Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1774 del 27/01/2021

Cassazione civile sez. II, 27/01/2021, (ud. 06/10/2020, dep. 27/01/2021), n.1774

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presi4dente –

Dott. BELLINI Ubaldo – rel. Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24999/2019 proposto da:

C.Z.Y., rappresentato e difeso dall’Avvocato ENNIO CERIO,

ed elettivamente domiciliato presso il suo studio in CAMPOBASSO, VIA

MAZZINI 112;

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso il decreto n. 1759/2019 del TRIBUNALE di CAMPOBASSO

depositato il 26/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

6/10/2020 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con ricorso del 16.1.2019 C.Z.Y. proponeva opposizione avverso il provvedimento di diniego del riconoscimento della protezione internazionale emesso dalla competente Commissione Territoriale, chiedendo il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria o di quella umanitaria.

Sentito dalla Commissione, il ricorrente aveva riferito di essere ivoriano, di fede musulmana; di aver lavorato fin da bambino nel negozio del padre; in seguito alla morte del padre, di aver avuto problemi con il nuovo compagno della madre, un uomo di religione cristiana che avrebbe voluto convertirlo; di essere stato cacciato di casa a seguito del rifiuto manifestato alla conversione; di essersi trasferito presso i parenti del defunto genitore; di aver avuto discussioni con uno zio, al quale chiedeva di entrare in possesso dei beni del defunto padre; di essere stato arrestato e trattenuto per una settimana dalla Polizia, a seguito di un litigio con il parente; di aver chiesto, invano, l’aiuto dell’Imam; di aver tentato di dare fuoco all’abitazione dello zio; di essere stato nuovamente arrestato e imprigionato per due anni; di aver attraversato la Libia prima di giungere in Italia; di temere, in caso di rientro, di avere nuovamente problemi con i familiari.

Con decreto n. 1759/2019, depositato in data 26.7.2019, il Tribunale di Campobasso rigettava il ricorso, confermando la motivazione della Commissione Territoriale in relazione alla vaghezza, genericità e implausibilità della narrazione, con la quale il ricorrente non riusciva a fornire chiarimenti e precisazioni o, comunque, a circostanziare gli eventi narrati nel tempo e nel luogo, con particolare riferimento alle dinamiche giudiziarie; inoltre, se pur attendibile in merito alle problematiche con i parenti, l’istante adduceva fatti relativi alla sfera personale, per i quali avrebbe potuto rivolgersi alle autorità locali per tutelare i propri diritti. Il Tribunale riteneva che il timore di rientro non risultasse circostanziato da alcun elemento oggettivo o di pericolo concreto, risultando, di contro, espressione di uno stato meramente soggettivo, oltre al fatto che le vicende attenevano alla sfera meramente personale del richiedente. Parimenti, la domanda di riconoscimento della protezione sussidiaria non poteva trovare accoglimento, in quanto, tenuto conto dell’attuale situazione socio-politica della Costa d’Avorio (caratterizzata da problemi di criminalità comune ma non da guerra civile), non si ravvisava il pericolo che il richiedente, con il rientro, potesse subire pregiudizi di sorta, sia perchè la detta situazione non appariva allarmante, sia perchè la specifica condizione soggettiva del richiedente (ritenuta comunque inattendibile) non lo esponeva ad alcun individualizzato rischio. Infine, anche la protezione umanitaria non poteva essere accolta, in quanto il fatto che il ricorrente avesse conseguito il diploma nell’anno 2017/2018 non bastava per integrare i presupposti per il riconoscimento della suddetta forma di protezione, dal momento che ciò era indice solo di un inserimento nel tessuto sociale.

Avverso detto decreto propone ricorso per cassazione C.Z.Y. sulla base di tre motivi. L’intimato Ministero dell’Interno non ha svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. – Con il primo motivo, il ricorrente lamenta la “Violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, commi 2 e 3, D.P.R. n. 21 del 2015, art. 6, comma 3, nonchè in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, lett. a) e c) e comma 5”, giacchè l’imparzialità nell’esame del ricorrente, il valore da attribuirsi alle circostanze personali dello stesso e a tutti i fatti che riguardano il Paese d’origine al momento della decisione, sarebbero rimasti principi infranti o falsamente applicati.

1.2. – Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la “Violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5, lett. c), art. 6, comma 2 e art. 14, lett. b) e c), nonchè al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32”, poichè per il ricorrente il decreto impugnato sarebbe stato fondato su ragioni contrastanti con il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5, per cui i responsabili della persecuzione possono essere soggetti privati quando le autorità statali non vogliano o non siano in grado di fornire protezione. Il Tribunale avrebbe dovuto verificare il disinteresse delle autorità statali di fronte all’endemica violenza nel Paese di provenienza. Ma, di tale verifica non risulta traccia nella decisione impugnata.

2. – In considerazione della loro stretta connessione logico-giuridica, i due motivi vanno esaminati e decisi congiuntamente.

2.1. – Essi sono infondati.

2.2. Questa Corte ha chiarito che “in materia di protezione internazionale, l’accertamento del giudice di merito deve innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona”, cosicchè “qualora le dichiarazioni siano giudicate (come nella specie) inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori” (Cass. n. 16925 del 2018; cfr. Cass. n. 20285 del 2019).

2.3. – La valutazione, in ordine alla sussistenza dei presupposti richiesti per la attribuibilità delle singole protezioni costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (cfr. sempre Cass. n. 3340 del 2019, cit.).

Nel caso concreto, i fatti allegati nel giudizio di merito non attengono a situazioni di violenze indiscriminate, derivanti da un conflitto armato interno o internazionale, trattandosi di circostanze relative ad una vicenda di rapporti familiari e di criminalità comune, risolvibile semmai mediante il ricorso alla giustizia ordinaria, civile e/o penale, e non attraverso forme di violenza o coercizione. Laddove, il giudice di merito ha, peraltro, comunque accertato – mediante il ricorso a fonti internazionali aggiornate, citate nel provvedimento, del D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 8 – la insussistenza del timore del ricorrente di essere sottoposto a vessazioni, senza possibilità di ottenere tutela.

2.4. – Quanto alla protezione sussidiaria, “l’ipotesi della minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale implica o una contestualizzazione della minaccia suddetta, in rapporto alla situazione soggettiva del richiedente, laddove il medesimo sia in grado di dimostrare di poter essere colpito in modo specifico, in ragione della sua situazione personale, ovvero la dimostrazione dell’esistenza di un conflitto armato interno nel Paese o nella regione, caratterizzato dal ricorso ad una violenza indiscriminata, che raggiunga un livello talmente elevato da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile, rientrato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione, correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire detta minaccia” (v. Cass. n. 14006 del 2018).

2.5. – Tanto premesso, va altresì rilevato che il Tribunale ha congrua mente motivato (con il dovuto specifico riferimento e richiamo a siti internazionali accreditati: cfr. Cass. n. 15794 del 2019) in ordine al fatto che la Costa d’Avorio sia una regione che (secondo le dette fonti attendibili e recenti) non può ritenersi preda di violenza indiscriminata nella accezione sopra descritta. Confermando così le conclusioni del giudice di primo grado in ordine alle ragioni per cui si debba escludere che il richiedente provenga da una zona del Paese in cui si registri un clima di tensione tale da far presumere che in caso di suo rientro possa andare incontro a torture o altre forme di trattamento inumano e degradante.

2.6. – Peraltro, la nozione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), dev’essere interpretata in conformità della fonte Eurounitaria di cui è attuazione (direttive 2004/83/CE e 2011/95/UE), in coerenza con le indicazioni ermeneutiche fornite dalla Corte di Giustizia UE (Grande Sezione, 18 dicembre 2014, C-542/13, par. 36), secondo cui i rischi a cui è esposta in generale la popolazione di un paese o di una parte di essa di norma non costituiscono di per sè una minaccia individuale da definirsi come danno grave (v. 26 Considerando della direttiva n. 2011/95/UE), sicchè “l’esistenza di un conflitto armato interno potrà portare alla concessione della protezione sussidiaria solamente nella misura in cui si ritenga eccezionalmente che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati o tra due o più gruppi armati siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria, ai sensi dell’art. 15 direttiva, lett. c), a motivo del fatto che il grado di violenza indiscriminata che li caratterizza raggiunge un livello talmente elevato da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile rinviato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire la detta minaccia” (v., in questo senso, Corte Giustizia UE 17 febbraio 2009, Elgafaji, C465/07, e 30 gennaio 2014, Diakitè, C285/12; v. Cass. n. 13858 del 2018; Cass. n. 30105 del 2018).

2.7. – Nel caso concreto (come detto), i fatti allegati nel giudizio di merito non attengono a situazioni di violenze indiscriminate, derivanti da un conflitto armato interno o internazionale, trattandosi di circostanze relative ad una vicenda, seppure delittuosa, risolvibile mediante il ricorso alla giustizia ordinaria. Orbene, una interpretazione che, facendo leva sul generico riferimento del legislatore ai “soggetti non statuali”, faccia assurgere le controversie tra privati (o la mancata o inadeguata tutela giurisdizionale offerta dal paese per la risoluzione delle stesse) a cause idonee e sufficienti a integrare la fattispecie persecutoria o del danno grave, verrebbe a porsi in rotta di collisione con il principio secondo cui “i rischi a cui è esposta in generale la popolazione o una parte della popolazione di un paese di norma non costituiscono di per sè una minaccia individuale da definirsi come danno grave” (Considerando 26 della direttiva n. 2004/83/CE), oltre ad essere poco sostenibile sul piano sistematico (Cass. n. 9043 del 2019).

Dovendosi poi rilevare che il giudice di merito ha puntualmente valutato la situazione del paese di origine del richiedente, giungendo ad escludere la ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), all’esito di un’articolata analitica valutazione desunta dai citati siti internazionali accreditati, senza peraltro che il ricorrente abbia, in senso contrario, addotto altre fonti, essendosi limitato a contestare quanto in quelle affermato. Anche tale accertamento implica un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il cui risultato (come sopra detto) può essere censurato, con motivo di ricorso per cassazione, solo nei limiti consentiti dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5.

Laddove, poi, quanto alla mancata considerazione come della dedotta permanenza in Libia ed il clima di violenza diffusa verso i migranti che ha dovuto subire, va rilevato che non risultano specificati i periodi di permanenza, detenzione ed assoggettamento agli asseriti trattamenti inumani e degradanti.

3. – Con il terzo motivo, il ricorrente deduce la “Violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32″.

3.1. – Il motivo è fondato, per le ragioni che seguono.

3.2. – Questa Corte ha già avuto occasione di chiarire (cfr. Cass. n. 17072 del 2018; Cass. n. 22979 del 2018) che, se assunto isolatamente, il contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani nel paese di provenienza non integra, di per sè solo ed astrattamente considerato, i seri motivi di carattere umanitario, o derivanti da obblighi internazionali o costituzionali, cui la legge subordina il riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria (…) (cfr. Corte EDU, sent. 08.04.2008, ric. 21878/06, caso Nnyan.zi c. Regno Unito, par. 72 ss.)”.

La protezione umanitaria costituisce, dunque, una misura atipica e residuale, nel senso che essa copre situazioni, da individuare caso per caso, in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento della tutela tipica (status di rifugiato o protezione sussidiaria), tuttavia non possa disporsi l’espulsione e debba provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in situazione di vulnerabilità (Cass. n. 23604 del 2017; Cass. n. 252 del 2019). Ciò che si demanda al giudice è “una valutazione individuale, caso per caso, della vita privata e familiare del richiedente in Italia, comparata alla situazione personale che egli ha vissuto prima della partenza e cui egli si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio. I seri motivi di carattere umanitario possono positivamente riscontrarsi nel caso in cui, all’esito di tale giudizio comparativo, risulti un’effettiva ed incolmabile sproporzione tra i due contesti di vita nel godimento dei diritti fondamentali che costituiscono presupposto indispensabile di una vita dignitosa (art. 2 Cost.)”.

3.3. – A tale fine, peraltro, non è sufficiente l’allegazione di un’esistenza migliore nel Paese di accoglienza, sotto il profilo dell’integrazione sociale, personale o lavorativa, dovendo il riconoscimento di tale diritto allo straniero fondarsi su una valutazione comparativa effettiva tra i due piani, allo scopo di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile, costitutivo dello statuto della dignità personale, in comparazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza (Cass. n. 12537 del 2020; cfr. Cass. n. 4455 del 2018).

3.4. – Nella specie, il Tribunale ha affermato che “il fatto che il ricorrente abbia conseguito il Diploma nell’anno 2017-2018 e delle certificazioni attestanti le competenze acquisite in ambito scolastico non basta per integrare i presupposti per ottenere la protezione umanitaria, in quanto ciò è indice “solo” di un inserimento del ricorrente nel tessuto sociale” (decreto, pag. 5).

Un simile assunto, tuttavia, non tiene in alcun conto (e pertanto si configura come illegittimo) il fatto che il diniego della protezione umanitaria non può (e non deve) prescindere dalla effettuazione suddetta valutazione comparativa, in ragione di apodittiche (e non altrimenti contestabili) affermazioni circa la ritenuta capacità di taluni fatti esclusivamente a costituire nulla più che un mero indice dell’inserimento del richiedente.

4. – Al rigetto dei primi due motivi ed all’accoglimento del terzo motivo, conseguono la cassazione del decreto impugnato e il rinvio del procedimento al Tribunale di Campobasso in diversa composizione, che, attenendosi al principio enunciato, procederà ad un nuovo esame del merito e liquiderà anche le spese di questo giudizio di legittimità.

PQM

La Corte rigetta il primo ed il secondo motivo di ricorso.

Accoglie il terzo, per quanto di ragione; cassa la sentenza impugnata e rinvia al Tribunale di Campobasso, in diversa composizione che provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 6 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2021

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