Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17543 del 23/08/2011

Cassazione civile sez. lav., 23/08/2011, (ud. 04/05/2011, dep. 23/08/2011), n.17543

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FOGLIA Raffaele – Presidente –

Dott. STILE Paolo – Consigliere –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

D.R., F.E., L.F., B.

M., BI.FR. nonchè per i signori ” C.

M., P.P., PO.PA., P.F., tutti

nella qualità di eredi di P.L., elettivamente domiciliati

in ROMA, VIA CAVOUR 221, presso lo studio dell’avvocato FABBRINI

FABIO, che li rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrenti –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 4346/2006 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 14/11/2006, R.G.N. 6033/02;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/05/2011 dal Consigliere Dott. IRENE TRICOMI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

VELARDI Maurizio che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La Corte d’Appello di Roma, con la sentenza n. 4346/06, depositata il 14 novembre 2006, decidendo sul ricorso proposto da Poste Italiane spa nei confronti di P.L., Bi.Fr., B. M., D.R., F.E., Fi.Gi.

b., G.A.M., G.B., L.F., M.F., in ordine alla sentenza del Tribunale di Roma n. 13820 del 2001, accoglieva in parte l’impugnazione.

2. In particolare, il giudice di secondo grado escludeva che l’Accordo tra le OO.SS. e Poste Italiane sulle festività, del 19 dicembre 2000, avesse efficacia sui rapporti dedotti in giudizio in quanto lo stesso trovava applicazione con riguardo al personale in servizio, a tempo indeterminato, alla data di sottoscrizione dell’Accordo stesso.

La Corte d’Appello, quindi, esaminando le censure relative all’interpretazione della disciplina legale in tema di festività coincidenti con la domenica, nel richiamare della L. n. 269 del 1949, art. 5, commi 1 e 3, affermava che, per i lavoratori retribuiti in maniera fissa, la questione giuridicamente poteva porsi esclusivamente per le festività nazionali del 25 aprile, del 1 maggio e del 2 giugno, senza alcuna implicazione di ordine costituzionale, e dunque, riformava la sentenza appellata.

Ciò, quanto la stessa aveva riconosciuto la retribuzione aggiuntiva con riguardo alle ulteriori festività (di cui alla L. n. 260 del 1949, art. 2).

2. Contro la suddetta pronuncia, resa in grado di appello, ricorrono D.R., F.E., L.F., B. M., Bi.Fr., nonchè C.M., P. P., Po.Pa. e P.F., quali eredi di P.L., prospettando una serie di censure riconducibili a due motivi di impugnazione.

3. Non si è costituita Poste Italiane spa.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. I ricorrenti deducono, con il primo complesso motivo di ricorso, concluso con la formulazione di un unico quesito, la violazione e falsa applicazione della L. n. 260 del 1949, art. 5 nonchè del D.P.R. n. 1029 del 1960 e dell’art. 2195 c.c.; insufficiente, contraddittoria ed incongrua motivazione.

2. Ad avviso dei ricorrenti, la Corte d’Appello, nella ricostruzione normativa operata, non ha tenuto conto del D.P.R. n. 1029 del 1960, applicabile alla fattispecie in esame in ragione del carattere di impresa industriale di Poste Italiane spa e, prima, dell’Ente Poste Italiane. Non è, dunque, ravvisabile l’iter logico-argomentativo posto dalla Corte d’Appello alla base della propria decisione.

Il quesito di diritto prospettato in ordine al suddetto motivo di ricorso è il seguente: se l’Ente Poste Italiane, ente pubblico economico, oggi spa Poste Italiane, deve essere qualificato come impresa industriale ai sensi dell’art. 2195 c.c. e, dunque, se allo stesso siano applicabili le norme di cui all’Accordo interconfederale 3 dicembre 1954, recepito e reso efficace erga omnes dal D.P.R. n. 1026 del 1960.

3. Il primo motivo di ricorso è fondato.

4. Il relativo thema decidendum investe, nel complesso, l’ambito e le modalità di attribuzione dell’aliquota giornaliera dovuta, oltre alla normale retribuzione globale, ai lavoratori a retribuzione fissa, per le festività coincidenti con la domenica, nelle quali non è stata prestata attività lavorativa, di cui alla L. n. 260 del 1949, art. 5, comma 1 (e comma 3), e art. 2,come richiamato dalla L. n. 90 del 1954, art. 3 in relazione all’Accodo interconfederale del 1954.

4.1. In ragione delle diverse fonti di disciplina, nonchè della giurisprudenza già formatasi in materia, è opportuno, in via preliminare procedere, ad una breve ricognizione del quadro normativo e giurisprudenziale di riferimento.

La L. n. 260 del 1949, art. 5, comma 1, primo periodo, (come mod.

dalla L. n. 90 del 1954), prevede che ®nelle ricorrenze della festa nazionale (2 giugno), dell’anniversario della liberazione (25 aprile), della festa del lavoro (1 maggio) e nel giorno dell’unità nazionale (4 novembre), lo Stato, gli Enti pubblici ed i privati datori di lavoro sono tenuti a corrispondere ai lavoratori da essi dipendenti i quali siano retribuiti non in misura fissa, ma in relazione alle ore di lavoro da essi compiute, la normale retribuzione globale di fatto giornaliera compreso ogni elemento accessorio”.

Ai sensi del successivo comma 3, “ai salariati retribuiti in misura fissa, che prestino la loro opera nelle suindicate festività, è dovuta, oltre la normale retribuzione globale di fatto giornaliera, compreso ogni elemento accessorio, la retribuzione per le ore di lavoro effettivamente prestate, con la maggiorazione per il lavoro festivo. Qualora la festività ricorra nel giorno di domenica, spetterà ai lavoratori stessi, oltre la normale retribuzione globale di fatto giornaliera, compreso ogni elemento accessorio, anche una ulteriore retribuzione corrispondente all’aliquota giornaliera”. Tale ultimo periodo, costituisce una delle disposizioni, della cui interpretazione i ricorrenti si dolgono.

La L. n. 90 del 1954, art. 3 ha previsto che le disposizioni del citato L. n. 260 del 1949, art. 5 si estendono a tutte le ricorrenze festive previste dall’art. 2 della stessa legge, escluse le domeniche ed i periodi di sospensione del lavoro in atto da oltre due settimane, limitatamente ai lavoratori dipendenti da privati datori di lavoro, i quali siano retribuiti non in misura fissa, ma in relazione alle ore di lavoro da essi compiute.

L’applicabilità di tale previsione anche ai lavoratori a retribuzione fissa di Poste, come si è detto, costituisce oggetto ei suddetti motivi di ricorso.

Il citato L. n. 260 del 1949, art. 2 a sua volta, stabilisce che sono considerati giorni festivi, agli effetti della osservanza del completo orario festivo e del divieto di compiere determinati atti giuridici, oltre al giorno della festa nazionale (si consideri, in proposito, che la L. n. 54 del 1977, art. 1, ha disposto che la celebrazione della festa nazionale della Repubblica abbia luogo la prima domenica di giugno; successivamente la L. n. 336 del 2000, art. 1 ha disposto che, a decorrere dal 2001, la celebrazione della festa nazionale della Repubblica abbia nuovamente luogo il 2 giugno di ciascun anno), i giorni seguenti:

tutte le domeniche;

il primo giorno dell’anno;

il giorno dell’Epifania (festività soppressa dalla L. n. 54 del 1977, art. 1 e ripristinata ai sensi del D.P.R. n. 792 del 1985, art. 1;

il giorno della festa di San Giuseppe – festività soppressa dalla L. n. 54 del 1977, art. 1;

il 25 aprile, anniversario della liberazione;

il giorno di lunedì dopo Pasqua;

il giorno dell’Ascensione (festività soppressa dalla L. n. 54 del 1977, art. 1);

il giorno del Corpus Domini- Festività soppressa dalla L. n. 54 del 1977, art. 1;

il 1 maggio: festa del lavoro;

il giorno della festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (festività soppressa dalla L. n. 54 del 1977, art. 1 e ripristinata, solo per il comune di Roma (quale festa del Santo Patrono), ai sensi del D.P.R. n. 792 del 1985, art. 1;

il giorno dell’Assunzione della B. V. Maria;

il giorno di Ognissanti;

il 4 novembre: giorno dell’unità nazionale (la L. n. 54 del 1977, art. 1 ha disposto che la celebrazione della festa dell’unità nazionale abbia luogo la prima domenica di novembre e, pertanto, il 4 novembre cessa di essere considerato festivo);

il giorno della festa dell’Immacolata Concezione;

il giorno di Natale;

il giorno 26 dicembre.

Rileva, altresì, per i lavoratori retribuiti in maniera fissa, dipendenti delle imprese industriali, il D.P.R. 1029 del 1960 (che recepisce l’Accordo interconfederale del 3 dicembre 1954 per il trattamento degli impiegati e degli altri lavoratori retribuiti in misura fissa nelle ricorrenze festive che cadono di domenica) che all’art. 1, comma 1 ha stabilito “qualora una delle ricorrenze nazionali, oppure una delle altre festività elencate nella L. 27 maggio 1949, n. 260, art. 2 cadano di domenica, agli impiegati ed ai lavoratori retribuiti in misura fissa è dovuto, in aggiunta al normale trattamento economico, un importo pari ad una quota giornaliera della retribuzione di fatto”.

4.2. Tanto premesso, è d’interesse chiarire le ragioni della previsione della retributiva aggiuntiva di cui si controverte.

A tal fine, è significativo quanto statuito dal Giudice delle Leggi (sentenza n. 16 del 1987), con riguardo al lavoro prestato nella domenica e al relativo diritto ad una maggiorazione del salario, nell’affermare che “il riposo settimanale, inoltre, va inteso non solo come diretto alla preservazione ed al recupero delle energie psico-fisiche ma anche come possibilità del lavoratore di dedicarsi e di partecipare adeguatamente alla vita familiare, alla vita sociale e di relazione fruendo dei relativi benefici ed adempiendo ai relativi doveri (artt. 2, 3, comma 2, 31 e 35 Cost.), con riferimento al giorno della domenica indicato e ritenuto comunemente e generalmente giorno di riposo per tutti coloro che lavorano”.

La Corte costituzionale, ha affermato inoltre, che “pur essendo apprezzabili le ragioni che, per esigenze pubbliche e sociali, richiedono che il lavoro si svolga anche la domenica per alcune attività e per alcuni lavoratori che in esse prestano la loro opera, non si può escludere la caratterizzazione di maggior penosità che assume il lavoro prestato nella domenica sicchè esso, in definitiva, viene ad avere una diversa qualità rispetto a quello svolto nei giorni feriali. Onde il diritto del lavoratore (art. 36 Cost.) ad una maggiorazione del salario”.

4.3. In linea con tali principi, questa Corte, ha affermato, a partire dalla sentenza delle Sezioni Unite n. 11117 del 1995 (seguita dalla giurisprudenza successiva, da ultimo, Cass. sentenza n. 30 del 2011, ma, in precedenza, si possono richiamare le sentenze n. 17764 del 2004, n. 10309 del 2002, n. 6747 del 2002, 4998 del 2002, n. 3164 del 2002), con un orientamento confermato nel tempo, al quale il collegio aderisce, che il compenso aggiuntivo previsto dalla L. n. 260 del 1949, art. 5, comma 3, ultima parte, come mod. dalla L. n. 90 del 1954, è dovuto per la coincidenza di festività nazionali cadenti di domenica non lavorate e spetta al lavorator retribuito in misura fissa – senza distinzioni nell’ambito delle categorie previste dall’art. 2095 c.c. – e trova giustificazione nel fatto che ove le suddette festività non coincidessero con la domenica, il dipendente fruirebbe di un giorno in più di riposo e la misura fissa della sua retribuzione lo priverebbe, in mancanza di siffatta previsione normativa, di un corrispondente compenso.

E non è, dunque, senza rilievo che, detta statuizione del Giudice di legittimità, è stata ritenuta costituire diritto vivente dalla Corte costituzionale.

Quest’ultima, infatti, chiamata a vagliare la legittimità costituzionale della L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 224, con la sentenza n. 146 del 2008 – nel rigettare un’eccezione di inammissibilità prospettata della difesa statale – ha affermato, per quanto d’interesse nella fattispecie in esame, che l’interpretazione del citato art. 5, comma 3, di questa Corte, che ritiene debba essere corrisposta un’aliquota giornaliera aggiuntiva a tutti i lavoratori salariati in misura fissa per il solo fatto che la festività coincida con la domenica, in quanto la finalità del legislatore è quella di compensare il lavoratore della giornata di riposo persa, costituisce un orientamento che è “adottato stabilmente dalla Corte di cassazione da più di un decennio e può dirsi costituire diritto vivente”.

4.4. La Corte d’Appello, con la sentenza impugnata, ha fatto corretta applicazione dei principi affermati da questa Corte, laddove ha riconosciuto, il diritto all’emolumento per le festività cadenti di domenica non lavorate secondo la previsione del citato art. 5, comma 3, ultima parte, per i lavoratori retribuiti in misura fissa, ed infatti, tale profilo della pronuncia non costituisce oggetto di censura.

4.5. Diversamente, quanto all’applicabilità al caso in esame del combinato disposto di cui alla L. n. 90 del 1954, art. 3 e alla L. n. 260 del 1949, art. 3 ritiene questa Corte che non è corretta la soluzione data dalla sentenza impugnata, che va cassata con rinvio sul punto, in quanto, ai dipendenti retribuiti in maniera fissa, deve essere riconosciuta la retribuzione aggiuntiva per le festività di cui alle citate disposizioni, in ragione di quanto stabilito dal D.P.R. 14 luglio 1960, n. 1029.

Quest’ultimo ha recepito le clausole dell’Accordo interconfederale 3 dicembre 1954 – che obbligano a riconoscere anche ai lavoratori retribuiti in misura fissa, in aggiunta al normale trattamento economico, un importo “pari a una quota giornaliera della retribuzione” per l’eventualità che una qualsiasi delle festività (civili e religiose) considerate dalla L. n. 260 del 1949, e successive modifiche, venga a cadere di domenica – estendendone espressamente le previsioni a tutti i dipendenti da imprese industriali (c.d. efficacia erga omnes). Ed infatti, tra queste ultime va ricompresa l’Amministrazione Poste, secondo quanto già affermato da questa Corte con indirizzo giurisprudenziale che si condivide (Cass. n. 21616 del 2007, n. 17938 del 2006).

Per effetto del D.L. n. 487 del 1993, art. 1, convertito nella L. n. 71 del 1994, come modificato dalla L. n. 662 del 1996, art. 2, comma 27, l’Azienda autonoma delle Poste è stata trasformata da amministrazione statale in ente pubblico economico e, successivamente (con effetto dal 1 gennaio 1998) in società per azioni, conseguendone la trasformazione della natura giuridica dei rapporti di lavoro da pubblici a privati, mentre l’obbligo del nuovo ente, previsto dal citato D.L., art. 6, comma 6, di applicare ai dipendenti la pregressa disciplina non solo economica, ma anche normativa, già vigente per il rapporto di impiego statale, è venuto meno con la stipulazione del primo contratto collettivo in data 26 novembre 1994 (vedi citata Cass. n. 21616 del 2007, n. 4974 del 2006, n. 4735 del 2005, n. 18715 del 2003). Ne consegue che si applicano ai dipendenti postali le disposizioni vigenti per il rapporto di lavoro dei dipendenti gli enti pubblici economici e, tra esse (giusta il rinvio operato dagli artt. 2093 e 2129 c.c.), le disposizioni inderogabili che disciplinano la materia del trattamento economico e normativo dei dipendenti delle imprese private.

A queste ultime occorre, dunque, avere riguardo, posto che la pretesa dei lavoratori ha ad oggetto una festività caduta nel corso del rapporto di lavoro con l'(allora) ente Poste italiane e successiva alla data di stipulazione del primo contratto collettivo.

Come già osservato da questa Corte in numerose conformi decisioni, l’attività di impresa esercitata dagli enti pubblici economici va ricondotta alle categorie indicate nell’art. 2195 c.c., il cui comma 1, secondo la propria consolidata giurisprudenza, non ha alcun carattere definitorio, ma sostanzialmente esaurisce, ai numeri 1 e 2, l’ambito della nozione di imprenditore (di cui all’art. 2082 c.c.) mediante la previsione delle imprese industriali e, rispettivamente, di quelle commerciali in senso stretto; sicchè le successive previsioni, contenute nei numeri 3, 4 e 5 dello stesso comma 1, costituiscono mere specificazioni – motivate dalla importanza dei rispettivi settori economici – delle categorie generali delineate nei primi due punti (fra tante, Cass. n. 17938 del 2006, n. 4421 del 1995). Ne consegue che, ai fini di stabilire se sia o meno applicabile ai dipendenti dell’ente Poste l’Accordo interconfederale del 1954, recepito nel D.P.R. n. 1029 del 1960, la natura dell’attività economica da esso esercitata deve definirsi sulla base dei criteri fissati dal citato art. 2195 c.c.; criteri che inducono a ritenerne il carattere industriale – derivandone la soggezione dei rapporti di lavoro all’accordo in questione -in quanto consistente nella realizzazione di servizi finalizzati alla costituzione di una nuova utilità (si v. vedi, con specifico riferimento all’Ente Poste, citata Cass. n. 17938 del 2006, Cass. n. 735 del 2006, n. 1727 del 2006, nonchè, in generale, Cass. n. 12373 del 2003, n. 6313 del 2001).

5. Con il secondo motivo di ricorso è dedotta violazione e falsa applicazione dell’art. 2944 c.c. Il quesito di diritto ha il seguente tenore: se il riconoscimento di debito avvenuto con la circolare n. 11 del 2000 della società Poste Italiane e con l’Accordo 19 dicembre 2000, sia idoneo a interrompere la prescrizione del diritto anche per i lavoratori non in servizio alla data della circolare stessa e dell’Accordo, ai sensi dell’art. 2944 c.c. (i ricorrenti erano collocati a riposo, con varie decorrenze, tutti negli anni dal 1997 al 1999, come si afferma nella premessa del ricorso).

5.1. Il motivo non è fondato.

Nelle more del giudizio, interveniva l’accordo tra Poste e le OO.SS. del 19 dicembre 2000, di cui alla circolare n. 45/2000 del 27 dicembre 2000 di Poste Italiane, con il quale venivano individuate convenzionalmente le festività religiose che erano cadute di domenica rispetto alle quali riconoscere la retribuzione in questione, stabilendone la liquidazione in favore del personale in servizio a tempo indeterminato, presso la società, alla data del 19 dicembre 2000.

Detto Accordo, tuttavia, come ritenuto correttamente dal giudice d’appello, non ha efficacia nella fattispecie in esame, e non può assumere, quindi, rilievo ai fini della interruzione della prescrizione, in quanto l’applicazione dello stesso presuppone l’essere in servizio del lavoratore alla data di sottoscrizione del medesimo, come precisato nel punto 2 e nel punto 4, situazione che non si verificava nel caso in esame, come dedotto, peraltro, dai ricorrenti, nella premessa del ricorso.

7. Pertanto, il ricorso deve essere accolto con riguardo al solo primo motivo di impugnazione, mentre deve essere rigettato in relazione al secondo motivo di ricorso.

In definitiva, la sentenza della Corte d’Appello di Roma deve essere cassata con riguardo al primo motivo di ricorso, con rinvio, alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione, anche per le spese.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso. Rigetta il secondo.

Cassa la sentenza impugnata con riguardo al primo motivo e rinvia alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione, anche per le spese.

Così deciso in Roma, il 4 maggio 2011.

Depositato in Cancelleria il 23 agosto 2011

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