Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17433 del 17/06/2021

Cassazione civile sez. lav., 17/06/2021, (ud. 17/02/2021, dep. 17/06/2021), n.17433

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – rel. Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1556/2020 proposto da:

O.H., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR, presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato MANUELA MAURO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE PRESSO LA PREFETTURA

U.T.G. DI MILANO, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato

e difeso ex lege dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui

Uffici domicilia in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– resistente con mandato –

avverso il decreto n. cronologico 9520/2019 del TRIBUNALE DI MILANO,

depositato il 05/12/2019 R.G.N. 11089/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

17/02/2021 dal Consigliere Dott. GUGLIELMO CINQUE.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con decreto del 5.12.2019 n. 9520 il Tribunale di Milano, rigettando il ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35 bis, proposto avverso il provvedimento della competente Commissione territoriale, ha respinto le istanze volte al riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria, avanzate in via gradata da O.H., cittadino della Nigeria.

2. Il richiedente, in sintesi, aveva riferito di avere lasciato il proprio Paese nel gennaio del 2014, dopo essersi trasferito in Niger poi in Libia e di essere arrivato in Italia nel maggio del 2016; quanto alle ragioni che lo avevano spinto a partire, aveva precisato che, dopo la morte del padre, lo zio paterno voleva appropriarsi dell’eredità; nel (OMISSIS), durante una animata discussione, siccome lo zio aveva minacciato violentemente, cercando di aggredirla, la madre del ricorrente, egli spinse lo zio provocandone la caduta a seguito della quale morì; ci fu nell’immediatezza la reazione del figlio dello zio che gli lanciò un coltello ferendolo profondamente ad una coscia; partito e dopo avere vissuto condizioni disumane in Libia, dove fu anche incarcerato, riuscì a guadagnare 300 dinari e si imbarcò per l’Italia.

3. A fondamento della decisione il Tribunale ha rilevato la inattendibilità del racconto e la convinzione, invece, che l’allontanamento fosse stato determinato da esigenze di carattere economico; conseguentemente ha ritenuto che la vicenda fosse del tutto estranea alle ipotesi di persecuzione che legittimavano la concessione dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14 lett. a) e b); inoltre, dopo avere citato le fonti consultate, ha precisato che in Edo State non vi era un livello di violenza indiscriminata rilevante ai sensi dell’art. 14, lett. c) D.Lgs. citato; infine, ha reputato che non era concedibile neanche la protezione umanitaria perchè il richiedente era maggiorenne, aveva dimostrato buone doti di autonomia, aveva importanti riferimenti familiari nel suo paese e aveva ivi lavorato come saldatore; inoltre, ha ritenuto carente di allegazioni l’integrazione sociale raggiunta in Italia.

4. O.H. ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi, depositando, in prossimità dell’udienza, memoria con ulteriore documentazione.

5. Il Ministero dell’Interno si è costituito ai soli fini della partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. I motivi possono essere così sintetizzati.

2. Con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione dell’art. 10 Cost., comma 3 e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per avere il Tribunale erroneamente escluso il riconoscimento della protezione umanitaria nonostante il raffronto tra le condizioni personali nel paese di origine prima della partenza e quelle attuali di vita in Italia, oltre che per le precarie condizioni di salute, lo giustificasse.

3. Con il secondo motivo si censura la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per non avere il Tribunale acquisito correttamente le necessarie informazioni sulla situazione del paese e della regione di provenienza di esso richiedente.

4, Preliminarmente, con riguardo alla memoria difensiva ex art. 378 c.p.c. (art. 380 bis.1 c.p.c.), presentata dal richiedente, va disattesa la richiesta, ivi contenuta, di valutare il caso in esame applicando la normativa di cui al D.L. n. 130 del 2020.

5. Invero, come già affermato da questa Corte (Cass. n. 3789/2021; Cass. n. 3788/2021) l’interpretazione testuale della disposizione transitoria di cui al D.L. n. 130 del 2020, art. 15, confortata dall’esame della relazione illustrativa, induce ad escludere l’applicazione immediata della novella ai giudizi innanzi alla Corte di Cassazione, in quanto espressamene esclusa dalla indicazione delle autorità amministrative e giurisdizionali davanti alle quali si applica. Il richiamo all’art. 384 c.p.c., comma 2 e al conseguente giudizio di rinvio conferma tale interpretazione perchè introduce l’unica deroga normativa conseguente alla natura del giudizio chiuso della fase di rinvio alla predetta immediata vigenza della novella del giudizio di merito.

6. Quanto, invece, alla documentazione prodotta relativa alle condizioni lavorative del richiedente, la stessa va dichiarata irricevibile ai sensi dell’art. 372 c.p.c..

7. Venendo al merito, deve esaminarsi, per ragioni di pregiudizialità logico-giuridica, dapprima il secondo motivo.

8. Esso è fondato.

9. Va preliminarmente sottolineato che il dovere di cooperazione istruttoria del giudice, una volta assolto, da parte del richiedente asilo, il proprio onere di allegazione, sussiste sempre, anche in presenza di una narrazione dei fatti attinenti alla vicenda personale che evidenzi aspetti contraddittori idonei a metterne in discussione la credibilità, poichè è finalizzato al necessario chiarimento di realtà e vicende che presentano una peculiare diversità rispetto a quelle di altri Paesi e che, solo attraverso informazioni acquisite da fonti affidabili, riescono a dare una logica spiegazione alla narrazione. (Cass. n. 24010/2020).

10. Inoltre, deve specificarsi che, ai fini del riconoscimento della misura della protezione sussidiaria, il grave danno alla persona, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b), può essere determinato dalla sottoposizione a trattamenti inumani e degradanti con riferimento alle condizioni carcerarie e, al riguardo, il giudice è tenuto a fare uso del potere-dovere d’indagine previsto dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, che impone di procedere officiosamente all’integrazione istruttoria necessaria al fine di ottenere informazioni precise sull’attuale condizione generale e specifica del Paese di origine (Cass. n. 16411/2019).

11. Orbene, il Tribunale, ai fini di valutare la situazione D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), ha citato unicamente la fonte “Viaggiare sicuri” aggiornata al 22.2.2019.

12. Si è, però, affermato, in sede di legittimità che nei procedimenti in materia di protezione internazionale, il dovere di cooperazione istruttoria del giudice si sostanzia nell’acquisizione di COI (“Country of Origin Information”) pertinenti e aggiornate al momento della decisione (ovvero ad epoca ad essa prossima), da richiedere agli enti a ciò preposti, non potendo ritenersi tale il sito ministeriale “(OMISSIS)”, il cui scopo e funzione non coincidono, se non in parte, con quelli perseguiti nei procedimenti indicati (Cass. n. 8819/2020).

13. Nella fattispecie in esame, poi, il Tribunale non risulta avere svolto, in osservanza del suddetto dovere di cooperazione istruttoria, alcuna indagine specifica sullo stato del sistema giudiziario e carcerario della regione di provenienza del richiedente ovvero sulla tutela che la polizia avrebbe potuto apprestare in vicende come quelle di cui è processo, nonostante il richiedente avesse offerto tale spunto di indagine in sede di audizione avendo specificato di avere causato, sia pure involontariamente, la morte dello zio.

14. L’accertamento del rischio di sottoposizione alla pena di morte o quello di subire trattamenti inumani o degradanti nelle carceri non può essere, infatti, ignorato dal giudice nazionale (cfr. Cass. 20.9.2013 n. 21667) in conformità con la consolidata giurisprudenza della Corte EDU, secondo la quale l’eventuale messa in esecuzione di un ordine di espulsione di uno straniero verso il paese di appartenenza può costituire violazione dell’art. 3 CEDU, relativo al divieto di tortura, quando vi sono circostanze serie e comprovate che depongono per un rischio reale che lo straniero subisca in quel Paese trattamenti contrari proprio all’art. 3 della Convenzione, essendo irrilevante il tipo di reato di cui è ritenuto responsabile il soggetto da espellere, poichè dal carattere assoluto del principio affermato dal citato art. 3 deriva l’impossibilità di operare un bilanciamento tra il rischio di maltrattamenti ed il motivo invocato per l’espulsione (per tutte Corte CEDU sent. 28.2.2008 e Cass. 22.2.2019 n. 5358).

15. La suddetta questione può rilevare anche sotto l’aspetto della protezione umanitaria la quale, infatti, quale prevista dal D.Lgs. n. 286, art. 5, comma 6 (applicabile ratione temporis: Cass. Sez. Un. 13.11.2019 n. 29460), è una misura atipica e residuale, nel senso che essa copre situazioni, da individuare caso per caso, in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento della tutela tipica (status di rifugiato o protezione sussidiaria), tuttavia non possa disporsi l’espulsione o debba provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in situazione di vulnerabilità (Cass. n. 32044 del 2018; Cass. n. 23604 del 2017).

16. Il Tribunale avrebbe dovuto procedere, pertanto, avvalendosi dei propri poteri di accertamento di ufficio, alla esatta verifica, oltre che della sicurezza socio-politica, della vicenda in concreto che aveva riguardato il richiedente nonchè dello stato del sistema giudiziario e carcerario presente in Nigeria.

17. La trattazione del primo motivo resta conseguentemente assorbita.

18. Alla stregua di quanto esposto, il provvedimento impugnato va, dunque, cassato in relazione al secondo motivo, assorbito il primo, e il giudice del rinvio dovrà procedere ad un nuovo esame secondo le indicazioni di cui in motivazione oltre a provvedere sulle spese anche del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo, assorbito il primo; cassa il provvedimento in relazione al motivo e rinvia al Tribunale di Milano, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 17 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 17 giugno 2021

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