Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17507 del 21/08/2020

Cassazione civile sez. VI, 21/08/2020, (ud. 17/06/2020, dep. 21/08/2020), n.17507

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. FERRO Massimo – rel. Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. SCAILA Laura – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso proposto da:

NUOVA BANCA DELLE MARCHE s.p.a., Capogruppo del Gruppo Bancario Banca

delle Marche, in persona dell’amministratore delegato e legale

rappresentante, nella qualità di mandataria della società REV –

GESTIONE CREDITI SOCIETA’ PER AZIONI, rappresentata e difesa giusta

procura in calce all’atto dall’avv. Roberto Emilio Conti e con lui

elettivamente domiciliata in Roma, alla via Romeo Rodriguez Pereira,

n. 211, presso lo studio dell’avv. Giuseppe Finocchiaro;

– ricorrente –

Contro

FALLIMENTO (OMISSIS) s.r.l., in persona del curatore fallimentare

p.t., rappresentato e difeso dall’avv. Marcello De Santis ed

elettivamente domiciliato in Roma, via delle Milizie n. 38, presso

lo studio dell’avv. Andrea De Rosa, in virtù di procura in calce

all’atto;

– controricorrente-

per la cassazione del decreto. Trib. Macerata 12.04.2017, n. cronol.

4360/2017, in R.G. n. 3248/2016;

viste la memoria del ricorrente;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 17 giugno 2020 dal Consigliere relatore Dott. Massimo Ferro.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

1. NUOVA BANCA DELLE MARCHE s.p.a. (BANCA) impugna il decreto Trib. Macerata 12.04.2017, n. cronol. 4360/2018, in R.G. n. 3248/2016, che ha rigettato la sua opposizione allo stato passivo proposta ai sensi degli artt. 98 e 99 L. Fall., avverso il decreto con cui il giudice delegato del FALLIMENTO (OMISSIS) s.r.l. (FALLIMENTO) ammetteva – tra gli altri – la stessa banca al rango chirografario per la somma di Euro 343.337,62, invece chiesta in qualità ipotecaria, a titolo di mutuo fondiario; solo per tale somma, invero, anche il tribunale riteneva fondata l’eccezione di revocatoria, già sollevata dal curatore avendo riguardo alla effettiva destinazione estintiva del saldo passivo di un conto corrente chirografario prima acceso dalla società con la stessa banca e su debito scaduto, così deviando la funzione del finanziamento fondiario;

2. il tribunale ha invero ritenuto che: a) nessuna delle causali dichiarate in atto (del luglio 2011) dalla società era stata effettivamente perseguita, posto che la generica formazione di liquidità aziendale era stata canalizzata per flettere da 320 mila Euro circa a 23 mila Euro circa il saldo negativo del conto n. 10164, nè l’importo erogato con il mutuo fondiario (al netto, 296.077,55 Euro) era servito al riscatto di un leasing immobiliare, poichè le relative somme (per 93.823,62 Euro) erano state corrisposte il giorno prima del rogito; b) vi era prova, in capo alla banca, della consapevolezza di ledere la par condicio creditorum, in quanto dopo l’operazione alla società era stato tolto l’affidamento sul citato conto corrente, così essa venendo a cessare di operare – come invece in precedenza – in costante situazione di extrafido; c) convergenti indizi erano rilevabili dall’inadempimento per altro rapporto con la medesima banca, originato da mutuo fondiario di due anni prima (2009), modificato nel 2012 e dall’inizio dello stesso anno senza pagamenti delle rate mensili (di quasi 3 mila Euro), nonchè dalle plurime sofferenze bancarie anteriori all’atto, poi riscontrate in stato passivo(per circa 1,33 milioni Euro);

3. con il ricorso si deduce: a) (primo motivo) la nullità del procedimento per violazione del diritto di difesa dell’opponente in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, essendo stato negato alla banca opponente un termine a difesa sulla costituzione della curatela che per la prima volta in quella sede esplicitava l’eccezione di revocatoria, palesandone fatti e documenti a fondamento della stessa; b) (secondo motivo) omesso esame circa la consistenza dell’attivo fallimentare, decisiva al fine di giustificare la revocatoria eccepita, posto che attivo e passivo si equivalevano; c) (terzo motivo) omesso esame circa i crediti asseritamente pregiudicati, essendosi il tribunale limitato a rilevare che la fallita prima dell’atto in questione aveva già contratto altri debiti bancari, alcuni dei quali invero garantiti a sufficienza ed altri ignoti alla ricorrente; d) (quarto motivo) violazione e falsa applicazione dell’art. 66 L. Fall. e art. 2901 c.c., avendo errato il tribunale ove ha trascurato che l’azione revocatoria presuppone non solo altri crediti o che questi si rivelino pregiudicati alla prova dei fatti, bensì l’anormalità dell’evento pregiudizievole rispetto alla dinamica aziendale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

1. il primo motivo è infondato; osserva invero il Collegio che il giudizio di opposizione allo stato passivo è integralmente disciplinato dall’art. 99 L. Fall., nè, in generale, in esso “può invocarsi la violazione del diritto di difesa per la mancata concessione del termine per memorie conclusive ai sensi dell’art. 99 L. Fall., comma 11, che può essere accordato, o meno, dal tribunale in base ad una valutazione discrezionale, avuto riguardo all’andamento del giudizio, che potrebbe anche rendere superflua un’appendice scritta” (Cass. 5596/2017, 21825/2017, 13304/2018, 1397/2019, 13930/2019); e sul punto Cass. 23965/2018 ha osservato che “il fatto estintivo in esame venne espressamente allegato dal Curatore fallimentare e a poco rileva che non sia stata formulata, in modo sacramentale, la suddetta eccezione; importando, invece, che il fatto estintivo sia state acquisito legittimamente al processo, consentendo così al giudice di rilevarlo ai fini della decisione”; lo stesso principio regola il contraddittorio iniziale, presidiato dall’onere di costituzione dell’opposto ai sensi dell’art. 99 L. Fall., commi 6 e 7, “almeno dieci giorni prima dell’udienza”, spiegando il relativo termine la funzione ulteriormente difensiva per la controparte, accanto al contraddittorio d’udienza successivo (Cass. 24445/2019, 24446/2019); nella specie, già apparteneva al procedimento di ammissione al passivo, poi proseguito con la opposizione radicata dalla banca avanti al tribunale, la censura sulla rilevata revocabilità dell’atto di mutuo ipotecario, come si evince dalla qualificazione che della relativa difesa curatoriale è stata compiuta in decreto, in replica all’evidenza – del tenore motivazionale del decreto di rigetto del giudice delegato sul punto; nè l’attuale ricorrente, in ogni caso, invocando il diverso (e pur astrattamente corretto) principio della necessità del termine scaturente dall’eventuale assoluta novità dell’eccezione del curatore, legittimamente prospettabile con lo stesso atto di costituzione, ha dedotto quali specifiche difese avrebbe potuto assumere e però negate in limine dal tribunale, omettendo di circostanziarne la decisività in rapporto puntuale alla produzione del curatore e al tenore dell’atto di opposizione stesso; è poi inammissibile l’allegazione formulata per la prima volta in memoria, posto che “l’eventuale vizio del ricorso per cassazione non può essere sanato da integrazioni, aggiunte o chiarimenti contenuti nella memoria di cui all’art. 380 bis c.p.c., comma 2, la cui funzione – al pari della memoria prevista dall’art. 378 c.p.c., sussistendo identità di “ratio” – è di illustrare e chiarire le ragioni giustificatrici dei motivi debitamente enunciati nel ricorso e non già di integrarli” (Cass. 30760/2018);

2. in tema, può aggiungersi che priva di pregio è altresì la finale invocata distinzione tra eccezioni sollevate dal curatore in sede di progetto di stato passivo e difese oppositive dedotte e specificate avanti al giudice delegato all’adunanza, trattandosi, per un verso, di mere fasi interne al medesimo giudizio sommario, che unitariamente individuano e consentono sino al suo esaurimento avanti al predetto giudice la definizione della posizione assunta dal curatore sulla domanda di credito; per altro verso, il tribunale ha esplicitamente assunto quale meramente reiterata, nella sede dell’opposizione allo stato passivo, la eccezione – appunto “ribadita” – già formulata da curatore, secondo un apprezzamento di fatto coerente con il principio sopra esposto della non necessità di formule sacramentali; se dunque è vero che “nel giudizio di opposizione allo stato passivo il curatore può introdurre eccezioni nuove, ossia non formulate già in sede di verifica…e solo in relazione ai contenuti e termini dell’eccezione nuova, il rispetto del principio del contraddittorio esige che sia concesso termine all’opponente per dispiegare le proprie difese e produrre la documentazione probatoria idonea a supportarle (Cass. 22386/2019), il motivo pecca allora di specificità, non permettendo di superare la valutazione di non novità dell’eccezione per come opposta dal curatore, apparendo essa e piuttosto la formalizzazione di un rilievo già acquisito nella fase sommaria;

3. il secondo, terzo e quarto motivo, trattati insieme perchè connessi, sono per un profilo inammissibili, dati i limiti posti al vizio di motivazione con consolidata lettura del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in quanto la ricorrente invoca una diversa valutazione di circostanze, documentali e logiche, che hanno condotto il tribunale al convincimento dell’apprezzabile alterazione qualitativa, in pejus, del patrimonio della fallita; nè appare idoneamente censurata la ratio economico-organizzativa ricostruita dal tribunale per il mutuo fondiario, che ha messo in luce la totale ineffettività della destinazione finanziaria dichiarata in atto rispetto alla finalizzazione concreta immediatamente assunta dalla provvista; per essa, può dirsi, la ricorrente ha omesso di contestare la chiara assenza di rischio che la impugnata operazione ha ciononostante evidenziato, un discrimen già considerato dalla giurisprudenza di legittimità quale indiziante di sviamento del mutuo fondiario nell’istituto della revocatoria fallimentare (Cass. 4202/2018, 19746/2018);

4. per un verso, dunque e sotto un ulteriore profilo d’infondatezza, è stata fatta corretta applicazione del principio, qui ribadito, per cui “in materia di azione revocatoria ordinaria di un atto di disposizione patrimoniale compiuto da società di capitali successivamente dichiarata fallita, il curatore, al fine di dimostrare la sussistenza del/'”eventus damni”, ha l’onere di provare la consistenza dei crediti vantati dai creditori ammessi al passivo fallimentare; la sussistenza, al tempo del compimento del negozio, di una situazione patrimoniale della società che mettesse a rischio la realizzazione dei crediti sociali ed il mutamento qualitativo o quantitativo della garanzia patrimoniale generica, rappresentata dal patrimonio sociale, determinato dall’atto dispositivo” (Cass. 19515/2019, 9565/2018); sul punto, d’altro canto, appare irrilevante l’astratto confronto contabile tra l’ammontare dell’attivo e del passivo, ove richiamato per supposta equivalenza in sè, ciò che conta in tema essendo piuttosto la disponibilità finanziaria del debitore secondo la consistenza anche qualitativa che essa in prospettiva assume rispetto alle scadenze ordinarie delle sue obbligazioni, nella circostanza fortemente indebolita o esclusa, in relazione ad esposizioni bancarie (e non) pregresse, poi recepite nello stato passivo;

5. inoltre, va ripetuto che “la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione. sono tutti parimenti inammissibili” (Cass. s.u. 8053/2014);

il ricorso va pertanto rigettato; ne conseguono la condanna alle spese del procedimento e la dichiarazione della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento del cd. raddoppio del contributo unificato.

PQM

la Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento di legittimità, che liquida in Euro 5.100 (di cui Euro 100 per esborsi), oltre accessori di legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. 228/12, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 17 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 21 agosto 2020

 

 

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