Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17631 del 28/07/2010

Cassazione civile sez. lav., 28/07/2010, (ud. 15/06/2010, dep. 28/07/2010), n.17631

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSELLI Federico – Presidente –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

Dott. MAMMONE Giovanni – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – rel. Consigliere –

Dott. MELIADO’ Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 34745-2006 proposto da:

S.G., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZALE CLODIO

13, presso lo studio dell’avvocato VINCENZO POREIDIA, rappresentato e

difeso dall’avvocato PORFIDIA DOMENICO, giusta mandato a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

FONDEDILE COSTRUZIONI S.R.L.;

– intimata –

sul ricorso 2467-2007 proposto da:

FONDEDILE COSTRUZIONI S.R.L., in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE GIULIO CESARE

N. 21/23, presso lo studio dell’avvocato DE LUCA TAMAJO MARCELLO, che

la rappresenta e difende, giusta mandato a margine del controricorso;

– ricorrenti –

contro

S.G.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 3855/2005 del TRIBUNALE di NAPOLI, depositata

il 05/12/2005 R.G.N. 46634/99;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/06/2010 dal Consigliere Dott. PIETRO ZAPPIA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUCCI Costantino che ha concluso per il rigetto del ricorso

principale e di quello incidentale.

 

Fatto

Con ricorso al Pretore, giudice del lavoro, di Napoli, depositato in data 20.7.1995 S.G., premesso di aver lavorato alle dipendenze della Fondedile Costruzioni s.r.l. dal marzo 1969 svolgendo sin dall’inizio del rapporto le mansioni di capo cantiere, sebbene la relativa qualifica gli fosse stata riconosciuta solo nell’anno 1992, e di aver svolto lavoro straordinario continuativo e non retribuito, e premesso altresì di aver rassegnato le proprie dimissioni in data (OMISSIS) a seguito di incentivazione all’esodo da parte dell’azienda, chiedeva la condanna della società datoriale alla corresponsione della somma di L. 28.000.000 promessagli, a titolo di incentivazione all’esodo, con scrittura privata del (OMISSIS), nonchè della somma di L. 509.959.862, comprensiva di interessi e di rivalutazione, a titolo di differenze retributive per le mansioni superiori svolte ed il lavoro straordinario espletato, di integrazione dell’indennità sostitutiva del mancato preavviso – prevista dalla predetta scrittura privata del (OMISSIS) – e di integrazione del TFR ricevuto.

Con sentenza in data 28.10.1998, depositata in data 4.11.1999, il Pretore adito accoglieva la domanda limitatamente alla corresponsione del chiesto importo di L. 28.000.000 a titolo di incentivazione all’esodo, rigettando le ulteriori richieste.

Avverso tale sentenza proponeva appello il S. lamentandone la erroneità sotto diversi profili e chiedendo l’accoglimento delle ulteriori domande proposte con il ricorso introduttivo; e proponeva altresì appello incidentale la società datoriale lamentando sotto altri profili l’erroneità della sentenza pretorile.

Il Tribunale di Napoli, con sentenza in data 26.10.2005, rigettava entrambe le impugnazioni.

Avverso questa sentenza propone ricorso per cassazione S. G. con quattro motivi di impugnazione.

Resiste con controricorso la società intimata, che propone a sua volta ricorso incidentale condizionato affidato ad un motivo di gravame.

Diritto

Preliminarmente va disposta la riunione ai sensi dell’art. 335 c.p.c. dei due ricorsi perchè proposti avverso la medesima sentenza.

Col primo motivo del ricorso principale il S. lamenta omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia, violazione dell’art. 111 Cost. e art. 132 c.p.c., nullità della sentenza;

violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2113 c.c..

In particolare osserva il ricorrente che il giudice d’appello, omettendo qualsiasi motivazione sul punto, aveva definito assertivamente la scrittura privata, intervenuta tra le parti in data (OMISSIS) concernente l’incentivazione all’esodo, quale atto transattivo avente contenuto abdicativo dei diritti reclamati e degli emolumenti richiesti con il ricorso introduttivo del giudizio; di conseguenza, assumendo la mancata impugnazione di tale scrittura nel termine di sei mesi previsto dall’art. 2113 c.c. ed omettendo di motivare sulla dedotta non qualificabilità di tale scrittura quale atto transattivo, aveva rigettato le domande proposte dal ricorrente.

Sotto altro profilo rileva che erroneamente il giudice d’appello aveva ritenuto che il ricorso ex art. 700 c.p.c., notificato dal ricorrente a controparte in data 11.11.1994, fosse inidoneo ad assolvere all’onere di impugnativa di cui al predetto art. 2113 c.c., non avendo nè natura nè significato di impugnazione dell’atto transattivo.

Col secondo motivo di gravame il ricorrente lamenta violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2946, 2948 e 2935 c.c., nonchè omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia.

Rileva in particolare che erroneamente il giudice di merito aveva ritenuto la prescrizione quinquennale in ordine alle reclamate spettanze retributive,atteso che quanto meno il diritto al trattamento di fine rapporto era sorto solo alla data di collocamento a riposo, ed il relativo ammontare era costituito anche dalle retribuzioni per le quali il relativo diritto era ormai prescritto.

Col terzo motivo di gravame il ricorrente lamenta omessa valutazione di un punto decisivo della controversia, violazione e/o falsa interpretazione dell’art. 2103 c.c..

In particolare rileva che erroneamente il giudice d’appello aveva ritenuto non provato lo svolgimento da parte di esso ricorrente delle mansioni superiori di capo reparto, risultando tale prova – per come meglio specificato al successivo motivo di gravame – dal contenuto degli atti di causa ed in particolare dalla deposizione del teste Sa., e non essendo possibile, per il principio della intangibilità della retribuzione, una volta raggiunta la prova dello svolgimento di tali mansioni superiori per un periodo di tre mesi, corrispondere lo stipendio relativo alla qualifica inferiore qualora le dette mansioni superiori non fossero state svolte anche successivamente.

Col quarto motivo di gravame il ricorrente lamenta violazione e/o falsa applicazione degli artt. 245, 437 e 414 c.p.c. ed in genere dei principi sulla prova testimoniale, nonchè difetto di motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5).

Osserva il ricorrente che in maniera immotivata ed illogica il Pretore, pur avendo ammesso tutti i testi indicati, aveva limitato l’audizione ad alcuni degli stessi, impedendo in tal modo ad esso ricorrente di fornire la prova dei fatti dedotti in ordine all’intero periodo di lavoro, dipanatosi in un largo arco temporale ed in varie località del territorio nazionale; ed il giudice d’appello aveva erroneamente negato l’audizione di tali testi.

Con il ricorso incidentale condizionato la società datoriale lamenta la omessa pronuncia da parte del Tribunale sulla eccezione di inammissibilità del ricorso in appello nella parte in cui lo stesso conteneva nuove allegazioni di fatto, di cui non vi era traccia nel ricorso introduttivo del giudizio.

Il ricorso principale, proposto dal lavoratore, non è fondato.

Ed invero, al fine di una corretta impostazione della problematica in esame, occorre innanzi tutto rilevare che con il ricorso introduttivo del giudizio il S. aveva chiesto la condanna della società datoriale alla corresponsione, oltre alla somma di L. 28.000.000(dovutagli a titolo di incentivazione all’esodo, della ulteriore somma di L. 509.959.862, comprensiva di interessi e di rivalutazione, dovutagli a titolo di differenze retributive per le mansioni superiori svolte ed il lavoro straordinario espletato e, conseguentemente, a titolo di integrazione dell’indennità sostitutiva del mancato preavviso e di integrazione del TFR ricevuto.

Il punto nodale della presente vicenda giudiziaria, posto che con la sentenza pretorile del 28.10.1998 era stata accolta la domanda relativa alla corresponsione del predetto importo di L. 28.000.000 a titolo di incentivazione all’esodo, è costituito pertanto dall’accertamento dello svolgimento, da parte del ricorrente, delle suddette mansioni superiori e del lavoro straordinario continuativo, da ciò derivando il diritto alle reclamate differenze retributive.

Orbene, il giudice d’appello, nella sua articolata sentenza, dopo aver innanzi tutto posto in rilievo il punto, ritenuto tranciante, della rinuncia da parte del lavoratore alle suddette spettanze con l’accordo transattivo in data (OMISSIS) e della mancata impugnazione di tale accordo nei termini di legge, e dopo aver altresì posto in rilievo l’ulteriore punto, ritenuto parimenti decisivo, dell’intervenuta prescrizione del diritto alle spettanze reclamate, ha evidenziato che il ricorrente non aveva fornito la prova dell’effettivo svolgimento delle mansioni superiori e della mancata retribuzione del lavoro straordinario svolto.

Posto ciò, osserva il Collegio che i rilievi sollevati sul punto con il proposto gravame non appaiono fondati.

Tali rilievi concernono, sostanzialmente, la mancata audizione di tutti i testi ammessi dal primo giudice, audizione ritenuta necessaria in considerazione dell’ampio lasso di tempo in cui il rapporto lavorativo si era espletato, dei numerosi fatti verificatisi, delle diverse località in cui il suddetto rapporto di lavoro aveva avuto svolgimento; e, comunque, la non corretta valutazione della prova testimoniale assunta.

Orbene, in proposito osserva innanzi tutto il Collegio, in linea generale, che la riduzione delle liste testimoniali sovrabbondanti costituisce un potere tipicamente discrezionale del giudice di merito, come tale non censurabile in sede di legittimità, che può essere esercitato dal giudice anche nel corso dell’espletamento della prova, ed anche qualora non abbia fatto preventivamente uso del potere riconosciutogli dall’art. 245 c.p.c. di ridurre le liste dei testimoni, ben potendo il decidente non esaurire l’esame di tutti i testi ammessi qualora, per i risultati raggiunti, ritenga non decisiva l’ulteriore assunzione (Cass. 3.12.1985 n. 6048; Cass. 16.5.2000 n. 6361; Cass. 22.4.2009 n. 951).

Sotto altro profilo devesi evidenziare che il motivo di gravame svolto sul punto dal ricorrente si appalesa in realtà inammissibile per carenza del requisito della specificità.

Ed invero il ricorrente, ne lamentare la limitazione della audizione dei testi ammessi, avrebbe dovuto esplicitamente evidenziare in relazione a quale specifico periodo i testi non escussi avrebbero dovuto rendere la loro testimonianza, e non limitarsi a rilevare che l’ampiezza del periodo lavorativo rendeva necessaria anche l’escussione degli ulteriori testi. E ciò al fine di consentire a questa Corte di valutare, posto che il mancato espletamento del mezzo istruttorio può riflettersi negativamente sulla motivazione, se la stessa risultasse viziata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 sotto il profilo della decisività dei mezzi istruttori suddetti.

Nè il proposto gravame può trovare accoglimento sotto il profilo della non corretta motivazione della sentenza impugnata per non avere il giudice d’appello correttamente valutato e tenuto conto della deposizione del teste Sa..

Su punto ritiene il Collegio di dover ribadire il consolidato indirizzo giurisprudenziale in base al quale “la valutazione delle risultanze della prova testimoniale, …. come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive” (Cass. sez. lav., 20.3.2008 n. 7600; Cass. sez. lav., 8.3.2007 n. 5286; Cass. sez. lav., 15.4.2004 n. 7201; Cass. sez. lav., 7.8.2003 n. 11933; Cass. sez. lav., 9.4.2001 n. 5231).

Nè può diversamente opinarsi argomentando dal fatto che l’art. 360 c.p.c. prevede, al n. 5, la valutazione della omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, avendo questa Corte rilevato che “il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 c.p.c., n. 5, non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità; ne consegue che risulta del tutto estranea all’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Suprema Corte di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso la autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa (Cass. sez. lav., 19.3.2009 n. 6694; Cass. sez. lav., 2.2.2007 n. 2272; Cass. sez. lav., 7.6.2005 n. 11789).

E nel caso di specie il Tribunale, seppur rilevando che il teste Sa. aveva reso delle dichiarazioni “di un certo sostegno alla tesi attorea”, ha conclusivamente ritenuto non fondato sul punto il proposto gravame evidenziando che i testi escussi non hanno riferito infatti di una attività del S. da Direttore di Cantiere, di una sua responsabilità contabile, di una autonomia e discrezionalità di poteri nell’ambito delle sole direttive “generali” aziendali … . In altri termini non è risultato che il S. abbia concretamente svolto le mansioni ricadenti nel profilo professionale richiesto, avendo egli sempre espletato i compiti di “assistente” di cantiere (e non già di Direttore) ricadenti nella qualifica correttamente attribuitagli dalla Fondedile”.

E pertanto, dal momento che il giudice di merito ha illustrato le ragioni che rendevano pienamente contezza del proprio convincimento e dell’iter motivazionale attraverso cui lo stesso era pervenuto alla valutazione delle risultanze probatorie poste a fondamento della propria decisione, resta escluso il controllo sollecitato in questa sede di legittimità. Il vizio non può invero consistere nella difformità dell’apprezzamento dei fatti e delle prove rispetto a quello dato dal giudice di merito, cui spetta in via esclusiva individuare le fonti del suo convincimento e a tal fine valutare le prove e controllarne la concludenza.

In proposito osserva altresì il Collegio che il giudice del merito è libero di attingere il proprio convincimento da quelle risultanze istruttorie che ritenga più attendibili o comunque più idonee alla formazione di tale convincimento, essendo sufficiente, al fine della congruità della motivazione del relativo apprezzamento, che risulti logico e coerente il valore preminente attribuito, sia pure per implicito, a quelli utilizzati, pur senza una esplicita confutazione degli altri elementi non menzionati o non accolti, anche se allegati (Cass. sez. lav., 10.5.2002 n. 6765).

Ma il suddetto motivo di gravame presenta altresì degli evidenti profili di inammissibilità ove si osservi che il ricorrente, per il principio di specificità e autosufficienza del ricorso, nel rilevare il suddetto vizio di motivazione afferente alla valutazione della deposizione del B., avrebbe dovuto riportare nel ricorso il contenuto integrale della deposizione in parola (e non semplici stralci o frammenti), onde consentire a questa Corte di valutare resistenza del vizio denunciato senza dover procedere ad un (non dovuto) esame dei fascicoli – d’ufficio o di parte – che a tali atti facciano riferimento.

La censura concernente la dedotta erroneità della statuizione del giudice d’appello laddove aveva ritenuto non provato lo svolgimento da parte del ricorrente delle mansioni superiori di capo reparto, si appalesa pertanto infondata, risultando sul punto la sentenza correttamente e compiutamente motivata.

Posto ciò, assolutamente irrilevante deve ritenersi la questione relativa alla qualificazione della scrittura privata intervenuta tra le parti in data 15.9.1994 concernente l’incentivazione all’esodo, e segnatamente se costituisca o meno atto transattivo avente contenuto abdicativo; e del pari irrilevante si appalesa la ulteriore questione relativa alla intervenuta prescrizione quinquennale in ordine alle reclamate spettanze retributive sotto il profilo che il diritto al trattamento di fine rapporto sorgerebbe solo alla data di collocamento a riposo del lavoratore, ed il relativo ammontare sarebbe comunque costituito anche dalle retribuzioni per le quali il relativo diritto è ormai prescritto.

Sul punto infatti assume rilevanza decisiva la questione relativa alla carenza di prova in ordine allo svolgimento delle mansioni superiori, di talchè le ulteriori argomentazioni svolte nell’impugnata sentenza si appalesano non più rilevanti.

Per quel che riguarda, infine, la mancata considerazione dello straordinario effettuato nel trattamento di fine rapporto, il Collegio osserva quanto segue.

La domanda proposta si fondava sul rilievo che lo straordinario predetto non sarebbe stato retribuito dalla società, e pertanto non sarebbe stato ricompreso fra le voci da valutare in sede di quantificazione del T.F.R..

Il Tribunale, in sede di gravame, ha evidenziato che, dalle buste paga prodotte dalla società datoriale, emergeva che tali prestazioni fuori orario erano state retribuite forfettariamente sotto la voce “indennità senza limiti di orario art. 48 CCNL”.

In relazione a tale punto della sentenza nessun rilievo è stato sollevato dal ricorrente.

Ne consegue, alla stregua di quanto sopra, che la censura relativa al mancato conglobamento dello straordinario (asseritamente non retribuito) nel trattamento di TFR non può trovare accoglimento, occorrendo a tal fine che il ricorrente avesse specificamente contestato il capo dell’impugnata sentenza concernente l’avvenuta retribuzione delle prestazioni rese fuori orario, fornendo la prova della mancata inclusione di tale voce nel calcolo de T.F.R..

Tutte le altre censure del ricorrente principale rimangono assorbite.

Il ricorso proposto dal S. va pertanto rigettato.

Il ricorso incidentale rimane assorbito in quanto condizionato.

La complessità delle questioni trattate induce alla compensazione delle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi; rigetta il ricorso principale; dichiara assorbito l’incidentale; compensa tra le parti le spese del presente giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 15 giugno 2010.

Depositato in Cancelleria il 28 luglio 2010

 

 

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