Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17679 del 25/08/2020

Cassazione civile sez. III, 25/08/2020, (ud. 23/06/2020, dep. 25/08/2020), n.17679

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13499-2017 proposto da:

COMUNE DI ALESSANO, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA E ALBANESE

61/C, presso lo studio dell’avvocato AMOROSO, SIGG.RI

GELODI-AMOROSO, rappresentato e difeso dall’avvocato FERNANDO

AMOROSO;

– ricorrente –

contro

R.C.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GREGORIO

VII, 500, presso lo studio dell’avvocato CORRADO CORRADO,

rappresentato e difeso dall’avvocato VITO FABIO URSO;

– controricorrente –

e contro

AZIENDA SANITARIA LOCALE LECCE, elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA LAURA MANTEGAZZA N 24, presso lo studio dell’avvocato MARCO

GARDIN, rappresentato e difeso dall’avvocato ALFREDO ANTONIO

COLUCCIA;

– resistente –

Nonchè da:

AZIENDA SANITARIA LOCALE LECCE, elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA LAURA MANTEGAZZA N 24, presso lo studio dell’avvocato MARCO

GARDIN, rappresentato e difeso dall’avvocato ALFREDO ANTONIO

COLUCCIA;

– ricorrente incidentale –

e contro

R.C.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GREGORIO

VII, 500, presso lo studio dell’avvocato CORRADO CORRADO,

rappresentato e difeso dall’avvocato VITO FABIO URSO;

– controricorrente –

COMUNE DI ALESSANO;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1163/2016 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata 28/11/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/06/2020 dal Consigliere Dott. STEFANO GIAIME GUIZZI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SOLDI ANNA MARIA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Il Comune di Alessano ricorre, sulla base di due motivi, per la cassazione della sentenza n. 1163/16, del 28 novembre 2016, della Corte di Appello di Lecce, che – respingendo sia il gravame principale, esperito dall’odierno ricorrente, che quello incidentale della Azienda Sanitaria Locale di Lecce (d’ora in poi, “ASL Lecce”) avverso la sentenza n. 343/12, del 20 novembre 2012, del Tribunale di Lecce, sezione distaccata di Tricase – ha confermato la condanna, in solido, del predetto Comune e dell’ASL Lecce a risarcire il danno subito da R.C.D., a causa della caduta al suolo, mentre era alla guida di una bicicletta, per la presenza sulla sede stradale di un cane di grossa taglia che gli tagliava strada.

2. Riferisce, in punto di fatto, il ricorrente che il R. ebbe a convenirlo in giudizio, unitamente alla ASL Lecce, per ottenere il ristoro dei danni conseguenti alle lesioni personali subite a causa della presenza, alle ore 17.00 del giorno (OMISSIS), di un cane di grossa taglia all’altezza del (OMISSIS), in località di (OMISSIS).

Nell’iniziale contumacia di esso Comune di Alessano, la causa veniva istruita anche attraverso la prova per interpello e testi, nonchè mediante lo svolgimento di CTU medico-legale.

Accolta la domanda risarcitoria dal primo giudice (che rigettava l’eccezione di difetto di legittimazione del Comune di Alessano, nel frattempo costituitosi in giudizio), il gravame esperito, in via di principalità, dall’odierno ricorrente – come quello incidentale della ASL Lecce – veniva respinto dal giudice di appello, che confermava la condanna, in solido, dei due enti convenuti.

3. Avverso la pronuncia della Corte salentina ricorre per cassazione il Comune di Alessano, sulla base – come detto – di due motivi.

3.1. Con il primo motivo si deduce violazione e falsa applicazione della L.R. Puglia 3 aprile 1995, n. 12, artt. 2,3,6,8 e 9 nonchè omessa valutazione di punti decisivi della controversia, oltre che violazione dei principi di diritto regolatori della materia.

Il ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui afferma la responsabilità concorrente di esso Comune e della ASL Lecce, rilevando come gli enti comunali – diversamente da quanto ritenuto dalla Corte territoriale – non abbiano alcuna competenza nel recupero di cani randagi.

Difatti, ai sensi della L.R. pugliese n. 12 del 1995, è a carico delle ASL territorialmente competenti – individuate come enti strumentali, cui spetta l’esercizio delle funzioni di vigilanza in materia – sia la tenuta dell’anagrafe dei cani randagi, che, soprattutto, il loro recupero sul territorio, dovendo i Comuni solo costituire, mantenere e gestire i rifugi ove ospitare gli animali catturati.

Di ciò, del resto, offrirebbe conferma la giurisprudenza di questa Corte (sono citate Cass. Sez. 3, sent. 7 dicembre 2005, n. 27001, nonchè Cass. Sez. 3, sent. 3 aprile 2009, n. 8137), mentre non conferenti sarebbero i precedenti citati dalla sentenza impugnata, perchè relativi a fatti verificatesi nella Regione Campania, e quindi sotto la vigenza di altra legislazione regionale.

3.2. Con il secondo motivo si deduce violazione e falsa applicazione della L.R. Puglia 3 aprile 1995, n. 12, artt. 2 e 6 oltre che degli artt. 1218,2043 e 2051 c.c., nonchè omessa valutazione di punti decisivi della controversia, ed infine, violazione dei principi di diritto regolatori della materia.

Nel ribadire l’estraneità dei Comuni – nel territorio regionale pugliese – all’attività di recupero dei cani randagi (e, quindi, il proprio difetto di legittimazione passiva), il ricorrente sottolinea, in ogni caso, l’insussistenza dei presupposti per affermare la sua responsabilità, ai sensi degli artt. 2043 e/o 2051 c.c.

In relazione, infatti, alla prima delle norme citate, si sottolinea come esso Comune di Alessano avesse assolto il proprio dovere di segnalazione della presenza di cani randagi nella zona teatro del sinistro, se è vero che – come confermato dalla deposizione della teste P. – circa un mese prima del sinistro i veterinari della ASL Lecce ebbero ad intervenire (riuscendo, peraltro, nella cattura di un solo esemplare) proprio su segnalazione della polizia municipale del predetto Comune.

Nè, d’altra parte, sarebbe configurabile – assume sempre il ricorrente – una propria responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c., giacchè l’improvviso attraversamento della sede stradale da parte del randagio integrerebbe gli estremi del “caso fortuito”, idoneo ad escludere la responsabilità ai sensi della norma suddetta.

4. La ASL Lecce ha resistito, con controricorso, all’avversaria impugnazione, chiedendone la declaratoria di inammissibilità ovvero, in subordine, di infondatezza, nonchè esperendo ricorso incidentale, sulla base di due motivi.

4.1. In relazione all’avversaria impugnativa, la controricorrente censura l’inesattezza dell’operazione ermeneutica del Comune di Alessano, in quanto fondata su pronunce risalenti nel tempo ed ormai superate dalla giurisprudenza sia di merito che di legittimità.

4.2. L’ASL Lecce, come detto, ha proposto anche ricorso incidentale.

4.2.1. Quanto al primo motivo, esso deduce violazione e falsa applicazione della L.R. Puglia 3 aprile 1995, n. 12, artt. 2, 3, 4,6,8 e 9 e dell’art. 2043 c.c.

In particolare, la controricorrente evidenzia come, nella Regione Puglia, il compito di vigilare sul fenomeno del randagismo sia demandato – dalla citata legge regionale – ai Comuni, giacchè attinente alla funzione di governo del territorio, di esclusiva competenza degli Enti territoriali. D’altra parte, la previsione dell’obbligo per i Comuni di munirsi di una polizza per eventuali danni subiti da terzi confermerebbe la volontà del legislatore regionale di individuare negli stessi gli enti responsabili verso i cittadini. Di conseguenza, l’unico soggetto legittimato rispetto alla pretesa risarcitoria azionata dal R. avrebbe dovuto essere individuato nel Comune di Alessano.

Nè, in senso contrario, ovvero per affermare una responsabilità concorrente anche di essa controricorrente, si potrebbe fare leva su compiti di recupero degli animali vaganti che l’art. 6 menzionata L.R. pone a carico delle ASL. Infatti, l’assolvimento dello stesso presuppone che sia stato previamente adempiuto – da parte dei Comuni – l’obbligo di mettere a disposizione un’adeguata struttura per il ricovero degli esemplari catturati, circostanza della quale non vi sarebbe prova nel caso di specie, visto che solo nel ricorso esperito dal Comune di Alessano (e non in altri atti processuali) si è fatto riferimento all’esistenza di un canile “situato alla (OMISSIS)”.

Che quella prevista dalla legislazione regionale sia una responsabilità di tipo “sequenziale”, nel senso che la posizione di garanzia delle ASL sorge solo a seguito dell’adempimento, da parte dei Comuni, dei propri obblighi, sarebbe confermato dalla recente Delib. Regione Puglia 4 luglio 2013, n. 1123. Essa, infatti, ha ribadito che “restano di competenza dei Servizi Veterinari della ASL le attività di accalappiamento, di cui alla L.R. n. 12 del 1995, art. 6 che vengono attivate esclusivamente su specifica segnalazione delle Amministrazioni Locali e/o delle Forze dell’Ordine”.

D’altra parte, l’esclusiva responsabilità Comuni pugliesi, per i danni causati da animali randagi, sarebbe stata affermata dalla più recente giurisprudenza di legittimità (è citata Cass. Sez. 3, sent. 12 febbraio 2015, n. 2741), oltre che della Corte salentina.

4.2.2. Il secondo motivo di ricorso incidentale deduce omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, ovvero, in particolare, omessa valutazione della dichiarazione testimoniale del Dott. G.S…

Si censura la sentenza impugnata nella parte in cui esclude che, pur in difetto di preventiva segnalazione da parte del soggetto a ciò tenuto – nella specie, il Comune di Alessano – circa la presenza di cani randagi nella zona teatro del sinistro, la ASL sarebbe stata esonerata da responsabilità per mancata cattura.

A tale conclusione la Corte territoriale sarebbe erroneamente pervenuta valorizzando la deposizione della teste P. (secondo cui “anche i servizi sanitari locali erano al corrente della presenza di cani randagi e della conseguente situazione di pericolo nella zona in cui si è verificato il sinistro”), omettendo di valutare, da un lato, come il teste G. avesse riferito, per contro, che solo verso la fine del mese di (OMISSIS) – e dunque dopo il sinistro – pervenne la segnalazione relativa alla presenza di animali randagi, nonchè, dall’altro, che la stessa teste P. ha riferito di interventi eseguiti, anche prima dell’incidente di cui fu vittima il R., dal servizio veterinario e che condussero alla cattura di un animale.

Infine, la ricorrente assume come mai provata la natura randagia dell’animale che provocò il sinistro.

5. Il R. ha resistito, con due distinti controricorsi, sia all’impugnazione principale del Comune di Alessano che a quella incidentale della ASL Lecce, chiedendo, in relazione a entrambe, la declaratoria di inammissibilità ovvero, in subordine, di infondatezza.

Quanto al ricorso principale, il R. evidenzia, preliminarmente, l’erroneità dell’assunto del Comune, secondo cui la legislazione regionale prevederebbe a carico dei Comuni solo la costituzione, il mantenimento e la gestione dei canili e rifugi, ma giammai la vigilanza sul fenomeno del randagismo. In disparte, infatti, il rilievo – che sarebbe stato ben colto dalla sentenza impugnata – circa l’assenza di allegazione e prova in ordine alla predisposizione di strutture idonee al ricovero degli animali catturati (ciò che renderebbe il Comune “per ciò stesso, colpevole del danno prodotto a terzi da cani randagi”), la lettura del dettato normativo proposta dal ricorrente non terrebbe conto della legge quadro nazionale, ovvero della L. 14 agosto 1991, n. 281, “sovraordinata rispetto ai recepimenti regionali”.

D’altra parte, l’esistenza di una concorrente responsabilità di Comuni e ASL – proprio con riferimento a sinistri verificatisi sul territorio pugliese – sarebbe stata affermata da questa Corte con la già citata sentenza 12 febbraio 2015, n. 2741.

Nello stesso senso, poi, convergerebbe la modifica apportata – dalla L.R. 9 agosto 2006, n. 26, art. 2, comma 1, lett. b), – alla L.R. n. 12 del 1995, art. 5 che fa carico, ai Comuni, di munirsi di una polizza per eventuali danni cagionati a terzi da cani randagi. Senza, infine, tacere del fatto che il Comune di Allessano, nel rammentare di aver adempiuto attraverso la polizia municipale – in passato, e dietro sollecitazione di cittadini residenti nella zona del sinistro – all’obbligo di segnalazione della presenza di cani vaganti, implicitamente confermerebbe la propria legittimazione passiva.

In relazione, invece, al ricorso incidentale, il R. sottolinea che dall’esame del complessivo materiale istruttorio emerga come la ASL Lecce – a prescindere dalla comunicazione da parte del Comune di Alessano (intervenuta dopo il sinistro del (OMISSIS)) – avesse avuto, anche nell’imminenza dell’occorso, plurime segnalazioni circa la presenza, nel luogo teatro del sinistro, di cani randagi, assicurando, però, la cattura di un solo esemplare. Tanto basterebbe, pertanto, per ritenere corretta l’affermazione della sua responsabilità, dovendo condividersi il rilievo – espresso dalla Corte territoriale – secondo cui la necessità di attivarsi per la cattura dei randagi non postula, necessariamente, che la relativa segnalazione debba provenire dai Comuni, pur essendo essi preposti, in materia, alla vigilanza, atteso che tale tesi sarebbe priva di qualsiasi riscontro normativo.

6. Il Collegio preliminarmente rileva che la trattazione dei presenti ricorsi – già rimessa a questa Sezione dalla Sesta Sezione, a norma dell’art. 380-bis c.p.c., comma 3, – era stata fissata per l’udienza pubblica dell’11 marzo 2020, la quale è stata, però, rinviata d’ufficio, in forza della legislazione emergenziale di contrasto dell’epidemia da “Covid-19”.

Osserva, altresì, che, secondo il decreto del Primo Presidente n. 76 del 2020 (che richiama il precedente decreto n. 55 del 2020) una nuova trattazione in pubblica udienza non avrebbe potuto fissarsi se non dopo il 31 luglio 2020. Rileva, pertanto, che la trattazione è stata fissata nell’odierna adunanza camerale al fine di assicurare una sollecita trattazione dopo la stasi determinata dalla suddetta emergenza e considera, infine, che – in assenza di rilievi formulati dalle parti e dal Pubblico Ministero, sia adducendo l’esistenza del provvedimento del Primo Presidente come giustificativa della rinnovazione della trattazione solo in pubblica udienza, sia adducendo la rimessione da parte della Sesta Sezione – nulla osti alla presente trattazione camerale.

7. E’ intervenuto in giudizio il Procuratore Generale della Repubblica presso questa Corte, in persona di un suo sostituto, per chiedere l’accoglimento del ricorso principale (e il rigetto dell’incidentale), sul presupposto che, in relazione ad analoga vicenda, nella quale era stata ipotizzata la responsabilità proprio del Comune di Alessano sempre in relazione a danni cagionati da cani randagi, la stessa è stata esclusa da questa Corte (si tratta, in particolare di Cass. Sez. 3, sent. 28 giugno 2018, n. 17060).

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

9. Il ricorso principale va rigettato.

10. Nel procedere allo scrutinio dei motivi nei quali esso si articola va premesso che l’impugnata sentenza della Corte salentina, si fonda – quanto alla riconosciuta responsabilità del Comune di Alessano – su una duplice “ratio decidendi”. Essa, invero, ha basato la condanna di tale ente, sia sull’affermazione – censurata con il primo motivo di ricorso principale (e da ritenere errata, per le ragioni di cuiò si dirà) che il Comune fosse tenuto al recupero dei randagi, sia sul rilievo che non avesse assolto l’obbligo di segnalazione, alla ASL di Lecce, della presenza degli animali, se non dopo il sinistro occorso al R., e pur essendone preventivamente informato.

Orbene, resistendo tale seconda “ratio” alla censura formulata, in particolare con il secondo motivo del ricorso principale, non vi è ragione per cassare la sentenza impugnata.

10.1. Tanto preliminarmente precisato, sebbene la censura formulata con il primo motivo di ricorso sia fondata, l’accoglimento della stessa, come detto, non giova al ricorrente principale.

10.1.1. Invero, che la responsabilità del Comune di Alessano come di qualsiasi altro Comune della Regione Puglia – non possa essere fondata, in relazione ai danni cagionati da cani randagi, in ragione di un (inesistente) obbligo di recupero, è conclusione già raggiunta da questa Corte nell’arresto citato dal Procuratore Generale, nonchè dallo stesso ricorrente principale nella memoria depositata nell’imminenza dell’adunanza camerale del 23 giugno (si tratta, come detto, Cass. Sez. 3, sent. 28 giugno 2018, n. 17060, Rv. 649513-01).

Tale arresto ha, innanzitutto, rilevato che “la responsabilità per i danni causati dagli animali randagi deve ritenersi disciplinata dalle regole generali di cui all’art. 2043 c.c., e non dalle regole di cui all’art. 2052 c.c., che non sono applicabili in considerazione della natura stessa di detti animali e dell’impossibilità di ritenere sussistente un rapporto di proprietà o di uso in relazione ad essi, da parte dei soggetti della pubblica amministrazione preposti alla gestione del fenomeno del randagismo” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 17060 del 2018, cit., che richiama Cass. Sez. 3, ord. 31 luglio 2017, n. 18954, Rv. 645379-01, nello stesso senso si veda anche Cass. Sez. 3, ord. 11 dicembre 2018, n. 31957, Rv. 651948-01).

Da tale premessa essa ha tratto la conseguenza che, nella fattispecie di illecito aquiliano che viene così configurandosi, “l’individuazione dell’ente cui le leggi nazionali e regionali affidano in generale il compito di controllo e gestione del fenomeno del randagismo rileva non sul piano della colpa, ma dell’imputazione della responsabilità omissiva sul piano causale”, nel senso che non può essere “la mera inosservanza dell’obbligo giuridico di provvedere alla cattura dell’animale randagio ad integrare la colpa”, dovendo, invece, l’omissione “essere espressione di un comportamento colposo dell’ente preposto, quale il non essersi adeguatamente attivato per la cattura nonostante l’esistenza di specifiche segnalazioni della presenza abituale”, giacchè, altrimenti, si cadrebbe “in un’ipotesi di responsabilità oggettiva da custodia di cui agli artt. 2051,2052 e 2053 c.c.” (così, nuovamente, Cass. Sez. 3, sent. n. 17060 del 2018, cit.).

In base a questa impostazione, poichè è la “esistenza dell’obbligo giuridico” che “fonda l’antigiuridicità della condotta omissiva” (e ciò “nel senso che l’efficienza dell’omissione sul piano causale rispetto all’evento dannoso diventa giuridicamente rilevante ai fini dell’imputazione dell’evento in presenza dell’obbligo giuridico di impedire l’evento, secondo il paradigma dell’art. 40 c.p., comma 2”), occorre “analizzare la normativa regionale caso per caso per dirimere la controversia in ordine a quale ente sia ascrivibile la responsabilità civile” per danni da mancata cattura di animale randagio (ancora una volta, Cass. Sez. 3, sent. n. 17060 del 2018, cit.).

Orbene, con riferimento alla normativa regionale pugliese (L.R. 3 aprile 1995, n. 12, in particolare art. 6), “risulta evidente che funzione tipica dell’obbligo giuridico di recupero dei cani randagi a carico dei Servizi veterinari delle ASL è quella di prevenire eventi dannosi quale quello per cui è causa”, sicchè il solo “punto da chiarire è se, in base a diverso titolo, ricorra anche l’obbligo giuridico del Comune”, la cui eventuale “responsabilità va misurata non con riferimento ai controlli connessi all’attuazione della L. n. 12 del 1995, previsti dall’art. 2, che sono esercitati mediante pur sempre l’Azienda sanitaria locale ed hanno carattere eminentemente amministrativo, ma con riferimento all’obbligo di costruzione o risanamento dei canili sanitari esistenti e di gestione degli stessi”, ex art. 8 citata L.R. (nuovamente, Cass. Sez. 3, sent. n. 17060 del 2018, cit.).

Su tali basi, dunque, e non senza rammentare l’esistenza – sempre con riferimento alla legislazione regionale pugliese – di un precedente, diverso, arresto di questa Corte (Cass. Sez. 3, sent. 12 febbraio 2015, n. 2741, non massimata, peraltro dissonante con quanto già affermato da Cass. Sez. 3, sent. 7 dicembre 2005, n. 27001, Rv. 586412-01, nonchè Cass. Sez. 3, sent. 3 aprile 2009, n. 8137, Rv. 607521-01, pronunce ambedue richiamate dall’odierno ricorrente nel proprio atto di impugnazione), il citato arresto ha concluso che l’obbligo giuridico “di costruzione e gestione di canili sanitari per l’accoglienza di cani vaganti”, sebbene “astrattamente suscettibile di integrare il requisito di antigiuridicità di un contegno omissivo ai fini dell’imputazione causale di un evento dannoso, o anche il requisito soggettivo di una condotta colposa da identificare con la mera inosservanza di legge se le circostanze lo consentono”, resta, nondimeno, “estraneo alla funzione tipica della prevenzione dei rischi derivanti dal randagismo, di cui è espressione l’evento dannoso per cui è causa, in quanto non comporta l’obbligo dell’attività di recupero, ma solo quello di accoglienza dei cani randagi” (così, conclusivamente, Cass. Sez. 3, sent. n. 17060 del 2018, cit.).

10.1.2. Tali conclusioni, tuttavia, non giovano all’odierno ricorrente principale, e ciò in ragione – come anticipato – della presenza, nella sentenza impugnata, di una seconda “ratio decidendi” a fondamento della sua riconosciuta responsabilità.

Il riferimento è alla ritenuta violazione, da parte dell’odierno ricorrente, dell’obbligo di segnalazione della presenza dei randagi proprio nella zona in cui ebbe a verificarsi il sinistro per cui è causa, obbligo – da ricondurre a quello di vigilanza, imposto ai Comuni pugliesi dalla già citata L.R. n. 12 del 1995, art. 2 – che la decisione della Corte salentina attesta, infatti, essere stato tardivamente adempiuto, ovvero solo in data successiva a quella dell’incidente occorso al R..

10.2. Nè, d’altra parte, a “scalfire” tale aggiuntiva “ratio decidendi”, è idoneo il secondo motivo di ricorso principale, che si presenta, infatti, inammissibile.

10.2.1. Il motivo, infatti, prospetta – innanzitutto – un vizio di violazione di legge, in relazione alla L.R. Puglia n. 12 del 1995, artt. 2 e 6 oltre che degli artt. 1218,2043 e 2051 c.c., formulando, però, una censura che fuoriesce dalla previsione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)

Difatti, “il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta al sindacato di legittimità” (da ultimo, “ex multis”, Cass. Sez. 1, ord. 13 ottobre 2017, n. 24155, Rv. 645538-03, nonchè Cass. Sez. 3, ord. 13 marzo 2018, n. 6035, Rv. 648414-01).

Nella specie, il ricorrente principale, lungi dal contestare l’interpretazione che dell’art. 2 L.R. suddetta ha fornito il giudice di appello (e secondo cui il dovere di vigilanza sul fenomeno del randagismo, da parte dei Comuni, implica una pronta segnalazione della presenza di animali vaganti al servizio veterinario della ASL territorialmente competente), anche in chiave di errata applicazione dell’art. 2043 c.c., contesta – attraverso, appunto, una rilettura delle risultanze istruttorie – di essere stata inadempiente, assumendo di aver provveduto alla dovuta segnalazione già prima del sinistro che occorse al R..

10.2.2. Quanto, d’altra parte, alla dedotta omessa valutazione di punti decisivi della controversia, la censura si palesa del pari inammissibile.

A prescindere, per vero, dalla circostanza – in sè, peraltro, non ostativa all’ammissibilità della censura, visto che il requisito della specificità del motivo non va “inteso quale assoluta necessità di formale ed esatta indicazione dell’ipotesi, tra quelle elencate nell’art. 360 c.p.c., comma 1 (così, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. 24 luglio 2013, n. 17931, Rv. 627268-01) – che il ricorrente neppure richiama l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), l’inammissibilità della censura deriva dalla circostanza che, a norma dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, occorre che venga dedotto non solo quale sia il fatto “omesso” e la sua “decisività”, ma anche – ciò che non risulta avvenuto nel caso che occupa – il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, e soprattutto il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale (cfr., Cass. Sez. Un., sent. 7 aprile 2014, n. 8054, Rv. 629831-01; in senso conforme, tra le altre, Cass. Sez. 3, sent. 11 aprile 2017, n. 9253, Rv. 643845-01; Cass. Sez. 6-3, ord. 10 agosto 2017, n. 19987, Rv. 645359-01; Cass. Sez. 2, ord. 28 ottobre 2018, n. 27415, Rv. 65102801).

11. Il ricorso incidentale va, del pari, rigettato.

11.1. Il primo motivo non è, infatti, fondato.

Si è già detto come anche i più recenti arresti della giurisprudenza di questa Corte ribadiscano, quanto alla legislazione vigente nella regione Puglia, che “funzione tipica dell’obbligo giuridico di recupero dei cani randagi a carico dei Servizi veterinari delle ASL è quella di prevenire eventi dannosi quale quello per cui è causa”, tanto bastando, dunque, ai fini dell’affermazione della responsabilità dell’odierna ricorrente incidentale, visto che è “l’esistenza dell’obbligo giuridico” a fondare “l’antigiuridicità della condotta omissiva”, e ciò “nel senso che l’efficienza dell’omissione sul piano causale rispetto all’evento dannoso diventa giuridicamente rilevante ai fini dell’imputazione dell’evento in presenza dell’obbligo giuridico di impedire l’evento, secondo il paradigma dell’art. 40 c.p., comma 2” (Cass. Sez. 3, sent. n. 17060 del 2018, cit.).

Nè a diversa conclusione potrebbe pervenirsi in base all’argomento, prospettato dalla ricorrente incidentale, secondo cui l’obbligo di cattura, per essere esigibile, presupporrebbe essere stato previamente assolto, da parte dei Comuni, quello di predisporre strutture per il ricovero degli animali catturati, perchè ciò equivarrebbe a legittimare – in un vero e proprio circolo vizioso (in pregiudizio dell’incolumità dei terzi) – prassi reciprocamente lassiste delle amministrazioni competenti, a vario titolo, a fronteggiare il fenomeno del randagismo.

11.2. Il secondo motivo è, invece, inammissibile.

Sul punto, infatti, dirimente è il rilievo che “l’omesso esame di elementi istruttori non integra di per sè vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie” (così, in motivazione, da ultimo, Cass. Sez. Un., sent. 27 dicembre 2019, n. 34476, Rv. 656492-03).

In ogni caso, dalla deposizione del teste G. emerge come, da parte del Comune, la ASL fu informata, soltanto dopo il sinistro oggetto di causa, della presenza di randagi sul luogo teatro dello stesso, mentre la medesima testimonianza non smentisce la circostanza, emergente dal restante materiale probatorio (e, in particolare, dalla deposizione della teste P.), che la ASL, anche prima del sinistro, avesse acquisito “aliunde” quella stessa informazione, senza provvedere a tempestivamente attivarsi.

12. Ricorrono giusti motivi per compensare integralmente, tra tutte le parti, le spese del presente giudizio, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2, (nel testo sostituito dalla L. 28 dicembre 2005, n. 263, art. 2, comma 1, lett. a, applicabile “ratione temporis”, essendo stato il giudizio di primo grado instaurato il 2 febbraio 2009), motivi da individuarsi nell’esistenza – al momento della proposizione dei ricorsi di indirizzi non univoci, anche nella giurisprudenza di questa Corte, in merito all’individuazione del soggetto tenuto a risarcire i danni connessi al fenomeno del randagismo.

13. A carico del ricorrente principale e della ricorrente incidentale sussiste l’obbligo di versare l’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale e quello incidentale, compensando integralmente tra tutte le parti le spese del presente giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e della ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello eventualmente dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, all’esito di adunanza camerale della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 23 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 25 agosto 2020

 

 

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