Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1757 del 20/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 20/01/2022, (ud. 12/10/2021, dep. 20/01/2022), n.1757

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – rel. Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31735-2020 proposto da:

D.F.M., domiciliato presso la cancelleria della CORTE DI

CASSAZIONE, PIAZZA CAVOUR, ROMA, rappresentato e difeso dagli

Avvocati CLAUDIO GHISLANZONI, BARBARA MARCHESINI;

– ricorrente –

contro

FUNIVIA AL BERNINA F.A.B. SRL, in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVUOR 19,

presso lo studio dell’Avvocato MICHELE ROMA, che la rappresenta e

difende;

ALLIANZ SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CRESCENZIO 17/A, presso lo

studio dell’Avvocato MICHELE CLEMENTE, che la rappresenta e difende;

P. SPORT SRL, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DELLE BELLE ARTI, 7, presso

lo studio dell’Avvocato DOMITILLA AMBROSIO, che la rappresenta e

difende unitamente all’Avvocato PAOLO TARABINI;

– controricorrenti –

contro

SUVA – ISTITUTO NAZIONALE SVIZZERO DI ASSICURAZIONE CONTRO GLI

INFORTUNI;

– intimata –

avverso la sentenza n. 2558/2020 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 13/10/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 12/10/2021 dal Consigliere Relatore Dott. STEFANO

GIAIME GUIZZI.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

– che D.F.M. ricorre, sulla base di sei motivi, per la cassazione della sentenza n. 2558/20, del 13 ottobre 2020, della Corte di Appello di Milano, che – rigettandone il gravame esperito avverso la sentenza n. 216/16, del 26 febbraio 2016, del Tribunale di Sondrio – ha rigettato la domanda risarcitoria dallo stesso proposta nei confronti delle società P. Sport S.r.l. e Funivia del Bernina F.A.B. S.r.l., in relazione ai danni conseguenti ad un sinistro occorsogli, il (OMISSIS), in località (OMISSIS), in (OMISSIS);

– che, in punto di fatto, l’odierno ricorrente riferisce di essere stato investito, nelle circostanze di tempo e luogo sopra meglio identificate, da un cumulo di neve e da una lastra di ghiaccio scivolati dal tetto di un magazzino di proprietà della società Funivia del Bernina, mentre si trovava nel piazzale esterno allo stesso, seduto su una sedia a sdraio che aveva noleggiato dalla società P., la quale – in forza di contratto affitto di azienda concluso con la prima società – esercita l’attività di noleggio di sci, sdraio ed altre attrezzature invernali;

– che nel giudizio risarcitorio radicato da esso D.F. spiegava intervento volontario l’Istituto Nazionale Svizzero di Assicurazioni contro gli Infortuni (indicato in ricorso anche come SUVA), chiedendone la riunione con quello avente ad oggetto l’azione di rivalsa da esso SUVA esercitata contro le medesime convenute;

– che riuniti i due giudizi, si costituiva la società Allianz S.p.a., terza chiamata in manleva dalla società P. nella controversia instaurata da SUVA;

– che istruita la causa anche a mezzo di prova testimoniale, l’adito Tribunale rigettava la domanda risarcitoria, ravvisando nel comportamento dello stesso D.F. (per non aver accolto l’invito a spostarsi, che gli era stato rivolto proprio per prevenire il pericolo della caduta della neve) la causa esclusiva dell’evento dannoso, ponendo a suo carico le spese del grado, ivi comprese quelle dovute alla società Allianz, al pagamento delle quali l’attore era condannato in solido con SUVA;

– che esperito gravame dall’attore soccombente, la Corte milanese – nella resistenza di entrambe le convenute, che ne chiedevano il rigetto (salvo che in relazione alla richiesta di annullamento della condanna del D.F. a rifondere ad Allianz le spese di lite, condanna in ordine alla quale la stessa società Allianz aderiva, del resto, all’appello proposto) – lo respingeva, condannando l’appellante al pagamento integrale delle spese del grado in favore di Funivia del Bernina e di P., nonché, per la metà, in favore di Allianz;

– che avverso la sentenza della Corte ambrosiana ricorre per cassazione il D.F., sulla base di sei motivi;

– che il primo motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5), – violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2051 c.c., nonché “omessa e/o insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia”, ovvero “l’inesistenza dei presupposti di diritto perché la condotta del danneggiato potesse essere considerata caso fortuito e quindi escludere l’addebito di responsabilità del custode”;

– che, in particolare, il ricorrente si duole del fatto che la Corte territoriale abbia dato rilievo al carattere imprudente della condotta tenuta da esso D.F., mentre il custode, per esonerarsi da responsabilità, deve provare il caso fortuito, ovvero che la condotta del danneggiato, oltre che imprudente, non sia stata in alcun modo prevedibile;

– che il secondo motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3), 4) e 5), – “omessa e/o insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia”, e ciò anche con riferimento all’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4), nonché “violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione agli artt. 2051 e 1227 c.c.”;

– che si censura, in questo caso, la sentenza impugnata perché “la Corte d’Appello afferma l’esistenza di una condotta negligente in capo al danneggiato, con conseguente attribuzione esclusiva della responsabilità nell’accaduto, senza però indicare il percorso logico in base al quale la stessa sia giunta a tale conclusione, con contestuale manchevole disamina del materiale probatorio sottoposto al suo esame”;

– che, in particolare, gli errori di diritto si sarebbero “sommati e intrecciati a un difetto di motivazione”, segnatamente in relazione alla decisione: a) di ignorare la deposizione resa dal solo teste (tale A.M.) presente ai fatti di causa; b) di considerare, invece, prevalenti rispetto ad essa le dichiarazioni rese a “SIT” – agli operatori di polizia accorsi sul luogo del sinistro – dal proprietario della società convenuta, P.R., nonché la testimonianza di persona (tale V.M.) non menzionata nel verbale di polizia; c) di ritenere che esso D.F. avesse deciso negligentemente di non spostarsi dal luogo del presunto pericolo; d) di ritenere che l’accumulo di ghiaccio fosse ben visibile e non costituisse insidia; e) di ritenere che la lastra di ghiaccio fosse caduta dal container e non dal magazzino (peraltro, entrambi sprovvisti di dispositivi ferma neve, prescritti dal D.M. 16 gennaio 1996);

– che il terzo motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 4), anche in relazione all’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4), e art. 118 disp. att. c.p.c. – “violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1227 c.c., in relazione all’art. 2051 c.c. e all’art. 167 c.p.c.”, nonché “omessa e/o insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia”, e ciò in quanto la Corte milanese, “nell’interpretare l’eccezione sollevata dalle convenute sulla corresponsabilità del danneggiato”, avrebbe “erroneamente inquadrato la fattispecie nel disposto di cui all’art. 127 c.c., comma 1, anziché nell’art. 1227 c.c., comma 2, respingendo così l’eccezione di decadenza ex art. 167 c.p.c.”;

– che, difatti, una volta esclusa “l’applicabilità dell’esimente prevista dall’art. 2051 c.c., difettandone i requisiti”, la Corte territoriale avrebbe “dovuto valutare l’effettiva esistenza in capo al danneggiato di un comportamento colposo, che abbia concorso a cagionare il danno, nonché l’effettiva risarcibilità del danno subito, ai sensi del disposto di cui all’art. 1227 c.c.”, ma ciò, evidentemente, “con riferimento alle richieste ed eccezioni sollevate dalle parti convenute sia con comparazione di tutti i riscontri probatori”, e dunque dovendo prendere atto che “nessuna delle parti” ha imputato ad esso D.F. “di aver concorso nella produzione del fatto dannoso”, bensì, “col suo comportamento negligente, di non avere evitato l’evento”;

– che il quarto motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 4) e 5), anche in relazione all’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4), e art. 118 disp. att. c.p.c., – “violazione e/o falsa applicazione degli artt. 91 e 112 c.p.c., in relazione agli artt. 167 e 274 c.p.c.”, ovvero “omessa e/o insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia”, nonché “nullità della sentenza per violazione del disposto di cui all’art. 112 c.p.c., in relazione agli artt. 91,167 e 274 c.p.c.”, e ciò quanto il giudice di appello “ha confermato la sentenza nella parte in cui, con provvedimento ultra petita, è stato condannato l’attore al pagamento delle spese di lite della terza chiamata Allianz, parte estranea al suo giudizio”;

– che il quinto motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4) e 5), anche in relazione all’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4), e art. 118 disp. att. c.p.c., – “nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione agli artt. 167 e 274 c.p.c., al D.M. n. 55 del 2014, e successive modificazioni”, nonché “omessa e/o insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia”, e ciò quanto il giudice di appello “ha omesso di pronunciarsi sulla questione relativa all’errata determinazione quantificazione delle spese di lite in materia di soccombenza, erroneamente fondendo procedimenti e parti processuali”;

– che si censura, per un verso, l’omissione di pronuncia in cui sarebbe incorsa la Corte territoriale, in relazione al motivo di gravame con il quale si era censurata la decisione del primo giudice di disporre la condanna, in solido, degli attori di due procedimenti diversi, senza determinare le spese per ciascun procedimento e con riferimento al valore della domanda e dell’attività in essa espletata;

– che, per altro verso, sul presupposto che il valore della causa risarcitoria promossa da esso D.F. fosse indeterminabile, sicché per tale scaglione le tariffe medie avrebbero comportato un compenso complessivo pari a Euro 10.343,00, oltre oneri e spese generali, l’odierno ricorrente si duole del fatto che il primo giudice avesse deciso di liquidare, in favore di Allianz, la somma complessiva di Euro 9.200,00 (Euro 8.000,00 + 15% per spese generali) oltre IVA e CPA, in favore di Funivia al Bernina, la somma complessiva di Euro 24.595,05 (Euro 21.387,00 + 15`)/0 per spese generali) oltre IVA e CPA, per la P. Sport, la somma complessiva di Euro 23.000,00 (Euro 20.000,00 + 15% per spese generali) oltre IVA e CPA;

– che, infine, il sesto motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4) e 5), anche in relazione all’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4), e art. 118 disp. att. c.p.c., – “nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 102 c.p.c.”, nonché “omessa e/o insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia”, e ciò quanto il giudice di appello “ha omesso di pronunciarsi sulla questione relativa all’inammissibilità dell’intervento volontario di SUVA”;

– che hanno resistito all’impugnazione, con distinti controricorsi, le società Funivia al Bernina, Allianz e P., chiedendo che la stessa sia dichiarata inammissibile o, comunque, rigettata, nonché formulando, le prime due, in relazione al quarto motivo di ricorso, eccezione di carenza di interesse, avendo Allianz dichiarato di rinunciare ad esigere il pagamento delle spese di lite dal D.F., ritenendola errata;

– che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio per il 12 ottobre 2021;

– che è rimasta solo intimata SUVA;

– che tutte le parti hanno depositato memoria, insistendo nelle rispettive argomentazioni.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

– che il ricorso va accolto solo in relazione al suo quarto motivo, ritenendo questo collegio che le considerazioni svolte dal ricorrente nella memoria ex art. 380-bis c.p.c., comma 2, non siano idonee a superare i rilievi contenuti nella proposta del consigliere relatore;

– che il primo motivo – con cui si lamenta che, ricorrendo la fattispecie di cui all’art. 2051 c.c., per considerare il comportamento del soggetto danneggiato come idoneo ad interrompere il nesso causale tra “res” ed evento dannoso, la sentenza impugnata avrebbe dovuto apprezzarne l’imprevedibilità, oltre che l’imprudenza – non è fondato;

– che la sentenza impugnata, infatti, si è dichiaratamente uniformata al principio, enunciato a più riprese da questa Corte, secondo cui la responsabilità del custode si arresta di fronte al dovere di ragionevole cautela di chi usi la cosa (Cass. Sez. 6-3, ord. 3 aprile 2019, n. 9315, Rv. 653609-01; si veda anche, Cass. Sez. 6-3, ord. 30 ottobre 2018, n. 27724, Rv. 651374-01; Cass. Sez. 3, ord. 1 febbraio 2018, n. 2480, Rv. 647934-01; Cass. Sez. 6-3, ord. 22 dicembre 2017, n. 30775, Rv. 647197-01);

– che, difatti, “la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione – anche ufficiosa – dell’art. 1227 c.c., comma 1, richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 Cost., sicché, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento danno” (da ultimo, Cass. Sez. 6-3, ord. n. 9315 del 2019, cit.);

– che, in senso contrario, non vale richiamare – aspetto su cui ha insistito, invece, il ricorrente – la necessità che la condotta del danneggiato, oltre che imprudente, sia pure imprevedibile, principio che, per vero, la più recente giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. Sez. 3, sent. 20 novembre 2020, n. 26524; in senso conforme anche Cass. Sez. 3, sera. 16 febbraio 2021, n. 4035) ha, in particolare, valorizzato nell’ambito – diverso, rispetto a quello che qui occupa – della responsabilità per danni da caduta su busche o disconnessioni della pavimentazione stradale, essendosi, in particolare, affermato che “non risulta predicabile la ricorrenza del caso fortuito a fronte del mero accertamento di una condotta colposa della vittima (la quale potrà invece assumere rilevanza, ai fini della riduzione o dell’esclusione del risarcimento, ai sensi dell’art. 1227 c.c., commi 1 o 2), richiedendosi, per l’integrazione del fortuito, che detta condotta presenti anche caratteri di imprevedibilità ed eccezionalità tali da interrompere il nesso causale tra la cosa in custodia e il danno”;

– che, nondimeno, anche siffatto indirizzo giurisprudenziale continua a predicare la possibilità che il comportamento del danneggiato, allorché solo imprudente (e non pure imprevedibile), possa comunque “assumere rilevanza”, ai fini “dell’esclusione del risarcimento”, ai sensi dell’art. 1227 c.c., commi 1, secondo il “modus operandi” seguito anche dalla sentenza impugnata, che si richiama, significativamente, proprio a tale previsione normativa (non a caso, de resto, oggetto di censura da parte del ricorrente con il terzo motivo del proprio atto di impugnazione);

– che all’esito dell’applicazione dell’art. 1227 c.c., comma 1, la sentenza impugnata è pervenuta sul rilievo – non sindacabile, come si dirà nello scrutinare il secondo motivo del presente ricorso – che la deposizione testimoniale di V.M. ha confermato la versione dei fatti fornita agli agenti di P.S. accorsi sul luogo del sinistro, nell’immediatezza dello stesso, da P.R., ovvero che costui “in più occasioni e senza esito”, aveva “invitato il signor D.F. a spostarsi dal punto da cui si trovava, avvertendolo che lo stesso risultava pericoloso a causa della neve che poteva cadere dal tetto del container”;

– che il secondo motivo – con il quale si contesta proprio tale ultima affermazione della sentenza impugnata, sotto il profilo della “omessa e/o insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia”, ovvero della “violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c.”, – è inammissibile per varie ragioni;

– che, innanzitutto, deve ribadirsi come l’apprezzamento delle risultanze istruttorie non risulta sindacabile in questa sede, e ciò alla stregua del principio secondo cui “spetta al giudice di merito, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di controllarne l’attendibilità e la concludenza e di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge” (da ultimo, tra le innumerevoli, Cass. Sez. 6-1, ord. 13 gennaio 2020, n. 331, Rv. 65680201);

– che, inoltre, il vizio di motivazione – alla luce dell’avvenuta riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla parte motiva della sentenza (Cass. Sez. Un., sent. 7 aprile 2014, n. 8053, Rv. 629830-01, nonché, “ex multis”, Cass. Sez. 3, ord. 20 novembre 2015, n. 23828, Rv. 637781-01; Cass. Sez. 3, sent. 5 luglio 2017, n. 16502, Rv. 637781-01; Cass. Sez. 1, ord. 30 giugno 2020, n. 13248, Rv. 658088-01), e ciò quale conseguenza della “novellazione” del testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, (applicabile “ratione temporis” al presente giudizio) – costituisce evenienza ormai ipotizzabile solo quando essa rechi “argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento” (Cass. Sez. Un., sent. 3 novembre 2016, n. 22232, Rv. 641526-01, nonché, più di recente, Cass. Sez. 6-5, ord. 23 maggio 2019, n. 13977, Rv. 654145-01), o risulti affetta da “irriducibile contraddittorietà” (cfr. Cass. Sez. 3, sent. 12 ottobre 2017, n. 23940, Rv. 645828-01; Cass. Sez. 6-3, ord. 25 settembre 2018, n. 22598, Rv. 650880-01), ovvero sia connotata da “affermazioni inconciliabili” (da ultimo, Cass. Sez. ord. 25 giugno 2018, n. 16111, Rv. 649628-01), mentre “resta irrilevante il semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Cass. Sez. 2, ord. 13 agosto 2018, n. 20721, Rv. 65001801), ferma in ogni caso restando la necessità che tale vizio “emerga immediatamente e direttamente dal testo della sentenza impugnata” (Cass. Sez. Un., sent. n. 8053 del 2014, cit.), vale a dire “prescindendo dal confronto con le risultanze processuali” (così, tra le molte, Cass. Sez. 1, ord. 20 giugno 2018, n. 20955, non massimata);

– che, nella specie, l’odierno ricorrente mira ad evidenziare il vizio di motivazione proprio sulla base delle risultanze istruttorie, o meglio di una “manchevole disamina del materiale probatorio”, evenienza, come detto, non suscettibile di integrare il vizio di motivazione apparente, come sopra delineato;

– che, d’altra parte, neppure ricorre la violazione dell’art. 116 c.p.c., norma che sancisce il principio della libera valutazione delle prove, salva diversa previsione legale, essendo la stessa ravvisabile solo quando “il giudice di merito disattenda tale principio in assenza di una deroga normativamente prevista, ovvero, all’opposto, valuti secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza probatoria soggetta ad un diverso regime” (Cass. Sez. 3, sent. 10 giugno 2016, n. 11892, Rv. 640193-01, nello stesso, più di recente, in motivazione, Cass. Sez. 6-2, ord. 18 marzo 2019, n. 7618, non massimata sul punto, nonché Cass. Sez. 6-3, ord. 31 agosto 2020, n. 18092, Rv. 658840-02), mentre “ove si deduca che il giudice ha solamente male esercitato il proprio prudente apprezzamento della prova, la censura è ammissibile, ai sensi del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), solo nei rigorosi limiti in cui esso ancora consente il sindacato di legittimità sui vizi di motivazione” (Cass. Sez. Un., sent. 30 settembre 2020, n. 20867, Rv. 659037-02), limiti dei quali si è già detto;

– che, per concludere sul punto, neppure è ipotizzabile violazione dell’art. 115 c.p.c., – norma che sancisce il principio secondo cui il giudice decide “iuxta et probata partium” – giacché essa “può essere dedotta come vizio di legittimità solo denunciando che il giudice ha dichiarato espressamente di non dover osservare la regola contenuta nella norma, ovvero ha giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli” (Cass. Sez. 3, sent. 10 giugno 2016, n. 11892, Rv. 640192-01);

– che il terzo motivo – con cui si lamenta l’erroneo inquadramento della condotta del danneggiato nella fattispecie di cui all’art. 1227 c.c., al comma 1 (e non al comma 2), – è anch’esso inammissibile;

– che siffatta doglianza si fonda, infatti, sull’assunto, invano criticato con i primi due motivi di ricorso, della non applicabilità dell’esimente del “caso fortuito” prevista dall’art. 2051 c.c., sicché, una volta constatato, invece, che risulta esente dai denunciati vizi di legittimità la valutazione del giudice di merito circa la possibilità di configurare la condotta dello stesso D.F. quale causa esclusiva dell’evento dannoso dallo stesso patito, corretta risulta decisione della Corte territoriale di rigettare l’eccezione di decadenza formulata ai sensi dell’art. 167 c.p.c., giacché assunta in coerenza con il principio secondo cui quella formulata ex art. 1227 c.c., comma 1, “non costituendo un’eccezione in senso proprio, ma una semplice difesa, dev’essere esaminata e verificata dal giudice anche d’ufficio, attraverso le opportune indagini sull’eventuale sussistenza della colpa del danneggiato e sulla quantificazione dell’incidenza causale dell’accertata negligenza nella produzione dell’evento dannoso, indipendentemente dalle argomentazioni e richieste formulate dalla parte; pertanto, anche il giudice d’appello può valutare d’ufficio tale concorso di colpa nel caso in cui il danneggiante si limiti a contestare “in toto” la propria responsabilità” (da ultimo, Cass. Sez. 3, ord. 2 aprile 2021, n. 9200, Rv. 661071-01);

– che il quarto motivo e’, invece, fondato, alla stregua del principio secondo cui “il provvedimento discrezionale di riunione di più cause lascia immutata l’autonomia dei singoli giudizi e non pregiudica la sorte delle singole azioni”, sicché “la congiunta trattazione lascia integra la loro identità, tanto che la sentenza che decide simultaneamente le cause riunite, pur essendo formalmente unica, si risolve in altrettante pronunce quante sono le cause decise, mentre la liquidazione delle spese giudiziali va operata in relazione a ciascun giudizio, atteso che solo in riferimento alle singole domande è possibile accertare la soccombenza, non potendo essere coinvolti in quest’ultima soggetti che non sono parti in causa” (Cass. Sez. 1, sent. 10 luglio 2014, n. 15860, Rv. 632117-01);

– che il quinto ed il sesto motivo, invece, sono inammissibili, giacché – nel lamentare l’omessa pronuncia della Corte territoriale su quelli che si indicano come motivi di gravame sulle spese del primo grado di giudizio – non rispettano la prescrizione di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6);

– che e’, infatti, “inammissibile, per violazione del criterio dell’autosufficienza, il ricorso per cassazione col quale si lamenti la mancata pronuncia del giudice di appello su uno o più motivi di gravame, se essi non siano compiutamente riportati nella loro integralità nel ricorso, sì da consentire alla Corte di verificare che le questioni sottoposte non siano “nuove” e di valutare la fondatezza dei motivi stessi senza dover procedere all’esame dei fascicoli di ufficio o di parte” (Cass. Sez. 2, sent. 20 agosto 2015, n. 17049, Rv. 636133-01);

– che, in ogni caso, il quinto motivo si presenta anche non fondato, alla stregua del principio secondo cui, “in tema di liquidazione delle spese processuali ai sensi del D.M. n. 55 del 2014, l’esercizio del potere discrezionale del giudice, contenuto tra il minimo e il massimo, non è soggetto a sindacato di legittimità, attenendo pur sempre a parametri fissati dalla tabella, mentre la motivazione è doverosa allorquando il giudice decida di aumentare o diminuire ulteriormente gli importi da riconoscere, essendo necessario, in tal caso, che siano controllabili le ragioni che giustificano lo scostamento e la misura di questo” (Cass. Sez. 3, ord. 13 luglio 2021, n. 19989, Rv. 661839-03);

– che il ricorso va, dunque, accolto limitatamente al quarto motivo, sicché la sentenza impugnata va cassata in relazione, potendo, tuttavia, questa Corte decidere nel merito, ex art. 384, comma 2, seconda alinea, non occorrendo ulteriori accertamenti di fatto;

– che in riforma della sentenza di primo grado va, pertanto, dichiarato che nulla è dovuto dal D.F. alla società Allianz a titolo di spese di lite;

– che le spese del presente giudizio di legittimità sono integralmente compensate quanto al rapporto processuale tra l’odierno ricorrente e la società Allianz, ricorrendo giusti motivi ex art. 92 c.p.c.;

– che trova infatti applicazione nel presente giudizio, “ratione temporis” (essendo stato la fase di primo grado introdotta con citazione notificata il 16 febbraio 2017), il testo dell’art. 92 c.p.c., comma 2, come sostituito dal D.L. 12 settembre 2014, n. 132, art. 13, comma 1, convertito, con modificazioni, dalla L. 10 novembre 2014, n. 162, come dichiarato costituzionalmente illegittimo (Corte Cost., sent. 19 aprile 2018, n. 77) nella parte in cui non prevede che il giudice possa compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, anche qualora sussistano altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni, oltre quelle contemplate dal testo della norma, ovvero l’assoluta novità della questione trattata o il mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti;

– che, nel caso di specie, tale “analoga” ragione, grave ed eccezionale, va ravvisata nello stesso contegno di Allianz, che ha sempre riconosciuto come “errata” (e, dunque, ad essa non dovuta) la condanna del D.F. al pagamento delle spese in suo favore;

– che, quanto invece al rapporto processuale tra l’odierno ricorrente e le società Funivia al Bernina e P. Sport (non risentendo le stesse in alcun modo dalla disposta cassazione, “in parte qua”, della sentenza impugnata), le spese relative al presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza, venendo liquidate come da dispositivo.

PQM

La Corte accoglie il quarto motivo di ricorso, che invece rigetta quanto ai restanti motivi, cassando in relazione la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, dichiara non dovute da D.F.M. le spese di lite liquidate in favore della società Allianz S.p.a., compensando integralmente tra i medesimi soggetti le spese del presente giudizio di legittimità, condannando, invece, il D.F. a rifondere alle società Funivia Bernina FAB S.r.l. e P. Sport S.r.l. le spese del presente giudizio, liquidate, per ciascuna di esse, in Euro 3.000,00, più Euro 200,00 per esborsi, nonché 15% per spese generali oltre accessori di legge.

Depositato in Cancelleria il 20 gennaio 2022

 

 

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