Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17604 del 05/09/2016


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Cassazione civile sez. VI, 05/09/2016, (ud. 10/05/2016, dep. 05/09/2016), n.17604

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – rel. Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

i cui uffici in Roma, via dei Portoghesi n. 12, è domiciliato per

legge;

– ricorrente –

contro

M.R., M.F., M.G., M.M.,

rappresentati e difesi, per procura a margine del ricorso del 30

ottobre 2009, dagli Avvocati Simone Attianese e Pietro Alberto

Ippolito, elettivamente domiciliati presso lo studio del primo in

Roma, viale Mazzini n. 11;

– controricorrenti –

avverso il decreto della Corte d’Appello di Roma depositato il 18

giugno 2014 (R.G.V.G. n. 50021/2010).

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10

maggio 2016 dal Presidente relatore Dott. Petitti Stefano;

sentito, per i contro ricorrenti, l’Avvocato Antonio Vannucci, per

delega dell’Avvocato Ippolito.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Ritenuto che, con ricorso depositato presso la Corte d’appello di Roma in data 4 gennaio 2010, M.R., M.F., M.G., M.M. chiedevano la condanna del Ministero della giustizia al pagamento del danno non patrimoniale derivato dalla irragionevole durata di un giudizio civile di opposizione a decreto ingiuntivo, emesso nei loro confronti quali fideiussori, iniziato nel 1996, deciso in primo grado con sentenza del 13 gennaio 2006, proseguito in appello con impugnazione notificata il 6 marzo 2007, ancora pendente alla data della domanda; che l’adita Corte d’appello, rilevato presupposto aveva avuto una durata quattordici anni, dalla quale dovevano che il giudizio complessiva di essere detratti cinque anni di durata ragionevole per il primo e il secondo grado, accertava un ritardo di otto anni in relazione al quale liquidava un indennizzo di 7.250,00 Euro in favore di ciascuno dei ricorrenti, adottando il criterio di 750,00 Euro per i primi tre anni e di 1.000,00 Euro per ciascuno degli anni successivi; che per la cassazione di questo decreto il Ministero della giustizia ha proposto ricorso sulla base di due motivi; che gli intimati hanno resistito con controricorso. Considerato che il Collegio ha deliberato l’adozione della motivazione semplificata nella redazione della sentenza; che deve essere preliminarmente dichiarata la inammissibilità del controricorso, per difetto di procura speciale, atteso che nello stesso si afferma che la procura è stata rilasciata a margine del ricorso introduttivo del giudizio di primo grado; che con il primo motivo di ricorso il Ministero deduce violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e art. 112 c.p.c., sostenendo che i ricorrenti, nell’atto introduttivo, avevano chiesto la liquidazione di un indennizzo non liti singuli, ma in via cumulativa; che con il secondo motivo il Ministero deduce violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, dolendosi che la Corte d’appello abbia ritenuto il giudizio presupposto come non particolarmente complesso, pur dando atto di una serie di vicissitudini occorse nel primo grado; che il primo motivo è infondato, atteso che i ricorrenti, che sono stati tutti parte del giudizio presupposto, nell’atto introduttivo hanno lamentato singolarmente il pregiudizio derivato a ciascuno di loro dalla irragionevole durata del giudizio presupposto, sicchè deve escludersi che la Corte d’appello sia incorsa nel denunciato vizio nel pronunciare la condanna al pagamento dell’indennizzo in favore di ciascuno di essi; che, del resto, costituisce principio saldamente affermato nella giurisprudenza di questa Corte quello per cui “l’art. 6 par. 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo qualifica chiaramente come personale il pregiudizio non patrimoniale che consegue alla lesione del diritto alla ragionevole durata del processo; qualora, pertanto, vi siano più persone lese, e le stesse non siano considerate dall’ordinamento come un soggetto unico ed autonomo, distinto da quelli che partecipano alla vita dello stesso, il danno in questione non può essere liquidato unitariamente, dovendo la riparazione aver luogo in favore di ciascuno dei danneggiati” (Cass. n. 18683 del 2005; Cass. n. 3519 del 2015); che il secondo motivo è infondato; che secondo la giurisprudenza di questa Corte, “in tema di diritto all’equa riparazione di cui alla L. 24 marzo 2001, n. 89, per la valutazione della ragionevole durata del processo deve tenersi conto dei criteri cronologici elaborati dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, alle cui sentenze, riguardanti l’interpretazione dell’art. 6, par. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, richiamato dalla norma interna, deve riconoscersi soltanto il valore di precedente, non sussistendo nel quadro delle fonti meccanismi normativi che ne prevedano la diretta vincolatività per il giudice italiano. Anche in tale prospettiva, l’accertamento della sussistenza dei presupposti della domanda di equa riparazione – ovvero, la complessità del caso, il comportamento delle parti e la condotta dell’autorità – così come la misura del segmento, all’interno del complessivo arco temporale del processo, riferibile all’apparato giudiziario, in relazione al quale deve essere emesso il giudizio di ragionevolezza della relativa durata, risolvendosi in un apprezzamento di fatto, appartiene alla sovranità del giudice di merito e può essere sindacato in sede di legittimità solo per vizi attinenti alla motivazione” (Cass. n. 24399 del 2009); che le censure proposte dal Ministero non appaiono idonee ad integrare la denunciata violazione di legge, risolvendosi nella sollecitazione di una diversa valutazione in ordine alla complessità del giudizio presupposto, e quindi di una tipica valutazione di fatto, estranea al giudizio di legittimità; che il ricorso va quindi rigettato; che non vi è luogo a provvedere sulle spese, stante la rilevata inammissibilità del controricorso.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della 6^ – 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 10 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 5 settembre 2016

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