Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17426 del 17/06/2021

Cassazione civile sez. lav., 17/06/2021, (ud. 19/11/2020, dep. 17/06/2021), n.17426

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29596/2017 proposto da:

L.P.R., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato IGNAZIO GRECO;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE EUROPA 190, (AREA

LEGALE TERRITORIALE CENTRO DI POSTE ITALIANE), rappresentata e

difesa dagli avvocati ROBERTA AIAZZI e ANTONIA PINO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 586/2017 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 08/06/2017 R.G.N. 1048/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

19/11/2020 dal Consigliere Dott. GIUSEPPINA LEO.

 

Fatto

RILEVATO

che, con sentenza depositata in data 8.6.2017, la Corte di Appello di Catania ha confermato, con diversa motivazione, la pronunzia emessa dal Tribunale della stessa sede il 30.6.2016, con cui era stata respinta la domanda di L.P.R., diretta ad ottenere la declaratoria di illegittimità del termine apposto al contratto stipulato con Poste Italiane S.p.A., relativamente al periodo 1.6.2005-30.6.2005, “ai sensi del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, per ragioni di carattere sostitutivo correlate alla specifica esigenza di provvedere alla sostituzione del personale inquadrato nell’Area Operativa e addetto al servizio di recapito/smistamento presso l’ufficio postale di (OMISSIS), assente con diritto alla conservazione del, posto di lavoro”, nonchè la condanna della società al ripristino del rapporto di lavoro ed al pagamento delle mensilità maturate dal 25.7.2011 (data di ricezione della lettera con cui il ricorrente aveva contestato la legittimità del contratto a tempo determinato) sino all’effettivo ripristino;

che la Corte di merito, per quanto ancora di interesse in questa sede, ha ritenuto fondata – in applicazione della ormai consolidata giurisprudenza di legittimità nella materia (cfr., tra le molte, Cass. nn. 4913/2016; 25103/2015) – la censura del L.P. relativamente alla eccezione di decadenza sollevata dalla società ed accolta dal primo giudice, “dovendosi applicare alla fattispecie il c.d. decreto “mille proroghe””; ma ha respinto tutti i motivi di gravame relativi alla illegittimità della clausola appositiva del termine;

che per la cassazione della sentenza L.P.R. ha proposto ricorso affidato a tre motivi;

che Poste Italiane S.p.A. ha resistito con controricorso;

che sono state depositate memorie nell’interesse del lavoratore;

che il P.G. non ha formulato richieste.

Diritto

CONSIDERATO

che con il ricorso si censura: 1) in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4, artt. 115 e 116 c.p.c., perchè “la Corte territoriale non ha indicato le fonti probatorie e le prove documentali poste a base della decisione, nè ha esposto l’iter logico seguito nella valutazione delle prove in base alle quali è pervenuta al rigetto dell’appello”, nonostante “il L.P., in entrambi i gradi di giudizio, avesse tempestivamente eccepito che il termine al contratto di lavoro era stato apposto in violazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1 e che, inoltre, non solo non erano state provate ma neppure sussistevano specifiche esigenze oggettive che potessero giustificare l’apposizione del termine al contratto di lavoro stipulato con Poste Italiane S.p.A.”; 2) in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c.; art. 1325 c.c., art. 1350 c.c., comma 1, n. 13, artt. 1418,1419,2697 e 2725 c.c.; D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, perchè “la sentenza impugnata, in violazione” di tutte le norme innanzi citate, “non indica neppure le fonti del proprio convincimento e gli elementi probatori posti a base della sua decisione, da cui possa evincersi l’esistenza di un atto scritto contenente le ragioni del termine e delle sue ragioni giustificative, peraltro insussistenti e neppure provate”; 3) ancora, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c.; artt. 2697 e 2725 c.c.; D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, per non avere i giudici di secondo grado proceduto alla esatta quantificazione dei giorni di assenza del personale a tempo indeterminato e dei dipendenti a tempo determinato, “in modo da consentire al ricorrente di verificare se effettivamente le giornate di assenza dei lavoratori a tempo indeterminato fossero superiori rispetto a quelle dei lavoratori a tempo determinato”; il ricorrente deduce, inoltre, che sarebbe stato, comunque, “necessario accertare se, nell’arco di tempo in cui egli ha lavorato, i lavoratori con contratto a tempo indeterminato, assenti con diritto alla conservazione del posto di lavoro, siano stati in concreto in numero superiore, pari o inferiore rispetto ai dipendenti assunti a tempo determinato, in modo da poter verificare se le “ragioni oggettive” dell’apposizione del termine, indicate nel contratto, siano state rispettate da Poste Italiane S.p.A.”;

che il primo motivo – teso, nella sostanza, ad ottenere un nuovo esame del merito attraverso una valutazione ulteriore degli elementi delibatori, non consentito in questa sede – è inammissibile; ed invero, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte (cfr., per tutti, Cass., SS.UU., 15486/2017) – del tutto condivisa da questo Collegio, che non ravvisa ragioni per discostarsene -, “La violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., può essere dedotta come vizio di legittimità solo lamentando che il giudice ha dichiarato espressamente di non dover osservare la regola contenuta nella norma, ovvero ha giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dai poteri officiosi riconosciutigli. A tanto va aggiunto che, in linea di principio, la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (tra le varie, Cass. n. 24434/2016), dovendosi peraltro ribadire che, in relazione al nuovo testo di questa norma, qualora il giudice abbia preso in considerazione il fatto storico rilevante” – come nella fattispecie – “l’omesso esame di elementi probatori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo (Cass., SS.UU. n. 8053/2014)”; peraltro, nel caso di cui si tratta non si ravvisa alcuna violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, posto che, nella sentenza impugnata, le ragioni di fatto e di diritto sulle quali la decisione si fonda sono, all’evidenza, adeguatamente esplicitate;

che il secondo ed il terzo motivo – che possono essere trattati congiuntamente per ragioni di connessione – non sono meritevoli di accoglimento; al riguardo, è da premettere, infatti, che il contratto di lavoro a tempo determinato stipulato, ai sensi del D.Lgs. n. 368 del 2001, da Poste Italiane S.p.A. è conforme alla disciplina del contratto a tempo determinato dettata dal citato D.Lgs., applicabile ratione temporis; la Corte di Giustizia, inoltre, esprimendosi sulla compatibilità comunitaria della normativa in oggetto, ha riaffermato che anche il primo ed unico contratto a termine rientra nell’ambito di applicazione della direttiva 1999/70/CE e dell’Accordo quadro ad essa allegato (v. sentenza 24 giugno 2010, in causa C-98/09), riconoscendo che un intervento del legislatore nazionale come quello in questione, ancorchè elimini l’obbligo datoriale di indicare nei contratti a tempo determinato, conclusi per sostituire lavoratori assenti, il nome di tali lavoratori ed i motivi della loro sostituzione e prescriva, in sua vece, la specificazione per iscritto delle ragioni del ricorso a siffatti contratti, non solo è possibile, ma neppure viola, in linea di principio, la clausola della direttiva n. 8.3, che vieta una riduzione del livello generale di tutela già goduto dai lavoratori;

che, alla stregua degli ormai consolidati arresti giurisprudenziali di legittimità (cfr., ex plurimis, Cass. nn. 8286/2012; 1577/2010; 1576/2010), in tema di assunzione a termine di lavoratori per esigenze sostitutive, in linea con i principi affermati nella sentenza della Corte Costituzionale n. 214/2009, l’onere di specificazione delle ragioni è correlato alla finalità di assicurare la trasparenza e la veridicità della causa di apposizione del termine e l’immodificabilità della stessa; in un quadro caratterizzato dalla definizione di un criterio elastico, che si riflette poi sulla relatività della verifica dell’esigenza sostitutiva in concreto, per la legittimità dell’apposizione del termine è sufficiente, quindi, l’indicazione di elementi ulteriori che consentano di determinare il numero dei lavoratori da sostituire, ancorchè non identificati nominativamente (cfr. Cass. nn. 1928/2014; 13239/2012; 8966/2012; 27052/2011; 4267/2011);

che, nella fattispecie, è da condividere, in relazione ai principi sopra enunciati, la valutazione operata dalla Corte di merito circa la presenza di specificità della clausola apposta al contratto di lavoro a termine stipulato fra le odierne parti per avere tenuto in debito conto il fatto che erano stati indicati l’ambito territoriale di riferimento, il luogo della prestazione lavorativa (ufficio postale di (OMISSIS)), le mansioni per le quali il lavoratore era stato assunto (personale inquadrato nell’area operativa e addetto al servizio di recapito/smistamento), asseritamente corrispondenti a quelle dei lavoratori da sostituire, nonchè il periodo di riferimento: elementi, questi, che, senza dubbio, rendevano la clausola apposta non generica;

che dalla pronuncia impugnata emerge, pertanto, una congrua considerazione di tutti gli elementi indicati nel contratto individuale (tra i quali anche i modelli di rilevazione delle presenze mensili del personale presso l’ufficio recapito di (OMISSIS): v. penultima pagina della sentenza impugnata) e considerati come significativi dalla giurisprudenza (cfr. Cass. nn. 1605/2016; 182/2016), in ordine ai quali, peraltro, come sottolineato dai giudici di seconda istanza, il L.P. non ha sollevato specifiche contestazioni in primo grado (v. ultima pagina della sentenza impugnata);

che, inoltre, il secondo motivo presenta, altresì, profili di inammissibilità relativamente alla censura che investe l’art. 1419 c.c., per difetto di riferibilità al percorso motivazionale della sentenza impugnata e non attinenza alla ratio decidendi della Corte territoriale che, nel respingere il gravame, non ha mai fatto cenno al fatto che “la nullità della clausola in oggetto finirebbe con l’estendersi all’intero contratto – giusta previsione di cui all’art. 1419 c.c., comma 1 – con conseguente impossibilità di conversione del rapporto da tempo determinato a tempo indeterminato”;

che, infine, la questione relativa alla pretesa violazione del rapporto proporzionale tra gli assunti a termine ed il personale in servizio al 31 dicembre dell’anno precedente (articolata nel terzo mezzo di impugnazione), attiene ad una doglianza in merito alla quale il ricorrente non specifica se era stata già proposta dinanzi al primo giudice;

che, per quanto sopra considerato, il ricorso deve essere rigettato;

che le spese del presente giudizio, liquidate come da dispositivo, seguono il criterio della soccombenza;

che, avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso sussistono l’presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, secondo quanto specificato in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 4.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 19 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 17 giugno 2021

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