Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1765 del 28/01/2014


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Civile Sent. Sez. 3 Num. 1765 Anno 2014
Presidente: RUSSO LIBERTINO ALBERTO
Relatore: MASSERA MAURIZIO

SENTENZA

sul ricorso 11563-2010 proposto da:
LUCCA

GIOVANNI

LCCGNN51L30L554G,

elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA PANAMA 95, presso lo studio
dell’avvocato PICCIAREDDA FRANCO, che lo rappresenta
e difende unitamente all’avvocato SAMPIETRO LUCIANO
giusta delega in atti;
– ricorrente contro

BRESCANCIN

BRUNO

BRSBRN33H10B215,

elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA ORESTANO FRANCESCO 21,
presso lo studio dell’avvocato PONTESILLI STEFANO,

Data pubblicazione: 28/01/2014

rappresentato e difeso dall’avvocato FALOMO LUCIANO
giusta delega in atti;
– controricorrente nonchè contro

IMMOBILIARE PRAM S.R.L.;

avverso la sentenza n. 103/2009 della CORTE D’APPELLO
di TRIESTE, depositata il 19/03/2009, R.G.N. 47/2007;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 20/11/2013 dal Consigliere Dott. MAURIZIO
MASSE RA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. IGNAZIO PATRONE che ha concluso per
l’inammissibilità, in subordine il rigetto del
ricorso;

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– intimata –

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

.1 – Con sentenza in data 5 – 19 ottobre 2006 il Tribunale
di Pordenone revocò il decreto ingiuntivo per C. 77.132,84
intimato a Giovanni Lucca da Bruno Brescancin e accertò il
diritto del primo a trattenere la somma già ricevuta dal

contrattuale.
.2 – Con sentenza in data 15 ottobre 2008 – 19 marzo 2009 la
Corte d’Appello di Trieste, in parziale riforma, confermò il
decreto ingiuntivo e condannò il Brescancin a pagare C.
20.000,00 in favore del Lucca.
La Corte territoriale osservò per quanto interessa: i due
avevamo sottoscritto una dichiarazione d’intento con la
quale manifestavano la volontà di partecipare ad un’asta e a
regolare i loro rapporti economici in attesa di costituire
una società; il Bescancin non aveva provato di non dover più
corrispondere al Lucca la rilevante somma di £. 290.700.000,
cui si era impegnato; la mancata conclusione dell’operazione
comportava un obbligo di restituzione da parte del Lucca e
di risarcimento del danno per l’inadempimento a carico del
Brescancin; tale danno andava liquidato equitativamente in
misura pari a circa un quarto di quanto a suo tempo
corrisposto dal Brescancin, considerato che il Lucca su era
visto leso nella sua aspettativa di partecipare all’incanto,
ma non aveva alcuna certezza in ordine ad un suo esito
favorevole.
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secondo a titolo di risarcimento del danno per inadempimento

.3 – Avverso la suddetta sentenza il Lucca ha proposto
ricorso per cassazione affidato a due motivi.
Il Brescancin ha resistito con controricorso.
Il ricorrente ha presentato memoria.
MOTIVI DELLA DECISIONE

con conseguente mancata applicazione degli artt. 1218, 1223,
1225 c.c. ed errata applicazione dell’art. 1226 c.c.
Assume il ricorrente che l’aggiudicazione dell’immobile,
condizione al cui avveramento si sarebbe costituita tra i
due una società, non era avvenuta innanzi tutto a causa
dell’inadempimento del Brescancin. Si era, dunque, in
presenza di una condizione mista, in quanto l’evento futuro
dipendeva in parte dalla volontà di uno dei contraenti e in
parte da elementi indipendenti dalla volontà della parte
stessa, con la conseguenza che – secondo la giurisprudenza
di questa Corte – la condizione si ha per avverata quando
sia mancata per causa imputabile alla parte che

aveva

interesse contrario all’avveramento di essa.
.2 – Già da quest’ultima proposizione emerge l’infondatezza
della censura. Infatti il ricorrente non spiega e tanto meno
dimostra per quale ragione il Brescancin avesse interesse
contrario all’avveremento della condizione, cioè
all’aggiudicazione dell’immobile.
Ciò detto, è agevole rilevare come le argomentazioni
addotte, pur formalmente prospettate sotto l’esclusivo
4

.1 – Il primo motivo adduce violazione dell’art. 1359 c.c.

profilo dalle violazione e falsa ed erronea applicazione
delle norme di diritto, in realtà attaccano il contenuto
decisorio della sentenza impugnata. Questa ha spiegato che
le parti avevano convenuto un tetto massimo per
l’aggiudicazione del cespite posto all’asta, nel senso di

ritirato dalla gara promossa a seguito della offerta da
parte sua dopo l’aggiudicazione provvisoria ad altro
partecipante, non avendo la facoltà di spendere cifre
superiori a quanto preventivamente concordato; che il
Brescancin non aveva certamente favorito lo sviluppo
favorevole della vicenda, ma il danno subito dal Lucca
doveva essere limitato alla perdita di chance di partecipare
all’asta, non essendo affatto garantito l’esito positivo
dell’offerta e, quindi, l’aggiudicazione dell’immobile,
tanto più che risultava che entrambi avevano prefissato una
soglia comune oltre cui non spingersi e che, invece, sarebbe
stato necessario superare.
Si tratta, all’evidenza, di apprezzamenti di merito non
censurabili ai sensi del n. 3 dell’art. 360 c.p.c.
La conferma del carattere fattuale della censura è data dal
quesito di diritto, necessario nella specie essendo l’art.
366.bis c.p.c. applicabile al ricorso ratione temporis. Esso
non postula l’enunciazione di un principio di diritto
fondato sulle norme indicate che sia decisivo per il
giudizio e, nel contempo, di applicabilità generalizzata, ma
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rilanciare di un sesto e nulla più; che il Lucca si era

chiede alla Corte di esprimere una valutazione sulle
conseguenze concrete dell’inadempimento.
.3 – Il secondo motivo denuncia violazione e falsa
applicazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 1226
c.c. e mancata applicazione dell’art. 1385 c.c. e/o omessa,

decisivo.
Il ricorrente assume che le proprie conclusioni, così come
rassegnate in secondo grado, pedissequamente ripetitive di
quelle formulate nel primo, sono tra loro inconciliabili ex
art. 1385 c.c., dato che tale norma abilita la parte
adempiente o a trattenere la caparra, rinunciando a
richiedere ogni ulteriore danno, ovvero a chiedere la
risoluzione o l’esecuzione del contratto in una col
risarcimento del danno.
Ne trae la conclusione che la Corte di merito avrebbe dovuto
valutare la domanda voluta come principale dichiarando
inammissibile l’altra, mentre, invece, aveva percorso una
via intermedia ignorando, da un lato, che le parti avevano
voluto erogare ed accettare l’importo a titolo di caparra
confirmatoria e, dall’altro lato, ritenendo il grave danno
subito non risarcibile, riducendo il tutto ad una perdita di
chance e liquidando il danno secondo equità, tra l’altro
applicando l’art. 114 c.p.c. senza che nessuna della parti
l’avesse chiesto.

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insufficiente o contraddittoria motivazione sul punto

.4 – La violazione dell’art.

112 c.p.c.

deve essere

denunciata ai sensi del n. 4, non dei numeri 3 e 5,
dell’art. 360 c.p.c.
La censura tratta due distinte questioni. Il riferimento
all’art. 1385 c.c. presuppone che le parti avessero voluto

caparra confirmatoria e implica necessariamente
l’interpretazione del contratto (lo conferma il riferimento
dello stesso ricorrente a documenti versati in atti),
attività riservata al giudice di merito.
Il riferimento all’art. 114 c.p.c. è del tutto inconferente.
La decisione della causa secondo equità, prevista dall’art.
114 c.p.c., che importa, appunto, la decisione della lite
prescindendo dallo stretto diritto, in contrapposizione con
il precedente art. 113 che disciplina la decisione secondo
diritto, è istituto ben diverso dalla valutazione equitativa
del danno – regolata dall’art. 1226 c.c. – la quale consiste
nella possibilità del giudice di ricorrere, anche d’ufficio,
a criteri equitativi per raggiungere la prova dell’ammontare
del danno risarcibile, integrando così le risultanze
processuali che siano insufficienti a detto scopo e
assolvendo l’onere di fornire l’indicazione di congrue,
anche se sommarie, ragioni del processo logico in base al
quale ha adottato i criteri stessi.
I due quesiti finali non corrispondono al modello
ripetutamente delineato dalla giurisprudenza della Corte e
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attribuire all’importo versato dall’una all’altra valore di

non soddisfano le esigenze perseguite dall’art. 366-bis
c.p.c.
.5 – Pertanto il ricorso è rigettato. Le spese del giudizio
di cassazione seguono il criterio della soccombenza. La
liquidazione avviene come in dispositivo alla stregua dei

disciplinare i compensi professionali.
P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento
delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in
complessivi

e.

8.200,00, di cui C. 8.000,00 per compensi,

oltre accessori di legge.
Roma 20.11.2013.
Il Consigliere Este

gPoildmarioks ,

Il Presidente.

parametri di cui al D.M. 140/2012, sopravvenuto a

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