Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1766 del 20/01/2022

Cassazione civile sez. II, 20/01/2022, (ud. 03/11/2021, dep. 20/01/2022), n.1766

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – rel. est. Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a., con sede in (OMISSIS), in

persona del procuratore Avv. C.L., come da atto per notaio

Dott. Z.M. di (OMISSIS) del 12.5.2014, rep. n. (OMISSIS), e

Fondazione Monte dei Paschi di Siena, con sede in (OMISSIS), in

persona del suo presidente prof. Avv. Cl.Ma.,

rappresentate e difese per procura alle liti in calce al ricorso

dagli Avvocati Vittorio Gesmundo, e Pietro Cavasola, elettivamente

domiciliate presso lo studio di quest’ultimo in Roma, via A. De

Pretis n. 86.

– ricorrenti –

contro

R.I., S.U.A., e S.G.,

rappresentati e difesi per procura alle liti allegata al

controricorso dall’Avvocato Antonino Mirone Costarelli,

elettivamente domiciliati presso la sig.ra Antonia De Angelis, in

Roma, via Portuense n. 104.

– controricorrenti –

e

A.N., F.F., Fa.Vi., So.Ca.,

T.G., M.R., L.L.M.R., L.L.A.,

La.Lo.Al., L.L.G., H.T., quale curatrice

dell’eredità giacente di Co.Di., Co.Ma.,

Si.An.Al., G.E., G.L., G.M.,

G.S..

– intimati –

avverso la sentenza n. 781 della Corte di appello di Palermo,

depositata il 21.4.2017.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

3.11.2021 dal Consigliere relatore Dott. Mario Bertuzzi.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

Con sentenza del 1994 il Tribunale di Catania condannò il Monte dei Paschi di Siena a pagare la somma di Lire 1.101.273.000 all’avv. Salantro Niccolò, a titolo di compenso per l’attività di consulenza ed assistenza legale prestata in ordine all’operazione di fusione per incorporazione della Banca Popolare di Sicilia con il Monte dei Paschi di Siena.

Decidendo sul gravame la Corte di appello, con sentenza del 1998, liquidò in favore del professionista la minor somma di Lire 300.000.000, reputando di non applicare la tariffa forense per contrasto con il Trattato CEE.

La sentenza di appello fu cassata con sentenza del n. 11031 del 2003 di questa Corte, che dichiarò insussistente il suddetto contrasto normativo e rinviò la causa per la determinazione del compenso spettante all’avv. S. ai sensi dell’art. 2233 c.c..

La Corte di appello di Palermo, in sede di rinvio, con sentenza n. 787 del 12.5.2006 respinse l’appello principale della Banca Monte dei Paschi di Siena e quello incidentale dell’avv. S..

Interposto ricorso per cassazione, questa Corte con sentenza n. 14800 del 2014 cassò anche questa sentenza e dispose un nuovo rinvio della causa, rilevando che il giudice a quo aveva applicato la tariffa professionale senza valutare il necessario rapporto di proporzionalità tra la prestazione effettivamente eseguita dal professionista e la misura del compenso che gli andava riconosciuto.

Con sentenza n. 781 del 21.4.2017 la Corte di appello di Palermo, quale giudice del rinvio, decise la causa confermando la sentenza della stessa Corte n. 787 del 2006. La Corte palermitana, premesso che andava “riconosciuto il carattere unitario della prestazione del S., da inquadrarsi come assistenza alla stipulazione del contratto di fusione”, motivò la sua decisione rilevando che l’attività dallo stesso prestata era intervenuta in una fase avanzata delle trattative pendenti tra i due istituti di credito ed era durata un breve lasso di tempo (dal 7 aprile al 31 maggio 1990) e che tali elementi giustificavano, in base ad un giudizio di proporzionalità, l’applicabilità del compenso nella misura dello 0,50% del valore della pratica, tenuto conto che la tariffa approvata con D.M. 31 ottobre 1985, lo prevedeva tra lo 0,25% ed il 2% e che l’ammontare del contratto di fusione corrispondeva a 200 miliardi di Lire.

Per la cassazione di questa sentenza, notificata il 3.5.2017, hanno proposto ricorso, con atto notificato 7. 2017, la Banca Monte dei Paschi di Siena e la Fondazione Monte dei Paschi di Siena, sulla base di tre motivi.

Resistono con controricorso R.I., S.U.A., S.G., già costituiti nei precedenti giudizi quali eredi di S.N., mentre gli altri intimati, chiamati in causa dal Monte dei Paschi di Siena, non hanno svolto attività difensiva.

La causa è stata avviata in decisione in adunanza camerale non partecipata. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Il primo motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 2233 c.c., nonché del R.D. n. 1578 del 1933, artt. 24, 58 e 60, anche in relazione alla tariffa per prestazioni stragiudiziali di cui al D.M. 24 novembre 1990, n. 392, violazione dell’art. 2909 c.c. e del principio di diritto affermato dalla sentenza n. 14800 del 2014 della Corte di cassazione, violazione e falsa applicazione dell’art. 384 c.p.c., difetto assoluto di motivazione, omesso esame di un punto decisivo.

Il mezzo censura la sentenza impugnata per non avere adempiuto alle disposizioni dettate dalla sentenza n. 14800 del 2014 della Corte di cassazione in sede di rinvio della causa, omettendo di svolgere una compiuta valutazione del rapporto di proporzionalità tra l’attività prestata dall’avv. S. e la misura del compenso che a lui andava riconosciuto, trascurando di motivare l’applicazione del parametro utilizzato dello 0,50% del valore dell’affare.

Il mezzo è infondato.

Va premesso che con la sentenza n. 14800 del 2014 questa Corte aveva cassato la sentenza della Corte di appello di Palermo n. 787 del 2006 per la ragione che essa, pur partendo dalla premessa condivisibile che l’accertamento compiuto nei pregressi gradi di merito, in ordine alla natura e alle caratteristiche dell’attività professionale svolta, è ormai intangibile, nel senso che la medesima attività “andava considerata unitariamente e valutata, nel suo complesso, come assistenza alla stipulazione del contratto di fusione”, ne aveva tratto la conseguenza che non residuasse spazio per una nuova valutazione dell’attività svolta dal professionista. Al contrario questa Corte rilevava che la questione relativa all’inquadramento della attività professionale nell’ambito della operazione di fusione tra le due banche, era indipendente dal tema, che invece aveva assunto un ruolo centrale nell’evolversi del giudizio, della valutazione diretta a verificare il necessario ed imprescindibile rapporto di proporzionalità che deve sussistere tra l’attività prestata e la misura del compenso, tema che, merita aggiungere, era stato posto proprio dalle difese della Banca, che aveva contestato il quantum della pretesa in relazione alla reale consistenza dell’attività professionale espletata. Tanto precisato, le censure rivolte alla sentenza impugnata di violazione delle disposizioni adottate da questa Corte in sede di rinvio sono infondate, atteso che la Corte distrettuale ha proceduto alla valutazione demandatale, prendendo in considerazione l’attività effettivamente svolta dall’avv. S., che ha compiutamente descritto, e quindi formulato con riguardo ad essa un giudizio di proporzionalità ai fini della misura del compenso, che, in un range tra lo 0,25 ed il 2%, ha determinato nella percentuale dello 0,50%.

La censura sollevata dalle ricorrenti in ordine alle mancata giustificazione di tale scelta non è solo infondata, avendo la Corte motivato al riguardo, ma altresì inammissibile, tenuto conto del principio già precisato da questa Corte, secondo cui la determinazione degli onorari di avvocato, anche in materia stragiudiziale, integra esercizio di un potere discrezionale del giudice che, se contenuto tra il minimo ed il massimo della tariffa, non richiede specifica motivazione e non può formare oggetto di sindacato in sede di legittimità (Cass. n. 11583 del 2004; Cass. n. 7527 del 2002). Al pari non si configurano ammissibili le altre doglianze che lamentano un vizio di insufficiente motivazione, non rientrando tale figura nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., n. 5, il cui testo attuale è applicabile nel caso di specie, in base al principio generale in materia processuale secondo cui gli atti sono disciplinati dalla legge in vigore nel momento in cui sono compiuti e della considerazione che il giudizio di rinvio integra una nuova ed autonoma fase processuale di natura rescissoria e non il prolungamento del procedimento precedente, la cui sentenza sia stata cassata (Cass. n. 16963 del 2016; Cass. n. 26654 del 2014).

Il secondo motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 2233 c.c., artt. 10 e 11 c.p.c., R.D. n. 1578 del 1933, artt. 24, 57, 58 e 60, contraddittorietà di motivazione, omesso esame di un punto decisivo.

Il mezzo lamenta che la Corte di appello abbia determinato il valore dell’affare in 200 miliardi di Lire, tenuto conto che il professionista non era stato incaricato di redigere un atto di fusione, ma era intervenuto quando l’accordo era già in punto di arrivo, ricevendo lo specifico incarico di risolvere la criticità rappresentata dagli atti compiuti dagli amministratori della Banca Popolare di Sicilia, dopo la Delib. di fusione, volti a depauperare il patrimonio sociale, questione che era stata affrontata inserendo nel testo originario del contratto una sola pattuizione, che espressamente riservava alla banca incorporante la facoltà di agire contro gli amministratori della banca incorporata. Si sostiene che, alla luce di tale circostanza, il valore dell’affare non poteva identificarsi nel prezzo della fusione, ma andava individuato in relazione agli effetti patrimoniali della condotta degli amministratori della Banca Popolare di Sicilia, oggetto di riserva di azione da parte della Banca Monte dei Paschi di Siena, e che la Corte palermitana non ha poi considerato che l’avv. S., al fine dello svolgimento della su prestazione, aveva svolto solo pochi incontri con la banca. Si sostiene, pertanto, che non si sia tenuto conto, al fine della liquidazione del compenso, dell’effettivo contenuto della prestazione professionale svolta e della natura delle questioni affrontate e risolte.

Il motivo è inammissibile, in quanto la riconducibilità della prestazione professionale nell’ambito dell’operazione di fusione tra le due banche risulta coperta da giudicato interno, alla luce dell’affermazione sopra riportata della sentenza della Corte di appello del 2006, che dichiarava intangibile l’accertamento compiuto nei pregressi gradi di merito in ordine alla natura e alle caratteristiche dell’attività professionale svolta (pag. 11), richiamata e condivisa dalla sentenza di questa Corte n. 14800 del 2014.

Il terzo motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione dei principi di cui agli artt. 5 e 85 del Trattato UE e dei principi richiamati dalla decisione 5.12.2006 in causa 90/04 e 202/04 della Corte di giustizia UE, violazione e falsa applicazione dell’art. 2233 c.c., artt. 10 e 11 c.p.c., D.M. 10 marzo 2014, n. 55, artt. 5,19,20,21,22, lamentando che la Corte di appello non abbia tenuto conto delle norme e sentenze UE, del D.L. n. 1 del 2012, che ha abrogato le tariffe delle professioni regolamentate, della nuova disciplina introdotta dalla L. n. 247 del 2012, che ha rimesso la determinazione del compenso alla libera pattuizione delle parti ed ha stabilito che, in mancanza, possa essere determinato dal giudice, ed abbia altresì erroneamente applicato le tariffe allegate al D.M. 31 ottobre 1985.

Il mezzo va giudicato infondato con riferimento alla lamentata applicazione del D.M. 31 ottobre 1985, e delle nuove disposizioni introdotte in materia di compensi di avvocato, in quanto, premesso che è pacifico in causa che la relativa prestazione si sia esaurita nel maggio 1990, la disciplina applicabile, come dedotto dai controricorrenti, va rinvenuta in quella in vigore a quel tempo, senza che possa tenersi conto delle sue modificazioni successive (Cass. S.U. n. 17405 del 2012).

Appare inammissibile invece, per eccessiva genericità, la censura di violazione delle norme sul trattato UE e della sentenza richiamata della Corte di giustizia Europea, non illustrando il ricorso in alcun modo le ragioni di tale contrasto. In conclusione il ricorso è respinto.

Le spese di giudizio, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

Si dà atto che sussistono i presupposti per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, se dovuto.

PQM

rigetta il ricorso e condanna le parti ricorrenti in solido al pagamento delle spese di giudizio, che liquida in Euro 10.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge e spese generali.

Dà atto che sussistono i presupposti per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 3 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 20 gennaio 2022

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA