Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17772 del 19/07/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. lav., 19/07/2017, (ud. 20/04/2017, dep.19/07/2017),  n. 17772

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16905/2012 proposto da:

C.L., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

FEDERICO CESI 21, presso lo studio dell’avvocato SALVATORE TORRISI

(STUDIO LEGALE ASSOCIATO TORRISI), rappresentato e difeso

dall’avvocato CARMELA PIERA PALESE, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

I.N.A.I.L – ISTITUTO NAZIONALE PER L’ASSICURAZIONE CONTRO GLI

INFORTUNI SUL LAVORO C.F. (OMISSIS);

– intimata –

avverso la sentenza n. 1590/2011 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 15/07/2011 R.G.N. R.G.N. 1150/2010.

Fatto

CONSIDERATO

Che con sentenza in data 15/07/2011 la Corte d’Appello di Lecce, rigettando la domanda di C.L., dipendente Inail, ha statuito, in riforma della sentenza del Tribunale di Brindisi n. 3140/2000 che il complessivo termine di durata delle sospensioni cautelari obbligatoria e facoltativa inflitte dall’ente per il coinvolgimento del dipendente in vicende penalmente rilevanti, non avesse superato il limite massimo di cinque anni previsto dall’art. 13, comma 9, del Reg. di disciplina, che richiama l’art. 30, comma 8, del c.c.n.l. degli Enti pubblici economici del 6/07/1995, e pertanto, il discrimen temporale per il legittimo esercizio del potere di sospensione cautelare dal servizio di C.L. non era stato superato dall’ente;

Che il Giudice d’Appello, nel calcolare la durata delle sospensioni ha proceduto alla sommatoria di due diversi periodi di sottoposizione alla misura del ricorrente, il primo per sospensione obbligatoria, in data 5/02/1998 a seguito di emissione di ordinanza di custodia cautelare del GIP, il secondo per sospensione facoltativa disposto il 27/02/2002 in esito al rinvio a giudizio del dipendente per i reati di cui agli artt. 416,479,481,319,319 bis e 640 bis c.p., fino al 9/08/2006, quando era intervenuta la riammissione in servizio ricorrendo a quella data la scadenza del quinquennio;

Che C.L., aveva fatto richiesta di riammissione contro il primo provvedimento di sospensione, respinta dall’Ente, e che, avendo il TAR accolto in sede cautelare il ricorso del C., avverso il rifiuto dell’istanza di riammissione, decisione confermata anche dal Consiglio di Stato, quest’ultimo era rientrato temporaneamente in servizio l’1/09/1998, in attesa della decisione di merito;

Che, la questione si fonda sulla valenza giuridica da attribuire alla prima sospensione dal servizio del 5/02/1998, mai revocata o annullata dall’INAIL, che secondo il giudice amministrativo avrebbe segnato l’inizio dell’esercizio del potere sospensivo che, ai sensi della L. n. 19 del 1990, art. 9, avrebbe perso efficacia ope legis dopo cinque anni, con conseguente maturazione del diritto da parte del dipendente alla riammissione in servizio e al pagamento delle differenze economiche scaturenti dalla doverosa erogazione della retribuzione piena dal 6/02/2003;

Che il Tribunale di Brindisi n. 3217/2009 aveva accolto il ricorso del dipendente, disponendo la revoca di diritto del provvedimento di sospensione cautelare dal servizio del 5/02/1998, ordinando all’INAIL di riammettere immediatamente in servizio il lavoratore e pagargli le differenze retributive, oltre interessi legali, per il raggiungimento del termine di decadenza quinquennale dal potere sospensivo alla data del 6/02/2003;

Che l’INAIL, impugnando la sentenza di prime cure sosteneva che essendo stato riammesso il C., sia pur temporaneamente e per effetto della pronuncia del giudice amministrativo, la sua permanenza in servizio era incompatibile con la misura cautelare e che pertanto, il termine globale di durata massima della sospensione dovesse essere fatto coincidere con la data in cui il dipendente aveva effettivamente ripreso servizio, cioè il 9/08/2006, mentre il C., nel resistere all’appello aveva sostenuto che la riammissione temporanea a seguito di ordinanza del Tar dovesse intendersi unicamente finalizzata a impedire, con efficacia ex nunc, il protrarsi dell’esecuzione del provvedimento cautelare dal servizio adottato dall’INAIL;

Che la Corte d’Appello, nel ritenere che la riammissione in seguito all’ordinanza del TAR fosse equivalsa a revoca del provvedimento di sospensione cautelare, e affermando l’incompatibilità tra questa misura e la presenza in servizio, ha riformato la sentenza del Tribunale, calcolando quale esercizio del potere sospensivo, ai fini della determinazione della sua durata massima quinquennale, soltanto i periodi di effettiva sospensione del dipendente e non anche quelli in cui egli era in servizio, sia pure per effetto di una pronuncia del giudice amministrativo, dando, così valore al profilo fattuale, più che formale, dell’esercizio del potere sospensivo;

Che avverso tale sentenza interpone ricorso C.L. con quattro censure illustrate da memoria ex art. 378 c.p.c., mentre l’INAIL rimane intimato.

Diritto

CONSIDERATO

Che nel primo motivo – dal punto 1) al punto 7) – il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione della L. n. 9 del 1990, art. 9, evidenziando come in concreto, nel calcolo di durata del provvedimento interdittivo andasse considerata anche la riammissione temporanea in servizio di C.L. per effetto dell’ordinanza sospensiva del giudice amministrativo, nel quale la decorrenza della sospensione, pur soltanto virtuale, avrebbe dovuto essere considerata comunque utile ai fini del decorso del termine quinquennale;

Che si reputa opportuno anticipare la trattazione del terzo motivo il quale va trattato congiuntamente ai punti da 8) a 11) del primo motivo, perchè entrambi invocano la violazione e falsa applicazione dell’art. 30, comma 8 c.c.n.l., sotto il profilo della mancanza di una qualsiasi motivazione nell’adozione del provvedimento cautelare, che ne avrebbe trasformato l’esercizio del potere in arbitrio;

Che nel secondo motivo si censura la sentenza gravata per violazione e falsa applicazione dell’art. 13 del Regolamento di Disciplina dell’INAIL, rilevando sia profili di carenza di legittimazione per incompetenza in capo all’ufficio che aveva emesso i provvedimenti di sospensione cautelare, sia vizio d’illegittimità del secondo provvedimento sospensivo emanato senza procedere alla revoca formale del primo e senza fornire alcuna motivazione della sua adozione;

Che nella quarta e ultima censura si deduce la violazione da parte della sentenza d’Appello dell’art. 345 c.p.c., per non aver motivato sull’eccezione di inammissibilità della documentazione prodotta dall’INAIL unitamente all’atto di appello trattandosi di documenti nuovi;

Che il primo motivo è infondato. La L. n. 9 del 1990, art. 9, comma 2, secondo e terzo periodo, ripreso dall’art. 30 c.c.n.l. degli enti pubblici non economici sancisce che “Quando vi sia stata sospensione cautelare dal servizio a causa del procedimento penale, la stessa conserva efficacia, se non revocata, per un periodo di tempo comunque non superiore ad anni cinque. Decorso tale termine la sospensione è revocata di diritto”. Che pertanto, in ragione dell’applicazione di tale disposizione la sospensione cautelare deve cessare e perde efficacia decorsi cinque anni dalla sua adozione avendo il legislatore voluto porre un limite massimo al protrarsi dell’estromissione dal posto di lavoro del dipendente in ragione della mancata conclusione del procedimento penale (C. Cost. n. 447/1995);

Che alla luce delle circostanze emerse dal giudizio di merito, il ricorrente è stato sottoposto a due periodi di sospensione cautelare il primo di sette mesi, il secondo di circa tre anni (dal secondo provvedimento fino al ricorso), per un periodo dunque inferiore alla soglia legale dei cinque anni;

Che di un’asserita prosecuzione in modo “virtuale” del decorso del termine d’efficacia della sospensione cautelare non vi è traccia nell’art. 9 citato, che considera, invece, la durata della stessa nella sua espressione effettiva consistente nella misura in cui il rapporto di lavoro abbia registrato una concreta interdizione;

Che la sospensione, intanto può dirsi subita dal dipendente, in quanto, effettivamente, ne abbia causato il suo temporaneo allontanamento dal posto di lavoro, secondo lo schema consolidato del sinallagma contrattuale;

Che questa Corte si è già espressa in analoga fattispecie con una ione, cui s’intende dare continuità (Cass. n. 15449/2014), valorizzando la statuizione decisione della Corte Costituzionale, n. 447/1995 la quale, pronunciando sull’art. 9 citato, riferendosi alla “durata complessiva” della sospensione cautelare, collega la ratio del termine massimo quinquennale in capo al datore pubblico, nella necessità di un bilanciamento tra l’esigenza dell’amministrazione di attendere gli sviluppi del procedimento penale per decidere se avviare un procedimento disciplinare a carico del lavoratore sospeso cautelarmente e l’esigenza del dipendente incolpato di non subire oltre misura, anche sotto il profilo retributivo, le conseguenze derivanti da una durata “complessiva” dell’esercizio del potere cautelare non proporzionata;

Che la terza censura, così come i punti da 8) a 10) del primo motivo sono inammissibili, poichè la questione dell’assenza di motivazione, non affrontata dalla Corte d’Appello, avrebbe dovuto essere dedotta dal ricorrente come violazione del principio di autosufficienza ai sensi dell’art. 112 c.p.c. e non già come violazione della norma regolamentare; che va considerato, altresì, inammissibile il punto 11) del primo motivo il quale, richiamando una sentenza di merito su un caso analogo occorso presso la stessa sede di lavoro, che avrebbe adottato la motivazione propugnata dal ricorrente, tende a ottenere una pronuncia sul fatto, esclusa in sede di legittimità;

Che il secondo motivo è inammissibile, essendo assente, in esso, qualsiasi contenuto impugnatorio, limitandosi lo stesso a esporre fatti di causa già emersi nel giudizio di merito, in sequenza cronologica; che esso è altresì improcedibile, là dove denunzia violazione dell’art. 13 del Regolamento di Disciplina dell’Ente, omettendo di adempiere all’onere – gravante sulla parte ricorrente – di produzione dell’atto di organizzazione censurato;

Che il quarto e ultimo motivo è inammissibile perchè non autosufficiente, non avendo indicato la parte ricorrente nè dove, nè in quali termini fosse stata proposta l’eccezione cui la censura si riferisce.

Che pertanto, il ricorso va rigettato, senza che sia luogo a regolare le spese.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza Camerale, il 20 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 19 luglio 2017

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA