Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17702 del 07/09/2016


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Cassazione civile sez. II, 07/09/2016, (ud. 23/06/2016, dep. 07/09/2016), n.17702

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 14936-2012 proposto da:

IMMOBILIARE SANT’EUSEBIO SRL, (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA DEGLI SCIPIONI 268-A, presso lo studio dell’avvocato

ALESSIO PETRETTI, che lo rappresenta e difende unitamente

all’avvocato CLAUDIO PARODI;

– ricorrente –

contro

C.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ANTONIO

MORDINi 14, presso lo studio dell’avvocato ANTONINO V.E. SPINOSO,

che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato MASSIMO

GRATTAROLA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 33/2012 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 11/01/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

23/06/2016 dal Consigliere Dott. LUIGI GIOVANNI LOMBARDO;

udito l’Avvocato PETRETTI Alessio, difensore del ricorrente che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso e della memoria;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. – C.G. convenne in giudizio la società Immobiliare Sant’Eusebio s.r.l., chiedendo che venisse dichiarato che esso attore aveva acquistato per usucapione la proprietà dei terreni siti nei comuni di (OMISSIS) e la cascina ivi esistente.

La società convenuta resistette alla domanda, chiedendone il rigetto, richiamando quanto stabilito nel lodo arbitrale irrituale tramite il quale i fratelli C.P. (padre dell’attore) C.A., Cu.An. e C.M. erano pervenuti alla divisione dei beni loro comuni; chiese, in via riconvenzionale, la condanna dell’attore al rilascio degli immobili e al risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c..

Il Tribunale di Alessandria rigettò tutte le domande e compensò le spese della lite.

2. – Sul gravame proposto in via principale della società Immobiliare Sant’Eusebio s.r.l. e in via incidentale da C.G., la Corte di Appello di Torino confermò la pronuncia di primo grado.

3. – Per la cassazione della sentenza di appello ricorre la società Immobiliare Sant’Eusebio s.r.l. sulla base di quattro motivi.

Resiste con controricorso C.G..

Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. – Col primo motivo di ricorso, si deduce la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1350 e 1392 c.c. e art. 808-ter c.p.c., per avere la Corte di Appello ritenuto che il negozio divisorio e il lodo fossero opponibili alla società Immobiliare Sant’Eusebio, nonostante che quest’ultima fosse rimasta estranea all’uno e all’altro, in quanto C.M. (che ne era il legale rappresentante) aveva preso parte all’arbitrato irrituale solo in nome proprio e non anche in nome e per conto della società nella forma scritta prescritta, a pena di nullità, per le divisioni aventi ad oggetto beni immobili dall’art. 1350 c.c., n. 11 e per il lodo irrituale dall’art. 808 ter c.p.c..

Il motivo non è fondato.

Va premesso che nel lodo arbitrale venne stabilito che la quota del 50% della società Sant’Eusebio (che era di proprietà della società “Il Forte” srl, di cui i fratelli C. detenevano la totalità delle quote) rimanesse esclusa dalla divisione (v. p. 11-13 della sentenza impugnata); venne stabilito anche che gli immobili oggetto della domanda attorea – che sono di proprietà della società Sant’Eusebio – sarebbero rimasti in gestione ai fratelli C.P. e C.A. in attesa della loro destinazione finale, senza che tale gestione costituisse rapporto di affittanza.

Va ancora premesso che, per pacifica giurisprudenza di questa Corte, l’interpretazione di un atto negoziale costituisce un tipico accertamento di fatto riservato al giudice di merito e incensurabile in sede di legittimità, se non nella ipotesi di violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale di cui all’art. 1362 c.c. e segg. o di motivazione insufficiente o illogica, ossia non idonea a consentire la ricostruzione dell’iter logico seguito per giungere alla decisione (cfr., ex multis, Sez. L, Sentenza n. 17168 del 09/10/2012, Rv. 624346; Sez. 2, Sentenza n. 13242 del 31/05/2010, Rv. 613151).

Orbene, nell’interpretare gli atti arbitrali, la Corte territoriale ha ritenuto che, sebbene C.M. non abbia speso in modo esplicito il nome della società Sant’Eusebio (della quale era legale rappresentante), il fatto che egli abbia agito anche in nome e per conto della detta società (oltre che in nome e per conto proprio) era implicito nell’avvenuta assunzione di un’obbligazione che coinvolgeva la società (quella cioè di lasciare i fratelli P. e A. nella gestione di alcuni beni sociali), obbligazione che C.M. non avrebbe potuto assumere se non nella qualità di amministratore della stessa, qualità quest’ultima ben nota a tutte le altre parti del lodo, che erano peraltro soci della Sant’Eusebio. In sostanza, secondo la Corte di Torino, era pacifico e sottinteso tra te parti – considerate le circostanze richiamate – che C.M., nell’affidare ai fratelli Paolo e Andrea la gestione degli immobili oggetto della presente controversia, agisse anche in nome e per conto della società della quale era amministratore.

Trattasi di interpretazione di atto negoziale conforme ai canoni ermeneutici di cui all’art. 1362 c.c. e segg., retta da motivazione plausibile e non illogica, che rimane pertanto insindacabile in sede di legittimità.

A fronte della conclusione della Corte territoriale secondo cui C.M. agì in nome e per conto della società, rimane assorbita la questione circa l’osservanza della forma scritta; forma che – nella specie -fu osservata, avendo C.M. – come detto – sottoscritto gli atti negoziali anche nella qualità di amministratore della società Sant’Eusebio; e ciò a prescindere dal rilievo che, in ogni caso, il lodo non riguardò la disposizione della proprietà dei beni immobili della società Sant’Eusebio (p. 14 della sentenza impugnata).

2. – Col secondo motivo di ricorso, si deduce la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1418, 1325, 1423 e 1399 c.c., per avere la Corte territoriale ritenuto che la società Immobiliare Sant’Eusebio avesse ratificato per facta concludentia l’operato del suo amministratore, nonostante che non fosse stata osservata la forma scritta.

La censura rimane assorbita nel rigetto del primo motivo, in quanto se – come ritenuto dalla Corte territoriale – C.M. agì in nome e per conto della società Sant’Eusebio, il suo operato negoziale non abbisognava di ratifica.

3. – Col terzo motivo di ricorso, si deduce il vizio di motivazione della sentenza impugnata, per avere la Corte di Appello erroneamente ritenuto che si vertesse in una ipotesi di rappresentanza senza potere per avere C.M. agito come falsus procurator e speso il nome altrui.

Anche tale censura rimane assorbita nel rigetto del primo motivo, alla luce delle ragioni dianzi evidenziate.

4. – Col quarto motivo di ricorso, si deduce il vizio di motivazione della sentenza impugnata, per non avere la Corte territoriale considerato che il lodo non escludeva che potesse essere richiesto il rilascio degli immobili, stabilendo anzi che il rilascio – ove richiesto – era dovuto senza possibilità di eccezioni.

Anche questa censura non può trovare accoglimento.

La Corte territoriale ha evidenziato come il lodo abbia stabilito che gli immobili oggetto del presente giudizio, di proprietà della Immobiliare Sant’Eusebio, sarebbero rimasti nella gestione dei fratelli C.P. e C.A. in attesa della loro destinazione finale (che sarebbe intervenuta con la divisione delle quote societarie), che tale gestione non costituiva rapporto di affittanza e che, pertanto, qualora fosse stato disposto il rilascio degli immobili, tale rilascio non avrebbe potuto trovare ostacolo in alcuna eccezione.

A fronte di tale disposizione del lodo, legittimamente la Corte di Torino ha ritenuto che C.P. e il suo avente causa C.G. avessero titolo per la detenzione e gestione degli immobili oggetto della causa. Invero, dall’esclusione della sussistenza di un rapporto di affittanza non discende affatto il diritto della società Sant’Eusebio di ottenere in qualsiasi momento, ad nutum, il rilascio dei beni, risultando – come evidenziato dalla Corte territoriale – che C.M., in nome e per conto della società Sant’Eusebio, aveva assunto l’obbligazione di lasciare gli immobili nella gestione dei fratelli Paolo e Andrea fino alla divisione degli stessi.

Da ultimo, va rilevato come non possa porsi in dubbio – allo stato -la validità e l’efficacia del lodo, non esistendo a tutt’oggi alcuna pronuncia che lo abbia privato di efficacia giuridica (tale non è la sentenza della Corte di Appello di Torino del 21.3.2016, allegata alla memoria depositata dal resistente, che non risulta passata in cosa giudicata).

5. – Il ricorso deve pertanto essere rigettato, con conseguente condanna della parte ricorrente, risultata soccombente, al pagamento delle spese processuali, liquidate come in dispositivo.

PQM

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in Euro 4.200,00 (quattromiladuecento), di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 23 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 7 agosto 2016

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