Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17751 del 29/07/2010

Cassazione civile sez. lav., 29/07/2010, (ud. 24/06/2010, dep. 29/07/2010), n.17751

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCIARELLI Guglielmo – Presidente –

Dott. CURCURUTO Filippo – Consigliere –

Dott. DI CERBO Vincenzo – Consigliere –

Dott. NOBILE Vittorio – rel. Consigliere –

Dott. CURZIO Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

CO.GE.LUC. S.N.C., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA NICOLA COVIELLO 47, presso lo

studio dell’avvocato RAUSO ROSA, rappresentata e difesa dall’avvocato

MEGALI INNOCENZO, giusta mandato in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

P.C.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 940/2005 della CORTE D’APPELLO di POTENZA,

depositata il 07/12/2005 r.g.n. 438/03;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

24/06/2010 dal Consigliere Dott. VITTORIO NOBILE;

udito l’Avvocato MEGALI INNOCENZO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso del 11-12-1997 P.C. adiva il giudice del lavoro del Tribunale di Potenza esponendo di aver lavorato dal 9-5- 1994 al 30-12-1995 alle dipendenze della CO.GE.LUC s.n.c. con mansioni di segreteria e del centralino telefonico e di essere rimasta creditrice della complessiva somma di L. 12.689.000 a titolo di retribuzioni non corrisposte, ratei di tredicesima e TFR. Chiedeva quindi la condanna della società convenuta al pagamento delle somme rivendicate.

Radicatosi il contraddittorio, la società datrice di lavoro eccepiva di aver corrisposto alla ricorrente anticipazioni su retribuzioni e sul TFR con la conseguenza che, essendo la ricorrente stessa debitrice della società per la somma di L. 5.000.000, chiedeva il rigetto del ricorso e spiegava domanda riconvenzionale per ottenere il pagamento della somma indicata eccependo inoltre che l’orario di lavoro osservato dalla dipendente era inferiore a quello indicato in ricorso e che negli ultimi due mesi era stato stipulato un contratto di lavoro part-time.

Espletata la prova testimoniale e tenuto conto di essa nonchè della prova documentale ritualmente depositata il giudice adito con sentenza n. 846/2002, accoglieva il ricorso e condannava la società convenuta al pagamento della somma di Euro 6.557, 97 al lordo delle ritenute di legge, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali sugli importi netti via via rivalutati dalle scadenza al soddisfo e rigettava la domanda riconvenzionale.

La società proponeva appello avverso la detta sentenza chiedendone la riforma con il rigetto della domanda di controparte e l’accoglimento della riconvenzionale.

La P. si costituiva chiedendo il rigetto del gravame.

Disposta la rinnovazione dell’istruttoria mediante esame di testi, la Corte di Appello di Potenza, con sentenza pubblicata il 16-12-2005, rigettava l’appello confermando la pronuncia di primo grado e condannando l’appellante al pagamento delle spese.

In sintesi la Corte territoriale, premesso che “nel rito del lavoro è inammissibile, la produzione di documenti nel grado di appello, salvo che la tardività non sia giustificata dal normale regime della progressione processuale o dall’epoca della loro formazione e salvo che il giudice, nelle sole ipotesi di semiplena probatio, non li ritenga indispensabili ai fini del decidere”, riteneva che nella fattispecie nessuna di tali ultime circostanze poteva ritenersi integrata.

Avverso la detta sentenza la CO.GE.LUC. s.n.c. ha proposto ricorso con due motivi.

La P. è rimasta intimata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo la ricorrente, denunciando violazione dell’art. 437 c.p.c., comma 2, e vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto non ammissibili i documenti prodotti dall’odierna ricorrente contestualmente all’atto di appello, omettendo di operare un “opportuno contemperamento del principio dispositivo con le esigenze della ricerca della verità materiale” e “negando l’ingresso nel secondo grado a documenti indispensabili ai fini della decisione” (dichiarazione del 6-2-1995 sottoscritta dalla P. in cui la medesima dichiara di ricevere la somma di L. 14.000.000, di cui L. 2.300.000 in contanti e L. 11.700.000 con assegni circolari; copie dei detti assegni girati e incassati dalla P. nel febbraio 1995; richiesta del 20-3-1998,inoltrata alla Banca, di copia di tutti gli assegni circolari emessi dalla medesima intestati alla CO.GE.LUC s.n.c., girati e incassati dalla P. tra il 1-1-95 e i 31-10-1995 e conseguente risposta giunta il 20-3-2003).

senza peraltro esplicitare adeguatamente i motivi a sostegno della postulata inammissibilità.

La ricorrente inoltre deduce che “non è chiaro in base a quale criterio siano state ammesse le prove testimoniali di controparte” (costituende), a fronte della ritenuta inammissibilità della prova documentale (costituita) offerta dalla appellante e rileva che “alla luce di quanto dichiarato dai sig.ri R. e C., non pare plausibile” che tra le abituali mansioni della P. “rientrasse negoziare titoli di credito intestati alla CO.GE.LUC ed effettuare pagamenti per conto della società medesima”.

Il motivo è in parte inammissibile e in parte infondato.

Come è stato affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte (v. Cass. S.U. 20-4-2005 n. 8202), “nel rito del lavoro, in base al combinato disposto degli art. 416 cod. proc. civ., comma 3, che stabilisce che il convenuto deve indicare a pena di decadenza i mezzi di prova dei quali intende avvalersi, ed in particolar modo i documenti, che deve contestualmente depositare – onere probatorio gravante anche sull’attore per il principio di reciprocità fissato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 13 del 1977 – e art. 437 cod. proc. civ., comma 2, che, a sua volta, pone il divieto di ammissione in grado di appello di nuovi mezzi di prova – fra i quali devono annoverarsi anche i documenti -, l’omessa indicazione, nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado, dei documenti, e l’omesso deposito degli stessi contestualmente a tale atto, determinano la decadenza del diritto alla produzione dei documenti stessi, salvo che la produzione non sia giustificata dal tempo della loro formazione o dall’evolversi della vicenda processuale successivamente al ricorso ed alla memoria di costituzione (ad esempio, a seguito di riconvenzionale o di intervento o chiamata in causa del terzo); e la irreversibilità della estinzione del diritto di produrre i documenti, dovuta al mancato rispetto di termini perentori e decadenziali, rende il diritto stesso insuscettibile di reviviscenza in grado di appello. Tale rigoroso sistema di preclusioni trova un contemperamento – ispirato alla esigenza della ricerca della “verità materiale”, cui è doverosamente funzionalizzato il rito del lavoro, teso a garantire una tutela differenziata in ragione della natura dei diritti che nel giudizio devono trovare riconoscimento – nei poteri d’ufficio del giudice in materia di ammissione di nuovi mezzi di prova, ai sensi del citato art. 437 cod. proc. civ., comma 2, ove essi siano indispensabili ai fini della decisione della causa, poteri, peraltro, da esercitare pur sempre con riferimento a fatti allegati dalle parti ed emersi nel processo a seguito del contraddittorio delle parti stesse”.

L’esercizio di detti poteri “non è meramente discrezionale, ma si presenta come un potere-dovere, sicchè il giudice del lavoro non può limitarsi a fare meccanica applicazione della regola formale del giudizio fondata sull’onere della prova, avendo l’obbligo – in ossequio a quanto prescritto dal l’art. 134 cod. proc. civ., ed al disposto di cui all’art. 11 Cost., comma 1, sul “giusto processo regolato dalla legge” – di esplicitare le ragioni per le quali reputi di far ricorso all’uso dei poteri istruttori o, nonostante la specifica richiesta di una delle parti, ritenga, invece, di non farvi ricorso” (v. Cass. S.U. 17-6-2004 n. 11353). Peraltro i detti poteri, “- pur diretti alla ricerca della verità, in considerazione della particolare natura dei diritti controversi – non possono sopperire alle carenze probatorie delle parti, nè tradursi in poteri d’indagine e di acquisizione del tipo di quelli propri del procedimento penale”) v. Cass. 8-8-2002 n. 12002, Cass. 21-5-2009 n. 11847, Cass. 22-7-2009 n. 17102. Cass. 15-3-2010 n. 6205).

In tale quadro, come pure è stato precisato, “nel rito del lavoro, i mezzi istruttori. preclusi alle parti, possono essere ammessi d’ufficio, ma suppongono, tuttavia, la preesistenza di altri mezzi istruttori, ritualmente acquisiti, che siano meritevoli dell’integrazione affidata alle prove ufficiose; peraltro, l’indisponibilità, che consente la produzione tardiva di documenti suppone che. al momento fissato, a pena di preclusione o decadenza, per la loro produzione, fosse oggettivamente impossibile disporne, trattandosi di documenti la cui formazione risulti, necessariamente, successiva a quel momento” (v. Cass. 27-7-2006 n. 17178).

Orbene la sentenza impugnata, attenendosi a tali principi, ha affermato che nella fattispecie non ricorrevano le circostanze idonee a giustificare l’esercizio di poteri ufficiosi, “per difetto genetico di allegazione ed anche per inidoneità di parte della documentazione a supportare gli assunti difensivi”.

In particolare la Corte territoriale ha affermato:

che nelle difese di primo grado “non vi è alcuna allegazione circa l’esistenza di una dichiarazione (peraltro disconosciuta dalla controparte) di ricezione di somme di denaro da parte della dipendente, nè vi è allegazione circa il furto subito da organi della società ed all’esito del quale sarebbe stato sottratto l’originale di tale dichiarazione”;

che “allo stesso modo, la società datrice di lavoro, nella comparsa di costituzione di primo grado (depositata in data 3 aprile 1998), ha apoditticamente affermato di avere stipulato un contratto di lavoro part-time (datato 23 novembre 1995 e che dunque, attesa l’epoca di formazione del documento, poteva produrre) ma non ha minimamente offerto di provare, in alcun modo, tale asserzione;

che, “quanto agli assegni negoziati dalla dipendente è vero che l’appellante ha prodotto documentazione con la quale ha chiesto all’istituto di credito la copia di alcuni titoli, ma non ha affatto dimostrato che tale richiesta la banca abbia ricevuto sin dal 1998, nè ha depositato tale documentazione a supporto della richiesta di esibizione”;

che, comunque, alla luce della missiva del 17-2-1995 a firma del legale rappresentante della società (del pari inammissibilmente prodotta dalla appellata in secondo grado, ma “del tutto giustificatamente nell’ipotesi in cui si volesse dare ingresso alla documentazione avversaria”) nonchè delle dichiarazioni dei testi R. (“che non ha disconosciuto la firma apposta in calce a detto documento, salvo poi a negarne inspiegabilmente il contenuto, e comunque non ha escluso che l’appellata abbia girato assegni CO.GE.LUC al suo socio”) e G. (che, sentito in primo grado, ha riferito che la P. “si occupava di versamenti e di prelevamenti e talora di negoziare persino assegni”), “gli assegni de qui bus non sarebbero in alcun modo in grado di asseverare i facta probanda”.

Tale motivazione, oltre che rispettosa dei principi sopra richiamati, risulta congrua e priva di vizi logici e resiste alle censure della ricorrente.

Al riguardo, innanzitutto va rilevato che, in violazione del principio di autosufficienza del ricorso, la ricorrente non riporta testualmente il contenuto dei documenti invocati e delle dichiarazioni testimoniali richiamate.

In proposito ripetutamente questa Corte ha affermato il principio secondo cui “il ricorrente che denuncia sotto il profilo di omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia, l’omessa o erronea valutazione delle risultanze istruttorie ha l’onere di indicarne specificamente il contenuto” (v. fra le altre Cass. sez. 1^ 17-7-2007 n. 15952, Cass. 20-2-2003 n. 2527, Cass. 25-8- 2003 n. 12468, Cass. sez. 3^20-10-2005 n. 2032), essendo “necessario, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività della risultanza non valutata (o insufficientemente valutata), che il ricorrente precisi, mediante integrale trascrizione della medesima, la risultanza che egli asserisce decisiva e non valutata o insufficientemente valutata, dato che solo tale specificazione consente alla Corte di cassazione, alla quale è precluso l’esame diretto degli atti, di delibare la decisività della medesima, dovendosi escludere che la precisazione possa consistere in meri commenti, deduzioni o interpretazioni delle parti” (v. Cass. sez. 3^ 24-5-2006 n. 12362, Cass. sez. 3^ 26-6-2007 n. 14751, Cass. sez. 3^ 26-6-2007 n. 14767).

Peraltro come pure è stato costantemente affermato “la valutazione delle risultanze della prova testimoniale, il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata” (v. Cass. 9-4- 2001 n. 5231, Cass. 15-4-2004 n. 7201, Cass. 7-8-2003 n. 11933, Cass. 5-10-2006 n. 21412). Infine, come pure è stato più volte precisatogli controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 c.p.c., n. 5, non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità; ne consegue che risulta del tutto estranea all’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Suprema Corte di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso la autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa”, (v., fra le altre, da ultimo Cass. 7- 6-2005 n. 11789, Cass. 6-3-2006 n. 4766).

Con il secondo motivo la ricorrente, denunciando vizio di motivazione, rileva l’erroneità della sentenza d’appello nella parte in cui è stata ritenuta non censurabile la condotta del Giudice di primo grado, per non avere lo stesso ordinato l’esibizione in giudizio dei documenti richiesti ai sensi degli artt. 210 e 421 c.p.c., individuabili in base agli elementi forniti.

Anche tale motivo non può essere accolto.

Sul carattere non meramente discrezionale dell’esercizio dei poteri d’ufficio da parte del giudice del lavoro e sulla necessità che lo stesso espliciti le ragioni per le quali reputi di far ricorso all’uso di tali poteri o, nonostante la specifica richiesta di una delle parti, ritenga, invece di non farvi ricorso, si è già detto (v. Cass. S.U. 11353/2004 cit.), così come, del resto, si è già evidenziato che, comunque, i detti poteri non possono sopperire alle carenze probatorie delle parti (v. Cass. n. 12002/2002 ed altre sopra citate).

In particolare, come pure è stato precisato, l’esibizione a norma dell’art. 210 c.p.c. – la cui istanza ex art. 94 disp. att. c.p.c. deve contenere la specifica indicazione del documento, v. Cass. 8-9- 1999 n. 9514 – “non può in alcun caso supplire al mancato assolvimento dell’onere della prova a carico della parte istante” (v.

Cass. 8-8-2006 n. 17948) e non può essere ordinata allorchè l’istante avrebbe potuto di propria iniziativa acquisire la documentazione in questione (v. Cass. 8-9-1999 n. 9514, Cass. 10-1- 2003 n. 149, Cass. 6-10-2005 n. 19475).

Orbene la Corte d’Appello, applicando correttamente tali principi, dopo aver rilevato, come sopra, “il difetto genetico di allegazione” e la inidoneità della documentazione a supportare gli assunti difensivi, e dopo aver, nel contempo, in specie, accertato che comunque gli assegni de quibus “non sarebbero in alcun modo in grado di asseverare i facta probanda”, legittimamente ha confermato la decisione del primo giudice.

I ricorso va pertanto respinto.

Infine non deve provvedersi sulle spese, non avendo la intimata svolto alcuna attività difensiva.

PQM

La Corte rigetta il ricorso, nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 24 giugno 2010.

Depositato in Cancelleria il 29 luglio 2010

 

 

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