Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17564 del 21/08/2020

Cassazione civile sez. III, 21/08/2020, (ud. 03/03/2020, dep. 21/08/2020), n.17564

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – rel. Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al numero 9070 del ruolo generale dell’anno

2018, proposto da:

LASIM S.p.A., (C.F.: (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante

pro tempore, F.G. rappresentato e difeso, giusta procura

allegata al ricorso, dall’avvocato Gabriele Rampino, (C.F.: RMP GRL

681323 E506I);

– ricorrente –

nei confronti di:

TUBRA VPS S.r.l., (C.F.: (OMISSIS)), in persona dell’amministratore

unico e legale rappresentante pro tempore, C.D.

rappresentato e difeso, giusta procura in calce al controricorso,

dall’avvocato Pierpaolo Pezzuto, (C.F.: PZZ PPL 64R24 E505U);

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Lecce n.

168/2017, pubblicata in data 10 febbraio 2017;

udita la relazione sulla causa svolta alla camera di consiglio del 3

marzo 2020 dal consigliere Augusto Tatangelo.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Lasim S.p.A. ha agito in giudizio (con due distinte azioni, poi oggetto di riunione) nei confronti di Tescom S.r.l. e di Sotec S.p.A. (oggi entrambe incorporate in Tubra VPS S.r.l.) per ottenere l’accertamento negativo di alcuni crediti dalle stesse vantati nei suoi confronti sulla base di rapporti commerciali di somministrazione di materiali ferrosi, crediti a suo dire estinti in virtù di un accordo transattivo e/o comunque insussistenti; ha chiesto altresì l’accertamento di un proprio credito, con condanna al pagamento del relativo importo. Le società convenute hanno proposto in via riconvenzionale azione di accertamento dei propri crediti contestati e di condanna al pagamento degli stessi.

Il Tribunale di Lecce ha rigettato le domande dell’attrice Lasim S.p.A. ed ha parzialmente accolto quelle proposte in via ricon-venzionale dalla Tubra VPS S.r.l., condannando la prima a pagare alla seconda l’importo di Euro 85.322,29, oltre accessori.

La Corte di Appello di Lecce, su gravame di entrambe le parti, in parziale riforma della decisione di primo grado, ha rideterminato l’importo dovuto dalla Lasim S.p.A. alla Tubra VPS S.r.l. in Euro 88.694,65, oltre accessori, ferme le altre statuizioni. Ricorre Lasim S.p.A., sulla base di quattro motivi.

Resiste con controricorso Tubra VPS S.r.l..

E’ stata disposta la trattazione in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375 e 380 bis.1 c.p.c..

Entrambe le parti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. La società controricorrente Tubra VPS S.r.l. ha espressamente rinunziato all’eccezione di improcedibilità del ricorso che aveva sollevato nel controricorso.

L’eccezione è comunque infondata, in quanto il ricorso è stato tempestivamente spedito per il deposito a mezzo del servizio postale, ai sensi degli art. 370 c.p.c. e dell’art. 134 disp. att. c.p.c., in data 27 marzo 2018.

2. Con il primo motivo del ricorso si denunzia “Violazione degli artt. 100,110 e 111 c.p.c. e 2697 c.c. Violazione degli artt. 2559 e 2560 c.c. Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Difetto di legittimazione attiva di Tubra VPS srl. Erronea, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia (Art. 360 c.p.c., n. 3, 4, e 5 con riferimento agli artt. 360 bis e 366 c.p.c.)”.

La società ricorrente sostiene che il ramo di azienda cui inerivano i rapporti commerciali per cui è causa sarebbe stato ceduto ad una società terza (SDC S.p.A.), in data 29 novembre 2006, mentre la incorporazione di Sotec S.p.A. in Tubra VPS S.r.l. sarebbe avvenuta solo successivamente, nel 2010.

Di conseguenza, la Tubra VPS S.r.l. non sarebbe succeduta nella titolarità dei crediti fatti valere in giudizio, in quanto già trasferiti alla società cessionaria del ramo di azienda.

Con il secondo motivo si denunzia “Violazione degli artt. 38 e 167 c.p.c. Inammissibilità della avversa riconvenzionale. Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Erronea, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia (Art. 360 c.p.c., nn. 3, 4, e 5 con riferimento agli artt. 360 bis e 366 c.p.c.)”.

Secondo la società ricorrente, la domanda riconvenzionale della convenuta avrebbe dovuto essere dichiarata inammissibile, in quanto proposta tardivamente.

Con il terzo motivo si denunzia “Violazione dell’art. 1965 e 1967 c.c. in relazione all’art. 2697 c.c. Erroneità della sentenza sotto altro profilo. Erronea mancata considerazione degli effetti della transazione intercorsa. Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Erronea, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia (Art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 con riferimento agli artt. 360 bis e 366 c.p.c.)”.

Secondo la società ricorrente, tutte le pretese delle società convenute erano state oggetto di una transazione stipulata tra le parti in forma verbale nel 2001, trattandosi di pretese fondate su rapporti commerciali anteriori alla data dell’accordo transattivo.

Con il quarto motivo si denunzia “Violazione dell’art. 2697 c.c. e dell’art. 116 c.p.c.. Erroneità della sentenza sotto altro profilo. Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Erronea, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia (Art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 con riferimento all’art. 360 bis c.p.c. e art. 366 c.p.c.)”.

Secondo la ricorrente le domande riconvenzionali delle società convenute sarebbero state accolte in conseguenza di una non corretta valutazione del materiale probatorio. In particolare, le censure sono riferite: al saldo dovuto per la fornitura di cui alla fattura n. 861/2000; all’importo di Euro 38.945,55 quale corrispettivo di “materiale reintegrato in esubero”; all’importo di Euro 42.284,60, quale corrispettivo di merce consegnata e rottamata senza autorizzazione.

3. Tutti i motivi di ricorso sono inammissibili, in quanto non rispettano i requisiti di specificità richiesti dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6.

Le censure svolte sono peraltro inammissibili anche perchè con esse, benchè asseritamente vengano dedotte violazioni di norme di diritto, si sollecita in realtà, nella sostanza, la rivisitazione di questioni di fatto in termini non consentiti nel giudizio di legittimità.

3.1 Con riguardo al primo motivo, la ricorrente richiama dettagliatamente il contenuto dell’atto notarile di cessione di ramo di azienda in data 29 novembre 2006, ma non indica gli estremi dell’avvenuta produzione del relativo documento nel giudizio di merito e neanche la sua esatta allocazione nel fascicolo processuale.

In merito all’incorporazione di Sotec S.p.A. in Tubra VPS S.r.l., poi, non viene specificamente richiamato alcun documento e tanto meno viene chiarito nel ricorso se, in quale fase processuale ed in che modo tale circostanza di fatto sarebbe stata dedotta e provata nel corso del giudizio di merito.

La ricorrente dà comunque atto nel ricorso che sia il tribunale che la corte di appello hanno preso in esame, valutato e interpretato l’atto di cessione del ramo di azienda, giungendo alla conclusione che in esso fosse stato escluso, per espressa volontà delle parti, il trasferimento dei crediti riconducibili all’azienda ceduta.

Sotto tale profilo le censure di cui al motivo di ricorso in esame, benchè prospettate sotto il profilo dell’omesso esame di un fatto decisivo in discussione tra le parti, si risolvono sostanzialmente nella contestazione di accertamenti di fatto sostenuti da adeguata motivazione, non apparente nè insanabilmente contraddittoria sul piano logico, come tale non censurabile nella presente sede, in ordine alla ricostruzione della effettiva volontà negoziale delle parti.

D’altra parte, la censura di violazione dell’artt. 2697 c.c. non risulta effettuata con la necessaria specificità, in conformità ai canoni a tal fine individuati dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass., Sez. U, Sentenza n. 16598 del 05/08/2016, Rv. 640829 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 11892 del 10/06/2016, Rv. 640192 – 01, 640193 – 01 e 640194 – 01).

3.2 Con riguardo al secondo motivo, nel ricorso fanno assolutamente difetto specifici riferimenti al contenuto degli atti processuali su cui esso si fonda.

E’ comunque opportuno aggiungere che, in linea astratta di diritto, risulta del tutto destituita di fondamento la tesi affermata dalla ricorrente per cui la domanda riconvenzionale, sebbene tempestivamente avanzata dalla convenuta nel secondo dei due giudizi contro di essa promossi (e poi oggetto di riunione), dovrebbe ritenersi comunque tardiva, per non essersi la stessa regolarmente costituta nei termini nel primo giudizio, essendo analogo il thema decidendum.

La preclusione alla proposizione di domande riconvenzionali derivante dalla tardiva costituzione ha infatti esclusivamente valore endoprocessuale.

E’ d’altronde evidente che l’oggetto dei due giudizi non può essere considerato del tutto identico, per quanto emerge dagli atti: è sufficiente rilevare in proposito che il secondo giudizio risulta avanzato sulla base della transazione stipulata in relazione al primo giudizio, dopo la sua instaurazione.

3.3 Con riguardo al terzo motivo, essendo in contestazione l’oggetto della transazione stipulata dalle parti esclusivamente in forma verbale nel 2001, la corte di appello ha ritenuto che gli elementi di prova in atti non erano sufficienti a dimostrare l’esatto contenuto dell’accordo transattivo, onde non era possibile dare seguito all’allegazione dell’attrice per cui esso aveva riguardato ogni pregressa pretesa delle società convenute nei suoi confronti.

Per un verso le censure avanzate in relazione a tale questione non colgono adeguatamente il senso della decisione impugnata, che non ha semplicemente negato gli effetti della transazione, ma si è limitata a ritenere non sufficientemente provato il suo oggetto.

Per altro verso, poi, esse si risolvono, in sostanza, nella richiesta di una nuova e diversa valutazione delle prove (proprio con riguardo all’oggetto della transazione), il che non è consentito in sede di legittimità.

D’altra parte, la censura di violazione dell’artt. 2697 c.c. anche in tal caso non risulta effettuata con la necessaria specificità, in conformità ai canoni a tal fine individuati dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass., Sez. U, Sentenza n. 16598 del 05/08/2016, Rv. 640829 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 11892 del 10/06/2016, Rv. 640192 – 01, 640193 – 01 e 640194 – 01).

3.4 Le censure di cui al quarto motivo hanno tutte ad oggetto domande riconvenzionali il cui oggetto ed il cui titolo non sono adeguatamente chiariti nel ricorso e risultano tutte fondate sul generico richiamo di documenti di cui non vengono precisati nè i tempi nè le modalità di produzione nel corso del giudizio di merito, nè l’esatta allocazione nel fascicolo processuale.

Anche in questo caso si tratta di censure volte sostanzialmente a contestare accertamenti di fatto svolti dai giudici di merito e sostenuti da adeguata motivazione (non apparente nè insanabilmente contraddittoria sul piano logico, come tale non censurabile nella presente sede) e che si risolvono nella richiesta di una nuova e diversa valutazione delle prove, non consentita in sede di legittimità.

Anche in questo caso, d’altronde, la censura di violazione dell’art. 2697 c.c. non risulta effettuata con la necessaria specificità, in conformità ai canoni a tal fine individuati dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass., Sez. U, Sentenza n. 16598 del 05/08/2016, Rv. 640829 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 11892 del 10/06/2016, Rv. 640192 – 01, 640193 – 01 e 640194 – 01).

4. L’impossibilità di pervenire alla valutazione in concreto del merito delle censure avanzate, non potendosi percepire l’effettivo rilievo ed il significato delle questioni poste, trova d’altronde causa altresì nell’inadeguatezza della sommaria esposizione del fatto, non sufficiente a far ritenere integrato il requisito di ammissibilità del ricorso per cassazione richiesto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3.

Secondo quanto emerge dalla sentenza impugnata, sarebbero stati instaurati due distinti giudizi da Lasim S.p.A.: uno contro Tescom S.r.l. (giudizio successivamente cancellato dal ruolo per transazione e poi riassunto nel luglio 2002) ed un secondo contro Sotec S.p.A. (in questo giudizio la Sotec S.p.A. avrebbe proposto una domanda riconvenzionale).

I due giudizi sarebbero stati riuniti nel giugno 2003.

Successivamente, il 24 ottobre 2011 si sarebbe costituita la Tubra VPS S.r.l. in sostituzione delle due società convenute, in quanto incorporante la Sotec. S.p.A. che a sua volta aveva incorporato la Tescom S.r.l..

Tutto ciò non emerge peraltro dall’esposizione del fatto contenuta nel ricorso, in cui si fa riferimento ad un solo giudizio contro la Tescom S.r.l. (che, si afferma genericamente, “nelle more era stata assorbita dalla Sotec S.p.A.”), instaurato il 1 marzo 2001, nel quale la convenuta era rimasta contumace; non si dà chiaramente conto del secondo giudizio contro la Sotec S.p.A., della riunione dei due giudizi e neanche della costituzione, dopo la riunione, di Tubra VPS S.r.l., nonchè di eventuali contestazioni sul punto (affermandosi solo che, nella sentenza di primo grado, Tubra VPS S.r.l. “è stata ritenuta legittimata attiva a continuare l’azione proposta da Sotec e Tescom…”).

In sostanza, l’oggetto del secondo giudizio – nel ricorso addirittura non menzionato specificamente in sede di esposizione del fatto – non viene in alcun modo chiarito dalla ricorrente e lo stesso oggetto del primo giudizio risulta indicato in modo del tutto generico, non risultando dettagliatamente indicati l’oggetto specifico dell’azione di accertamento negativo, gli esatti termini della transazione stipulata in relazione ad essa nonchè l’oggetto dell’accertamento negativo successivamente richiesto sulla base di detta transazione.

Non viene neanche specificamente indicato l’esatto contenuto della sentenza di primo grado (in cui si dà atto essere stata accolta una domanda riconvenzionale che però non si era neanche precisato che fosse stata proposta, da quale soggetto, in quale giudizio e in che termini), essendone riportato solo il dispositivo.

Non vengono indicati i motivi specifici di gravame avanzati da ciascuna delle parti in relazione a tale sentenza.

Si tratta di una esposizione palesemente insufficiente, che non consente alla Corte di avere una chiara e completa cognizione del fatto sostanziale che ha originato la controversia e del fatto processuale, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata (sul punto, cfr.: Cass., Sez. U, Sentenza n. 11653 del 18/05/2006, Rv. 588770 – 01; conf.: Sez. 3, Ordinanza n. 22385 del 19/10/2006, Rv. 592918 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 15478 del 08/07/2014, Rv. 631745 – 01; Sez. 6 – 3, Sentenza n. 16103 del 02/08/2016, Rv. 641493 – 01) e che in definitiva non permette neanche di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato (cfr. Cass., Sez. U, Sentenza n. 2602 del 20/02/2003, Rv. 560622 – 01; Sez. L, Sentenza n. 12761 del 09/07/2004, Rv. 575401 – 01).

5. Il ricorso è dichiarato inammissibile.

Per le spese del giudizio di cassazione si provvede, sulla base del principio della soccombenza, come in dispositivo, con distrazione in favore del difensore della parte controricorrente, avvocato Pierpaolo Pezzuto, che ha reso la prescritta dichiarazione di anticipo ai sensi dell’art. 93 c.p.c..

Deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte:

– dichiara inammissibile il ricorso;

– condanna la società ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità in favore della società controricor-rente, liquidandole in complessivi Euro 7.000,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, nonchè spese generali ed accessori di legge, con distrazione in favore dell’avvocato Pierpaolo Pezzuto.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, per il versamento, da parte della società ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso (se dovuto e nei limiti in cui lo stesso sia dovuto), a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 3 marzo 2020.

Depositato in Cancelleria il 21 agosto 2020

 

 

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