Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17414 del 17/06/2021

Cassazione civile sez. VI, 17/06/2021, (ud. 15/04/2021, dep. 17/06/2021), n.17414

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MOCCI Mauro – Presidente –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – rel. Consigliere –

Dott. DELLI PRISCOLI Lorenzo – Consigliere –

Dott. CAPOZZI Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 956-2019 proposto da:

M.R., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato SIMONE ZERAUSCHEK;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI FIRENZE, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA POLIBIO 15, presso lo studio dell’avvocato

GIUSEPPE LEPORE, rappresentato e difeso dagli avvocati CHIARA

CANUTI, ALESSANDRA CAPPELLETTI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 995/3/2018 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE della TOSCANA, depositata il 21/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 15/04/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MARIA ENZA

LA TORRE.

 

Fatto

RITENUTO

che:

R.R. ricorre per la cassazione della sentenza della CTR della Toscana, che in controversia su impugnazione di avviso di accertamento per ICI anno 2009, ha respinto l’appello del contribuente, confermando la decisione di primo grado.

La CTR, ritenuto congruamente motivato l’atto impugnato, ha statuito che l’immobile, pur costituendo l’abitazione principale, non poteva godere dell’esenzione D.L. n. 93 del 2008, ex art. 1, comma 1, in quanto appartenente alla cat. Catastale A1, espressamente esclusa dall’esenzione dalla legge, senza pertanto che fosse necessario il recepimento della norma da parte del Consiglio comunale e non sussistendo la presunta illegittimità costituzionale della indicata norma. Il Comune di Firenze si costituisce con controricorso e deposita rinnovo di costituzione con nuovo difensore e conferma domiciliatario.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Col primo motivo si deduce violazione di legge, D.L. n. 93 del 2008, art. 1, conv. in L. n. 126 del 2008;

2. Il motivo è infondato.

Il D.L. n. 93 del 2008, art. 1, comma 1, dispone espressamente che “a decorrere dall’anno 2008 è esclusa dall’imposta comunale sugli immobili di cui al D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, l’unità immobiliare adibita ad abitazione principale del soggetto passivo”. Il successivo comma 2, come integrato dalla L. 27 dicembre 2006, n. 296, art. 1, comma 173, lett. b), chiarisce cosa debba intendersi per abitazione principale e poi esclude dall’esenzione le abitazioni accatastate in categoria A1, A8 e A9 (le stesse che erano escluse dall’ulteriore detrazione dell’1,33 disposta dalla Legge finanziaria per il 2008).

Pertanto in tema di ICI, ai fini del trattamento esonerativo rileva l’oggettiva classificazione catastale dell’immobile, per cui l’immobile iscritto nella cat. A/1, e per il quale non è stato impugnato il classamento, come nella specie, è soggetto all’imposta, non ricorrendo l’ipotesi di cui al D.L. n. 93 del 2008, art. 1, (Cass. n. 8017/2017).

La CTR ha correttamente applicato la normativa indicata, in quanto l’immobile del contribuente rientrava in una delle categorie catastali espressamente escluse dall’agevolazione. Ciò, d’altronde, è conforme all’orientamento costante espresso da questa Corte, in ordine alla natura di stretta interpretazione delle norme agevolative (tra le molte, in tema di ICI, più di recente, cfr. Cass. sez. 5, 11 ottobre 2017, n. 23833; Cass. sez. 6-5, ord. 3 febbraio 2017, n. 3011), condiviso anche dalla Corte costituzionale (cfr. Corte Cost. 20 novembre 2017, n. 242).

3. Col secondo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione della L. 27 dicembre 2006, art. 1, comma 162, e omessa pronuncia su un fatto controverso e decisivo, costituito dalla carenza di motivazione dell’atto impositivo.

4. Col terzo motivo si deduce omessa motivazione circa l’abrogazione delle categorie catastali attuato col D.P.R. n. 138 del 1998, in esecuzione della L. n. 662 del 1996. Con tale regolamento venivano istituite le nuove categorie catastali in vigore dal 1 gennaio 2000.

I due motivi, suscettibili di trattazione congiunta, sono inammissibili per carenza di autosufficienza.

A parte, quale ulteriore profilo di inammissibilità, la mancata indicazione del parametro normativo di cui all’art. 360 c.p.c., nei due motivi si afferma, ma non si dimostra, di avere proposto nei gradi di merito tali doglianze. Il giudizio di cassazione, in quanto giudizio a critica vincolata, delimitato da motivi di ricorso tassativi e specifici, esige infatti una precisa emanazione dei motivi medesimi, in modo che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche previste dall’art. 360 c.p.c., e secondo il principio di autosufficienza si impone che esso contenga tutti gli elementi necessari in modo da porre il giudice di legittimità nella condizione di avere una completa cognizione della controversia e del suo oggetto, senza la necessità di fare rinvio o di accedere a fonti esterne allo stesso ricorso e, quindi, a elementi o atti attinenti al pregresso giudizio di merito (Cass. n. 767 del 2011; Cass. n. 8312 del 2013; Cass. n. 9536 del 2013; Cass. n. 3289 del 2014; Cass. n. 16147 del 2017).

Con specifico riferimento alle denunce riferite al difetto di motivazione dell’avviso di accertamento, questa Corte, con indirizzo condiviso, ha affermato che nel giudizio tributario, in base al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, sancito dall’art. 366 c.p.c., qualora il ricorrente censuri la sentenza di una commissione tributaria regionale sotto il profilo della congruità del giudizio espresso in ordine alla motivazione di un avviso di accertamento, è necessario, a pena di inammissibilità, che il ricorso ne riporti “testualmente” i passi che si assumono erroneamente interpretati o pretermessi, al fine di consentire la verifica “esclusivamente” in base al ricorso medesimo, essendo il predetto avviso non un atto processuale, bensì amministrativo, la cui legittimità è necessariamente integrata dalla motivazione dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche poste a suo fondamento (Cass. n. 8312 del 2013; Cass. n. 9536 del 2013; Cass. n. 3289 del 2014; Cass. n. 16147 del 2017).

A tale onere processuale il ricorrente non ha ottemperato, così impedendo al giudice di legittimità ogni valutazione (Cass. n. 2928 del 2015).

5. Col quarto motivo si propone “eccezione di incostituzionalità del D.L. n. 93 del 2008, art. 1, comma 2, conv. in L. n. 126 del 2008”.

L’eccezione di incostituzionalità, con riferimento all’art. 53 Cost., è manifestamente infondata, laddove il ricorrente assume che sono tassati valori inferiori, come la Cat. A/1, facendo esenti e salvi valori superiori, come la Cat. A/7, contestando sul punto la motivazione della sentenza impugnata che ha fatto riferimento a leggi successive al fine di giustificare la diversa imposizione fiscale.

Va premesso che dall’esenzione Ici per la prima casa, secondo il D.L. n. 93 del 2008, art. 1, comma 2, conv. in L. n. 126 del 2008, restano esclusi gli immobili classificati nelle categorie catastali: A1 – abitazioni signorili; A8 – ville; A9 – castelli; ma qualora tali immobili sono destinati ad abitazione principale godono di una detrazione fissata dai Comune, che va suddivisa tra i soggetti dimoranti.

Tale disciplina, che comunque garantisce una tassazione di favore, in misura gradata, per tutte le abitazioni principali, a tutela del diritto all’abitazione, non è nè arbitraria nè irrazionale, rispondendo a scelte legislative coerenti.

Costituisce giurisprudenza costante della Corte costituzionale il principio secondo cui le disposizioni che prevedono agevolazioni fiscali, aventi carattere eccezionale e derogatorio, costituiscono esercizio di un potere discrezionale del legislatore, censurabile solo per la sua eventuale palese arbitrarietà o irrazionalità, con la conseguenza che la Corte costituzionale non può estenderne l’ambito di applicazione, se non quando lo esiga la ratio dei benefici medesimi (Cfr.: Corte Cost. sent. n. 153/2017; n. 111 del 2016, n. 6 del 2014, n. 275 del 2005, n. 27 del 2001, n. 431 del 1997, n. 292 del 1987 e n. 86 del 1985; ordin. 103 del 2012, n. 203 del 2011, n. 144 del 2009, n. 174 del 2001). 6. Conclusivamente il ricorso, in parte inammissibile, in parte infondato, va respinto. La parte soccombente è tenuta al pagamento delle spese di lite, liquidate come in dispositivo. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la parte soccombente al pagamento delle spese di lite, che liquida in Euro 1.200,00 oltre spese prenotate a debito. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 15 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 17 giugno 2021

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