Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1764 del 20/01/2022

Cassazione civile sez. II, 20/01/2022, (ud. 07/07/2021, dep. 20/01/2022), n.1764

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20034/2019 proposto da:

COMUNE DI SPERLONGA, rappresentato e difeso dall’Avvocato CORRADO DE

SIMONE, per procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

T.C., E M.A., rappresentati e difesi dall’Avvocato

FRANCESCO DI CIOLLO, e dall’Avvocato TIZIANA AGOSTINI, per procure

speciali in calce ai controricorsi;

– controricorrenti e ricorrenti incidentali –

nonché

C.A.E. E CU.AR., rappresentati e difesi

dapprima dall’Avvocato ALESSANDRA MUCCITELLI, per procura speciale a

margine del controricorso, e poi, il primo, dall’Avvocato GIUSEPPE

ANTONIO CARUSO, per procura speciale del 30/6/2021;

– controricorrenti e ricorrenti incidentali –

e

C.A.E. E CU.AR. S.D.F.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 2490/2019 della CORTE D’APPELLO DI ROMA,

depositata il 12/4/2019;

udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del

7/7/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE DONGIACOMO;

sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale della Repubblica, Dott. MISTRI Corrado, il quale ha

concluso per l’accoglimento per quanto di ragione del ricorso

principale, l’accoglimento per quanto di ragione del primo motivo

del ricorso incidentale di T.C. e M.A., il rigetto

del secondo motivo, assorbiti gli altri, l’accoglimento per quanto

di ragione del terzo motivo del ricorso incidentale di

Cu.Ar. e di C.A.E., il rigetto del primo e del secondo

motivo, assorbiti gli altri;

sentito, per il ricorrente, l’Avvocato CHIARA DE SIMONE;

sentiti, per i controricorrenti T.C. e M.A.,

l’Avvocato FRANCESCO DI CIOLLO;

sentiti, per i controricorrenti C.A.E. e

Cu.Ar., l’Avvocato CORRADO MORRONE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La corte d’appello, con la sentenza in epigrafe, dopo aver ribadito che il rapporto processuale con il Comune di Sperlonga aveva “per lo più” formato oggetto del provvedimento di separazione adottato all’udienza del 13/11/2009, quando il tribunale aveva disposto la prosecuzione innanzi a sé della (sola) “controversia attinente alla asserita violazione delle distanze legali ed il risarcimento del danno e le altre domande connesse”, e che, a seguito della sentenza non definitiva n. 395/2016, la causa – introdotta a suo tempo con atto di citazione notificato in data 21/12/2006 e definita in primo grado con sentenza del tribunale in data 18/6/2013 – era stata rimessa sul ruolo per l’istruzione della domande residue, ha esaminato:

1) innanzitutto, le domande di cui ai punti 2 e 7 delle conclusioni contenute nell’atto d’appello, vale a dire, rispettivamente: – la domanda con la quale gli appellanti avevano chiesto di accertare e dichiarare che C.A.E. e Cu.Ar., nella qualità di proprietari e soci della s.d.f. C.A.E. e Cu.Ar., avevano demolito e ricostruito immobili a distanza illegale rispetto alla proprietà degli attori, e che gli stessi avevano accorpato alla loro proprietà porzioni espropriate dal Comune di Sperlonga in assenza di titolo ed hanno costruito un muraglione abusivo con volumetrie annesse, anch’esse abusive, poste al servizio della piscina abusiva, in violazione delle distanze legali dai terreni acquisiti al patrimonio comunale in zona agricola ed in violazione delle norme del PTP vigente; – la domanda con la quale gli appellanti hanno chiesto di condannare C.A.E. e Cu.Ar., nella qualità di proprietari e soci della s.d.f. C.A.E. e Cu.Ar., a demolire il muraglione abusivo descritto dal consulente tecnico d’ufficio e realizzato al confine con la proprietà degli attori e tutti i fabbricati realizzati a distanza illegale, rispetto al fabbricato degli attori, in modo da garantire la distanza minima inderogabile per legge di dieci metri dal fabbricato antistante, per ciò che attiene alla violazione delle distanze tra due fabbricati, e di cinque metri dal confine, per ciò che attiene ai corpi di fabbrica costruiti in aderenza al muraglione; e le ha ritenute, almeno in parte, fondate. La corte, in particolare, sulla base della consulenza tecnica d’ufficio espletata in grado d’appello e “meritevole di pieno consenso”, ha rilevato la sussistenza della violazione del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9, punto 2, con riferimento alla distanza di dieci metri tra i fabbricati, con la conseguente necessità di arretramento dell’attuale fronte est dell’Hotel (OMISSIS) rispetto alla frontistante parete ovest del fabbricato di proprietà T. – M. in misura pari a 2,25 m. “con riferimento alle par(e)ti finestrate”, avendo, però, esclusivo riguardo al “corpo di fabbrica T. – M., oggetto della prima domanda di condono”, “preventivamente edificato”, e non anche dell’ampliamento oggetto della seconda domanda;

2) in secondo luogo, la domanda di cui al punto 3 delle conclusioni contenute nell’atto d’appello, vale a dire di accertare e dichiarare che i convenuti, in concorso tra loro, hanno installato, nel mese di agosto del 2006, un cancello su parte di un terreno di proprietà del Comune in modo da turbare l’esercizio del possesso degli attori: e l’ha ritenuta infondata sul rilievo che, come osservato dal ctu, non risulta alcun riscontro documentale circa i responsabili dell’installazione del cancello a presidio del percorso che lambisce ad est la proprietà T. – M., aggiungendo che il manufatto appare situato sulla proprietà comunale;

3) in terzo luogo, la domanda di cui ai punti 4 delle conclusioni contenute nell’atto d’appello, e cioè di accertare e dichiarare che C.A.E. e Cu.Ar., in proprio e quali soci della s.d.f. C.A.E. e Cu.Ar., avevano realizzato un muro alto quattro metri al confine con la proprietà degli attori, in violazione delle distanze legali, in modo da limitare l’aria e la luce ed il godimento del pieno possesso del villino da parte degli attori: e l’ha ritenuta, almeno in parte, fondata. La corte, in particolare, alla luce della relazione del consulente tecnico d’ufficio, ha rilevato che il muro non misura, in realtà, quattro metri, avendo, piuttosto, in corrispondenza della proprietà T. – M., caratterizzata da un piano di calpestio degradante in direzione sud, una misura variabile, compresa tra un minimo di 3,05 metri ed un massimo di circa 3,55 metri; l’innalzamento del muro divisorio, in quanto in ogni sua parte di altezza superiore a tre metri, non e’, dunque, conforme alla norma dell’art. 878 c.c., e dev’essere, pertanto, “nella parte a confine con la proprietà T. – M.”, “abbassato in modo tale da non superare l’altezza di m 3”; la corte, invece, ha rigettato la domanda concernente l’illegittimo accorpamento delle aree espropriate dal Comune, in ragione del difetto di legittimazione attiva degli appellanti;

4) infine, la domanda di cui ai punti 8 delle conclusioni contenute nell’atto d’appello, e cioè di condannare i convenuti, una volta accertato l’effettivo deprezzamento della proprietà degli attori a seguito dell’attività commissiva ed omissiva posta in essere dagli stessi in concorso tra loro, al risarcimento del danno, in solido tra loro, pari alla somma di Euro 200.000,00, oltre interessi: e l’ha ritenuta parzialmente fondata. La corte, sul punto, dopo aver affermato che, in tema di violazione delle distanze tra costruzioni previste dal codice civile e dalle norme integrative, quali i regolamenti edilizi comunali, al proprietario confinante che lamenti tale violazione compete sia la tutela in forma specifica, finalizzata al ripristino della situazione antecedente al verificarsi dell’illecito, sia quella risarcitoria, e il danno che egli subisce (danno conseguenza e non danno evento) deve ritenersi in re ipsa, senza necessità di una specifica attività probatoria, ha osservato che, in ragione della “natura non eclatante delle violazioni accertate rispetto alla godibilità dell’immobile (muro di confine più elevato di pochi centimetri, violazione di m. 2,25 rispetto ai 10 m. previsti delle pareti finestrate dell’albergo per un fronte di circa 10 m…)” e della “perdurante situazione di illegittimità che si protae dal 2006”, i danni, in difetto di una più specifica allegazione degli appellanti rapportabile alla sola violazione delle distanze, dovessero essere liquidati equitativamente in Euro 30.000,00 “all’attualità”, oltre al lucro cessante che ha del pari determinato in via equitativa.

La corte, infine, ha condannato C.A.E. e Cu.Ar., in proprio e quali soci della s.d.f. C.A.E. e Cu.Ar., al pagamento delle spese di lite in favore degli appellanti, in ragione della “prevalente soccombenza” degli stessi, ed ha, invece, disposto, per la sussistenza di “giusti motivi”, la compensazione delle spese relativamente al “rapporto processuale con il Comune di Sperlonga”.

La corte d’appello, in definitiva, ha condannato C.A.E. e Cu.Ar., in proprio e quali soci della s.d.f. C.A.E. e Cu.Ar., ad arretrare l’attuale fronte est dell’Hotel (OMISSIS) rispetto alla frontistante parete ovest del fabbricato di proprietà T. – M., in misura pari a m. 2,25 con riferimento alle “parti fenestrate”, rispetto al corpo di fabbrica T. – M. oggetto della prima domanda di condono e non anche dell’ampliamento oggetto della seconda domanda di condono, ad abbassare il muro divisorio, nella parte a confine con la proprietà T. – M., in modo tale da non superare l’altezza di tre metri, nonché al pagamento delle spese di lite di entrambi i gradi di giudizio, compensando, invece, le spese processuali relativamente al Comune di Sperlonga.

Il Comune di Sperlonga, con ricorso notificato in data 14/6/2019, ha chiesto, per quattro motivi, la cassazione della sentenza, dichiaratamente notificata il 15/4/2019.

Hanno resistito C.A.E. e Cu.Ar., con controricorso notificato in data 23/7/2019, con il quale, per cinque motivi, hanno proposto ricorso incidentale.

La s.d.f. C.A.E. e Cu.Ar. è rimasta intimata.

T.C. e M.A. hanno resistito: – con controricorso notificato in data 24/7/2019, al ricorso del Comune, del quale hanno eccepito l’inammissibilità per difetto di rappresentanza processuale ex art. 75 c.p.c., deducendo che la procura difensiva era stata rilasciata dal Vice-Sindaco, che non ha la rappresentanza dell’ente; – con controricorso notificato in data 2/10/2019, al ricorso incidentale di C.A.E. e Cu.Ar., deducendone il difetto di legittimazione attiva relativamente ai beni immobili che non sono di loro proprietà perché rientranti nel patrimonio della s.d.f. C.A.E. e Cu.Ar., poi trasformatasi nella società C.A.E. e C. s.a.s., e proponendo, a loro volta, per tre motivi, ricorso incidentale.

Il Pubblico Ministero, con conclusioni depositate in data 22/6/2021, ha chiesto l’accoglimento del ricorso principale, l’accoglimento del terzo motivo del ricorso incidentale di C.A.E. e Cu.Ar. e del secondo motivo del ricorso incidentale di T.C. e M.A., nonché il rigetto e l’assorbimento degli altri.

Il Comune ha depositato memoria.

Anche T.C. e M.A. hanno depositato memoria.

C.A.E. ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo, il ricorrente principale, lamentando la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c., comma 1, e dei principi in tema di regolamentazione delle spese di lite, l’erronea applicazione degli artt. 91 c.p.c. e segg. e delle norme in tema di regolamentazione delle spese di lite cagionata dall’omesso rilievo della vittoriosità totale dell’appellato Comune e della totale soccombenza degli appellanti T. e M., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha disposto la compensazione delle spese nel rapporto processuale tra gli attori ed il Comune di Sperlonga, senza, tuttavia, considerare che nessuna delle domande che gli stessi avevano proposto nei confronti del Comune sono state accolte. Non si comprende, quindi, per quale ragione la corte d’appello non abbia fatto applicazione dell’art. 91 c.p.c., a norma del quale il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte.

1.2. Con il secondo motivo, il ricorrente principale, lamentando la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c., comma 2, prima parte, l’omesso rilievo della vittoriosità totale dell’appellato Comune e della totale soccombenza degli appellanti T. e M., emergente dal raffronto tra le domande precisate nelle conclusioni dell’atto di citazione in appello e la sentenza n. 2490 del 2019, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha disposto la compensazione delle spese nel rapporto processuale tra gli attori ed il Comune di Sperlonga senza, tuttavia, considerare l’insussistenza dei presupposti per disporre, a norma dell’art. 92 c.p.c., la compensazione delle spese di lite. Tale norma, infatti, nel testo applicabile al caso in esame, prevede che la compensazione delle spese tra le parti può essere disposta solo se vi è soccombenza reciproca e la concorrenza di altri giusti motivi, esplicitamente indicate nella motivazione, laddove, nel caso di specie, non risulta alcuna soccombenza reciproca poiché nessuna delle domande spiegate dagli attori nei confronti del Comune è stata accolta.

1.3. Con il terzo motivo, il ricorrente principale, lamentando la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c., comma 2, seconda parte, e l’omessa esplicitazione dei giusti motivi a supporto della compensazione delle spese di lite ed, in ogni caso, la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 111 Cost., comma 6 e art. 111 c.p.c., comma 2, n. 4, nonché dei principi e delle norme in tema di obbligatorietà della motivazione e la motivazione meramente apparente, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha disposto la compensazione delle spese nel rapporto processuale tra gli attori ed il Comune di Sperlonga senza, tuttavia, procedere ad alcuna intellegibile e specifica indicazione dei motivi che potessero supportare tale decisione, limitandosi, senza alcuna motivazione, ad affermarne la sussistenza.

1.4. Con il quarto motivo, il ricorrente principale, lamentando la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c., comma 2, seconda parte, ed, in ogni caso, la radicale insussistenza dei giusti motivi richiesti dalla richiamata disposizione, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha disposto la compensazione delle spese nel rapporto processuale tra gli attori ed il Comune senza, tuttavia, considerare che il Comune era palesemente estraneo alle pretese azionate e non si comprende, dunque, come possa considerarsi giusta la compensazione delle relative spese.

2.1. Il ricorso principale, intanto, è ammissibile.

2.2. In tema di ricorso per cassazione, in effetti, la procura speciale al difensore, prescritta a pena di nullità dall’art. 365 c.p.c., può essere conferita al difensore esclusivamente dal soggetto legittimato a stare in giudizio ai sensi dell’art. 75 c.p.c., il quale, per il Comune, ai sensi del D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 50, è solo il sindaco (Cass. n. 18062 del 2010) ed, in caso di impedimento dello stesso, il vice sindaco (Cass. n. 1949 del 2003; Cass. n. 17360 del 2003). Ed invero, nel nuovo sistema istituzionale e costituzionale degli enti locali, in difetto di una specifica previsione statutaria o regolamentare, la rappresentanza processuale del Comune spetta, in via esclusiva, al sindaco (Cass. SU n. 12868 del 2005; Cass. n. 4556 del 2012; Cass. n. 7402 del 2014) cui compete il potere, altrettanto esclusivo, di conferire la procura alle liti al difensore designato (Cass. n. 34599 del 2019; Cass. n. 4583 del 2019; Cass. n. 16459 del 2018; Cass. n. 5802 del 2016; Cass. n. 13968 del 2010).

2.3. Nel caso in esame, dagli atti del giudizio emerge, per un verso, che la procura speciale conferita dal Comune in data 14/6/2019 è stata rilasciata, in virtù del provvedimento n. 12108 del 10/6/2019, da F.F., nella dichiarata qualità di “Vice Sindaco” del Comune di Sperlonga, e, per altro verso, che, a mezzo di tale provvedimento, lo stesso Vice Sindaco, ritenuta la necessità di salvaguardare gli interessi dell’ente, ha conferito l’incarico all’Avvocato De Simone di proporre ricorso per cassazione avverso la sentenza della corte d’appello di Roma n. 2490 del 12/4/2019.

2.4. I controricorrenti T.C. ed M.A., a fronte di tali atti, hanno documentato che, il giorno 13/6/2019, il Sindaco del Comune di Sperlonga aveva sottoscritto, per conto dell’ente, un protocollo d’intesa con il Prefetto di Latina, eccependo, pertanto, che lo stesso non era impedito in ordine all’esercizio delle sue funzioni.

2.5. In effetti, a norma del D.Lgs. n. 267 cit., art. 53, commi 1 e 2, cui l’art. 28, comma 2, dello statuto del Comune di Sperlonga ha fatto implicitamente riferimento (“il Vice Sindaco sostituisce il Sindaco in via generale,…, nei casi previsti dalla legge”), il Vice Sindaco sostituisce il Sindaco, rispettivamente, nei casi di “impedimento permanente, rimozione, decadenza o decesso” del Sindaco ovvero nei casi di “assenza”, “impedimento temporaneo” e nei casi di “sospensione dall’esercizio dalla funzione” previsti dall’art. 59, come poi stabiliti del D.Lgs. n. 235 del 2012, artt. 10 e 11.

2.6. Ritiene, tuttavia, la Corte che l’eccezione sollevata dai controricorrenti non sia fondata: la mera sottoscrizione del protocollo d’intesa, in data 13/6/2019, infatti, non dimostra di per sé né che il Sindaco del Comune di Sperlonga fosse impedito il giorno 10/6/2019, quando il Vice Sindaco ha deliberato la proposizione del ricorso per cassazione, né che lo fosse il 14/6/2019, quando è stata sottoscritta la relativa procura difensiva.

2.7. Del resto, secondo un consolidato orientamento interpretativo di questa Corte, in tema di rappresentanza processuale del Comune, la causa di impedimento del sindaco a firmare direttamente la procura alle liti si presume esistente in virtù della presunzione di legittimità degli atti amministrativi, restando a carico dell’interessato l’onere, nella specie rimasto inadempiuto, di dedurre e di provare l’insussistenza dei presupposti per l’esercizio dei poteri sostitutivi, sicché è valida, in mancanza di prove che depongano in senso chiaramente contrario, la procura conferita dal vice sindaco ancorché sia stata omessa, come nella specie, l’indicazione delle ragioni di assenza o impedimento del sindaco (Cass. n. 11962 del 2016; Cass. n. 23261 del 2010).

3.1. I motivi del ricorso principale, da trattare congiuntamente, sono fondati, nei limiti che seguono.

3.2. In tema di compensazione delle spese processuali, infatti, ai sensi dell’art. 92 c.p.c. (nella formulazione, applicabile ratione temporis, così come modificata dalla L. n. 263 del 2005, art. 2, comma 1, lett. a), il giudice è tenuto ad indicare, ove non sussista soccombenza reciproca, i giusti motivi posti a fondamento della stessa che non possono risolversi nell’uso di motivazioni illogiche o meramente apparenti (Cass. n. 25594 del 2018). In effetti, nei giudizi soggetti alla disciplina dell’art. 92 c.p.c., comma 2, come modificato dalla L. n. 263 del 2005, art. 2, comma 1, lett. a), ove non sussista reciproca soccombenza, è legittima la compensazione delle spese processuali solo se concorrono “giusti motivi, esplicitamente indicati nella motivazione”, in modo logico e coerente (Cass. n. 20617 del 2018), dovendosi, pertanto, ritenere che tale esigenza non sia soddisfatta quando, com’e’ accaduto nel caso in esame, il giudice abbia compensato le spese processuali (tra gli attori/appellanti ed il Comune) in ragione, appunto, della sussistenza di “giusti motivi” senza, tuttavia, procedure ad alcuna esplicita indicazione degli stessi.

4.1. Con il primo motivo di ricorso incidentale, C.A.E. e Cu.Ar., lamentando la violazione e/o la falsa applicazione delle norme e dei principi in tema di distacchi nonché degli artt. 873 c.c. e segg., e del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9, anche in rapporto al principio di prevenzione, la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 111 Cost., comma 6 e art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, nonché dei principi e delle norme in tema di obbligatorietà della motivazione, la motivazione apodittica, non esaustiva e meramente apparente in ordine al rilievo della costruzione del manufatto T. – M., nella porzione a confine con l’albergo, in data antecedente all’edificazione dell’organismo edilizio confinante, l’omessa considerazione dello stato dei luoghi negli anni ‘80, ritratto nella documentazione acquisita dal perito, che dimostra l’edificazione della porzione a confine dell’organismo edilizio T. – M. in data successiva al 1/9/1967, con sua conseguente non condonabilità ai sensi della L. n. 47 del 1985, ed abusività, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha accertato la violazione del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9, con riferimento alla distanza di dieci metri tra i fabbricati, ed ha, in conseguenza, ritenuto che, sia pur con esclusivo riguardo al corpo di fabbrica T. – M. oggetto della prima domanda di condono edilizio, “preventivamente edificato”, sussistesse l’obbligo dei convenuti di procedere all’arretramento dell’attuale fronte est dell’Hotel (OMISSIS) rispetto alla frontistante parete ovest del fabbricato di proprietà T. – M., in misura pari a m. 2,25, con riferimento alle pareti finestrate.

4.2. Così facendo, però, hanno osservato i ricorrenti incidentali, la corte d’appello non ha considerato che la realizzazione dell’Hotel è risultata rispettosa della distanza di ml. 5 dal confine, laddove, al contrario, come accertato dal consulente tecnico d’ufficio, l’immobile di proprietà T. – M. non lo e’, con la conseguenza che la violazione della distanza di ml. 10 è integralmente ascrivibile agli attori, i quali, infatti, hanno realizzato la costruzione a distanza dal confine inferiore a quella prescritta di 5 metri, allocandola alla distanza media di ml. 2,75 dal corpo di fabbrica dell’albergo.

4.3. La sentenza impugnata, invece, ha omesso di accordare il necessario rilievo a tale circostanza, limitandosi ad affermare, con motivazione apodittica, che l’immobile di proprietà di T. – M., quale oggetto della prima domanda di condono edilizio, era stato preventivamente edificato, senza, tuttavia, considerare che la preventiva edificazione dell’organismo edilizio del T. e della M. era stata reiteratamente contestata nel corso del giudizio.

4.4. La corte d’appello, inoltre, hanno aggiunto i ricorrenti incidentali, non ha considerato che l’organismo edilizio T. – M., come emerge dalla planimetria del consulente del Comune e dalle fotografie depositate, presenta una porzione, non edificata entro il 1/9/1967 e, pertanto, pur inserita nella prima istanza di condono edilizia, è abusiva in quanto non sanata né sanabile, e che tale porzione è prospiciente alla parete finestrata della proprietà C. – Cu., vale a dire l’unico tratto di parete da prendere in considerazione ai fini del computo delle distanza di legge, sicché, se si tiene conto della distanza tra le pareti legittime, e cioè al netto delle opere da demolire, il limite minimo di 10 metri risulta rispettato.

5.1. Il motivo, nei limiti che seguono, è fondato.

5.2. Intanto, il ricorso incidentale è ammissibile. L’art. 334 c.p.c., in effetti, consente alla parte, contro cui è stata proposta impugnazione principale, di esperire impugnazione incidentale tardiva senza subire gli effetti dello spirare del termine ordinario o della propria acquiescenza. La norma è volta a rendere possibile l’accettazione della sentenza, in situazione di reciproca soccombenza, solo quando anche l’avversario tenga analogo comportamento, per cui, in difetto di limitazioni oggettive, trova applicazione con riguardo a qualsiasi capo della sentenza medesima, ancorché autonomo rispetto a quello investito dall’impugnazione principale. In base al combinato disposto di cui agli artt. 334,343 e 371 c.p.c., quindi, è ammessa l’impugnazione incidentale tardiva (da proporsi con l’atto di costituzione dell’appellato o con il controricorso nel giudizio di cassazione) anche quando sia scaduto il termine per l’impugnazione principale, e persino se la parte abbia prestato acquiescenza alla sentenza, indipendentemente dal fatto che si tratti di un capo autonomo della sentenza stessa e che, quindi, l’interesse ad impugnare fosse preesistente, dato che nessuna distinzione in proposito è contenuta nelle citate disposizioni, dovendosi individuare, quale unica conseguenza sfavorevole dell’impugnazione cosiddetta tardiva, che essa perde efficacia se l’impugnazione principale è dichiarata inammissibile (Cass. n. 29593 del 2018; Cass. n. 14609 del 2014; Cass. n. 15483 del 2008; Cass. n. 7827 del 1990). D’altro canto, il principio dell’unicità del processo di impugnazione contro una stessa sentenza comporta che, una volta avvenuta la notificazione della prima impugnazione, tutte le altre debbono essere proposte in via incidentale nello stesso processo e perciò, nel caso di ricorso per cassazione, con l’atto contenente il controricorso, la cui ammissibilità è condizionata al rispetto del termine di quaranta giorni (venti più venti) risultante dal combinato disposto degli artt. 370 e 371 c.p.c., indipendentemente dai termini (l’abbreviato e l’annuale) di impugnazione in astratto operativi (Cass. n. 5695 del 2015). Nel caso in esame, pertanto, il ricorso incidentale di C.A.E. e Cu.Ar., in quanto proposto con controricorso notificato il 23/7/2019, e cioè nel termine di quaranta giorni dalla notifica, in data 14/6/2019, del ricorso principale, è senz’altro ammissibile pur se tardivo in quanto notificato oltre il termine di sessanta giorni dalla notifica (avvenuta il 15/4/2019) della sentenza impugnata.

5.3. Ne’, del resto, si pongono problemi d’integrazione del contraddittorio con la s.d.f. C.A.E. e Cu.Ar. la quale è rimasta intimata pur a fronte dell’intervenuta notifica del ricorso principale presso l’Avvocato Alessandra Muccitelli, che l’ha difesa nel giudizio d’appello, in persona dei relativi soci C.A.E. e Cu.Ar. (a nulla, sul punto, rilevando la dicitura del notificante per cui il relativo status sarebbe “al momento odierno non più attuale”) che, anche in tale qualità (e nella conseguente rappresentanza della società, in difetto di emergenze diverse), l’hanno ricevuto. D’altra parte, l’incontestata notificazione del ricorso ad C.A.E., che i controricorrenti hanno indicato quale socio accomandatario della A.E.C. e C. s.a.s., in cui la s.d.f. C.A.E. e Cu.Ar. si sarebbe trasformata (v. il controricorso del 2/10/2019, p. 13 ss.), esclude ogni rilievo, ai fini dell’integrazione del contraddittorio, alla dedotta trasformazione societaria: posto che, in tema di giudizio per cassazione, non assume rilievo, ai fini dell’inammissibilità del ricorso, la circostanza che questo sia stato notificato ad una società in base alla ragione sociale diversa da quella adottata in seguito ad una trasformazione di tipo sociale, risultando comunque la stessa società intimata correttamente identificata, senza alcuna incertezza, come controparte del rapporto processuale, a prescindere dalla vicenda meramente modificativa consistente nel passaggio da un tipo ad un altro previsto dalla legge, la quale non incide sui rapporti sostanziali e processuali facenti ad essa capo (Cass. n. 7253 del 2013).

5.4. Quanto al merito delle censure svolte dai ricorrenti incidentali (che, in quanto condannati anche in proprio ad eseguire il disposto arretramento, sono senz’altro legittimati alla relativa proposizione), va, innanzitutto, ribadito che, come questa Corte ha avuto più volte modo di affermare, la natura abusiva della costruzione (preventivamente realizzata) rileva unicamente nei rapporti con l’amministrazione pubblica e non anche ai fini del rispetto delle distanze legali (cfr., sul punto, Cass. n. 21354 del 2017, in motiv.). In effetti, le norme di cui all’art. 872 c.c., comma 2, in tema di distanze tra costruzioni nonché quelle che in tale materia sono integrative del codice civile sono le uniche che consentano, in caso di loro violazione nell’ambito dei rapporti interprivatistici, la richiesta, oltre che del risarcimento del danno, anche della riduzione in pristino, a nulla rilevando, per converso, il preteso carattere abusivo della costruzione finitima, il suo insediamento in zona non consentita, la disomogeneità della sua destinazione rispetto a quella (legittimamente) conferita al fabbricato del privato istante in conformità con le disposizioni amministrative in materia e la sua insuscettibilità di sanatoria amministrativa, trattandosi di circostanze che, pur legittimando provvedimenti demolitori o ablativi da parte della pubblica amministrazione e pur essendo astrattamente idonee a fondare una pretesa risarcitoria in capo al presunto danneggiato, non integrano, in alcun modo, gli (indispensabili) estremi della violazione delle norme di cui agli artt. 873 c.c. e segg. (Cass. SU n. 5143 del 1998). Nello stesso modo, le disposizioni dettate del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9, trovano applicazione in relazione alla situazione concreta, a prescindere dalla distanza delle abitazioni già esistenti, dalla loro eventuale abusività o da altre disposizioni in senso contrario contenute negli strumenti urbanistici (C.d.S. n. 2086 del 2017, in motiv.). In effetti, in tema di distanze nelle costruzioni, il principio secondo cui la rilevanza giuridica della licenza o concessione edilizia si esaurisce nell’ambito del rapporto pubblicistico tra P.A. e privato, senza estendersi ai rapporti tra privati, deve essere inteso nel senso che il conflitto tra proprietari interessati in senso opposto alla costruzione deve essere risolto in base al diretto raffronto tra le caratteristiche oggettive dell’opera e le norme edilizie che disciplinano le distanze legali, tra le quali non possono comprendersi anche quelle concernenti la licenza e la concessione edilizia, perché queste riguardano solo l’aspetto formale dell’attività costruttiva, con la conseguenza che, così come è irrilevante la mancanza di licenza o concessione edilizia allorquando la costruzione risponda oggettivamente a tutte le prescrizioni del codice civile e delle norme speciali senza ledere alcun diritto del vicino, così l’aver eseguito la costruzione in conformità della ottenuta licenza o concessione non esclude di per sé la violazione di dette prescrizioni e quindi il diritto del vicino, a seconda dei casi, alla riduzione in pristino o al risarcimento dei danni (Cass. n. 7563 dei 2006, la quale ha confermato la sentenza di merito che aveva accertato la violazione delle distanze da parte del fabbricato del ricorrente: questi aveva censurato la decisione sostenendo che i resistenti avevano costruito in assenza di concessione ma la S.C. ha affermato, conclusivamente, che, una volta che il fabbricato sia stato costruito, anche in assenza di concessione, il secondo frontista, in osservanza del principio della prevenzione, è tenuto a rispettare la distanza legale tra gli edifici, a meno che non abbia acquistato in base ad un titolo valido il corrispondente diritto di servitù; conf., per l’affermazione dello stesso principio, Cass. n. 10173 del 1998; Cass. n. 10875 del 1997; Cass. n. 4372 del 2002; in seguito, Cass. n. 17286 del 2011; Cass. n. 4833 del 2019). Deve escludersi, pertanto, ogni rilievo alla porzione asseritamente abusiva dell’immobile degli attori.

5.5. E’, invece, fondata la censura che i ricorrenti incidentali hanno proposto nei confronti della sentenza impugnata lì dove la corte d’appello ha “apoditticamente” ritenuto che il “corpo di fabbrica T. – M., oggetto della prima domanda di condono” era stato “preventivamente edificato”. E’, in effetti, noto come, secondo le Sezioni Unite di questa Corte (n. 8053 del 2014), l’art. 360 c.p.c., n. 5 (che i ricorrenti incidentali, pur senza citarlo, hanno, in sostanza, invocato) consente, tra l’altro, di denunciare in cassazione – oltre al vizio dell’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo – anche l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, quando tale anomalia si esaurisca, a seconda dei casi, nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, dovendosi, pertanto, escludere qualunque rilevanza solo al semplice difetto di “sufficienza” della motivazione. Al di fuori dell’omesso esame di fatto storico controverso e decisivo, il controllo del vizio rimane, pertanto, circoscritto alla sola verifica dell’esistenza del requisito motivazionale nel suo contenuto “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., ed individuato “in negativo” dalla consolidata giurisprudenza della Corte, formatasi in materia di ricorso straordinario, in relazione alle note ipotesi (mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale; motivazione apparente; manifesta ed irriducibile contraddittorietà; motivazione perplessa od incomprensibile) che si convertono nella violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e che determinano la nullità della sentenza per carenza assoluta del prescritto requisito di validità. In effetti, anche a seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, disposta del D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, se non è più deducibile quale vizio di legittimità il semplice difetto di sufficienza della motivazione, resta fermo il principio per cui i provvedimenti giudiziari non si sottraggono all’obbligo di motivazione previsto in via generale dall’art. 111 Cost., comma 6, e, nel processo civile, dall’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4: obbligo che è violato tanto nel caso in cui la motivazione sia totalmente mancante o meramente apparente, tanto nel caso in cui essa risulti del tutto inidonea ad assolvere alla funzione specifica di esplicitare le ragioni della decisione (per essere afflitta da un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili oppure perché perplessa ed obiettivamente incomprensibile), concretando, in tali ipotesi, una nullità processuale deducibile, in sede di legittimità, com’e’ accaduto nel caso di specie, quale error in procedendo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 (cfr. Cass. n. 22598 del 2018). La “motivazione apparente”, in effetti, si configura quando la motivazione, pur essendo graficamente (e, quindi, materialmente) esistente, come parte del documento in cui consiste il provvedimento giudiziale, non rende tuttavia percepibili le ragioni della decisione, perché consiste di argomentazioni obiettivamente inidonee a far conoscere l’iter logico seguito per la formazione del convincimento di talché essa non consente, com’e’ accaduto nel caso in esame, alcun effettivo controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento del giudice (Cass. SU n. 22231 del 2016). La corte d’appello, infatti, ha ritenuto la sussistenza della violazione del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9, punto 2, con riferimento alla distanza di dieci metri tra i fabbricati, ed ha, di conseguenza, affermato la necessità di arretramento dell’attuale fronte est dell’Hotel (OMISSIS) rispetto alla frontistante parete ovest del fabbricato di proprietà T. – M. in misura pari a 2,25 m, sulla base del mero rilievo in fatto, non altrimenti motivato, pur trattandosi di questione (che, alla luce della riproduzione in ricorso dei relativi passi difensivi, è risultata, peraltro incontestatamente) controversa tra le parti, che il “corpo di fabbrica T. – M., oggetto della prima domanda di condono” era stato “preventivamente edificato”. Ed e’, invece, noto che del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9, n. 2, pur non imponendo di rispettare in ogni caso una distanza minima dal confine, dev’essere interpretato, in applicazione del principio di prevenzione, nel senso che tra una parete finestrata e l’edificio antistante va rispettata la distanza di mt. 10, con obbligo del prevenuto di arretrare la propria costruzione fino ad una distanza di mt. 5 dal confine, se il preveniente, nel realizzare tale parete finestrata, ha rispettato una distanza di almeno mt. 5 dal confine: ove, al contrario, il preveniente abbia realizzato una parete finestrata ad una distanza dal confine inferiore a mt. 5, come risulta nel caso in esame, il vicino non sarà tenuto ad arretrare la propria costruzione fino a rispettare la distanza di mt. 10 da tale parete ma potrà imporre al preveniente di chiudere le aperture e costruire (con parete non finestrata) rispettando la metà della distanza legale dal confine ed eventualmente procedere all’interpello di cui all’art. 875 c.c., comma 2, ove ne ricorrano le condizioni (Cass. n. 3340 del 2002; conf., di recente, Cass. n. 4848 del 2019).

6.1. Con il secondo motivo di ricorso incidentale, C.A.E. e Cu.Ar., lamentando: – la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 900 c.c., nonché delle norme e dei principi in tema di classificazione delle pareti finestrate e relativo rapporto con la normativa sulle distanze; – la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 111 Cost., comma 6 e art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, nonché dei principi e delle norme in tema di obbligatorietà della motivazione; – la motivazione apodittica, non esaustiva e meramente apparente in ordine all’applicazione del distacco minimo di m. 10,00, valevole solo per pareti dotate di vedute; – l’omessa considerazione della natura di mera luce della finestra posta sulla parete dell’albergo, emergente dalla documentazione acquisita dal perito e dagli elaborati tecnici di primo e secondo grado, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello, ritenendo violate le norme sulle distanze, non ha, però, considerato che, come emerge dalla planimetria catastale e dai reperti fotografici depositati in giudizio, la finestra dell’hotel, posta sulla parete est all’altezza della pavimentazione cortilizia, fronteggiante la parete ovest dell’organismo edilizio T. – M., che è priva di finestre, non costituisce, secondo i parametri previsti dall’art. 900 c.c., una veduta ma un mera luce poiché non consente di affacciarsi sul fondo dei vicini, laddove, al contrario, del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9, stabilisce la distanza minima che deve intercorrere tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, dovendosi intendere per pareti finestrate le pareti munite di finestre qualificabili come vedute e non anche a quelle sulle quali si aprono luci.

6.2. La corte d’appello, invece, senza porsi alcun problema della natura della veduta e senza svolgere, anche alle luce dei rilievi svolti dalle parti nel corso del giudizio, i necessari accertamenti, ha dato per scontato che l’apertura sul muro perimetrale dovesse essere qualificata come una veduta, trattandosi, al contrario, di una luce.

7.1. Il motivo è fondato.

7.2. Questa Corte, invero, ha ripetutamente affermato il principio per cui, affinché sussista una veduta, a norma dell’art. 900 c.c., è necessario, oltre al requisito della inspectio, anche quello della prospectio sul fondo del vicino, dovendo detta apertura non soltanto consentire di vedere e guardare frontalmente ma anche di affacciarsi, vale a dire di guardare non solo di fronte ma anche obliquamente e lateralmente, così assoggettando il fondo alieno ad una visione mobile e globale (Cass. n. 8009 del 2012; conf., Cass. SU 10615 del 1996; Cass. n. 15371 del 2000; Cass. n. 480 del 2002; Cass. n. 22844 del 2006; Cass. n. 23952 del 2020). L’elemento caratterizzante la veduta, infatti, è la possibilità di avere, attraverso di essa, una visuale agevole, cioè senza l’utilizzo di mezzi artificiali e affinché ciò avvenga, a norma dell’art. 900 c.c., è necessario, oltre al requisito della inspectio, anche quello della prospectio nel fondo del vicino, dovendo detta apertura non solo consentire di vedere e guardare frontalmente, ma anche di affacciarsi, vale a dire di guardare non solo di fronte, ma anche obliquamente e lateralmente, in modo che il fondo alieno risulti soggetto, senza ricorrere all’impiego di mezzi artificiali, ad una visione mobile e globale (Cass. n. 11319 del 2018, in motiv.; Cass. n. 346 del 2017, la quale, proprio in forza di tale principio, ha escluso che possa avere carattere di veduta un’apertura munita di una struttura metallica, incorporata nel muro di confine).

7.3. L’accertamento di tali circostanze di fatto, peraltro, è rimesso all’apprezzamento del giudice di merito (incensurabile in sede di legittimità se non per il vizio di omesso esame di fatto decisivo ovvero per difetto, nei termini esposti, di motivazione circa il relativo accertamento fattuale), il quale è tenuto a verificare, in concreto, se l’opera, in considerazione delle caratteristiche strutturali e della posizione degli immobili rispettivamente interessati, permetta a una persona di media altezza (v. Cass. n. 5421 del 2011) di “affacciarsi e guardare di fronte, obliquamente o lateralmente”, in condizioni di sufficiente comodità e sicurezza (v. tra le altre, Cass. n. 5904 del 1981, Cass. 3265 del 1987, Cass. 7267 del 2003). Nel caso di specie, la sentenza impugnata, pur a fronte della natura controversa del fatto, si è sottratta all’onere di svolgere, in modo completo, tale accertamento ed ha finito, quindi, per applicare, come denunciato dai ricorrenti incidentali, la norma del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9 (che, disciplinando le distanze tra gli edifici, alla veduta fa riferimento: Cass. n. 19092 del 2012; Cass. n. 6604 del 2012; Cass. n. 26383 del 2016) senza che la fattispecie astratta, ivi descritta, sia stata concretamente e completamente riscontrata nei fatti di causa. La corte d’appello, infatti, ha ritenuto di applicare l’art. 9 cit., sul presupposto, del cui accertamento non si è fatta alcun carico, che la parete fosse finestrata, non avendo, in particolare, accertato se tale apertura permetteva effettivamente ad una persona di media altezza di “affacciarsi e guardare di fronte, obliquamente o lateralmente”, in condizioni di sufficiente comodità e sicurezza.

8.1. Con il terzo motivo di ricorso incidentale, C.A.E. e Cu.Ar., lamentando: – la violazione e/o la falsa applicazione delle norme e dei principi in materia di muro di confine e relativa altezza nonché dell’art. 878 c.c.; – la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 111 Cost., comma 6 e art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, nonché dei principi e delle norme in tema di obbligatorietà della motivazione; – la motivazione apodittica e meramente apparente in ordine all’attuale altezza del muro, genericamente indicata, senza che sia stata considerata la naturale pendenza del terreno, in una misura compresa tra m. 3,05 e m. 3,55; – l’omessa considerazione di un fatto decisivo, emergente dalle perizie e dalle relazioni dei consulenti tecnici di parte, costituito dalle pendenza naturale della proprietà T. – M., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello, alla luce della relazione del consulente tecnico d’ufficio, ha ritenuto che il muro al confine realizzato dai convenuti, pur non misurando quattro metri, avesse, in corrispondenza della proprietà T. – M., caratterizzata da un piano di calpestio degradante in direzione sud, una misura variabile, compresa tra un minimo di 3,05 metri ed un massimo di circa 3,55 metri, e che l’innalzamento del muro divisorio, in quanto in ogni sua parte di altezza superiore a tre metri, non fosse, dunque, conforme alla norma dell’art. 878 c.c. e dovesse essere, pertanto, “nella parte a confine con la proprietà T. – M.”, “abbassato in modo tale da non superare l’altezza di m 3”.

8.2. La corte d’appello, però, hanno osservato i ricorrenti incidentali, così facendo, ha omesso di considerare il fatto incontestato e decisivo costituito, come accertato dallo stesso consulente tecnico d’ufficio, dalla naturale pendenza della corte di proprietà T. – M. verso sud, in conseguenza della quale il muro, se osservato dalla posizione di corte posta più in basso, sembra di altezza maggiore. In realtà, trattandosi di dislivello naturale del terreno e non già dell’artificiale creazione di un terrapieno, è sufficiente che l’altezza di m. 3 sia rispettata ove si osservi il muro dalla proprietà dell’Hotel, ovvero dalla porzione dell’area cortilizia collocata più in alto.

9. Il motivo è infondato.

9.1. I ricorrenti incidentali, in effetti, pur deducendo vizi di violazione di norme di legge sostanziale o processuale, hanno lamentato, in sostanza, l’erronea ricognizione dei fatti che, alla luce delle prove raccolte, hanno operato i giudici di merito, lì dove, in particolare, questi, ad onta delle relative emergenze, hanno affermato che il muro al confine tra le proprietà delle parti ha una misura variabile, compresa tra un minimo di 3,05 metri ed un massimo di circa 3,55 metri e che tale muro, in quanto in ogni sua parte di altezza superiore a tre metri, non e’, dunque, conforme alla norma dell’art. 878 c.c. e dev’essere, pertanto, “nella parte a confine con la proprietà T. – M.”, “abbassato in modo tale da non superare l’altezza di m. 3”.

9.2. Sennonché, come in precedenza osservato, le Sezioni Unite di questa Corte, nella sentenza n. 8053 del 2014, hanno enunciato il principio secondo cui, per effetto della nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, come introdotta dal D.L. n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012 (qui applicabile ratione temporis), oggetto del vizio di cui alla citata norma è oggi, esclusivamente, l’omesso esame circa un “fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti”: il mancato esame, dunque, deve riguardare un vero e proprio “fatto”, in senso storico e normativo, ossia un fatto principale, ex art. 2697 c.c., cioè un “fatto” costitutivo, modificativo impeditivo o estintivo, o anche un fatto secondario, vale a dire un fatto dedotto ed affermato dalle parti in funzione di prova di un fatto principale (cfr. Cass. n. 16655 del 2011; Cass. n. 7983 del 2014; Cass. n. 17761 del 2016; Cass. n. 29883 del 2017), e non, invece, gli elementi istruttori in quanto tali, quando, com’e’ accaduto nel caso in esame, il fatto storico da essi rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti. La corte d’appello, infatti, ad onta di quanto affermato dai ricorrenti incidentali, ha espressamente considerato, con apprezzamento nient’affatto apparente o illogico, il fatto costituito dalla naturale pendenza della corte di proprietà T. – M. verso sud.

9.3. La valutazione delle prove raccolte, del resto, costituisce un’attività riservata in via esclusiva all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, le cui conclusioni in ordine alla ricostruzione della vicenda fattuale non sono sindacabili in cassazione se non per il vizio consistito, come stabilito dall’art. 360 c.p.c., n. 5, nell’avere del tutto omesso, in sede di accertamento della fattispecie concreta, l’esame di uno o più fatti storici, principali o secondari, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbiano costituito oggetto di discussione tra le parti e abbiano carattere decisivo, vale a dire che, se esaminati, avrebbero determinato un esito diverso della controversia. Rimane, pertanto, estranea a tale vizio qualsiasi censura volta a criticare il “convincimento” che il giudice si è formato, a norma dell’art. 116 c.p.c., commi 1 e 2, in esito all’esame del materiale probatorio mediante la valutazione della maggiore o minore attendibilità delle fonti di prova. La valutazione degli elementi istruttori costituisce, infatti, un’attività riservata in via esclusiva all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, le cui conclusioni in ordine alla ricostruzione della vicenda fattuale non sono sindacabili in cassazione (Cass. n. 11176 del 2017, in motiv.). Nel quadro del principio, espresso nell’art. 116 c.p.c., di libera valutazione delle prove (salvo che non abbiano natura di prova legale), del resto, il giudice civile ben può apprezzare discrezionalmente gli elementi probatori acquisiti e ritenerli sufficienti per la decisione, attribuendo ad essi valore preminente e così escludendo implicitamente altri mezzi istruttori richiesti dalle parti: il relativo apprezzamento è insindacabile in sede di legittimità, purché risulti logico e coerente il valore preminente attribuito, sia pure per implicito, agli elementi utilizzati. (Cass. n. 11176 del 2017). La valutazione delle risultanze delle prove e il giudizio sull’attendibilità dei testi, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono, in effetti, apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito, il quale è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove che ritenga più attendibili, senza essere tenuto ad un’esplicita confutazione degli altri elementi probatori non accolti, anche se allegati dalle parti (v. Cass. n. 42 del 2009; Cass. n. 20802 del 2011). Del resto, il compito di questa Corte non è quello di condividere o non condividere la ricostruzione dei fatti contenuta nella decisione impugnata né quello di procedere ad una rilettura degli elementi di fatto posti fondamento della decisione, al fine di sovrapporre la propria valutazione delle prove a quella compiuta dal giudici di merito (Cass. n. 3267 del 2008), dovendo, invece, solo controllare se costoro abbiano dato conto delle ragioni della loro decisione e se il loro ragionamento probatorio, qual è reso manifesto nella motivazione del provvedimento impugnato, si sia mantenuto nei limiti del ragionevole e del plausibile (Cass. n. 11176 del 2017, in motiv.): come, in effetti, è accaduto nel caso in esame.

9.4. La corte d’appello, invero, dopo aver valutato le prove raccolte in giudizio, ha ritenuto, in fatto, che il muro al confine di confine aveva una misura variabile, compresa tra un minimo di 3,05 metri ed un massimo di circa 3,55 metri, e che tale muro, in quanto in ogni sua parte di altezza superiore a tre metri, non era, dunque, conforme alla norma dell’art. 878 c.c.. Ed una volta accertato, come la corte ha ritenuto senza che tale apprezzamento in fatto sia stato utilmente censurato (nell’unico modo possibile, e cioè, a norma dell’art. 360 c.p.c., n. 5) per omesso esame di una o più circostanze decisive, che il muro di cinta avesse un’altezza superiore, in ogni suo punto, a tre metri, non si presta, evidentemente, a censure, per violazione di legge, la decisione che la stessa corte ha conseguentemente assunto, e cioè la condanna all’abbattimento della parte eccedente. L’art. 878 c.c., comma 1, dispone, infatti, che non è considerato ai fini del computo delle distanza di cui all’art. 873 c.c., solo il muro di cinta che non abbia un’altezza superiore ai tre metri.

9.5. D’altra parte, in tema di distanze legali, il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi “costruzione”, agli effetti della disciplina di cui all’art. 873 c.c., solo per la parte che adempie alla sua specifica funzione e, quindi, dalle fondamenta al livello del fondo superiore, qualunque sia l’altezza della parete naturale o della scarpata o del terrapieno cui aderisce, impedendone lo smottamento, mentre la parte del muro che si innalza oltre il piano del fondo sovrastante, in quanto priva della funzione di conservazione dello stato dei luoghi, soggiace alla disciplina giuridica propria delle sue oggettive caratteristiche di costruzione in senso tecnico giuridico (Cass. n. 14710 del 2019). In ogni caso, in tema di muri di cinta tra fondi a dislivello, solo nel caso in cui l’andamento altimetrico del piano di campagna, originariamente livellato sul confine tra due fondi, sia stato artificialmente modificato innalzando detto piano, al fine di verificare se sia rispettata l’altezza massima del muro di cinta costruito sul confine, l’altezza dev’essere misurata computandovi il terrapieno creato ex novo dall’opera dell’uomo, ossia tenendo conto dell’originario posizionamento del terreno (Cass. n. 23934 del 2015).

10. Con il quarto motivo di ricorso incidentale, C.A.E. e Cu.Ar., lamentando: – la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 1226 c.c. e delle norme e dei principi in tema di liquidazione equitativa del danno; – la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 111 Cost., comma 6 e art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, nonché dei principi e delle norme in tema di obbligatorietà della motivazione; – la motivazione generica, apodittica e meramente apparente in ordine alla stima del danno, peraltro espressamente compiuta senza tener conto delle perizie; – la violazione e/o la falsa applicazione delle norme e dei principi in tema di operazioni peritali, rinnovazione e sostituzione del consulente tecnico d’ufficio ai sensi dell’art. 196 c.p.c.; – l’omessa considerazione della natura prevalentemente abusiva dell’immobile T. – M., da considerare legittimo per un’estensione pari al massimo a mq 60,00; – l’omessa considerazione del complessivo miglioramento delle stato dei luoghi, apportato dai lavori contestati, tale da determinare quantomeno la compensazione integrale con l’asserito danno, tenuto altresì conto dell’insussistenza di preesistenti servitù di transito carrabile e sosta a carico del fondo C. – Cu., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha parzialmente accolto la domanda risarcitoria proposta dagli attori, liquidando i danni in via equitativa.

11. Con il quinto motivo di ricorso incidentale, C.A.E. e Cu.Ar., lamentando: – la violazione e/o la falsa applicazione delle norme e dei principi in tema di regolamentazione delle spese di lite; – la violazione e/o la falsa applicazione degli artt. 91 c.p.c. e segg., anche in comb. disp. con l’art. 88 c.p.c. e con il generale divieto di abuso del processo, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello li ha condannati al rimborso, in favore degli attori, delle spese di lite tanto per il primo, quanto per il secondo grado di giudizio.

12. Il quarto ed il quinto motivo sono assorbiti.

13.1. Con il primo motivo di ricorso incidentale, T.C. e M.A. hanno lamentato: – la violazione e la falsa applicazione delle norme sui distacchi ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli artt. 871,872 e 873 c.c., anche in rapporto al principio di prevenzione della L. n. 1150 del 1942, art. 10, artt. 39 e 40 delle N.T.A. del Comune di Sperlonga in relazione al D.M. n. 1444 del 1968; – l’omessa considerazione che trattasi di demolizione e ricostruzione di ristorante abusivo in zona agricola con cambio di destinazione ad albergo con raddoppio di volumetria in area affetta da inedificabilità assoluta sia perché zona E2 entro la fascia di 30 mt. dalla s.r. Fiacca; – l’assenza di motivazione ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 6, in relazione all’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per non aver considerato che, in forza della sentenza irrevocabile n. 845/2012 del tribunale di Latina, così come confermata dalla Corte di cassazione con sentenza n. 43102 del 2015, trattasi di complesso edilizio completamente illecito tant’e’ che è sotto sequestro per lottizzazione abusiva, così come documentato con la sentenza della Corte di cassazione n. 15253 del 2015.

13.2. Con il secondo motivo di ricorso incidentale, T.C. e M.A. hanno lamentato: – la violazione e la falsa applicazione delle norme sui distacchi ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli artt. 871,872 e 873 c.c., anche in rapporto al principio di prevenzione della L. n. 1150 del 1942, art. 10, artt. 39 e 40 delle N.T.A. del Comune di Sperlonga; – l’omessa considerazione che è stata disposta la non demolizione di un muro di confine con annesse volumetrie in area affetta da inedificabilità assoluta; – l’assenza di motivazione ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 6, in relazione all’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per non aver considerato, anche ai fini di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, che, in forza della sentenza irrevocabile n. 845/2012 del tribunale di Latina, così come confermata dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 43102 del 2015, trattasi di complesso edilizio completamente illecito tant’e’ che è sotto sequestro per lottizzazione abusiva, così come documentato con la sentenza della Corte di cassazione n. 15253 del 2015.

13.3. Con il terzo motivo di ricorso incidentale, T.C. e M.A. hanno lamentato la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1226 e 2056 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, anche in rapporto ai principi in materia di liquidazione equitativa del danno, e l’assenza di motivazione ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 6, in relazione all’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per non aver considerato che il consulente tecnico d’ufficio aveva quantificato il danno risarcibile in favore degli attori.

14.1. Il ricorso incidentale di T.C. e M.A. è inammissibile.

14.2. In effetti, come questa Corte ha ripetutamente affermato, il ricorso incidentale per cassazione, ai sensi dell’art. 371 c.p.c., comma 2, dev’essere proposto nel termine di quaranta giorni dalla notifica del ricorso principale e non dalla notifica del primo ricorso incidentale, perché avverso quest’ultimo dell’art. 371 cit., comma 4, prevede solo la proponibilità del controricorso ma non anche di un ulteriore ricorso incidentale, derivandone diversamente una serie indeterminata di ricorsi incidentali tardivi, in contrasto con il principio per il quale l’impugnazione incidentale è proponibile solo dalle parti contro cui è stata proposta l’impugnazione principale (Cass. n. 6282 del 2004).

14.3. Il ricorso incidentale per Cassazione, in effetti, dev’essere proposto, ai sensi dell’art. 371 c.p.c., comma 2, nel termine di quaranta giorni dalla notifica del ricorso principale e non dalla notifica di un primo ricorso incidentale, atteso che avverso il ricorso incidentale del detto art. 371, comma 4, prevede solo la proponibilità del controricorso non anche di un ulteriore ricorso incidentale in questo contenuto, potendo da ciò derivare una serie indeterminata di ricorsi incidentali tardivi in contrasto con i principi della proponibilità dell’impugnazione incidentale solo dalle parti contro cui è stata proposta l’impugnazione principale (Cass. n. 9812 del 2001) e della concentrazione delle impugnazioni contro la stessa sentenza (Cass. n. 11031 del 2003; conf. Cass. n. 23215 del 2010; Cass. n. 188 del 1996). Nel giudizio di cassazione, pertanto, il termine per la valida proposizione del ricorso incidentale tardivo ex art. 334 c.p.c., decorre sempre dalla data in cui il controricorrente ha ricevuto la notificazione del ricorso principale e non degli eventuali successivi ricorsi incidentali, non essendo configurabili decorrenze differenziate in relazione alla posizione di ciascun controricorrente (Cass. n. 19165 del 2015).

14.4. Il principio dell’unicità del processo di impugnazione contro una stessa sentenza, del resto, comporta che, una volta avvenuta la notificazione della prima impugnazione, tutte le altre debbono essere proposte in via incidentale nello stesso processo e perciò, nel caso di ricorso per cassazione, con l’atto contenente il controricorso (Cass. n. 5695 del 2015; conf., Cass. n. 448 del 2020), che e’, dunque, ammissibile solo a condizione che la notificazione del relativo atto non ecceda il termine di quaranta giorni da quello dell’impugnazione principale (cfr. Cass. n. 30775 del 2019). In definitiva, atteso il principio di unità dell’impugnazione, sancito dall’art. 333 c.p.c. – il quale implica che l’impugnazione proposta per prima determina la pendenza dell’unico processo nel quale sono destinate a confluire, sotto pena di decadenza, per essere decise simultaneamente, tutte le eventuali impugnazioni successive proposte avverso la stessa sentenza, le quali, in conseguenza, possono assumere soltanto carattere incidentale – nei procedimenti con pluralità di parti, una volta avvenuta ad istanza di una di esse la notificazione del ricorso per cassazione, le altre parti, alle quali il ricorso sia stato notificato, debbono proporre, a pena di decadenza, i loro eventuali ricorsi avverso la medesima sentenza nello stesso procedimento e, perciò, nella forma del ricorso incidentale, ai sensi dell’art. 371 c.p.c., in relazione all’art. 333 c.p.c., e cioè entro i quaranta giorni dalla notificazione del primo ricorso principale (cfr. Cass. n. 27887 del 2009; conf., Cass. n. 20593 del 2004; Cass. SU n. 9232 del 2002; Cass. SU n. 7074 del 2017; Cass. n. 30775 del 2019).

14.5. T.C. e M.A., al contrario, a fronte di un ricorso principale notificato il 14/6/2019, hanno proposto il ricorso incidentale in esame in un atto diverso dal controricorso (al ricorso principale) già notificato il 24/7/2019, e, precisamente, con il controricorso (al ricorso incidentale di C.A.E. e di Cu.Ar.) notificato solo in data 2/10/2019, che e’, quindi, tardivo, perché successivo alla scadenza del termine di quaranta giorni dalla notifica del ricorso principale, e, dunque, inammissibile.

15. Il ricorso principale ed il ricorso incidentale di C.A.E. e di Cu.Ar., nei limiti in precedenza esposti, devono essere, quindi, accolti, con il rigetto, relativamente a quest’ultimo, del terzo motivo, assorbiti gli altri, e la sentenza impugnata, per l’effetto, cassata con rinvio, per un nuovo esame, alla corte d’appello di Roma che, in differente composizione, provvederà anche a liquidare le spese del presente giudizio.

16. Il ricorso incidentale di T.C. e M.A. dev’essere, invece, dichiarato inammissibile.

17. La Corte dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti incidentali T.C. e M.A., di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte così provvede: accoglie nei limiti indicati in motivazione il ricorso principale ed il ricorso incidentale di C.A.E. e di Cu.Ar., con il rigetto, relativamente a quest’ultimo, del terzo motivo, assorbiti gli altri; dichiara l’inammissibilità del ricorso incidentale di T.C. e M.A.; cassa, in relazione ai motivi accolti, la sentenza impugnata con rinvio, per un nuovo esame, alla corte d’appello di Roma che, in differente composizione, provvederà anche a liquidare le spese del presente giudizio; dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti incidentali T.C. e M.A., di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 7 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 20 gennaio 2022

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