Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17509 del 21/08/2020

Cassazione civile sez. VI, 21/08/2020, (ud. 17/06/2020, dep. 21/08/2020), n.17509

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso proposto da:

S.A. (C.F. (OMISSIS)) rappresentato e difeso dall’avv.

Giampiero Renzo, elettivamente domiciliato presso il suo studio in

Roma, Via Monte Zebio n. 32, come da procura a margine dell’atto;

– ricorrente –

Contro

FALLIMENTO (OMISSIS) s.r.l., in persona del curatore fall. p.t.

– intimato –

per la cassazione della sentenza App. Firenze 5.04.2017, n. 766/2017,

in R.G. n. 1282/2010;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 17.6.2020 dal Consigliere relatore Dott. Massimo Ferro.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

1. S.A., impugna la sentenza App. Firenze 5.04.2017, n. 766/2017, in R.G. n. 1282/2010, che ha rigettato l’appello dal medesimo proposto nei confronti della sentenza Trib. Lucca 4.12.2009 già dichiarativa della inefficacia, verso il FALLIMENTO (OMISSIS) s.r.l. (dichiarato il 9.4.2000), di un atto di cessione del credito e successivo pagamento effettuati nel 1999 dalla società fallita e oggetto di azione revocatoria esperita dalla curatela ex art. 67 L. Fall., comma 1, n. 2 (per 26.045,35 Euro);

2. La corte ha invero ritenuto che: a) la domanda di revocatoria ai sensi dell’art. 67 L. Fall., comma 1, n. 2, non era nuova, ancorchè meglio specificata nelle conclusioni assunte avanti al tribunale, poichè ampiamente e chiaramente ricompresa nella narrativa della citazione del curatore; b) il pagamento eseguito attraverso la cessione di credito dalla fallita a (OMISSIS) era stato solo parziale, di epoca coeva a sintomi di insolvenza della (OMISSIS) s.r.l., tant’è che il Comune di Montemurlo (debitore ceduto) aveva “rescisso” il contratto edile, non condotto a termine e (OMISSIS), unico fornitore della fallita e in rapporti con il Comune (che gli aveva indirizzato proprio l’appaltatore per rifornirsi del materiale), non poteva non essere a conoscenza della situazione del proprio debitore, comunque avendo fatto difetto nel processo la prova della inscientia decoctionis, apparendo infine irrilevanti le circostanze dedotte per escludere la revocabilità della cessione di credito e del conseguente pagamento;

3. con il ricorso si deduce: a) (primo motivo) violazione degli artt. 99,101,112,161 c.p.c. e 111 Cost., per erroneo accoglimento della revocatoria fallimentare ex art. 67 L. Fall., comma 1, n. 2, specificata con inammissibile e tardiva mutatio libelli dell’attrice in sede di memoria ex art. 183 c.p.c., comma 5, rispetto alla domanda formulata in atto di citazione, oltre al vizio di motivazione sul punto; b) (secondo motivo) erronea applicazione dell’art. 67 L. Fall., comma 1, n. 2, e degli artt. 2727 e 2729 c.c., anche come vizio di motivazione, avendo errato la corte nel valutare come non dimostrata la inscientia decoctionis, causa l’inconsistenza e la posteriorità all’atto delle circostanze menzionate a relativo supporto; c) (terzo motivo) l’erronea non valutazione della non ammissione delle richieste istruttorie di parte convenuta in primo grado.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

1. il primo motivo è inammissibile, per plurimi profili; va in primo luogo osservato che, “in materia di ricorso per cassazione, l’articolazione in un singolo motivo di più profili di doglianza costituisce ragione d’inammissibilità quando non è possibile ricondurre tali diversi profili a specifici motivi di impugnazione, dovendo le doglianze, anche se cumulate, essere formulate in modo tale da consentire un loro esame separato, come se fossero articolate in motivi diversi, senza rimettere al giudice il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili, al fine di ricondurle a uno dei mezzi d’impugnazione consentiti, prima di decidere su di esse” (Cass. 26790/2018); nella specie, il motivo pecca altresì di specificità, poichè, nel denunziare i limiti rappresentativi dell’azione, si limita a riportare le conclusioni della citazione, omettendo ogni altro aspetto – già dell’atto introduttivo del giudizio – decisivamente indicato dalla corte – in concorso di altri elementi (parimenti pretermessi) – come adeguatamente e tempestivamente illustrativo della domanda, quale divenuta oggetto del giudizio e del relativo contraddittorio;

2. va inoltre ribadito che la eventuale nullità “dell’atto di citazione per “petitum” omesso od assolutamente incerto, ai sensi dell’art. 164 c.p.c., comma 4, postula una valutazione caso per caso, dovendosi tener conto, a tal fine, del contenuto complessivo dell’atto di citazione, dei documenti ad esso allegati, nonchè, in relazione allo scopo del requisito di consentire alla controparte di apprestare adeguate e puntuali difese, della natura dell’oggetto e delle relazioni in cui, con esso, si trovi la controparte” (Cass. 1681/2015); così come, più ampiamente, “in tema di domanda giudiziale, non è necessario che l’allegazione di un fatto costitutivo, come di altra circostanza rilevante ai fini del decidere, venga formulata nel contenuto narrativo del ricorso o della memoria di costituzione del convenuto, potendo essere individuata attraverso un esame complessivo dell’atto, senza che occorra l’uso di formule sacramentali o solenni, desumendola anche dalle deduzioni istruttorie e dalle produzioni documentali, secondo una interpretazione riservata al giudice del merito” (Cass. 17991/2018);

3. il secondo motivo è parimenti inammissibile, poichè, oltre ad evidenziare lo stesso limite di cumulo (generico vizio di motivazione accanto alle violazioni di legge), già segnalato per il precedente, s’infrange nella incontestabilità dell’apprezzamento di fatto quale condotto dal giudice di merito (Cass. s.u. 8053/2014); dunque, per un verso, va ripetuto che “in tema di ricorso per cassazione, è inammissibile la mescolanza e la sovrapposizione di mezzi d’impugnazione eterogenei, facenti riferimento alle diverse ipotesi

contemplate dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, non essendo consentita la prospettazione di una medesima questione sotto profili incompatibili, quali quello della violazione di norme di diritto, che suppone accertati gli elementi del fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o falsa applicazione della norma, e del vizio di motivazione, che quegli elementi di fatto intende precisamente rimettere in discussione; o quale l’omessa motivazione, che richiede l’assenza di motivazione su un punto decisivo della causa rilevabile d’ufficio, e l’insufficienza della motivazione, che richiede la puntuale e analitica indicazione della sede processuale nella quale il giudice d’appello sarebbe stato sollecitato a pronunciarsi, e la contraddittorietà della motivazione, che richiede la precisa identificazione delle affermazioni, contenute nella sentenza impugnata, che si porrebbero in contraddizione tra loro. Infatti, l’esposizione diretta e cumulativa delle questioni concernenti l’apprezzamento delle risultanze acquisite al processo e il merito della causa mira a rimettere al giudice di legittimità il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili, onde ricondurle ad uno dei mezzi d’impugnazione enunciati dall’art. 360 c.p.c., per poi ricercare quale o quali disposizioni sarebbero utilizzabili allo scopo, così attribuendo, inammissibilmente, al giudice di legittimità il compito di dare forma e contenuto giuridici alle lagnanze del ricorrente, al fine di decidere successivamente su di esse” (Cass. 26874/2018);

4. per altro aspetto, merita continuità l’indirizzo per cui “in tema di azione revocatoria fallimentare, la cessione del credito… in funzione solutoria, quando non sia prevista al momento del sorgere dell’obbligazione” – come statuito nello specifico anche da Cass. 14002/2018 – “ovvero non sia attuata nell’ambito della disciplina della cessione dei crediti di impresa, di cui alla L. 21 febbraio 1991, n. 52, integra sempre gli estremi di un mezzo anormale di pagamento, indipendentemente dalla certezza di esazione del credito ceduto; ne consegue la presunzione della conoscenza dello stato di insolvenza in capo al cessionario, il quale può vincerla non con una prova diretta dell’insussistenza di tale stato (che solo da un punto di vista logico rappresenta un presupposto dell’azione), ma con la dimostrazione di circostanze idonee a fare ritenere ad una persona di ordinaria prudenza ed avvedutezza che l’imprenditore si trovava in una situazione di normale esercizio dell’impresa” (Cass. 25284/2013, 12736/2011 e 11915/2018, 5084/2016, 3140/2016);

5. tali circostanze sono state nel merito escluse dalla corte, con motivazione in cui si dà conto di altre fonti del proprio convincimento, tali, a loro volta, da rendere irrilevanti le odierne censure sui mezzi istruttori che comunque, all’altezza del terzo motivo, non ne integrano una redazione specifica ed autosufficiente, stante l’assoluta lacunosità dei riferimenti, così determinando la inammissibilità del motivo medesimo;

6. tanto più che, come apprezzato dal giudice di merito con giudizio non qui sindacabile stante il limite di rivisitazione del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e avuto riguardo all’art. 67 L. Fall., comma 1, n. 2 (nel testo ratione temporis vigente), trattandosi di cessione di credito con intento solutorio, “in tema di revocatoria fallimentare, la qualificazione dell’atto o del negozio o dei negozi collegati come mezzo anormale di pagamento, e la valutazione degli stessi come indici presuntivi di “scientia decoctionis”, si pongono su piani diversi e rispondono a finalità altrettanto diverse: pertanto, non contrasta con alcuna regola di diritto la possibilità che proprio la singolarità dell’atto e del negozio o dei negozi collegati, le modalità specifiche della loro stipulazione e la sostanziale configurazione degli stessi come mezzo anormale di pagamento siano assunti quali indici della conoscenza dello stato d’insolvenza” (Cass. 7508/2019);

7. il ricorso è, pertanto, inammissibile; ne consegue la dichiarazione della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento del cd. raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso; dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 17 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 21 agosto 2020

 

 

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