Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17736 del 07/09/2016


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Cassazione civile sez. VI, 07/09/2016, (ud. 23/06/2016, dep. 07/09/2016), n.17736

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10241/2015 proposto da:

TELECOM ITALIA SPA, (OMISSIS), in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, L.G. FARAVELLI 22,

presso lo studio dell’avvocato ARTURO MARESCA, che la rappresenta e

difende unitamente agli avvocati ENZO MORRICO, ROBERTO ROMEI, FRANCO

RAIMONDO BOCCIA giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

F.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA COLA DI

RIENZO 28, presso lo studio dell’avvocato RICCARDO BOLOGNESI, che lo

rappresenta e difende giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

e contro

T.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA COLA DI

RIENZO 28, presso lo studio dell’avvocato RICCARDO BOLOGNESI, che lo

rappresenta e difende giusta procura a margine del ricorso

successivo;

– ricorrente successivo –

contro

TELECOM ITALIA SPA, (OMISSIS), in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, L.G. FARAVELLI 22,

presso lo studio dell’avvocato ARTURO MARESCA, che la rappresenta e

difende unitamente agli avvocati ENZO MORRICO, ROBERTO ROMEI, FRANCO

RAIMONDO BOCCIA giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

MANUTENCOOP PRIVATE SECTOR SOLUTIONS SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 392/2014 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI,

depositata il 12/01/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

23/06/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ROSSANA MANCINO;

udito l’Avvocato Riccardo Bolognesi difensore del ricorrente

successivo e del controricorrente F. che insiste per

l’accoglimento del controricorso senza necessità di rinvio alla

Corte di Appello.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

1. La Corte pronuncia in camera di consiglio ex art. 375 c.p.c., a seguito di relazione a norma dell’art. 380-bis c.p.c., condivisa dal Collegio, lette le memorie depositate dalle parti, ex art. 380 bis c.p.c., comma 2. 2. Con sentenza del 12.1.2015 la Corte di Appello di Cagliari, sul gravame avverso la decisione di primo grado che aveva ritenuto non provato che la cessione di ramo d’azienda si fosse risolta in una mera esternalizzazione di servizi, ha così statuito: a) ha rigettato il gravame svolto da T.P. perchè, per essere cessato, nel 2006, per dimissioni il rapporto con la cessionaria MP Facility s.p.a., non poteva chiedere il ripristino del rapporto con l’originario datore di lavoro, Telecom Italia s.p.a.; b) in accoglimento del gravame svolto da F.M., ha dichiarato la nullità della cessione del contratto di lavoro dell’attuale parte intimata, con giuridica prosecuzione del rapporto di lavoro con Telecom Italia s.p.a. e condanna della predetta società alla riammissione del lavoratore nel posto di lavoro. 3. Per quanto interessa il capo b), la Corte territoriale ha ritenuto non ravvisabile, nella vicenda in esame, una cessione di ramo di azienda sussumibile nell’ambito della disciplina di cui all’art. 2112 c.c. e ravvisabile, piuttosto, una mera esternalizzazione di servizi per mancanza del requisito dell’autonomia funzionale del ramo ceduto alla MP Facility s.p.a.. 4. La Corte territoriale riteneva, all’esito delle acquisizioni documentali, che il contratto di cessione non aveva ad oggetto un ramo di azienda costituente un’articolazione funzionalmente autonoma e che l’operazione traslativa si era risolta nella mera esternalizzazione di servizi. S. Ricorre Telecom Italia s.p.a., sul capo b), domandandone la cassazione con un due motivi. 6. Resiste la parte intimata con controricorso. 7. Manutencoop Private Sector Solutions s.p.a. (già MP Facility s.p.a.) è rimasta intimata. S. Con separato ricorso ricorre T.P. sul capo a), con ricorso affidato a due motivi. 9. Telecom Italia s.p.a. ha resistito con controricorso. 10. M.P.S.S. s.p.a. (già MP Facility s.p.a.) è rimasta intimata. 11. Il ricorso di T.P. è qualificabile come manifestamente fondato. 12. Questa Corte ha già ritenuto, sempre con riferimento alla medesima vicenda traslativa (v., ex multis, Cass. 13485/2014) che la cessazione del rapporto di lavoro con il cessionario non preclude l’accertamento della continuazione del rapporto con il cedente in virtù di fatti riferibili a periodo precedente tale cessazione (nella specie, l’inefficacia dell’accordo di cessione del rapporto, nullo per difetto di consenso del lavoratore) in grado di inficiare la validità del trasferimento del rapporto di lavoro al cessionario. 13. Nè può attribuirsi alle dimissioni, in difetto di specifici ulteriori elementi, anche il significato di rinuncia a far valere l’accertamento della nullità della cessione del rapporto di lavoro anche nei confronti del cedente. 14. Non può, in particolare, ritenersi che il rapporto di lavoro sia unico e dunque si sia estinto per effetto di vicende risolutive (licenziamento o dimissioni) che hanno interessato il solo cessionario; l’unicità del rapporto, infatti, presuppone la legittimità della vicenda traslativa ex art. 2112 c.c.. 15. Accertata la nullità della cessione del rapporto, il rapporto con il cessionario è instaurato in via di mero fatto e le vicende risolutive dello stesso non sono idonee ad incidere sul rapporto giuridico ancora in essere, rimasto in vita con il solo cedente (sebbene quiescente di fatto per effetto dell’illegittima cessione fino alla declaratoria di nullità della stessa). 16. Deve ribadirsi che, in tema di trasferimento di azienda, l’interesse del lavoratore ad accertare in giudizio la non ravvisabilità di un ramo di azienda in un complesso di beni oggetto del trasferimento e, quindi, l’inefficacia di questo nei suoi confronti in difetto del suo consenso, per l’inapplicabilità dell’art. 2112 c.c. e l’operatività della regola generale di cui all’art. 1406 c.c., non viene meno per effetto delle vicende risolutive del rapporto con il cessionario. 17. Tanto premesso, all’accoglimento del ricorso e alla cassazione della sentenza impugnata in parte qua, segue la decisione nel merito per non essere necessari, nella specie, per quanto di seguito si dirà nella delibazione del ricorso della società, ulteriori accertamenti in ordine all’inefficacia della cessione del ramo e alla vicenda traslativa dell’articolazione organizzativa di “Facility Management”, in seno alla quale T.P., al pari di F.M., era addetto alla manutenzione del patrimonio immobiliare. 18. Il ricorso di Telecom Italia s.p.a., è qualificabile come manifestamente infondato. 19. Questa Corte di legittimità ha già ritenuto che il primo mezzo non merita comunque accoglimento (v, ex maltis, Cass. 8756/2014), posto che deve riconoscersi l’interesse concreto ed attuale del lavoratore, in un contesto di incertezza non eliminabile se non attraverso il ricorso alla giurisdizione, all’individuazione del soggetto con il quale deve ritenersi intercorrere il suo rapporto di lavoro. 20. La Corte territoriale si è, pertanto, correttamente conformata al principio secondo cui sussiste l’interesse del lavoratore ad accertare in giudizio la non ravvisabilità di un ramo d’azienda in un complesso di beni oggetto del trasferimento e perciò l’inefficacia di questo nei suoi confronti, in assenza di consenso; nè questo interesse è escluso dalla solidarietà di cedente e cessionario stabilita dal capoverso dell’art. 2112 c.c., la quale ha per oggetto solo i crediti del lavoratore ceduto “esistenti” al momento del trasferimento e non quelli futuri, onde ben può considerarsi l’esistenza di un pregiudizio a carico del ceduto nel caso di cessione dell’azienda a soggetto meno solvibile (v. Cass. n. 8756 cit.). 21. Tanto premesso, la giurisprudenza di questa Corte, formatasi con riferimento alla medesima vicenda (cfr., ex multis, Cass. 5425/2015 e numerose altre coeve), si è espressa nei termini che seguono. 22 ” L’art. 2112 c.c., sia nel testo sostituito dal D.Lgs. n. 18 del 2001, art. 1 vigente a decorrere dal 1 luglio 2001, sia nel testo modificato dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 32 applicabile, ratione temporis, alla presente controversia, ha mantenuto immutata la definizione di “trasferimento di parte dell’azienda” nella parte in cui essa è “intesa come articolazione funzionalmente autonoma di un’attività economica organizzata”. Tale nucleo della disposizione è rimasto intatto, non essendo stato toccato dalle modifiche normative che hanno invece riguardato, con riferimento all’articolazione appena descritta, la soppressione dell’inciso “preesistente come tale al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità” e l’aggiunta testuale “identificata come tale dal cedente e dal cessionario al momento del suo trasferimento”. 23. Detta nozione di trasferimento di ramo d’azienda nella parte di testo non modificata è coerente con la disciplina in materia dell’Unione Europea (direttiva 12 marzo 2001, 2001/23/CE, che ha proceduto alla codificazione della direttiva 14 febbraio 1977, 77/187/CEE, come modificata dalla direttiva 29 giugno 1998, 98/50/CE) secondo cui “è considerato come trasferimento ai sensi della presente direttiva quello di una entità economica che conserva la propria identità, intesa come un insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un’attività economica, sia essa essenziale o accessoria” (art. 1, n. 1, direttiva 2001/23). 24. La Corte di Giustizia, cui compete il monopolio interpretativo del diritto comunitario vivente (ex plurimis, Cass. n. 19740 del 2008), ha ripetutamente individuato la nozione di entità economica come complesso organizzato di persone e di elementi che consenta l’esercizio di un’attività economica finalizzata al perseguimento di un determinato obbiettivo (cfr. Corte di Giustizia, 11 marzo 1997, C- 13/95, Suzen, punto 13; Corte di Giustizia, 20 novembre 2003, C- 340/2001, Abler, punto 30; Corte di Giustizia, 15 dicembre 2005, C- 232/04 e C233/04, Guney-Gorres e Demir, punto 32) e sia sufficientemente strutturata ed autonoma (cfr. Corte di Giustizia, 10 dicembre 1998, Hernandez Vidal, C-127/96, C-229/96, C-74/97, punti 26 e 27; Corte di Giustizia, 13 settembre 2007, Jouini, C-458/05, punto 31; Corte di Giustizia, 6 settembre 2011, C-108/10, Scattolon, punto 60). 25. Il criterio selettivo dell’autonomia funzionale del ramo d’azienda ceduto, letto conformemente alla disciplina dell’Unione, consente di affrontare e scongiurare ipotesi in cui le operazioni di trasferimento si traducano in forme incontrollate di espulsione di personale. 26. Pertanto nessuna censura può essere addebitata alla sentenza impugnata laddove assume il canone della “articolazione funzionalmente autonoma di un’attività economica organizzata” quale pre-requisito indispensabile per configurare una efficace cessione del contratto di lavoro senza il consenso del lavoratore, prima ed oltre la questione della preesistenza del ramo ceduto. 27. Peraltro sull’aspetto della preesistenza del ramo ceduto di recente la Corte di Giustizia, pregiudizialmente sollecitata da un giudice italiano proprio in riferimento alla formulazione dell’art. 2112 c.c. novellata dall’art. 32 del cit. D.Lgs., ha testualmente ritenuto che “L’art. 1, par. 1, lett. a) e b), della direttiva 2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001,…, deve essere interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, la quale, in presenza di un trasferimento di una parte di impresa, consenta la successione del cessionario al cedente nei rapporti di lavoro nell’ipotesi in cui la parte di impresa in questione non costituisca un’entità economica funzionalmente autonoma preesistente al suo trasferimento” (CGUE, 6 marzo 2014, C-458/12, Amatori ed a.)” (così Cass. 5425/2015). 28. In definitiva come questa S.C. ha già avuto modo di statuire in numerose e analoghe controversie concernenti il trasferimento di rami d’azienda da Telecom Italia S.p.A. (cfr., ad es., Cass. n. 18675/14), ai sensi dell’art. 2112 c.c. (sia nel testo previgente, sia in quello modificato, in applicazione della direttiva n. 50/98/CE, dal D.Lgs. 2 febbraio 2001, n. 18, applicabile ratione temporis) deve intendersi come ramo autonomo d’azienda, in quanto tale suscettibile di trasferimento riconducibile alla disciplina della norma citata, ogni entità economica organizzata in maniera stabile la quale, in occasione del trasferimento medesimo, conservi la propria identità. 29. Ciò presuppone una preesistente realtà produttiva autonoma e funzionalmente esistente e non una struttura produttiva creata ad hoc in occasione del trasferimento, o come tale identificata dalle parti del negozio traslativo, essendo preclusa l’esternalizzazione come forma incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate fra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non autonome, unificate soltanto dalla volontà dell’imprenditore e non dall’inerenza dei rapporti di lavoro ad un ramo di azienda già costituito (cfr., Cass. n. 8017/06; Cass. n. 2489/08 nonchè, in controversie pressochè analoghe alla presente, relative a cessione di rami Telecom, ex multis, Cass. n. 21711/12; Cass. n. 20095/13; Cass. n. 22627/13; Cass. n. 22742/13; Cass. n. 9949/14; Cass. 16262/2015). 30. Ne discende che si applica l’art. 2112 c.c., anche in caso di cessione di parte dello specifico settore aziendale, purchè si tratti di un insieme organicamente finalizzato ex ante all’esercizio dell’attività di impresa, con autonomia funzionale di beni e strutture già esistenti al momento del trasferimento (e, dunque, non solo teorica o potenziale). 31. La Corte territoriale si è pertanto conformata alla giurisprudenza di legittimità e ne consegue il rigetto del ricorso di Telecom Italia s.p.a.. 32. All’accoglimento del ricorso di T.P. segue, invece, la cassazione, in parte qua, della sentenza impugnata e, per non essere necessari ulteriori accertamenti, la Corte, decidendo nel merito, accoglie l’originaria domanda. 33. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo, unitamente alle spese dei gradi di merito nel giudizio fra T.P. e la società; nulla spese in favore della parte rimasta intimata. 34. La circostanza che il ricorso della società sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (sulla ratio della disposizione si rinvia a Cass. Sez. Un 22035/2014 e alle numerose successive conformi). 35. Essendo il ricorso in questione (avente natura chiaramente impugnatoria) da rigettarsi integralmente, deve provvedersi in conformità.

PQM

La Corre rigetta il ricorso proposto dalla società e la condanna al pagamento, in favore di F.M., delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidare in Euro 100,00 per esborsi, Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge, nonchè al rimborso delle spese generali in misura del 15%. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della società ricorrente principale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis. Accoglie il ricorso proposto da T.P., cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, accoglie l’originaria domanda. Condanna la società al pagamento delle spese dell’intero processo, così liquidate: Euro 1.500,00 per il primo grado, di cui Euro 1.100,00 per onorari; Euro 2.700,00 per l’appello, di cui Euro 1.800,00 per onorari; Euro 4.100,00 per il giudizio di legittimità, di cui Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge e rimborso forfetario del 15%.

Così deciso in Roma, il 23 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 7 settembre 2016

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