Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17470 del 01/09/2016


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Cassazione civile sez. VI, 01/09/2016, (ud. 07/07/2016, dep. 01/09/2016), n.17470

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14568-2015 proposto da:

CARGEAS ASSICURAZIONI SPA, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA APRICALE 31, presso

lo studio dell’avvocato MASSIMO VITOLO, che la rappresenta e difende

unitamente agli avvocati MARCO RODOLFI, FILIPPO MARTINI giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

F.P., B.P., F.D., elettivamente

domiciliati in ROMA, PIAZZA CAVOUR 19, presso lo studio TOFFOLETTO

DE LUCA TAMAJO E SOCI, rappresentati e difesi dall’avvocato MARCO

LAMBIASE giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrenti –

e contro

AUTOTECNICA T. DI T.R. & C. SNC;

– intimata –

avverso la sentenza n. 26594/2014 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

di ROMA, depositata il 17/12/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

07/07/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ROSA ARIENZO;

udito l’Avvocato Massimo Vitolo difensore della ricorrente che si

riporta ai motivi scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La causa è stata chiamata all’adunanza in camera di consiglio del 7 luglio 2016, ai sensi dell’art. 375 c.p.c. sulla base della seguente relazione redatta a norma dell’art. 380 bis c.p.c.:

“Questa Corte, con sentenza n. 26594 del 17.12.2014, previa riunione dei ricorsi proposti dalla UBI Assicurazioni s.p.a. (ora Cargeas ass.ni spa), li rigettava entrambi, condannando la società al pagamento delle spese di lite in favore degli eredi di F.M. e nulla disponendo nei confronti della società Autotecnica T. rimasta intimata.

Di tale decisione chiede la revocazione ex art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4, la Cargeas Ass.ni s.p.a., fondando il ricorso su un unico motivo, cui resistono, con controricorso, gli eredi F.. L’Autotecnica T. snc è rimasta intimata.

La ricorrente deduce che la sentenza della Corte di Cassazione suindicata sarebbe suscettibile di revocazione per errore di fatto, ex art. 391 bis c.p.c., comma 1, e art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4, costituito da un errore di percezione con riguardo alla ritenuta mancata produzione della polizza assicurativa e degli atti di causa dei giudizi di merito, aventi valore decisivo in ordine alle statuizioni assunte in merito alle preliminari eccezioni sollevate con riferimento al massimale di polizza ed alla inoperatività della garanzia assicurativa, sussistendo un evidente nesso di causalità logica e giuridica tra il fatto erroneamente percepito e la soluzione adottata, tale da determinare, in ipotesi di percezione corretta, una decisione diversa.

Assume che il limite del massimale era stato ritualmente eccepito anche quale conseguenza della sola semplice e rituale allegazione documentale e che non si discute di alcuna erroneità interpretativa inerente la sussistenza, le condizioni ed i limiti della copertura assicurativa – sia processuale inerente la tempestività delle formulate eccezioni, sia sostanziale, inerente la fondatezza nel merito delle sollevate eccezioni – ma di un evidente errore di fatto connesso alla mancata produzione documentale del contratto assicurativo. Rileva che il mancato esame di documenti che il giudice motivi con l’affermazione che non risultino inclusi tra gli atti del processo non possa che essere prospettato come un errore di fatto nel quale il giudice è incorso per una mera svista materiale, errore rispetto al quale l’unico rimedio esperibile è quello della revocazione ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4, e che la corretta percezione inerente la rituale produzione in giudizio del contratto di assicurazione, unitamente a tutti gli atti e documenti di causa, ritualmente depositati all’atto dell’iscrizione della causa a ruolo del giudizio di legittimità conclusosi con la sentenza impugnata, avrebbe avuto carattere decisivo in ordine alle statuizioni assunte in tema di copertura assicurativa e, soprattutto, relative alla questione preliminare dell’operatività del limite del massimale di polizza.

Il ricorso è inammissibile.

La Corte, nella sentenza oggetto del presente ricorso per revocazione, ha affermato l’inammissibilità del primo motivo sul duplice rilievo che la censura sulla ritenuta tardività dell’eccezione del superamento dei limiti di polizza non poteva essere sollevata ai sensi dell’art. 112 c.p.c. e che non era stato esposto adeguatamente il contenuto del contratto di assicurazione per contrastare adeguatamente l’accertamento della Corte del merito circa la validità del massimale di polizza per ogni persona e non per ogni sinistro, sotto altro versante osservando che l’onere di provare il limite del massimale assicurato gravava sull’assicuratore, riferendosi la polizza alla responsabilità del datore di lavoro circa gli infortuni sul lavoro dei propri dipendenti. Anche sull’operatività della garanzia la Corte ha osservato che ogni critica alla decisione del giudice del gravame era da ritenere infondata, essendo tale garanzia connessa alla responsabilità datoriale per la violazione di norme di leve relative alla sicurezza dei lavoratori, a ciò aggiungendo che, in ogni caso, la censura era viziata di inammissibilità per non essere stato prodotto il contratto di assicurazione.

Quanto alle statuizioni sulla prescrizione, la Corte ha rilevato come la statuizione del giudice del gravame che aveva affermato l’avvenuta acquiescenza della società alla sentenza non definitiva di rigetto dell’eccezione di prescrizione non era stata specificamente impugnata dalla ricorrente, la quale neanche aveva prodotto l’atto di gravame.

In relazione al secondo ricorso, la S.C. ha evidenziato che la società non aveva prodotto la CTU medico legale, sulla cui base era stato determinato il danno biologico iure proprio lamentato dagli eredi F., e che quanto alle censure sul merito le stesse si traducevano in una inammissibile richiesta di revisione del merito del convincimento del giudice, ciò senza considerare che non era indicato se le conclusioni assunte dal CTU fossero state tempestivamente prospettate avanti al giudice del merito, con riproduzione del relativo contenuto nel motivo di ricorso per cassazione, e che l’esistenza del danno biologico doveva ritenersi supportata da ampia motivazione.

Infine, quanto al motivo sul mancato rispetto del massimale di polizza, pure dedotto in tale secondo ricorso, oltre a rilevarne l’inammissibilità per mancata produzione del contratto di assicurazione, ha osservato che la relativa eccezione era stata ritenuta dal giudice di appello inammissibile perchè tardivamente introdotta in primo grado e che tale accertamento non era stato oggetto di specifiche censure in cassazione.

Secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità l’errore di fatto previsto dall’art. 395 c.p.c., n. 4, idoneo a determinare la revocazione delle sentenze, comprese quelle della Corte di cassazione, deve consistere in un errore di percezione risultante dagli atti o dai documenti della causa direttamente esaminabili dalla Corte, riferito alle ipotesi in cui la decisione è fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è incontestabilmente esclusa, oppure quando è supposta l’inesistenza di un fatto la cui verità e positivamente stabilita, sempre che il fatto del quale è supposta l’esistenza o l’inesistenza non abbia costituito un punto controverso sul quale la sentenza ebbe a pronunziare. E quindi, deve: 1) consistere in una errata percezione del fatto, in una svista di carattere materiale, oggettivamente ed immediatamente rilevabile, tale da avere indotto il giudice a supporre la esistenza di un fatto la cui verità era esclusa in modo incontrovertibile, oppure a considerare inesistente un fatto accertato in modo parimenti indiscutibile; 2) essere decisivo, nel senso che, se non vi fosse stato, la decisione sarebbe stata diversa; 3) non cadere su di un punto controverso sul quale la Corte si sia pronunciata; 4) presentare i caratteri della evidenza e della obiettività, sì da non richiedere, per essere apprezzato, lo sviluppo di argomentazioni induttive e di indagini ermeneutiche; 5) non consistere in un vizio di assunzione del fatto, nè in un errore nella scelta del criterio di valutazione del fatto medesimo. Sicchè detto errore non soltanto deve apparire di assoluta immediatezza e di semplice e concreta rilevabilità, senza che la sua constatazione necessiti di argomentazioni induttive o di indagini ermeneutiche, ma non può tradursi, in un preteso, inesatto apprezzamento delle risultanze processuali, ovvero di norme giuridiche e principi giurisprudenziali, venendosi, in tal caso, nella ipotesi dell’errore di giudizio, inidoneo a determinare la revocabilità delle sentenze della Cassazione (fra le tante Cass. sez. un. 7217/2009, nonchè 22171/2010; 23856/2008; 10637/2007; 7469/2007; 3652/2006; 13915/2005; 8295/2005).

Vale a questo punto precisare che la errata percezione del fatto, la svista di carattere materiale, oggettivamente ed immediatamente rilevabile in cui, secondo la ricorrente, la Corte sarebbe incorsa è il non aver rilevato la avvenuta produzione del contratto di assicurazione e della ctu.

La Corte nella sentenza della quale si chiede la revocazione ha, tuttavia, come è dato evincere dai passaggi motivazionali indicati con riguardo a ciascuno dei ricorsi per cassazione proposti, affermato che le doglianze prospettate erano da ritenere inammissibili ed infondate anche sotto profili diversi da quello connesso alla mancata produzione dei documenti, per cui è da escludere il carattere della decisività dell’errore dedotto a fondamento del presente rimedio impugnatorio. La prospettazione dell’errore imputato alla Corte non rientra pertanto nel paradigma dell’errore revocatorio, sia per la evidenziata mancanza di decisività dell’errore dedotto, sia in considerazione dell’ estensione dell’onere a carico della parte ricorrente alla indicazione della sede in cui i documenti sui quali il ricorso si fonda siano rinvenibili, adempimento questo anche nella presente sede omesso, con riferimento all’onere da assolvere (cfr. Sez. U, Ordinanza n. 25038 del 07/11/2013, e, da ultimo, Cass. 11.1.2016 n. 195).

Per tutto quanto esposto, si propone la declaratoria di inammissibilità del ricorso con ordinanza, ai sensi dell’art. 391 bis c.p.c.”.

Sono seguite le rituali comunicazioni e notifica della suddetta relazione, unitamente al decreto di fissazione della presente udienza in Camera di consiglio. La Cargeas Ass.ni s.p.a ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., comma 2. Il difensore del eredi F. ha chiesto la distrazione delle spese in proprio favore.

Il Collegio ritiene di condividere integralmente il contenuto e le conclusioni della riportata relazione e concorda, pertanto, sulla declaratoria di inammissibilità del ricorso, non evidenziando la memoria della ricorrente profili giuridici ulteriori rispetto a quanto argomentato nel ricorso e non essendo i rilievi nella stessa contenuti idonei a scalfire l’iter motivazionale della relazione.

Le spese seguono la soccombenza della ricorrente e sono liquidate come da dispositivo in favore degli eredi F., costituiti, con attribuzione in favore dell’avv. Marco Lambiase, dichiaratosene antistatario. Nulla nei confronti della Autotecnica T. snc.

La circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17. Invero, in base al tenore letterale della disposizione, il rilevamento della sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poichè l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione sia principale che incidentale, muovendosi, nella sostanza, la previsione normativa nell’ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua disposizione (così Cass. Sez. Un. n. 22035/2014).

PQM

La Corte dichiara l’inammissibilità del ricorso.

Condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 100,00 per esborsi, Euro 3500,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge, nonchè al rimborso delle spese generali in misura del 15%, con attribuzione in favore dell’avv. Marco Lambiase, dichiaratosi antistatario. Nulla nei confronti della parte non costruita.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 7 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 1 settembre 2016

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