Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17569 del 23/08/2011

Cassazione civile sez. II, 23/08/2011, (ud. 05/05/2011, dep. 23/08/2011), n.17569

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHETTINO Olindo – Presidente –

Dott. PROTO Cesare Antonio – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

D.G. nella sua qualità di titolare della DITTA AAA

A.B.A. DI D’ADDEZIO GIOVANNI P.IVA (OMISSIS), elettivamente

domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso LA CORTE DI CASSAZIONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato RONCA LAURA;

– ricorrente –

contro

SEAT PAGINE GIALLE SPA P.IVA (OMISSIS) in persona dei suoi legali

rappresentanti pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

P.L.DA PALESTRINA 47, presso lo studio dell’avvocato GEREMIA RINALDO,

che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato BORDA

ALESSANDRO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 719/2005 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 30/04/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

05/05/2011 dal Consigliere Dott. VINCENZO CORRENTI;

udito l’Avvocato RINALDO GEREMIA difensore della controricorrente che

ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SGROI Carmelo che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione notificata in data illeggibile ma posteriore e prossima al 9.2.2002 D.G., titolare della AAA A.B.A. di D’Addezio Giovanni, convenne davanti al Tribunale di Torino la SEAT Pagine Gialle spa esponendo che, iscritta alla Camera di Commercio nell’albo delle imprese artigiane, aveva modificato la ditta in fasi successive assumendo la denominazione di A.A. di D’Addezio Giovanni, quindi di A A di D’Addezio Giovanni e, da ultimo di A.A.A. A.B.A. di D’Addezio Giovanni; che il cambiamento era stato determinato da SEAT Pagine Gialle e finalizzato all’inserzione di vari messaggi pubblicitari; che il criterio della priorità alfabetica era previsto, a parità di investimento, nelle condizioni generali di vendita degli spazi pubblicitari; ciò premesso e riferito delle pattuizione tra le parti, degli inadempimenti di controparte e dei danni subiti, chiese la restituzione del prezzo pagato per la pubblicità Fabbri nelle pagine gialle di Milano edizione 2000-2001 di l. 104.000.000 più iva o veriore accertanda, previa pronuncia, se del caso, della risoluzione parziale del contratto e/o a titolo di risarcimento del danno anche per mancato guadagno, l’accertamento dell’inadempimento della SEAT per l’edizione 2001-2002, con la declaratoria che nulla doveva a titolo di prezzo, previa se del caso risoluzione per inadempimento, oltre il risarcimento del danno anche per mancato guadagno, con eventuale compensazione, in riferimento al prezzo pattuito per la categoria Idraulici (L. 129.982.000 più iva) e L. 80.000.000 più iva riguardo alla categoria Fabbri.

La convenuta contestò la pretesa ed il Tribunale di Torino, con sentenza 23.12.2003, rigettò le domande attrici, decisione confermata dalla Corte di appello, con sentenza 719/2005, che delimitato l’ambito della devoluzione sotto il profilo della sequenza alfabetica che sotto il profilo del preteso vizio del consenso (quest’ultimo, ed il relativo inadempimento, riferito ad una delle 62 voci), e dedotta la non chiara esposizione dei motivi, la rilevanza dell’errore se essenziale e riconoscibile, escluse la minima specificità di una domanda sul vizio della volontà, limitando l’indagine all’inadempimento relativo ai due oggetti del contendere relativi alle edizioni 2000-2001 e 2001-2002.

Esclusa la rilevanza dei capi di prova dedotti dall’appellante, affermato che spettava all’appellata l’onere della prova dell’adempimento e richiamato l’art. 4 delle condizioni generali, la Corte di appello pervenne alla decisione oggi impugnata. Ricorre D.G., quale titolare della AAA A.B.A. di D’Addezio Giovanni con quattro motivi, resiste controparte.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Col primo motivo si denunzia violazione del principio del contraddittorio, della corrispondenza tra chiesto e pronunciato, degli artt. 101, 112 ,115, 329, 342, 346 c.p.c., error in procedendo, per essere stata omessa la decisione sull’intera domanda.

Col secondo motivo si lamenta omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione e violazione degli artt. 1229, 2722 c.c. e art. 346 c.p.c. laddove si deduce che il capo della sentenza relativo alla domanda sub I è coperto da giudicato.

Col terzo motivo si deducono vizi di motivazione circa l’affermazione che “la deduzione di un vizio della volontà è domanda priva della minima specificità”.

Col quarto motivo si denunziano vizi di motivazione perchè si era dedotto che il committente accettava il criterio alfabetico adottato dalla Seat, esonerandola da ogni responsabilità.

Le censure, come proposte, non meritano accoglimento.

In ordine alla prima, pur col richiamo all’art. 112 c.p.c. ed alla parziale esposizione della premessa in fatto, il principio di autosufficienza del ricorso avrebbe dovuto comportare una analitica ed inequivoca descrizione delle domande formulate in primo grado e dei motivi di impugnazione, per superare l’affermazione della Corte di appello sulla equivocità della domanda e la non chiarezza dei motivi, cui non si può contrapporre una diversa tesi.

In relazione al secondo motivo, andava proposta rituale impugnazione ex art. 112 c.p.c. indicando il motivo di appello in cui si era proposta la questione impeditiva del passaggio in giudicato, in modo da dimostrare che quella pronunzia si rendesse necessaria ed ineludibile, riportando il contenuto negli esatti termini, non essendo consentita al giudice una autonoma ricerca ma solo una verifica (Cass. 19.3.07 n. 6361, 28.7.05 n. 15781 SS.UU., 23.9.02 n. 13833, 11.1.02 n. 317, 10.5.01 n. 6502).

Ad analoghe conclusioni bisogna pervenire per il terzo motivo, attesa la dedotta assenza di specificità della domanda.

In ordine al quarto motivo, andava formulata rituale impugnazione ex art. 1362 c.c., fondandosi la sentenza sulla interpretazione del contratto, anzicchè dedurre vizi di motivazione.

L’opera dell’interprete, infatti, mirando a determinare una realtà storica ed obiettiva, qual è la volontà delle parti espressa nel contratto, è tipico accertamento in fatto istituzionalmente riservato al giudice del merito, censurabile in sede di legittimità soltanto per violazione dei canoni legali d’ermeneutica contrattuale posti dall’art. 1362 c.c. e segg., oltre che per vizi di motivazione nell’applicazione di essi; pertanto, onde far valere una violazione sotto entrambi i due cennati profili, il ricorrente per cassazione deve, non solo, come già visto, fare esplicito riferimento alle regole legali d’interpretazione mediante specifica indicazione delle norme asseritamente violate ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in qual modo e con quali considerazioni il giudice del merito si sia discostato dai canoni legali assuntivamente violati o questi abbia applicati sulla base di argomentazioni illogiche od insufficienti.

Di conseguenza, ai fini dell’ammissibilità del motivo di ricorso sotto tale profilo prospettato, non può essere considerata idonea – anche ammesso ma non concesso lo si possa fare implicitamente – la mera critica del convincimento, cui quel giudice sia pervenuto, operata, come nella specie, mediante la mera ed apodittica contrapposizione d’una difforme interpretazione a quella desumibile dalla motivazione della sentenza impugnata, trattandosi d’argomentazioni che riportano semplicemente al merito della controversia, il cui riesame non è consentito in sede di legittimità (e pluribus, da ultimo, Cass. 9.8.04 n. 15381,23.7.04 n. 13839,21.7.04 n. 13579,16.3.04 n. 5359, 19.1.04 n. 753).

E’, inoltre, necessario rilevare, sia pur solo ad abundantiam, come nel motivo in esame, con il quale s’imputa di fatto alla corte territoriale l’erronea interpretazione di convenzioni intervenute tra le parti, non siano ritualmente riportati i testi delle stesse, la correttezza o meno della cui interpretazione si richiede a questa Corte di valutare, ciò che costituisce un’ulteriore ragione d’inammissibilità del motivo, giacchè, in violazione dell’espresso disposto dell’art. 366 c.p.c., nn. 3 e 4, non vi si riportano proprio quegli elementi di fatto in considerazione dei quali la richiesta valutazione, sia della conformità a diritto dell’interpretazione operatane dalla corte territoriale, sia della coerenza e sufficienza delle argomentazioni motivazionali sviluppate a sostegno della detta interpretazione, avrebbe dovuto essere effettuata, in tal guisa non ponendosi il giudice di legittimità in condizione di svolgere il suo compito istituzionale(e pluribus, da ultimo, Cass. 9.2.04 n. 2394, 5.9.03 n. 13012, 6.6.03 n. 9079,24.7.01 n. 10041,19.3.01 n. 3912, 30.8.00 n. 11408, 13.9.99 n. 9734, 29.1.99 n. 802).

Quanto, poi, al vizio di motivazione, unico in effetti realmente sviluppato, devesi considerare come la censura con la quale alla sentenza impugnata s’imputino i vizi di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 debba essere intesa a far valere, a pena d’inammissibilità comminata dall’art. 366 c.p.c., n. 4 in difetto di loro puntuale indicazione, carenze o lacune nelle argomentazioni, ovvero illogicità nell’attribuire agli elementi di giudizio un significato fuori dal senso comune, od ancora mancanza di coerenza tra le varie ragioni esposte per assoluta incompatibilità razionale degli argomenti ed insanabile contrasto tra gli stessi; non può, per contro, essere intesa a far valere la non rispondenza della valutazione degli elementi di giudizio operata dal giudice del merito al diverso convincimento soggettivo della parte ed, in particolare, non si può con essa proporre un preteso migliore e più appagante coordinamento degli elementi stessi, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi dell’iter formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della norma stessa;

diversamente, il motivo di ricorso per cassazione si risolverebbe – com’è, appunto, per quello in esame – in un’inam-missibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice del merito, id est di nuova pronunzia sul fatto, estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di legittimità.

Nè, può imputarsi al detto giudice d’aver omesse l’esplicita confutazione delle tesi non accolte e/o la particolareggiata disamina degli elementi di giudizio non ritenuti significativi, giacchè nè l’una nè l’altra gli sono richieste, mentre soddisfa all’esigenza d’adeguata motivazione che il raggiunto convincimento risulti – come è dato, appunto, rilevare nel caso di specie – da un esame logico e coerente di quelle, tra le prospettazioni delle parti e le emergenze istruttorie, che siano state ritenute di per sè sole idonee e sufficienti a giustificarlo; in altri termini, perchè sia rispettata la prescrizione desumibile dal combinato disposto dell’art. 132 c.p.c., n. 4 e degli artt. 115 e 116 c.p.c., non si richiede al giudice del merito di dar conto dell’esito dell’avvenuto esame di tutte le prove prodotte o comunque acquisite e di tutte le tesi prospettategli, ma di fornire una motivazione logica ed adeguata dell’adottata decisione evidenziando le prove ritenute idonee e sufficienti a suffragarla ovvero la carenza di esse.

Nella specie, per converso, le esaminate argomentazioni non risultano intese, nè nel loro complesso nè nelle singole considerazioni, a censurare le rationes deciderteli dell’impugnata sentenza sulle questioni de quibus, bensì a supportare una generica contestazione con una valutazione degli elementi di giudizio in fatto difforme da quella effettuata dal giudice a quo e più rispondente agli scopi perseguiti dalla parte, ciò che non soddisfa affatto alla prescrizione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, in quanto si traduce nella prospettazione d’un’istanza di revisione il cui oggetto è estraneo all’ambito dei poteri di sindacato sulle sentenze di merito attribuiti al giudice della legittimità, onde le argomentazioni stesse sono inammissibili, secondo quanto esposto nella prima parte delle svolte considerazioni.

In definitiva il ricorso va rigettato, con la conseguente condanna alle spese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese, liquidate in Euro 5200,00 di cui 5000,00 per onorari, oltre accessori.

Così deciso in Roma, il 5 maggio 2011.

Depositato in Cancelleria il 23 agosto 2011

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