Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17581 del 23/08/2011

Cassazione civile sez. II, 23/08/2011, (ud. 16/06/2011, dep. 23/08/2011), n.17581

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHETTINO Olindo – Presidente –

Dott. PICCIALLI Luigi – rel. Consigliere –

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Consigliere –

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

G.S. C.F. (OMISSIS), domiciliato EX LEGE

PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE, PIAZZA CAVOUR, ROMA, rappresentato e

difeso dall’avvocato ZURLO WANDA;

– ricorrente –

contro

R.F. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA MONTE ZEBIO 7, presso lo studio dell’avvocato PERONE MARIO,

che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato IANNACCHINO

GIANLUIGI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 787/2005 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 24/03/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/06/2011 dal Consigliere Dott. LUIGI PICCIALLI;

udito l’Avvocato Perone Mario difensore del resistente che ha chiesto

il rigetto del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Rosario Giovanni che ha concluso per l’accoglimento del

ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto notificato il 2.7.98 G.S. citò al giudizio del Tribunale di Milano R.F., esponendo: 1) di essere stato incaricato, con distinte scritture private dell’8.4.89 stipulate con C.G., obbligatosi anche per conto della moglie comproprietaria P.L., ad eseguire i lavori di completamento di un immobile ed a vendere lo stesso, per il prezzo di L. 400.000.000, trattenendo la differenza; 2) di avere, successivamente al completamento delle opere, con scrittura privata del 5.2.90, stipulato un contratto preliminare con R.F., ad oggetto di una porzione dell’immobile, pari ad un quarto, immettendone nel relativo possesso il promissario acquirente; 3) che quest’ultimo, nonostante la sua diffida a non stipulare il contratto definitivo, senza aver prima adempiuto agli obblighi assunti con il preliminare, aveva direttamente acquistato dai suddetti proprietari la porzione immobiliare de qua, con atto pubblico (di data non precisata nella sentenza impugnatane in ricorso) per notar P.;

4) che in base al preliminare il R. era obbligato a pagargli la somma di L. 150.000.000, quale residuo prezzo, oltre a quella di L. 1.041.261 per gli allacci di utenze.

Su tali premesse l’attore chiese la condanna del convenuto al pagamento delle somme suddette, con interessi e rivalutazione.

Costituitosi il convenuto, contestò la fondatezza della domanda, chiedendone il rigetto.

Con sentenza n. 1963/01 il Tribunale respinse la domanda, con il carico delle spese. A seguito dell’appello del soccombente, resistito dall’appellato, la Corte di Milano rigettò il gravame, con condanna dell’appellante alle ulteriori spese, sulla scorta delle seguenti essenziali considerazioni: a) avendo il G. stipulato il preliminare “in nome e per conto di chi rappresenta” e non avendo nominato tale persona, nei tre giorni previsti dall’art. 1402 c.c., in mancanza di previsione di un termine maggiorerà rimasto obbligato in proprio;b) conseguentemente, soltanto se fosse stato in condizione di trasferire al R. la proprietà dell’immobile – il che era da escludersi essendo l’appartamento ancora di proprietà dei C.- P. – avrebbe potuto pretendere dal promissario acquirente l’adempimento del contratto preliminare e, dunque, il pagamento del saldo del prezzo pattuito; c) nè a diverse conclusioni potevano indurre le scritture dell’8.4.89, dal cui contenuto non potevano desumersi gli estremi formali di un procura a vendere, tanto meno in considerazione del fatto che l'”autorizzazione a procurare la vendita anche frazionata …” non era stata rilasciata anche dall’altra proprietaria, la P.; d) che non essendo il G., alla data della diffida del 26.7.94, in condizioni di poter trasferire l’immobile, nè essendolo a quella successiva della compravendita, stipulata tra i C.- P. ed il R., era da escludersi l’inadempienza di quest’ultimo al contratto preliminare; e) che, per le suddette considerazioni, era anche da escludersi un consapevole e volontario concorso del convenuto a produrre la lesione del diritto di credito vantato dal G. nei confronti del C.; f) che infine erano inammissibili gli articolati capitoli di prova orale, in parte irrilevanti, ed in parte comportanti “meri giudizi sintetici” o “valutativi”.

Contro la suddetta sentenza il G. ha proposto ricorso affidato a sei motivi.

Ha resistito il R. con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso si deduce illogicità, insufficienza e contraddittorietà di motivazione ” sul punto della richiesta lesione del credito”, perchè i giudici di appello non avrebbero spiegato “perchè a fronte della loro pronuncia non vi fosse stata lesione del credito e responsabilità del R. nella causazione del danno arrecato al G.”.

Il motivo è manifestamente infondato, atteso che la corte di merito ha chiaramente esposto, senza incorrere in alcun vizio logico testualmente rilevabile, le esaurienti ragioni (v. punti sub d – e di cui alla narrativa) in base alle quali ha ritenuto la pretesa risarcitoria dell’attore non meritevole di accoglimento. Nè il ricorrente spiega, limitandosi a richiamare la diffida e l’antecedente immissione in possesso, quali fossero le ragioni di diritto fondanti tali pretese e le prove al riguardo offerte, con particolare riferimento ad una propria eventuale offerta di procurare al promissario acquirente la proprietà del bene; sicchè il mezzo d’impugnazione si risolve in una doglianza del tutto generica ed in fatto, priva di giuridico supporto.

Con il secondo motivo si deducono analoghi vizi di motivazione e “mancata applicazione dell’art. 1478 c.c.”, confutando l’affermazione secondo cui, alla data della diffidaci G. si trovava nell’impossibilità di trasferire l’immobile, altresì evidenziando che con tale atto si invitava il R. a non effettuare pagamenti direttamente a mani del C., perchè il primo era stato antecedentemente immesso nel possesso dell’immobile dal G., con il quale soltanto aveva stipulato il preliminare, sicchè il deducente avrebbe rispettato l’impegno nascente dalla vendita di bene altrui.

Anche tale motivo, in parte ripetitivo del precedente, deve essere respinto, non evidenziando alcun malgoverno della norma richiamatale carenze o illogicità argomentative della decisione, nella quale si è spiegato come rimpossibilità, alla data della diffida, di adempiere all’obbligo del trasferimento, per non essersi procurata la proprietà dell’immobile, non giustificasse la pretesa di adempimento da parte del promittente venditore, i cui impegni non potevano ritenersi esauriti con l’immissione in possesso del promissario acquirente, ma comportavano anche quello ulteriore di far conseguire al medesimo la proprietà del bene, quanto meno procurando il consenso dei proprietari al relativo trasferimento.

Ma dell’ottenimento di tale consenso e della relativa comunicazione alla controparte non è stata allegata alcuna prova, nè la stessa può desumersi ex post dalla circostanza che il R. abbia, successivamente e di propria iniziativa, stipulato l’atto di vendita, non potendo tale stipula considerarsi procurata dall’attore, il quale aveva anzi diffidato il promissario acquirente dall’addivenire alla stessa, pretendendo dal medesimo il saldo del prezzo, ancor prima di avergli procurato il passaggio di proprietà. Quest’ultima pretesa avrebbe potuto trovare giustificazione soltanto in presenza di un patto specifico, che prevedesse la corresponsione anticipata anche del residuo corrispettivo, rispetto alla controprestazione traslativa, ma al riguardo nessuna prova viene addotta, tanto meno ove si consideri che il contenuto del contratto preliminare o, quanto meno, delle specifiche clausole disciplinanti la scansione temporale delle reciproche obbligazioni, neppure risulta riportato nel ricorso, così incorrendo in palese difetto di autosufficienza.

Con il terzo motivo si censura “per errore di diritto”, non meglio precisato, l’argomentazione della sentenza impugnata, secondo cui il R. non poteva essere obbligato a pagare in base al contratto preliminare il residuo prezzo, perchè un eventuale adempimento del convenuto avrebbe potuto essere ravvisato soltanto se l’attore avesse provato di essere in condizioni di adempiere e ne avesse fatto offerta, prova che era mancata.

Il mezzo d’impugnazione è inammissibile, perchè non indicane consente di individuare attraverso le poco chiare argomentazioni alle quali si affida, la norma o il principio di diritto, che sarebbe stato violato o falsamente applicato dalla corte di merito, così sottraendosi all’onere della specificità imposto dall’art. 366, comma 1, n. 4 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Con il quarto motivo si deduce “error di diritto e omessa motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 3 e 5” con riferimento all’argomentazione secondo cui il G. non aveva provato in alcun modo che le spese, per lavori ed extra di cui aveva chiesto il rimborso, fossero a carico del R., al quale non era stato in grado di trasferire la proprietà dell’immobile, al riguardo deducendo che tale prova sarebbe risultata dal contratto preliminare, ai punti 1 e 7, descriventi le opere da eseguire, e dalla mancata contestazione da parte avversa.

Anche tale motivo è inammissibile, nella parte cui deduce, senza precisarne i riferimenti normativi, l’errore di diritto, ed in quella in cui lamenta l’omissione di motivazione, per difetto di autosufficienza non riportando le clausole contrattuali invocate, così non consentendo di valutare la decisività del punto della controversia, in ordine al quale i giudici di merito non avrebbero motivato. Manifesta, nel resto, è l’infondatezza del motivo, sotto ulteriori eventuali profili di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, considerata la non decisività, ai fini della sussistenza del erediterei mero silenzio serbato della controparte, che non avrebbe potuto giammai essere interpretato, in un contesto processuale connotato dalla radicale contestazione dell’avversa domanda, quale tacita ed inequivoca ammissione della sussistenza del credito in questione.

Non miglior sorte merita il quinto motivo, deducente “errore di diritto e di motivazione”, con il quale si censura l’essenziale ratio decidendi, secondo cui il promissario acquirente non poteva essere ritenuto inadempiente, non essendosi il promittente venditore posto in condizioni di adempiere a sua volta il contratto, con la conseguenza che quest’ultimo non avrebbe potuto pretendere a sua volta il saldo del prezzo, al riguardo obiettandosi che avrebbe potuto essere procurato il trasferimento, inducendo direttamente il terzo proprietario a vendere l’immobile.

Anche in questo caso non si indica la norma o il principio di diritto disattesi dai giudici di merito, nè le carenze o illogicità argomentative in cui gli stessi sarebbero incorsi, limitandosi a citazioni giurisprudenziali circa la suddetta possibilità, che rivestono mero rilievo teorico nella fattispecie, non essendosi provato, nè dedotto di avere effettivamente ed in concreto procurato ed offerto il suddetto consenso, circostanza peraltro in contrasto con lo svolgimento della vicenda, nell’ambito della quale risulta che i proprietari avevano direttamente ed indipendentemente proceduto alla vendita in questione, dopo che l’odierno ricorrente aveva tentato di impedirla.

Altrettanto inammissibile è infine, per genericità delle doglianze e tenuto conto della incensurabilità dell’esercizio, da parte del giudice di merito5del potere di compensare o meno le spese del giudizio ex art. 92 c.p.c., l’ultimo motivo, con il quale si lamenta l’eccessività delle spese in questione (senza specificare gli eventuali limiti tariffari valicati), “tenendo conto della linearità delle posizioni e delle richieste di compensazione delle stesse”.

Il ricorso va conclusivamente respinto.

Sussistono tuttavia ragioni di equità, correlate ai profili della singolare vicenda, sostanzialmente trilaterale e rimasta non del tutto chiarita (in un contesto processuale in cui sarebbe stata quanto meno opportuna ex art. 107 c.p.c. la partecipazione dei venditori), che inducono questa Corte (ferma restante l’insindacabilità del regolamento adottato in sede di merito), a compensare interamente tra le parti delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e dichiara interamente compensate tra le parti le spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 16 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 23 agosto 2011

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