. 21 del contratto di deposito non permetteva l’appalto delle attività di “deposito a custodia”, non richiamata definendo quanto appaltabile;

c) la C. Alimentari si era riservata, nel contratto di appalto (art. 2.5) “la facoltà di controllare l’esatta esecuzione delle operazioni, far rilevare inadempimenti e pretendere il rispetto delle proprie istruzioni”, lasciando “presagire” la necessità di una diversa ricostruzione della comune intenzione delle parti alla luce del complessivo tenore degli accordi;

d) il corrispettivo dell’appalto era individuato in relazione alla movimentazione dei colli, fermo il rimborso a consumo dell’energia elettrica, sicchè non vi era correlativo compenso pattuito per ulteriori e distinte attività di deposito e custodia;

e) l’ipotesi della Corte di appello relativa al mandato “in rem propriam”,

fatta prospettando un interesse del mandatario alla migliore realizzazione del contratto già concluso di deposito e custodia, non era compatibile con il trasferimento alla D&D delle correlative obbligazioni;

con il secondo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1321,1322,1325,1346,1703,1723, c.c., poichè la Corte di appello avrebbe errato mancando di considerare che:

a) il riferimento, nel contratto di deposito, all’attività di immagazzinamento e custodia dei prodotti, in modo atto a evitarne la deperibilità, non era altro che un “refuso”, non potendo ritenersi che la D&D svolgesse il ruolo contrattuale di depositario in luoghi ancora, e pacificamente, di proprietà della C. Alimentari, laddove il “lapsus calami” era reso evidente dall’esplicito mantenimento, in capo all’appaltante della responsabilità per danni da inefficienze di conservazione dovute agli impianti frigoriferi, nonchè dell’obbligo di custodia notturna e nelle ore in cui non erano svolti i servizi dell’appaltatrice, che sarebbero state, diversamente, previsioni incomprensibili, fino al punto di dover adombrare, in tesi, la nullità riferita all’oggetto contrattuale;

b) l’efficacia delle obbligazioni del contratto di deposito era stata differita al 1 settembre 1999 proprio per consentire l’acquisto, capo alla depositaria, delle scaffalature, mentre il preteso mandato “in rem propriam” sarebbe rimasto di conseguenza impossibile da configurare per assenza di un rapporto obbligatorio pregresso rispetto allo stesso, in cui il mandatario fosse creditore mentre qui era debitore dell’obbligazione di acquisto e montaggio delle scaffalature atte a realizzare il “deposito a custodia”;

con il terzo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1766,1768 e 1571 c.c., poichè la Corte di appello avrebbe errato qualificando le residue obbligazioni individuate in capo alla C. Alimentari, come locazione atipica, attesa la riconosciuta persistenza di obbligazioni custodiali;

con il quarto motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 1325 c.c., n. 2, poichè la Corte di appello avrebbe errato mancando di considerare che C. Alimentari aveva richiesto il pagamento del corrispettivo solo quanto al tempo successivo al sinistro, sicchè, posto che lo stesso aveva una parte fissa per deposito della merce nelle celle, energia elettrica e manutenzione delle celle stesse, e una variabile per numero di colli movimentati, ove fossero state traferite le obbligazioni inerenti al deposito una parte della controprestazione in denaro sarebbe rimasta senza giustificazione causale;

con il quinto motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1173,2043 e 2051 c.c., poichè la Corte di appello avrebbe errato mancando di considerare che, con il contratto di appalto, non era stato trasferito l’intero potere di fatto sulla cosa custodita, come attestato dal permanere di poteri di vigilanza e controllo, sicchè, anche sotto tale profilo, rimaneva una responsabilità solidale di C. Alimentari;

con il sesto motivo si prospetta la violazione dell’art. 111 Cost., poichè la Corte di appello avrebbe reso una sentenza nulla in quanto contenente affermazioni inconciliabili, in specie sul preteso mandato finalizzato alla migliore realizzazione del deposito e, invece, alla contestuale traslazione delle obbligazioni ritenuta effettuata con l’appalto;

con il settimo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 115,116,1223,1227 e 2696 c.c., poichè la Corte di appello avrebbe errato mancando di considerare che:

a) la testimonianza sulla base della quale era stato desunto il perfezionamento del mandato “in rem propriam” aveva riferito l’opposto, ovvero della libertà della C. Alimentari di concludere o meno il contratto di acquisto delle scaffalature con i soggetti coinvolti, così come di appalto;

b) quanto al lucro cessante per le derrate rese incommerciabili, i tabulati erano stati prodotti tempestivamente con le memorie ex art. 184 c.p.c., in prime cure, ed erano, sì, provenienti dalla parte, ma poi utilizzati dal consulente d’ufficio e dal Tribunale senza contestazioni, ferma la possibilità di liquidazione equitativa;

c) quanto alle spese di trasporto da Roma ai punti vendita di Calabria e Sicilia, non si era trattato di una scelta imprenditoriale opzionale, come affermato dalla Corte territoriale, ma della necessità conseguente all’indisponibilità del deposito oggetto di lite, tenuto conto che non era stata data prova dell’offerta di ulteriore e idoneo deposito alternativo, essendo emersa una possibilità ma non confacente perchè senza scaffalature, sicchè la deduzione per cui un luogo adatto sarebbe stato pronto in breve, e nell’arco di un paio di mesi, era priva di riscontro;

d) quanto all’immagazzinamento ad Alfianello, la prova che si trattava della merce coinvolta dal sinistro era data dalla produzione di fatture anche per le spese di affitto, contabilizzate e provenienti da soggetto terzo, e dei documenti di trasporto, prove documentali, tutte queste, non esaminate;

e) analogamente, i tabulati inerenti alle spese di discarica erano gli stessi già allegati alla consulenza tecnica officiosa del 2006, e, parimenti, vi era stata erronea valutazione delle fatture indicate come non quietanzate;

f) anche quanto al contributo di centralizzazione, dalla documentazione prodotta, anche se parziale e quindi a campione, emergeva la decisività rispetto ai fatti in questione, e anzi nel caso della fattura della Sammontana anche l’esatto importo del minor prezzo che sarebbe stato ottenuto potendo consegnare la merce in un unico deposito piuttosto che nei vari punti di vendita;

con l’ottavo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2727,2729,2697,1227 e 1223 c.c., poichè la Corte di appello avrebbe errato mancando di considerare che il danno all’immagine era presuntivamente evincibile perchè, evidentemente, non era stato possibile assicurare alle consegne la stessa frequenza e puntualità;

con il nono motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 115 c.p.c., poichè la Corte di appello avrebbe errato mancando di considerare che sulla domanda di risarcimento da lucro cessante non vi era stata specifica pronuncia, tenuto conto che il Tribunale, recependo la consulenza officiosa sul punto, l’aveva accolta e non era emerso nulla che giustificasse un discostamento da quella decisione, infatti rimasto senza spiegazioni;

con il decimo motivo si prospetta la violazione degli artt. 112 e 115 c.p.c., poichè non vi era stata pronuncia, ed esame della sottesa documentazione, quanto alle spese di trasporto della merce da Roma a Catania e per la relativa ventilazione, tutte fatturate, e quanto alla richiesta, subordinata, di liquidazione equitativa, per sia per danno emergente che per lucro cessante;

con il primo motivo del proprio ricorso incidentale condizionato, la C. Alimentari prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 342,112 e 329 c.p.c., poichè la Corte di appello avrebbe errato mancando di considerare che, riguardo al risarcimento accordato su parte della merce, nella specie quella data in beneficienza, la censura in appello era stata aspecifica e quindi inammissibile, perchè non rivolta superare il difetto di criterio oggettivo per comprovare la rilevata prossimità alla scadenza che l’avrebbe resa incommerciabile;

con il secondo motivo di tale ricorso si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 342,112 e 329 c.p.c., poichè la Corte di appello avrebbe errato mancando di considerare che, quanto al risarcimento per gli ammanchi accordato in relazione agli obblighi del depositario, la censura in appello era stata aspecifica e quindi inammissibile, perchè non rivolta alla carenza di prova, rilevata in primo grado, sulla portata di tali ammanchi in ragione della inattendibilità dell’inventario, superata, quest’ultima, individuando genericamente la spiegazione delle differenze, e perciò della merce mancante, in un furto occorso durante le operazioni peritali;

con il terzo motivo di tale ricorso si prospetta l’omesso esame di un fatto decisivo e discusso rappresentato da:

a) mancata attestazione della merce effettivamente stoccata nel deposito in parola;

b) mancata constatazione che per la valorizzazione erano stati utilizzati anche in tal caso tabulati provenienti dalla medesima parte interessata;

c) mancata constatazione che altro era la merce andata distrutta, altro quella trasferita in altro magazzino o ammanchi di magazzino, differenza cui non potevano sopperire tabulati provenienti dalla stessa parte interessata;

con il primo motivo del proprio ricorso incidentale condizionato, la Axa Assicurazioni, s.p.a., prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., poichè la Corte di appello avrebbe mancato di pronunciare sull’appello incidentale con cui la deducente aveva censurato la tardività delle domande quanto alle voci di danno relative a spese di trasporto della merce da Roma a Catania, di ulteriore trasferimento e immagazzinamento altrove, e di ventilazione “in loco” nel deposito di Misterbianco;

con il secondo, terzo e quarto motivo di tale ricorso la deducente propone le medesime doglianze dei motivi primo, secondo e terzo della C. Alimentari;

Rilevato che:

i primi quattro motivi e il sesto, del ricorso principale, da esaminare congiuntamente per connessione, sono in parte inammissibili, in parte infondati;

questa Corte ha chiarito che le censure in ordine all’ermeneutica contrattuale non possono risolversi nella mera contrapposizione tra l’interpretazione del ricorrente e quella accolta nella sentenza impugnata, poichè quest’ultima non deve essere l’unica astrattamente possibile ma solo una delle plausibili interpretazioni, sicchè, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito, alla parte che ha proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito nell’esercizio del suo proprio sindacato, dolersi in sede di legittimità del fatto che sia stata privilegiata l’altra (cfr., ad esempio, Cass., 28/11/2017, n. 28319, Cass., 27/06/2018, n. 16987);

peraltro, ferma la cornice di cui sopra, il ricorrente per cassazione deve non solo fare esplicito riferimento alle regole legali d’interpretazione mediante specifica indicazione delle norme asseritamene violate e ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in quale modo e con quali considerazioni il giudice del merito si sia discostato dai richiamati canoni legali (Cass., 15/11/2017, n. 17136, Cass., 16/01/2019, n. 873);

ora, l’art. 21 del contratto di deposito, valorizzato dalla Corte territoriale, rimandava, definendo le possibilità di appalto, a “tutta l’attività di servizi prevista al punto 4) e nell’allegato B della…scrittura privata”, e quest’ultimo prevedeva l’obbligo di immagazzinare e custodire i…prodotti in modo adeguato alla loro natura e alla loro deperibilità…”, sicchè non risponde al vero che non fosse stata prevista la possibilità di appaltare il servizio in cui si traduceva la custodia del depositario (lettera a) e b) del primo motivo come riassunto);

tale appalto era previsto che fosse approvato da Smafin (poi Sma), come accadde, secondo quanto accertato e sottolineato dal giudice di appello, con conseguente “subentro nei confronti di Smafin” per le obbligazioni assunte da C. nei confronti della medesima (pag. 5 della sentenza, che riporta l’esatto e pacifico, come tale, tenore letterale del contratto di deposito);

parte ricorrente (lettera a) del secondo motivo, come sopra riportato) ritiene che questa menzione fosse stata un mero “refuso”, ma è del tutto evidente che è proprio questa, e non quella della Corte territoriale, a essere una interpretazione non plausibile, a fronte della netta specificità della dicitura di cui, con la censura, si chiede la totale obliterazione;

peraltro, come eccepito nei controricorsi, non è stato neppure dimostrato che quanto allegato (presenza di un tale “refuso”) sia stato oggetto di asserzione anche nel merito, sicchè la questione è al contempo nuova e, perciò, non ammissibile in questa sede;

la conservazione delle descritte facoltà di vigilanza e controllo (lettera c), del primo motivo quale sintetizzato), in capo alla C. Alimentari, sono più che plausibilmente spiegabili, e spiegate dalla Corte di appello, in ragione del permanere, a carico della stessa società, delle obbligazioni “inerenti alla locazione della cella frigorifera e al suo mantenimento, nonchè alla custodia dei locali nelle ore indicate dal contratto” (pag. 11, penultimo capoverso, della sentenza impugnata), ovvero, come visto, ore notturne o corrispondenti all’assenza (di servizi) dell’appaltatrice;

il fatto, poi, che il corrispettivo dell’appalto fosse per movimentazione dei colli, costituisce (lettera d) del primo motivo come riassunto) in primo luogo una questione di cui non si dimostra l’allegazione davanti ai giudici di merito e dunque nuova e, come tale, inammissibile in questa sede, come eccepito nei controricorsi, ma, altresì, circostanza non dirimente, posto che questo parametro, asseritamente scelto come unico dalle parti, potrebbe ben essere stato computato e utilizzato perchè ritenuto più utile traduzione del concordato riparto degli oneri economici e dei ricavi;

l’obbligo di custodia nelle ore specificate, poi, giustifica la valutazione di sussistenza di elementi contrattuali ulteriori rispetto alla semplice locazione (terzo motivo), ma che non per ciò solo avrebbero dovuto necessariamente condurre a ritenere la permanenza delle obbligazioni di deposito in capo a C. Alimentari, a fronte di una concreta fattispecie (diversa da quella della giurisprudenza di questa Corte evocata dalla Sma: cfr. Cass., 20/01/1997, n. 534) nella quale tale era invece divenuto l’oggetto di apposito contratto di appalto con altro soggetto, previsto con i descritti effetti di “subentro”, al riguardo, nelle obbligazioni dell’originario contratto, esplicitamente qualificato come deposito;

al riguardo, la circostanza che l’efficacia delle obbligazioni del contratto di deposito fossero state differite a data successiva a quella riferita come del mandato (lettera b) del secondo motivo quale riportato), risulta essere questione nuova, e dunque inammissibile, e altresì non decisiva come preteso, poichè la posizione di obbligata per C. Alimentari era sorta con il deposito, sicchè il mandato andava a realizzare, nella non implausibile ricostruzione della Corte di appello, un suo interesse alla gestione delle sue obbligazioni quali già assunte (cfr., utilmente, Cass., 28/10/2011, n. 22529, per cui si ha mandato conferito anche nell’interesse del mandatario, quando l’interesse di quest’ultimo sia assicurato da un rapporto sinallagmatico -fra mandante e mandatario- con contenuto bilaterale, che lo sottrae all’unilaterale disposizione del mandante stesso);

analogamente, e ancora per ciò che concerne il mandato “in rem propriam” all’acquisto e montaggio delle scaffalature (lettera e) del primo motivo e sesto motivo come riferiti), l’interesse alla migliore realizzazione del contratto di deposito non è affatto incompatibile con l’intervenuto appalto, posto che quest’ultimo, anche economicamente, si traduceva in una modalità di attuazione delle previsioni dell’iniziale contratto tra Smafin e C. Alimentari, da cui (anche) quest’ultima, evidentemente, traeva profitto;

quanto alla richiesta di pagamenti per debenze successive al sinistro, che attesterebbe l’incasso dei pregressi, i quali, contenendo una parte fissa per il deposito (“celle, energia elettrica, manutenzione celle”) e variabile per “numero di colli movimentati in uscita”, determinerebbero l’evocata carenza causale parziale (quarto motivo), per un verso non si dimostra che la stessa sia stata questione dedotta e trattata a tal fine davanti ai giudici di merito, per cui anch’essa è da considerare nuova e inammissibile; per altro verso non si riporta compiutamente il tenore letterale dei patti sul punto, in spregio all’art. 366 c.p.c., n. 6; e, infine, non è comunque questione decisiva, poichè quanto detto attiene ai parametri e alle modalità di regolazione economica dei rapporti tra tutte le parti, spiegabili variamente e apprezzando il pieno merito, qui non devoluto nè riesaminabile;

il quinto motivo è in parte inammissibile, in parte infondato;

sulla mancata traslazione del potere di fatto a seguito dell’appalto la Corte territoriale ha distinto tra poteri di vigilanza, correlati al mantenimento delle residue e connesse obbligazioni in capo a C. Alimentari, e potere di controllo dei beni, discorrendo di custodia dei locali e non delle merci come affermato nel ricorso;

anche in questo caso, come complessivamente, le censure mirano a una rilettura istruttoria estranea al perimetro del giudizio di legittimità;

il settimo motivo è in parte inammissibile, in parte infondato;

la Corte territoriale ha affermato la sussistenza della prova del mandato “in rem propriam” apprezzando non solo le risultanze della deposizione testimoniale evocata nella censura (alla lettera a) della sintesi sopra riportata) ma, altresì, un ulteriore elemento: l’ordine di acquisto fu effettuato dalla Sma cui “venne trasmessa la “conferma d’ordine”” (pag. 7 primo capoverso, e pag. 22, terzultimo capoverso, della sentenza impugnata), e tale ultima affermazione di constatazione istruttoria non risulta oggetto di una specifica, autonoma e idonea censura, neppure nel limitato perimetro ipotizzabile in questa sede di legittimità;

per altro verso, le stesse locuzioni utilizzate dal testimone sono state valutate collocandole nel complessivo contesto e apprezzandole secondo un vaglio di merito riservato al relativo giudice;

è stato reiteratamente ribadito (Cass., 10/09/2019, n. 22525, Cass., 07/11/2019, n. 28619) che, in tema di valutazione delle prove, il principio del libero convincimento, posto a fondamento degli invocati artt. 115 e 116 c.p.c., opera sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, sicchè, in questa chiave, la denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice del merito non configura un vizio di violazione o falsa applicazione di norme processuali, bensì un errore di fatto, che dev’essere censurato attraverso il corretto paradigma normativo, qui non esplicitato, del difetto di motivazione, e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass., 12/10/2017, n. 23940);

ciò posto, la violazione dell’art. 116, c.p.c., è idonea per altro verso a integrare il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4, solo quando il giudice di merito disattenda il sopra ricordato principio in assenza di una deroga normativamente prevista, ovvero, all’opposto, valuti secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza probatoria soggetta a un diverso regime; mentre la violazione dell’art. 115 c.p.c., può essere dedotta come analogo vizio solo denunciando che il giudice ha dichiarato espressamente di non dover osservare la regola contenuta nella norma, ovvero ha giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, e non anche che il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, ha finito per attribuire maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre (Cass., 10/06/2016, n. 11892, Cass., Sez. U., 05/08/2016, n. 16598, pag. 33);

peraltro, alla fattispecie è applicabile la nuova previsione di cui all’art. 360, comma 1, n. 5, introdotta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, che dev’essere interpretata come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione, sicchè in cassazione è denunciabile – con ipotesi che si converte in violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, dando luogo a nullità della sentenza – solo l’anomalia motivazionale che si tramuti in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali; e tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”; nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili”, ossia in manifeste e irresolubili contraddizioni, nonchè nella “motivazione perplessa e obiettivamente incomprensibile”; esclusa qualunque rilevanza di semplici insufficienze o contraddittorietà, al di fuori delle quali il vizio di motivazione può essere dedotto solo per omesso esame di un “fatto storico”, che abbia formato oggetto di discussione e che appaia “decisivo” ai fini di una diversa soluzione della controversia, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass., Sez. U., 07/04/2014, n. 8053; Cass., 12/10/2017, n. 23940, e succ. conf.);

nella fattispecie, “parte qua”, non risultano integrati i ricostruiti perimetri di ammissibilità e, anche in questo caso, la censura si risolve nel tentativo di ottenere un nuovo apprezzamento dell’incarto processuale;

quanto al lucro cessante (lettera b della sintesi del motivo in scrutinio), la Corte di appello ha affermato la tardività della prova rispetto al limite temporale di cui all’art. 184 c.p.c., e la sua insufficienza stante la provenienza dalla stessa parte interessata;

la ricorrente ne afferma la tempestività perchè in uno alla memoria ex art. 184 c.p.c., ma con ciò non si può evincere che tale memoria sia stata depositata nel termine fissato; quanto all’indicazione di mancata contestazione (art. 115 c.p.c., comma 1), si rivela censura inidonea perchè non si misura con la statuizione della Corte territoriale incentrata sul fatto che si trattava di meri “conteggi” di parte “privi di riscontri” (pag. 18 della sentenza impugnata), e dunque senza che, come tali, la loro mancata impugnazione, che si rapporta al suo oggetto, potesse avere l’effetto di rilevazione dall’onere probatorio della controparte;

difatti – a maggior chiarimento della natura non concludente della critica ora in esame – questa Corte ha puntualizzato che l’onere di contestazione, la cui inosservanza rende il fatto pacifico e non bisognoso di prova, sussiste soltanto per i fatti noti alla parte, non anche per quelli a essa ignoti ovvero estranei alla sua conoscibilità (Cass., 18/07/2016, n. 14652, Cass., 04/01/2019, n. 87): parte ricorrente, a fronte del rilievo per cui si trattava di operazioni contabili provenienti dalla parte interessata, non ha specificato nulla sul punto, ovvero sulla sussistenza dei presupposti per cui s’imponesse la contestazione della controparte, nei descritti sensi;

nella censura, poi, si valorizza la presa in considerazione da parte del consulente d’ufficio e del Tribunale (profilo ripreso dal nono motivo di ricorso), senza però che ciò si traduca, di per sè, in una ulteriore possibile violazione qui devolvibile;

quanto alle spese di trasporto da Roma a Catania (lettera c) della sintesi del motivo), fattispecie in concreto (indicata come) esaminata, “parte qua”, dalla Corte territoriale (cfr. pag. 32, terzo capoverso, del ricorso) e oggetto di critica come tale, la Corte di appello ha affermato la disponibilità di altro locale di C. Alimentari, adiacente a quello di cui alla causa, e la possibilità di allestirlo in breve, con conseguente operatività dell’art. 1227 c.c., comma 2;

a fronte di ciò la ricorrente dapprima afferma che non era stata offerta prova di ciò, poi (pag. 35, primo capoverso, del ricorso) che era emersa la disponibilità del locale anche se non immediatamente per mancanza di scaffalature, in linea con le conclusioni del Collegio di merito;

è pure in questo caso evidente che si è fuori della censura di violazione di legge, riproponendosi la sollecitazione a una nuova valutazione delle risultanze probatorie, ancora una volta inammissibile;

analogamente, quanto all’immagazzinamento ad Alfianello (lettera d) del motivo riportato), la Corte territoriale ha rilevato: la mancanza della prova della riferibilità della merce a quella di cui al deposito luogo del sinistro, e la disponibilità da parte di Sma di altri spazi “già in affitto” (pag. 21, primo capoverso, della sentenza impugnata) nel Comune di destinazione del trasporto in parola;

nella censura si riporta parzialmente il tenore dei documenti ed emerge l’impossibilità di accertare si trattasse degli stessi prodotti oggetto del sinistro, tenuto altresì conto che la provenienza è specificata con riferimento alla sede di C. Alimentari (pag. 37 del ricorso, con riferimento a quanto riportato nell’incipit” dello stesso);

in ordine alla disponibilità degli altri spazi “in loco” non vi è specifica e ragionata censura;

quanto alle spese di discarica e al contributo di centralizzazione (lettere e) ed f) del motivo quale riassunto):

-sul primo si invoca un errore revocatorio estraneo al presente giudizio, poichè si afferma che la Corte territoriale non avrebbe percepito che si trattava dei medesimi documenti “allegati alla CTU del 4 ottobre 2006”, punto che, sotto tale specifico profilo, non si dimostra discusso dalle parti: il profilo è dirimente, al di là della indicazione contenuta nel ricorso, con modalità meramente apodittica, della sussistenza di quietanza (ad opera di chi? apposte dove e come?) delle relative fatture;

-sul secondo, i documenti parziali che sarebbero stati prodotti nel termine fissato, sono riportati in un contenuto che non ne permette di apprezzare la decisività, in carenza di specifiche che permettano d’ipotizzare l’apprezzabilità della riferibilità della merce consegnata a quella oggetto di sinistro nel deposito coinvolto: in questo senso le lacune documentali e la riserva per colmarle, ma oltre il termine perentorio di produzione, fatta dalla parte, risulta essere stata valorizzata correttamente dalla Corte di appello;

l’ottavo motivo è in parte inammissibile, in parte infondato;

si tratta dell’ulteriore tentativo di ottenere una rivalutazione del merito istruttorio, fondato su mere affermazioni di riduzione di frequenza e puntualità della merce non accompagnate, al contempo, da elementi atti a evincersene una ricaduta in termini di discredito: in questo senso la censura si innerva anche di strutturale genericità e aspecificità (Cass., Sez. U., 20/03/2017, n. 7074, Cass., 04/03/2005, n. 4741);

il nono e decimo motivo, da esaminare congiuntamente per connessione, sono infondati;

la Corte di appello si è pronunciata sul punto, come emerge dall’esame relativo alle censure di cui alle lettere b) e seguenti della sintesi del settimo motivo;

in particolare, le spese di cd. “ventilazione “in loco”” sono esaminate dalla Corte territoriale come desumibile alla pag. 22, terzo capoverso e ultimo capoverso, della sentenza gravata;

quanto alla liquidazione equitativa, è evidente che con essa non possono eludersi le carenze istruttorie rilevate a carico della parte (Cass., 22/02/2018, n. 4310): ed è la medesima parte che rappresenta (nono motivo) come avrebbe potuto produrre, in tesi a campione significativo, “scontrini” per vendite analoghe (pag. 46 del ricorso);

i ricorsi incidentali rimangono assorbiti poichè condizionati all’accoglimento del ricorso principale;

spese secondo soccombenza;

non è desumibile alcun elemento di prova del profilo soggettivo necessario alla condanna a titolo di responsabilità processuale aggravata quale sollecitata dalla controricorrente Axa Assicurazioni.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale, assorbito l’incidentale, e condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese processuali delle controricorrenti, liquidate, per ciascuna, in Euro 7.000,00, oltre a Euro 200,00 per effettive, 15% di spese forfettarie e accessori legali.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, se dovuto, da parte ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, il 9 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 26 agosto 2020

 

 

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