Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17428 del 17/06/2021

Cassazione civile sez. lav., 17/06/2021, (ud. 01/12/2020, dep. 17/06/2021), n.17428

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 19521/2018 proposto da:

M.P., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR, presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato GIOVANNI LIMATOLA;

– ricorrente principale –

contro

A.S.I.A. NAPOLI – AZIENDA SERVIZI IGIENE AMBIENTALE S.P.A., in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, PIAZZA DEL POPOLO 18, presso lo studio Legale

RIZZO, rappresentata e difesa dall’avvocato NUNZIO RIZZO;

– controricorrente – ricorrente incidentale –

e contro

M.P.;

– ricorrente principale – controricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 2782/2018 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 26/04/2018 R.G.N. 3837/2017;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

01/12/2020 dal Consigliere Dott. FABRIZIO AMENDOLA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MUCCI Roberto, che ha concluso per accoglimento del ricorso

principale e inammissibilità del ricorso incidentale;

udito l’Avvocato GIOVANNI LIMATOLA;

udito l’Avvocato AMALIA RIZZO per delega verbale Avvocato NUNZIO

RIZZO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza pubblicata il 26 aprile 2018, la Corte di Appello di Napoli, in riforma della sentenza impugnata, ha accertato l’illegittimità del licenziamento per giusta causa intimato da Asia Napoli S.P.A. a M.P. ed ha dichiarato risolto il rapporto di lavoro tra le parti con effetto dal 28 agosto 2015, condannando la società a corrispondere al lavoratore una indennità risarcitoria pari a 18 mensilità parametrate all’ultima retribuzione globale di fatto oltre accessori.

2. La Corte di Appello, in estrema sintesi, ha ritenuto che la società datrice di lavoro già nel luglio del 2015, o comunque non più tardi del settembre dello stesso anno, fosse a conoscenza dei fatti poi addebitati al M. soltanto con contestazione del 2 settembre 2016, relativamente a fatti accaduti tra il gennaio ed il luglio del 2015. La Corte ha altresì rilevato la genericità delle accuse mosse con la contestazione degli addebiti in riferimento all’appropriazione di carburante da parte del dipendente.

3. Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso principale il lavoratore affidato ad un motivo; ha resistito con controricorso la società, contenente ricorso incidentale con un motivo; al ricorso incidentale ha resistito con controricorso il M..

4. Entrambe le parti hanno comunicato memorie in vista dell’udienza pubblica del 21 gennaio 2020. Con provvedimento del 4 febbraio 2020, il Presidente titolare della Sezione lavoro della Corte, rilevato che non era possibile procedere alla riconvocazione sollecitata da uno dei membri del Collegio, atteso che, uno dei consiglieri che ne faceva parte, nel frattempo, era stato collocato fuori ruolo, ha disposto che venisse fissata una nuova udienza pubblica. In relazione ad essa la società ha depositato nuova memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Per ragioni di pregiudizialità logico-giuridica occorre valutare prima il ricorso incidentale della società, che censura la sentenza impugnata nella parte in cui la Corte di Appello ha ritenuto l’illegittimità del licenziamento per tardività della contestazione disciplinare.

Con il motivo si denuncia: “Omesso esame del fatto decisivo, oggetto di discussione in sede di merito, che la società è venuta a conoscenza dei fatti contestati in data 2 settembre 2016, solo a seguito dell’intervento della Guardia di Finanza del giugno 2016, che aveva sorpreso due dipendenti della società intenti a rubare carburante da un mezzo aziendale, sempre presso il medesimo distributore del ricorrente, e che aveva portato la società ad ulteriori accertamenti per quel periodo gennaio-giugno 2015, con la logica e provata conclusione della sottrazione del carburante nei giorni indicati: il tutto in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5”.

Si sostiene che la motivazione della sentenza impugnata sarebbe soltanto apparente, con contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili. Secondo la ricorrente non si rinviene in detta sentenza “alcun rilievo di eventuale inattendibilità del teste Dott.ssa T. che, sotto il vincolo del giuramento, ha dichiarato che gli accertamenti ulteriori, per il periodo gennaio-giugno 2015, erano scaturiti dall’arresto dei due dipendenti, nell’ambito del contesto afferente la sottrazione di carburante aziendale, avvenuta in modo sensibile proprio in quel periodo (primo semestre 2015), di talchè si rese necessario approfondire l’indagine”.

2. La doglianza non può trovare accoglimento.

Ravvisa un preteso contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili che non si riscontra affatto nella motivazione censurata ma transita, piuttosto, attraverso una valutazione di inattendibilità o meno di una deposizione testimoniale.

E’ noto che la valutazione delle risultanze istruttorie appartiene al dominio esclusivo del giudice del merito e ancora di recente le Sezioni unite di questa Corte hanno ribadito l’inammissibilità di censure che “sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione e falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, degradano in realtà verso l’inammissibile richiesta a questa Corte di una rivalutazione dei fatti storici da cui è originata l’azione”, così travalicand6 “dal modello legale di denuncia di un vizio riconducibile all’art. 360 c.p.c., perchè pone a suo presupposto una diversa ricostruzione del meritò degli accadimenti” (cfr. Cass., SS.UU. n. 34476 del 2019; Cass. SS.UU. n. 33373 dei 2019; Cass. SS.UU. n. 25950 del 2020).

3. Con l’unico motivo di ricorso principale il Mennella censura la sentenza impugnata in ordina alla tutela riconosciuta dalla Corte napoletana che è quella prevista dalla L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 5, come modificato dalla L. n. 92 del 2012, in luogo di quella reintegratoria prevista dell’art. 18, comma 4 novellato.

In particolare si denuncia: “Violazione e falsa applicazione dell’art. 12 disp. gen., art. 1362 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., artt. 2104 e 2119 c.c., L. n. 604 del 1966, artt. 1 e 5 e L. n. 300 del 1970, art. 18, commi 4 e 5, come modificato dalla L. 28 giugno 2012, n. 92, art. 1, comma 42, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”.

Si lamenta che la Corte territoriale, dopo aver ritenuto che la società aveva genericamente contestato una pretesa appropriazione di carburante, non poteva poi propendere per la sussistenza storica di un inadempimento contrattuale da parte del lavoratore ma, al contrario, secondo parte ricorrente, avrebbe dovuto concludere per “la materiale inesistenza del fatto ex se ovvero giuridicamente e contrattualmente – lecito e legittimo”. Si sostiene che l’elemento essenziale che avrebbe determinato il licenziamento per giusta causa sarebbe “inesistente nella contestazione” mentre i fatti che “l’azienda ha formalmente (ma inefficacemente) contestato sono e permangono non provati e comunque preclusi all’azione disciplinare per il principio del ne bis in idem”. Si deduce che sarebbe contra legem ipotizzare che a fronte della inesistenza giuridica della procedura disciplinare il lavoratore possa vedere risolto il suo rapporto di lavoro.

4. Il motivo è complessivamente da rigettare.

Esso innanzi tutto presenta profili di inammissibilità nella parte in cui articola una sequela di norme del codice civile, del codice di rito e di leggi speciali, di cui si lamenta, promiscuamente ed indistintamente, la violazione.

Invero, il rispetto del principio di specificità dei motivi del ricorso per cassazione – da intendere alla luce del canone generale “della strumentalità delle forme processuali” – comporta, fra l’altro, l’esposizione di argomentazioni chiare ed esaurienti, illustrative delle dedotte inosservanze di norme o principi di diritto, che precisino come abbia avuto luogo la violazione ascritta alla pronuncia di merito (tra molte: Cass. n. 23675 del 2013), in quanto è solo la esposizione delle ragioni di diritto della impugnazione che chiarisce e qualifica, sotto il profilo giuridico, il contenuto della censura (Cass. n. 25044 del 2013; Cass. n. 17739 del 2011; Cass. n. 7891 del 2007; Cass. n. 7882 del 2006; Cass. n. 3941 del 2002).

Invece, nella specie, la formulazione della censura risulta del tutto astratta, risolvendosi in una mera elencazione di norme, da quelle sull’interpretazione a quelle sulla valutazione delle prove, fino ad arrivare a quelle sulla giustificazione del licenziamento ed alla sua tutela, senza l’osservanza del fondamentàle principio secondo cui i motivi per i quali si chiede la cassazione della sentenza non possono essere affidati a deduzioni generali e ad affermazioni apodittiche, con le quali la parte non articoli specifiche censure esaminabili dal giudice di legittimità sulle singole conclusioni tratte dal giudice del merito in relazione alla fattispecie decisa, avendo il ricorrente l’onere di indicare con precisione gli asseriti errori contenuti nella sentenza impugnata, in quanto, per la natura di giudizio a critica vincolata propria del giudizio di cassazione, il singolo motivo assolve alla funzione di identificare la critica mossa ad una parte ben specificata della decisione espressa (v., da ultimo, Cass. n. 2959 del 2020; conf. Cass. n. 1479 del 2018); pertanto, se nel ricorso per cassazione si sostiene l’esistenza della violazione di legge denunziata nel motivo, si deve chiarire a pena di inammissibilità l’errore di diritto imputato al riguardo alla sentenza impugnata, in relazione alla concreta controversia (Cass. SS.UU. 21672 del 2013); in caso contrario, la censura – pur formalmente formulata come vizio di violazione di norme di legge – nella sostanza si traduce in una inammissibile critica alla ricostruzione della vicenda storica per come operata dal giudice del merita al cui dominio appartiene (come nella specie laddove parte ricorrente si duole che la Corte di Appello abbia comunque ritenuto sussistente l’inadempimento del lavoratore) ma che è censurabile in sede di legittimità nei ristretti limiti di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, così come rigorosamente interpretato da Cass. SS.UU. nn. 8053 e 8054 del 2014.

Per il resto il motivo è comunque infondato.

La Corte territoriale ha ritenuto che, “sussistendo l’inadempimento posto a base del licenziamento, ma non essendo tale provvedimento preceduto da una tempestiva contestazione disciplinare”, andasse applicato il regime di tutela previsto della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 5, novellato nel 2012.

Tanto in dichiarata conformità con il principio stabilito dalle Sezioni unite di questa Corte (sent. n. 30985 del 2017) secondo cui: “La dichiarazione giudiziale di risoluzione del licenziamento disciplinare conseguente all’accertamento di un ritardo notevole e non giustificato della contestazione dell’addebito posto a base dello stesso provvedimento di recesso, ricadente “ratione temporis” nella disciplina della L. n. 300 del 1970, art. 18, così come modificatd della L. 28 giugno 2012, n. 92, art. 1, comma 42, comporta l’applicazione della sanzione dell’indennità come prevista della L. n. 300 del 1970, stesso art. 18, comma 5″ (conf. Cass. n. 12231 del 2018).

Arresto giurisprudenziale dal quale non vi è ragione di discostarsi.

5. Conclusivamente entrambi i ricorsi vanno respinti, con spese compensate stante la reciproca soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testò introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte di entrambe le parti ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale ed incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis (cfr. Cass. SS.UU. n. 4315 del 2020).

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale ed il ricorso incidentale e compensa le spese.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 20012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale e della ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale e per quello incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 1 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 17 giugno 2021

 

 

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