Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17455 del 31/08/2016


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Cassazione civile sez. VI, 31/08/2016, (ud. 23/06/2016, dep. 31/08/2016), n.17455

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1288/2015 proposto da:

POSTE ITALIANE SPA, (OMISSIS), società con socio unico, in persona

del Presidente del Consiglio di Amministrazione e legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA,

PIAZZA MAZZINI 27, presso lo studio dell’avvocato SALVATORE

TRIFIRO’, che la rappresenta e difende, giusta delega a margine del

ricorso;

– ricorrente –

e contro

V.C.A.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1305/2013 della CORTE D’APPELLO di MILANO del

31/10/2013, depositata il 30/12/2013;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

23/06/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ROSA ARIENZO.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte di appello di Milano, in sede di rinvio dalla Cassazione (sentenza n. 10897/2012), con sentenza del 30.12.2013, confermava la decisione di primo grado, che aveva accolto la domanda di V.A.C., dichiarato la nullità del termine apposto al contratto di lavoro stipulato con Poste Italiane s.p.a. per il periodo dal 18.6 al 15.9.2003 per esigenze sostitutive del personale addetto al servizio di recapito presso la Regione Lombardia, ai sensi del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, con conseguente conversione del rapporto a tempo indeterminato, e disposto la condanna della società al risarcimento del danno in misura pari alle retribuzioni contrattualmente dovute dalla cessazione del rapporto (ovvero dalla data di asserita messa in mora) sino all’effettiva riammissione in servizio. Rilevava la Corte in sede di rinvio che il capitolo di prova articolato dalla società si limitava all’indicazione di una serie di nominativi, senza la specificazione dei periodi di assenza, dei singoli pretesi periodi di sostituzione, palesandosi in tal modo lo stesso non congruo ai fini della necessaria verifica di effettività della dedotta esigenza sostitutiva.

Per la cassazione di tale decisione ricorre la società, affidando l’impugnazione a tre motivi.

Il V. è rimasto intimato.

Sono seguite le rituali comunicazioni e notifica della relazione redatta ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., unitamente al decreto di fissazione della presente udienza in Camera di consiglio.

Con il primo motivo, la ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 384 c.p.c., rilevando che la Corte milanese non si è attenuta a quanto statuito dalla Corte di Cassazione, avendo posto a fondamento della decisione l’assunto che Poste Italiane non avevano indicato in alcun modo i nomi delle persone con diritto alla conservazione del posto che il ricorrente avrebbe dovuto sostituire, senza tenere conto dei principi affermati dalla S.C. relativi alla integrazione della enunciata ragione sostitutiva con l’indicazione di elementi ulteriori atti a consentire la determinazione del numero dei lavoratori da sostituire, ancorchè non identificati nominativamente, ferma restando la verificabilità della sussistenza effettiva del prospettato presupposto di legittimità.

Con il secondo motivo, si lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e degli arty. 115 e 116 c.p.c., sul rilievo che anche la valutazione delle prove era stata carente con riguardo ai capitoli di prova articolati nella memoria di costituzione di primo grado, avendo la pronuncia gravata fatto riferimento ad un solo capitolo di prova come dedotto dalla società, laddove erano stati indicati con precisione i nominativi delle persone sostituite, le relative mansioni, le ragioni delle assenze, con ciò palesandosi l’erroneità della decisione di non dare corso all’istruttoria.

Con il terzo motivo, la società censura la decisione per violazione e falsa applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, in relazione alla mancata applicazione dello ius superveniens.

Questa Corte, con la sentenza rescindente ha richiamato i principi espressi da Cass. 27-4-2010 n. 10033, secondo cui l’apposizione di un termine al contratto di lavoro, consentita dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, “a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, che devono risultare specificate, a pena di inefficacia, in apposito atto scritto, impone al datore di lavoro l’onere di indicare in modo circostanziato e puntuale, al fine di assicurare la trasparenza e la veridicità di tali ragioni, nonchè l’immodificabilità delle stesse nel corso del rapporto, le circostanze che contraddistinguono una particolare attività e che rendono conforme alle esigenze del datore di lavoro, nell’ambito di un determinato contesto aziendale, la prestazione a tempo determinato, si da rendere evidente la specifica connessione fra la durata solo temporanea della prestazione e le esigenze produttive ed organizzative che la stessa sia chiamata a realizzare e la utilizzazione del lavoratore assunto esclusivamente nell’ambito della specifica ragione indicata ed in stretto collegamento con la stessa. Si aggiunge che spetta al giudice di merito accertare, con valutazione che, se correttamente motivata ed esente da vizi giuridici, resta esente dal sindacato di legittimità, la sussistenza di tali presupposti, valutando ogni elemento, ritualmente acquisito al processo, idoneo a dar riscontro alle ragioni specificatamente indicate con atto scritto ai fini dell’assunzione a termine, ivi compresi gli accordi collettivi intervenuti fra le parti sociali e richiamati nel contratto costitutivo del rapporto”. In particolare, con riferimento alle ragioni sostitutive, vengono richiamati i principi enunciati da Cass. 26-1-2010 n. 1576, Cass. 26-10-2010 n. 1577, secondo cui “nelle situazioni aziendali complesse, in cui la sostituzione non è riferita ad una singola persona, ma ad una funzione produttiva specifica, occasionalmente scoperta, l’apposizione del termine deve considerarsi legittima se l’enunciazione dell’esigenza di sostituire lavoratori assenti da sola insufficiente ad assolvere l’onere di specificazione delle ragioni stesse – risulti integrata dall’indicazione di elementi ulteriori (quali l’ambito territoriale di riferimento, il luogo della prestazione lavorativa, le mansioni dei lavoratori da sostituire, il diritto degli stessi alla conservazione del posto di lavoro) che consentano di determinare il numero dei lavoratori da sostituire, ancorchè non identificati nominativamente, ferma restando, in ogni caso, la verificabilità della sussistenza effettiva del prospettato presupposto di legittimità” (cfr., in tali termini, Cass. 10897/2012).

Orbene, con riferimento alle doglianze espresse nei primi due motivi di impugnazione, si rileva che la ricorrente ha censurato la decisione della Corte milanese sulla base di rilievi inidonei a contrastare le argomentazioni svolte dal giudice del rinvio, che, lungi dal disattendere i principi sopra enunciati, ha rilevato che i mezzi di prova dedotti erano inidonei a dare conto delle ragioni sostitutive richiamate, perchè il capo di prova privo delle necessarie precisazioni idonee a rendere possibile la verifica di effettività della causale.

In particolare, un’autonoma questione di malgoverno degli artt. 115 e 116 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., può porsi, rispettivamente, solo allorchè il ricorrente alleghi che il giudice di merito: 1) abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti ovvero disposte d’ufficio al di fuori o al di là dei limiti in cui ciò è consentito dalla legge; 2) abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova che invece siano soggetti a valutazione; 3) abbia invertito gli oneri probatori. E poichè, in realtà, nessuna di queste tre situazioni è rappresentata nei motivi anzi detti, le relative doglianze sono mal poste.

Va, in ogni caso, aggiunto, quanto ai suddetti profili di violazione di legge, che è costante l’insegnamento di questa Corte per cui il vizio di violazione e falsa applicazione della legge di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, giusta il disposto di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, deve essere, a pena di inammissibilità, dedotto non solo con l’indicazione delle norme di diritto asseritamente violate ma anche mediante la specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata che motivatamente si assumano in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie e con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina, così da prospettare criticamente una valutazione comparativa fra opposte soluzioni, non risultando altrimenti consentito alla S.C. di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare i fondamento della denunziata violazione (così e per tutte, Cass. n. 16038/13). Infine, è sufficiente osservare – al di là del carattere assorbente delle considerazioni svolte, che il giudizio sulla superfluità o genericità della prova testimoniale è insindacabile in cassazione, involgendo una valutazione di fatto che può essere censurata soltanto se basata su erronei principi giuridici, ovvero su incongruenze di ordine logico (Cass. 10.9.2004 n. 18222).

Il terzo motivo deve essere, invece, accolto.

Ed invero, emerge dagli atti di causa che nel precedente giudizio di Cassazione la società aveva in via subordinata rilevato l’applicabilità dello ius superveniens al caso di specie, per effetto dell’entrata in vigore della L. n. 183 del 2010, art. 32, nelle more del giudizio di cassazione. Peraltro, la questione relativa al risarcimento del danno era sub iudice, essendo stato devoluto l’esame dell’aliunde perceptum nelle pregresse fasi di merito (ed era stata ribadita l’applicabilità della L. n. 183 del 2010, art. 32, in caso di conferma della sentenza di primo grado del Tribunale di Milano, in sede di ricorso in riassunzione), sicchè, essendo il relativo motivo rimasto assorbito a seguito dell’accoglimento dei motivi di ricorso sollevati dalla società in sede di legittimità con riferimento alle questioni relative alle esigenze sostitutive, lo stesso doveva formare oggetto di valutazione da parte della Corte designata, non essendosi formato alcun giudicato interno (cfr. Cass. 24129 del 12/11/2014).

In conclusione, rigettati i primi due motivi, deve trovare accoglimento il terzo.

A ciò consegue la cassazione della decisione impugnata in relazione al motivo accolto ed il rinvio alla stessa Corte in diversa composizione, anche per la regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il terzo motivo, rigettati gli altri, cassa la decisione impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Milano in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 23 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 31 agosto 2016

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