Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17644 del 28/07/2010

Cassazione civile sez. lav., 28/07/2010, (ud. 17/06/2010, dep. 28/07/2010), n.17644

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE LUCA Michele – Presidente –

Dott. DI CERBO Vincenzo – Consigliere –

Dott. NOBILE Vittorio – rel. Consigliere –

Dott. MAMMONE Giovanni – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 28181-2006 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso

lo studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI, che la rappresenta e difende,

giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

B.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA RENO 21,

presso lo studio dell’avvocato RIZZO ROBERTO, che la rappresenta e

difende, giusta delega a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6179/2005 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 20/10/2005 R.G.N. 6697/03;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/06/2010 dal Consigliere Dott. VITTORIO NOBILE;

udito l’Avvocato MICELI MARIO per delega FIORILLO LUIGI;

udito l’Avvocato RIZZO ROBERTO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FEDELI MASSIMO che ha concluso per l’accoglimento per quanto di

ragione.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza n. 19533/2002 il Giudice del lavoro del Tribunale di Roma accoglieva in parte la domanda proposta da B.S. nei confronti della s.p.a. Poste italiane, relativamente al secondo contratto a termine intercorso tra le parti (dal 1-6-1999 al 30-10- 1999, per “esigenze eccezionali” ex art. 8 c.c.n.l. 1994 come integrato dall’acc. az. 25-9-97 e succ.), ritenendo legittimo il termine apposto al primo contratto (dal 17-8-1998 al 30-9-1998, per “necessità di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie”), con conseguente sussistenza di un rapporto a tempo indeterminato dal 1-6-1999 e con condanna della società al risarcimento del danno commisurato alle retribuzioni maturate.

Avverso la detta sentenza la società proponeva appello chiedendo il rigetto della domanda di controparte.

La B. si costituiva resistendo al gravame principale e proponeva appello incidentale chiedendo la declaratoria della sussistenza del rapporto di lavoro a tempo indeterminato fin dal primo contratto a termine.

La Corte d’Appello di Roma, con sentenza depositata il 20-10-2005, rigettava l’appello principale ed in accoglimento dell’appello incidentale dichiarava la sussistenza tra le parti di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a decorrere dal 17-8-1998.

Per la cassazione di tale sentenza la società ha proposto ricorso con quattro motivi.

La B. ha resistito con controricorso ed ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo la ricorrente, denunciando violazione dell’art. 1372 c.c., comma 1, artt. 1175, 1375, 2697, 1427 e 1431 c.c., art. 100 c.p.c., e vizio di motivazione, censura, sotto vari profili, la sentenza impugnata nella parte in cui ha respinto la eccezione di risoluzione del rapporto per mutuo consenso tacito.

Con il secondo motivo la ricorrente, denunciando violazione degli artt. 1362 e ss. c.c. e vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto limitata temporalmente, dalle stesse parti collettive, la efficacia dell’accordo 25-9-97, in base ai successivi accordi attuativi, dei quali sostiene la natura meramente ricognitiva.

Con il terzo motivo la ricorrente, denunciando violazione della L. n. 230 del 1962, della L. n. 56 del 1987, art. 23 e degli artt. 1362 e ss. c.c., con riferimento al primo contratto, concluso per “concomitanza di assenze per ferie”, lamenta che erroneamente la impugnata sentenza ha ritenuto, ai fini della legittimità del termine, la necessità della indicazione nei contratto del nominativo del lavoratore sostituito.

Con il quarto motivo la ricorrente, denunciando violazioni delle stesse norme, sempre con riferimento al primo contratto “per ferie”, deduce che la sentenza impugnata si è altresì “spinta a pretendere la specificazione – nel contratto – del tempo della sostituzione e dell’unità produttiva nella quale la sostituzione si rende necessaria, con l’obiettivo di soggettivizzare una clausola contrattuale (voluta dalle parti in senso generale) rendendola praticamente inutilizzabile”.

Il terzo è il quarto motivo, concernenti il primo contratto, risultano fondati e vanno accolti.

Questa Corte Suprema (cfr., da ultimo, Cass. 2 marzo 2007 n. 4933), decidendo su una fattispecie sostanzialmente simile a quella in esame (contratto a termine stipulato ex art. 8 c.c.n.l. 26.11.1994, in relazione alla necessità di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie nel periodo giugno-settembre) ha cassato la sentenza di merito che aveva affermato la sussistenza dell’obbligo di indicare nel contratto a termine il nome del lavoratore sostituito avendo ritenuto la sussistenza di una violazione di norme di diritto e di un vizio di interprelazione della normativa collettiva.

In particolare la violazione di norme di diritto è stata individuata nella statuizione con la quale la sentenza di merito ha negato che l’ipotesi di contratto a termine introdotta dalla contrattazione collettiva fosse del tutto autonoma rispetto alla previsione legale del termine apposto per sostituire dipendenti assenti per ferie; tale statuizione del giudice di merito si pone in contrasto col principio di diritto enunciato dalle Sezioni Unite di questa Suprema Corte (Cass. S.U. 2 marzo 2006 n. 4588) secondo cui la L. 28 febbraio 1987, n. 56, art. 23, che demanda alla contrattazione collettiva la possibilità di individuare – oltre le fattispecie tassativamente previste dalla L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 1 e successive modifiche nonchè dal D.L. 29 gennaio 1983, n. 17, art. 8 bis, convertito con modificazioni dalla L. 15 marzo 1983, n. 79 – nuove ipotesi di apposizione di un termine alla durata del rapporto di lavoro, configura una vera e propria delega in bianco a favore dei sindacati, i quali, pertanto, non sono vincolati alla individuazione di figure di contratto a termine comunque omologhe a quelle previste per legge.

Inoltre altre decisioni di questa Suprema Corte (cfr. ad esempio Cass. 6 dicembre 2005 n. 26678, Cass. 7-3-2008 n. 6204) hanno confermato la decisione di merito che, decidendo sulla stessa fattispecie, aveva ritenuto l’ipotesi di contratto a termine introdotta dalla contrattazione collettiva del tutto autonoma rispetto alla previsione legale del termine apposto per sostituire dipendenti assenti per ferie e interpretato l’autorizzazione conferita dal contratto collettivo nel senso che l’unico presupposto per la sua operatività fosse costituita dall’assunzione nel periodo in cui, di norma, i dipendenti fruiscono delle ferie.

Infine è stato anche affermato (v. Cass. 28-3-2008 n. 8122) che “l’unica interpretazione corretta della norma collettiva in esame (art. 8 c.c.n.l. 26-11-1994) è quella secondo cui, stante l’autonomia di tale ipotesi rispetto alla previsione legale del termine apposto per sostituire dipendenti in ferie, l’autorizzazione conferita dal contratto collettivo non prevede come presupposto per la sua operatività l’onere, per il datore di lavoro di provare le esigenze di servizio in concreto connesse all’assenza per ferie di altri dipendenti nonchè la relazione causale fra dette esigenze e l’assunzione del lavoratore con specifico riferimento all’unità organizzativa alla quale lo stesso è stato destinato”.

Così accolti il terzo e quarto motivo (e ritenuta la legittimità del termine apposto al primo contratto) vanno invece respinti il primo e il secondo motivo.

Sul secondo motivo, che in sostanza riguarda il secondo contratto, concluso per il periodo 1-6-99/31-10-99 per “esigenze eccezionali” ex acc. 25-9-97 e succ., osserva il Collegio che la Corte di merito ha, tra l’altro, affermato che ‘”in definitiva deve essere dichiarata la illegittimità” del detto contratto, in quanto stipulato successivamente al 30-4-1998 (e anteriormente alla nuova previsione collettiva del 2001).

Tale considerazione – in base all’indirizzo ormai consolidato in materia dettalo da questa Corte (con riferimento al sistema vigente anteriormente al c.c.n.l. del 2001 ed al D.Lgs. n. 368 del 2001) – è sufficiente a sostenere la impugnata decisione, in relazione alla nullità del termine apposto al contratto de qua (stipulato “per esigenze eccezionali” in data successiva al 30-4-1998).

Al riguardo, sulla scia di Cass. S.U. 2-3-2006 n. 4588, è stato precisato che “l’attribuzione alla contrattazione collettiva, L. n. 56 del 1987, ex art. 23, del potere di definire nuovi casi di assunzione a termine rispetto a quelli previsti dalla L. n. 230 del 1962, discende dall’intento del legislatore di considerare l’esame congiunto delle parti sociali sulle necessità del mercato del lavoro idonea garanzia per i lavoratori ed efficace salvaguardia per i loro diritti (con l’unico limite della predeterminazione della percentuale di lavoratori da assumere a termine rispetto a quelli impiegati a tempo indeterminato) e prescinde, pertanto, dalla necessità di individuare ipotesi specifiche di collegamento fra contratti ed esigenze aziendali o di riferirsi a condizioni oggetti ve di lavoro o soggettive dei lavoratori ovvero di fissare contrattualmente limiti temporali all’autorizzazione data al datore di lavoro di procedere ad assunzioni a tempo determinato” (v. Cass. 4-8-2008 n. 21063,v. anche Cass. 20-4-2006 n. 9245, Cass. 7-3-2005 n. 4862, Cass. 26-7-2004 n. 14011). “Ne risulta, quindi, una sorta di delega in bianco a favore dei contratti collettivi e dei sindacati che ne sono destinatari, non essendo questi vincolati alla individuazione di ipotesi comunque omologhe a quelle previste dalla legge, ma dovendo operare sul medesimo piano della disciplina generale in materia ed inserendosi nel sistema da questa delineato” (v., fra le altre, Cass. 4-8-2008 n. 21062, Cass. 23-8-2006 n. 18378).

In tale quadro, ove però un limite temporale sia stato previsto dalle parti collettive (anche con accordi integrativi del contratto collettivo) la sua inosservanza determina la nullità della clausola di apposizione del termine (v. fra le altre Cass. 23-8-2006 n. 18383, Cass. 14-4-2005 n. 7745, Cass. 14-2-2004 n. 2866).

In particolare, quindi, come questa Corte ha ripetutamente affermato e come va anche qui enunciato, “in materia di assunzioni a termine di dipendenti postali, con l’accordo sindacale del 25 settembre 1997, integrativo dell’art. 8 dei c.c.n.l. 26 novembre 1994, e con il successivo accordo attuativo, sottoscritto in data 16 gennaio 1998, le parti hanno convenuto di riconoscere la sussistenza della situazione straordinaria, relativa alla trasformazione giuridica dell’ente ed alla conseguente ristrutturazione aziendale e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso di attuazione, fino alla data del 30 aprile 1998; ne consegue che deve escludersi la legittimità delle assunzioni a termine cadute dopo il 30 aprile 1998, per carenza del presupposto normativo derogatorio, con la ulteriore conseguenza della trasformazione degli stessi contratti a tempo indeterminato, in forza della L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 1” (v., fra le altre, Cass. 1-10-2007 n. 20608, Cass. 27-3-2008 n. 7979, Cass. 18378/2006 cit.).

In base a tale indirizzo consolidato va, quindi, confermata la nullità del termine apposto al secondo contratto.

Infine, parimenti va respinto il primo motivo, rivolto avverso il rigetto dell’eccezione di risoluzione per mutuo consenso tacito.

Sul punto la Corte d’Appello ha affermato che “quanto all’inerzia del ricorrente successiva alla scadenza del contratto a termine ed alla estromissione dell’azienda (nella fattispecie è intervenuta lettera di diffida nel marzo ’01) ritiene il Collegio che l’inerzia, in quanto comportamento omissivo, non può essere di per sè sola – significativa di alcuna volontà (in un senso o nell’altro); inoltre in una realtà di crisi occupazionale, rappresenterebbe una sicura forzatura quella di attribuire ad essa volontà di rinuncia ad un posto di lavoro stabile e garantito. Per poter intravedere un’acquiescenza od un disinteresse nella mancata reazione alla conclusione di un contratto (formalmente ed apparentemente destinato a concludersi ad una certa data) occorre un quid pluris e precisamente una condotta incompatibile con la prosecuzione del rapporto di lavoro nell’azienda delle Poste”.

In mancanza di una specifica allegazione e prova al riguardo la Corte di merito ha quindi respinto l’eccezione della società.

Tale decisione è conforme al principio ripetutamente affermato da questa Corte, in base al quale “nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato, sul presupposto dell’illegittima apposizione al contratto di un termine finale ormai scaduto, affinchè possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonchè del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo; la valutazione del significato e della portata del complesso di tali elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità se non sussistono vizi logici o errori di diritto” (v. Cass. 10-11-2008 n. 26935, Cass. 28-9-2007 n. 20390, Cass. 17-12-2004 n. 23554, Cass. 11- 12-2001 n. 15621). Peraltro, come pure è stato precisato, “grava sul datore di lavoro, che eccepisca la risoluzione per mutuo consenso, l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere porre definitivamente fine ad ogni rapporto di lavoro” (v. Cass. 2-12-2002 n. 17070).

Così accolti il terzo e quarto motivo e respinti il primo e secondo, la impugnata sentenza va cassata in relazione ai motivi accolti e, in mancanza di altre censure in questa sede, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa va decisa nel merito, confermandosi le statuizioni della sentenza di primo grado.

Infine la soccombenza parziale costituisce giusto motivo per compensare per 1/3 le spese dell’intero giudizio, condannandosi la società al pagamento in favore della F. dei residui due terzi (con attribuzione per il secondo grado in favore dell’avv. Roberto Rizzo).

P.Q.M.

La Corte accoglie il terzo e quarto motivo, rigetta il primo e il secondo, cassa la impugnata sentenza, in relazione ai motivi accolti e, decidendo nel merito, conferma le statuizioni della sentenza di primo grado; compensa per 1/3 le spese dell’intero giudizio e condanna la società al pagamento in favore della B. dei 2/3 delle spese stesse, liquidate, per l’intero, per il primo e secondo grado, nell’ammontare determinato dai rispettivi giudici del merito (con attribuzione per il secondo grado in favore dell’avv. Roberto Rizzo) e per il giudizio di cassazione in Euro 56,00 oltre Euro 2.000,00 per onorati, oltre spese generali, IVA e CPA. Così deciso in Roma, il 17 giugno 2010.

Depositato in Cancelleria il 28 luglio 2010

 

 

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