Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1772 del 24/01/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 24/01/2017, (ud. 17/11/2016, dep.24/01/2017),  n. 1772

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 11891 – 2015 R.G. proposto da:

A.F., – c.f. (OMISSIS) – + ALTRI OMESSI

– ricorrenti –

contro

MINISTERO della GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

Avverso il decreto dei 7.1/13.11.2014 della corte d’appello di Lecce;

Udita la relazione della causa svolta all’udienza pubblica del 17

novembre 2016 dal consigliere dott. Luigi Abete.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso ex lege n. 89 del 2001 alla corte d’appello di Lecce depositato in data 16.2.2012 A.F., + ALTRI OMESSI

Deducevano in particolare che il fallimento era stato dichiarato dal tribunale di Bari con sentenza del 15.1.1996 e non era stato ancora chiuso alla data della proposizione del ricorso ex lege n. 89 del 2001; che A.F., + ALTRI OMESSI

che il “Fondo di Garanzia” dell’I.N.P.S. aveva provveduto al pagamento del t.f.r. e delle ultime tre mensilità; che tuttavia rimanevano creditori per cospicua parte dei rispettivi crediti.

Chiedevano che il Ministero della Giustizia fosse condannato a corrispondere a A.F., + ALTRI OMESSI

Chiedevano che il Ministero della Giustizia fosse condannato a corrispondere a C.D., + ALTRI OMESSI

Resisteva il Ministero della Giustizia.

Con decreto dei 7.1/13.11.2014 la corte d’appello di Lecce condannava il Ministero resistente a pagare a A.F., + ALTRI OMESSI

Dava atto la corte che la durata della procedura fallimentare “presupposta”, alla data di deposito del ricorso ex lege n. 89 del 2001, doveva reputarsi pari, limitatamente a A.F., + ALTRI OMESSI

Dava atto altresì che la ragionevole durata del fallimento “presupposto” era da stimarsi L. n. 89 del 2001, ex art. 2 in sei anni, sicchè la durata irragionevole era pari, per il primo gruppo di ricorrenti, a nove anni e sei mesi e, per il secondo gruppo di ricorrenti, a nove anni.

Indi esplicitava che l’indennizzo poteva determinarsi in Euro 750,00 per i primi tre anni di irragionevole durata ed in Euro 1.000,00 per gli anni successivi.

Avverso tale decreto hanno proposto ricorso sulla scorta di due motivi A.F., + ALTRI OMESSI

Il Ministero della Giustizia non ha svolto difese.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo i ricorrenti denunciano in relazione all’art. 360 c.p.c., commma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, commi 1 e 2, (nel testo applicabile razione temporis), degli artt. 6, par. 1, e 13 della C.E.D.U., dell’art. 115 c.p.c. e degli artt. 1223, 1226 e 2056 c.c..

Deducono che la corte di merito ha indebitamente fatto riferimento alla L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2 bis, nella formulazione introdotta dalla L. n. 134 del 2012inapplicabile ratione temporis al caso di specie.

Deducono che era stata “allegata idonea documentazione che, laddove correttamente considerata, avrebbe portato ad individuare in anni tre la durata ragionevole del giudizio presupposto” (così ricorso, pag. 11); che, al più, la durata ragionevole si specificava in cinque anni.

Deducono che nel caso di specie la corte distrettuale avrebbe dovuto determinare l’indennizzo alla stregua del “parametro tendenziale di Euro 1.200,00/1.500,00 per anno” (così ricorso, pag. 12); che in particolare avevano invocato la liquidazione alla stregua del parametro di Euro 1.200,00 per anno, giacchè si trattava di crediti privilegiati da lavoro subordinato.

Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame dei fatti allegati e provati, tutti decisivi per il giudizio ed oggetto di discussione tra le parti.

Deducono che ai fini della determinazione della durata ragionevole la corte ha disatteso una prova legale, ha reputato irrilevante un mezzo istruttorio, ha valutato illogicamente le risultanze istruttorie.

Deducono che ai fini della determinazione del quantum dell’indennizzo annuo “la pronuncia resa dalla c.d.a. è viziata per illogico esame e valutazione delle risultanze istruttorie” (così ricorso, pag. 19).

Si giustifica la disamina congiunta di ambedue i motivi di ricorso.

Invero anche il primo motivo si qualifica e si specifica essenzialmente in relazione alla previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Entrambi i motivi comunque sono destituiti di fondamento.

Si rappresenta in primo luogo – inapplicabile senza dubbio ratione temporis al caso di specie la L. n. 89 del 2001, art. 2 nella formulazione conseguente al D.Lgs. 22 giugno 2012, n. 83 convertito con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134 giacchè, si ribadisce, l’iniziale ricorso è stato depositato in data 16.2.2012 – che questa Corte spiega, con riferimento al profilo della durata della procedura – presupposta -, che la nozione di “ragionevole durata” non ha carattere assoluto, ma relativo, e non si presta ad una determinazione in termini assoluti, ma è condizionata da parametri fattuali strettamente legati alla singola fattispecie, che impediscono di fissarla facendo riferimento a cadenze temporali rigide; e che la L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2 dispone, difatti, che la ragionevole durata del processo deve essere verificata in concreto, facendo applicazione dei criteri da esso stabiliti, ed impone quindi di avere riguardo alla specificità del caso che il giudice è chiamato a valutare, nonchè ai principi elaborati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dai quali è ben possibile discostarsi, purchè in misura ragionevole e sempre che la relativa conclusione sia confortata da argomentazioni complete, logicamente coerenti e congrue (cfr. Cass. 21.4.2006, n. 9411).

Su tale scorta nondimeno debitamente si rimarca che la determinazione in sei anni della durata ragionevole della procedura fallimentare “presupposta”, quale operata dalla corte territoriale, appieno si iscrive nel solco dell’elaborazione giurisprudenziale di questa Corte di legittimità, a tenor della quale, in tema di equa riparazione per la violazione del termine di durata ragionevole del processo, a norma della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2, la durata delle procedure fallimentari, secondo lo standard ricavabile dalle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo, è di cinque anni nel caso di media complessità ed, in ogni caso, per quelle notevolmente complesse – a causa del numero dei creditori, della particolare natura o situazione giuridica dei beni da liquidare (partecipazioni societarie, beni indivisi, ecc.), della proliferazione di giudizi connessi o della pluralità di procedure concorsuali interdipendenti – è al più di sette anni (cfr. Cass. 28.5.2012, n. 8468).

Si rappresenta in secondo luogo che, in tema di equa riparazione per il mancato rispetto del termine di ragionevole durata del processo ai sensi della L. n. 89 del 2001, il giudice del merito è senza dubbio tenuto, ai fini della liquidazione del danno in via equitativa, a fornire indicazioni sui criteri che lo hanno guidato nel giudicare proporzionata una certa misura del risarcimento (cfr. Cass. 18.2.2013, n. 3934).

Su tale scorta tuttavia del pari debitamente si rimarca che il quantum della liquidazione operata dalla corte leccese puntualmente si conforma ai parametri frutto dell’elaborazione giurisprudenziale di questa Corte di legittimità e della Corte E.D.U., parametri a tenor dei quali la quantificazione del danno non patrimoniale deve essere, di regola, non inferiore a Euro 750.00 per ogni anno di ritardo, in relazione ai primi tre anni eccedenti la durata ragionevole, e non inferiore a Euro 1.000,00 per quelli successivi, in quanto l’irragionevole durata eccedente tale periodo comporta un evidente aggravamento del danno (cfr. Cass. 28.5.2012, n. 8471).

Si rappresenta in terzo luogo che i vizi che ambedue i mezzi di impugnazione veicolano rivestono valenza in relazione alla previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 nella formulazione scaturita del D.Lgs. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134, ed applicabile alle sentenze pubblicate (in generale ai provvedimenti pubblicati) dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione (si ribadisce che il decreto impugnato è dei 7.1/13.11.2014).

In tal guisa innegabilmente rileva l’insegnamento delle sezioni unite di questa Corte di legittimità (il riferimento è a Cass. sez. un. 7.4.2014, n. 8053).

Ovvero l’insegnamento secondo cui, da un canto, la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), (disposta dal D.Lgs. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134) deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione, sicchè, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante. in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali; e secondo cui, propriamente, tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione.

Ovvero l’insegnamento secondo cui, dall’altro, il riformulato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia); con la conseguenza che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

Su tale scorta si rappresenta ulteriormente quanto segue.

Per un verso, che è da escludere recisamente che taluna delle figure di “anomalia motivazionale” destinate ad acquisire significato alla luce dell’indicazione nomofilattica a sezioni unite testè menzionata, possa scorgersi in relazione alle motivazioni cui la corte d’appello ha ancorato il suo dictum.

In particolare, con riferimento al paradigma della motivazione “apparente” – che ricorre allorquando il giudice di merito, pur individuando nel contenuto della sentenza gli elementi da cui ha desunto il proprio convincimento, non procede ad una loro approfondita disamina logico – giuridica, tale da lasciar trasparire il percorso argomentativo seguito (cfr. Cass. 2 1.7.2006, n. 16672) – la corte di merito ha compiutamente ed intellegibilmente esplicitato il percorso argomentativo seguito con motivazione in loto ineccepibile sul piano della correttezza giuridica ed assolutamente congrua e coerente sul piano logico – formale.

E ciò tanto più, si badi, chè la corte territoriale ha da decidere con decreto, sicchè ben può la motivazione assumere caratteri di sommarietà a condizione che si riescano ad individuare – siccome nel caso in esame – almeno per grandi linee ed anche dall’insieme delle indicazioni espresse nel provvedimento, i fondamentali elementi di giudizio sui quali la decisione è basata in tal senso Cass. 18.2.2013, n. 3931).

Segnatamente, siccome si è premesso, la corte distrettuale ha determinato la durata ragionevole ed il quantum dell’indennizzo annuo esplicitamente in linea con l’elaborazione giurisprudenziale di questa Corte di legittimità e della Corte E.D.U. (“pertanto, applicando i criteri suindicati (…)”.. così decreto impugnato, pag. 3; “tenendo presente che la quantificazione del danno non patrimoniale in materia deve mantenersi in relazioni ragionevoli con la somma accordata dalla Corte Europea in casi simili (…)”: così decreto impugnato, pag. 3).

Per altro verso, che la corte di Lecce ha sicuramente disaminato il fatto storico caratterizzante la res litigiosa (ovvero l’asserito sofferto patema d’animo correlato alla pretesa “irragionevole” durata del fallimento “presupposto”).

D’altronde, nella fattispecie i ricorrenti deducono l’omessa ovvero l’erronea valutazione delle risultanze istruttorie (“sulle allegazioni fornite dai ricorrenti, decisive per determinare la durata irragionevole e così l’ammontare dell’indennizzo (…) la C.D.A. omette ogni e qualsiasi esame e corretta valutazione “: così ricorso, pag. 17; “tutti elementi allegati e provati documentalmente, decisivi per il giudizio, non contestati da controparte, ma sui quali la C.D.A. ha omesso ogni e qualsivoglia riferimento e valutazione”: così ricorso, pag. 19).

E tuttavia il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), (che attribuisce rilievo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e presenti carattere decisivo per il giudizio), nè in quello del precedente n. 4), disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4), – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892).

Per altro verso ancora, che la liquidazione dell’indennizzo in conformità agli ordinari parametri viepiù si giustifica, giacchè nella fattispecie, siccome hanno riferito gli stessi ricorrenti (cfr. ricorso, pag. 2), il Fondo di garanzia gestito dall’I.N.P.S. ha provveduto la pagamento del t.f.r. e delle ultime tre mensilità.

Il Ministero della Giustizia non ha svolto difese. Nessuna statuizione pertanto, nonostante il rigetto del ricorso, va assunta in ordine alle spese del presente giudizio.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 10 non è soggetto a contributo unificato il giudizio di equa riparazione ex lege n. 89 del 2001. Il che rende inapplicabile il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (cfr. Cass. sez. un. 28.5.2014, n. 11915).

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta civile – 2 della Corte Suprema di Cassazione, il 17 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 24 gennaio 2017

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