Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1768 del 27/01/2020

Cassazione civile sez. I, 27/01/2020, (ud. 12/11/2019, dep. 27/01/2020), n.1768

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DIDONE Antonio – Presidente –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – rel. Consigliere –

Dott. FIDANZIA AndreA – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 34827/2018 proposto da:

K.Y., elettivamente domiciliato in Roma, Via Torino n. 7, presso

lo studio dell’Avvocato Laura Barberio, che lo rappresenta e difende

unitamente all’Avvocato Gianluca Vitale;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in Roma, via dei Portoghesi n.

12, presso l’Avvocatura Generale dello Stato, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– resistente –

e contro

Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione;

– intimato –

avverso la sentenza n. 657/2018 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 10/4/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/11/2019 dal cons. Dott. Alberto Pazzi.

Fatto

RILEVATO

che:

1. il Tribunale di Torino, con ordinanza in data 10 aprile 2017, respingeva il ricorso proposto da K.Y., cittadino del (OMISSIS), avverso il provvedimento di diniego di protezione internazionale emesso dalla competente Commissione territoriale al fine di domandare il riconoscimento dello status di rifugiato politico, del diritto alla protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex artt. 14 e ss. o alla protezione umanitaria previsto del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6;

2. la Corte d’appello di Torino, a seguito dell’impugnazione presentata dal richiedente asilo, rilevava, fra l’altro, che l’appellante aveva dichiarato di aver lasciato il proprio paese di origine per sfuggire alle insistenze del padre affinchè egli desse continuità al suo ruolo sacerdotale di culto tradizionale, osservava che simili dichiarazioni non trovavano corrispondenza nelle informazioni internazionali disponibili e, di conseguenza, riteneva che il migrante non avesse presentato dichiarazioni o documenti idonei a comprovare la sussistenza di atti persecutori perpetrati a suo danno o il rischio di poter subire, in caso di rimpatrio, persecuzione o danno grave;

in virtù di simili argomenti la Corte di merito, con sentenza del 27 aprile 2018, rigettava l’appello proposto da K.Y.;

3. per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso K.Y. prospettando un unico, articolato, motivo di doglianza; l’amministrazione intimata si è costituita al di fuori dei termini di cui all’art. 370 c.p.c. al fine della partecipazione all’eventuale udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

4. il motivo di ricorso presentato denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, agli art. 3, commi 3 e 5, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, commi 2 e 3, art. 27, comma 1-bis, D.P.R. n. 21 del 2015, art. 6, comma 6, e art. 16 Direttiva 2013/32/UE, la violazione dei criteri legali di valutazione della credibilità del richiedente asilo, il quale, pur avendo diritto ad essere sentito in interrogatorio personale su dati e fatti prospettati, non era stato ascoltato dalla corte territoriale, nonostante l’asserita esistenza di dubbi relativi alla sua narrazione, senza che sul punto venisse fornita alcuna giustificazione; nel contempo la Corte d’appello aveva posto a fondamento del giudizio di non credibilità informazioni che non erano state messe a disposizione del migrante affinchè questi potesse confutarne il contenuto o la pertinenza rispetto al suo caso;

5. la doglianza risulta in parte infondata, in parte inammissibile;

5.1 questa Corte, in passato, ha già avuto occasione di spiegare che nel procedimento, in grado d’appello, relativo a una domanda di protezione internazionale, non era ravvisabile una violazione processuale sanzionabile a pena di nullità nell’omessa audizione personale del richiedente, atteso che il rinvio – contenuto nel D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35, comma 13, – al precedente comma 10, che prevedeva l’obbligo di sentire le parti, non si configurava come un incombente automatico e doveroso, ma come un diritto della parte di richiedere l’interrogatorio personale, cui si collegava il potere officioso del giudice d’appello di valutarne la specifica rilevanza (Cass. 24544/2011);

il principio vale a maggior ragione rispetto alle controversie, come quella in esame, che rimangono regolate dal D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 19 dato che la norma, al pari dell’art. 702-quater c.p.c. al quale la stessa rinvia, non fa cenno ad alcun incombente istruttorio a cui la Corte d’appello sia comunque tenuta;

il richiedente asilo non aveva dunque alcun diritto di essere sentito in interrogatorio personale in sede di appello, anche in considerazione del fatto che l’obbligo di audizione deve essere valutato – come è stato precisato dalla decisione della Corte di giustizia dell’Unione Europea, 26 luglio 2017, M.S. contro Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Milano – alla stregua dell’intera procedura di esame della domanda di protezione (par. 42) e sulla base del potere del giudice di esaminare la completa documentazione, che a suo giudizio può ritenere esaustiva (par. 44); 5.2 l’appellante invece, preso atto della valutazione di non credibilità soggettiva espressa dal giudice di primo grado, avrebbe potuto sollecitare il proprio interrogatorio personale all’interno dell’impugnazione al fine di offrire i chiarimenti che avesse ritenuto opportuni e la corte territoriale, a fronte di una simile richiesta, avrebbe avuto l’onere di valutare se l’incombente fosse indispensabile ai fini della decisione, come previsto dall’art. 702-quater c.p.c.;

sul punto tuttavia il ricorrente non assume che la propria richiesta di audizione sia rimasta inascoltata, nè tanto meno indica, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, dove e in quali termini una simile domanda fosse stata presentata, risultando così la critica, sotto questo profilo, inammissibile;

5.3 neppure la procedimentalizzazione legale della decisione in ordine all’affidabilità delle dichiarazioni del migrante prevede l’obbligo di una sua audizione in presenza di contraddizioni, incongruenze o assenza di dettagli all’interno del racconto e quale condizione per la valorizzazione di queste circostanze in termini di inattendibilità;

al contrario il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, stabilisce che il giudice possa direttamente valutare l’affidabilità delle dichiarazioni del migrante tenendo conto della loro coerenza e plausibilità, della mancanza di contraddizioni con informazioni generali e specifiche pertinenti al caso che siano disponibili (lett. c) e dei riscontri effettuati (lett. e);

5.4 allo stesso modo il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, nello stabilire che ciascuna domanda debba essere esaminata alla luce di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel paese di origine del richiedente asilo, impone un obbligo di consultazione di fonti di informazione aggiornate e affidabili che consentano una compiuta contestualizzazione della richiesta di protezione, ma non stabilisce affatto che, su queste fonti di informazione, si apra un contraddittorio con il migrante;

deve dunque escludersi che la valutazione di credibilità e l’utilizzazione al tal fine del contenuto delle fonti di informazione reperite rimangano condizionate alla preventiva audizione del migrante;

6. in forza dei motivi sopra illustrati il ricorso va pertanto respinto;

la costituzione dell’amministrazione intimata al di fuori dei termini previsti dall’art. 370 c.p.c. ed al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione, non celebrata, esime il collegio dal provvedere alla regolazione delle spese di lite.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 12 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2020

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