Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17406 del 20/08/2020

Cassazione civile sez. VI, 20/08/2020, (ud. 14/01/2020, dep. 20/08/2020), n.17406

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VALITUTTI Antonio – Presidente –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – rel. Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21492-2018 proposto da:

NUOVE TELECOMUNICAZIONI SPA, in persona dell’amministratore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA XX SETTEMBRE 3,

presso lo studio dell’avvocato ANTONIO RAPPAZZO, che la rappresenta

e difende unitamente all’avvocato GIUSEPPE RAPPAZZO;

– ricorrente –

contro

FALLIMENTO (OMISSIS) SPA, CARINI COSTRUZIONI DI C.S.,

D.L.V., L.P.G., B.F.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 3936/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata l’08/06/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14/01/2020 dal Consigliere Relatore Dott. EDUARDO

CAMPESE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Nuova Telecomunicazioni s.p.a. ricorre per cassazione, affidandosi ad un unico motivo, ulteriormente illustrato da memoria ex art. 380-bis c.p.c., avverso la sentenza della Corte di appello di Roma dell’8 giugno 2018, n. 3936, reiettiva del reclamo dalla prima proposto contro la dichiarazione del suo fallimento, pronunciata dal Tribunale di Roma su istanze della Carini Costruzioni di C.S., nonchè di D.L.V., L.P.G. e B.F.. Nessuno dei destinatari della notifica del ricorso ha svolto difese in questa sede.

1.1. Per quanto qui di interesse, quella corte, dopo aver dato atto della inesistenza delle notificazioni delle istanze di fallimento del D.L., del L.P. e del B.: i) ha ritenuto che, “proprio in ragione dell’ammissione, da parte della stessa società reclamante, di aver ricevuto, a mezzo pec, l’istanza di fallimento della Carini Costruzioni e, quindi di essere stata ritualmente informata della pendenza della procedura, il reclamo va rigettato alla luce della relazione ex art. 33 L. Fall. trasmessa dal curatore e dei verbali di verifica dello stato passivo da cui risultano ingentissimi debiti verso banche, fornitori e debiti tributari che attestano sicuramente l’esistenza dello stato di insolvenza della società al momento della dichiarazione di fallimento”; ha affermato, richiamando la giurisprudenza di legittimità, che, “nel procedimento camerale e sommario che precede la dichiarazione di fallimento, una volta che il debitore sia stato informato dell’avvio della procedura nei suoi confronti e sia stato posto in condizione di svolgere le sue difese, è suo onere quello di seguire lo sviluppo della procedura e di assumere ogni opportuna iniziativa in ordine sia alle eventuali informazioni richieste d’ufficio dal tribunale sulle condizioni soggettive ed oggettive dell’impresa, sia alle eventuali ulteriori pretese creditorie avanzate a suo carico, essendo sufficiente, ai fini della tutela del diritto di difesa, che il debitore sia già stato posto nella condizione di chiarire tempestivamente ai giudice ogni elemento utile per valutare la sua situazione e restando a suo carico l’onere di seguire gli sviluppi del procedimento”; ha precisato che, lungi dal potersi addivenire ad una pronuncia meramente rescindente della sentenza dichiarativa di fallimento sulla scorta della sola mancata corretta notificazione delle istanze dei lavoratori predetti, doveva valutarsi, giusta “l’effetto devolutivo pieno che caratterizza il reclamo”, la sussistenza, o meno, dello stato di insolvenza della società, a tal fine potendo utilizzarsi anche “fatti diversi da quelli considerati al momento dell’apertura della procedura concorsuale, purchè, anche se conosciuti successivamente, riferibili ad un momento anteriore alla dichiarazione di fallimento”; iv) ha considerato, infine, esistente il menzionato stato di insolvenza desumendolo “anche dalle risultanze dello stato passivo e dagli accertamenti effettuati dal Curatore”.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. L’unico formulato motivo prospetta “violazione o falsa applicazione dell’art. 15 L. Fall., u.c. in relazione all’art. 18, comma 10, della stessa legge, e con riferimento all’art. 111 Cost., comma 2, e art. 24 Cost., nonchè all’art. 101 c.p.c. e art. 115 c.p.c., comma 1, per avere l’impugnata sentenza non rilevato che l’unica istanza notificata al debitore fallendo, da tale Carini, esponeva un credito inferiore ad Euro 30.000, e per avere, ciononostante, provveduto a confermare la sentenza del Tribunale di Roma, procedendo a verificare la sussistenza dei presupposti richiesti dalla legge fallimentare in ordine alla insolvenza del debitore in base agli atti del fascicolo fallimentare ed alla relazione del curatore (art. 360 c.p.c., n. 3). Omessa dichiarazione di inammissibilità della domanda di fallimento cui consegue la inesistenza giuridica dell’esame del merito (art. 360 c.p.c., n. 3)”. In sintesi, si contesta alla corte capitolina di aver confermato la sentenza dichiarativa di fallimento resa dal giudice di prime cure invece di limitarsi a dichiarare inammissibile l’unica corrispondente istanza ritualmente notificata alla debitrice, dalla Carini Costruzioni di C.S., per un credito di Euro, 26.000,00. In particolare, si lamenta che, in violazione dell’art. 15 L. Fall., u.c., quella corte, in forza del richiamato effetto devolutivo del reclamo e del carattere officioso del giudizio, piuttosto che arrestarsi alla dovuta declaratoria di inammissibilità dell’istanza predetta, aveva proceduto a verificare la sussistenza dei presupposti previsti per il fallimento dell’imprenditore in base all’accertata insolvenza rilevata utilizzando gli atti del fascicolo fallimentare, le risultanze dello stato passivo e gli accertamenti effettuati dal curatore.

2. La descritta censura è manifestamente infondata.

2.1. Invero, è assolutamente pacifico (essendo stato ripetutamente ammesso dalla stessa odierna ricorrente) che, delle plurime istanze di fallimento depositate, nei suoi confronti, innanzi al Tribunale di Roma, dalla Carini Costruzioni di C.S., nonchè da D.L.V., L.P.G. e B.F., almeno la prima di esse era risultata validamente notificata alla debitrice fallenda. Questa sola circostanza, pertanto, ha consentito il legittimo svolgersi del procedimento prefallimentare ex art. 15 L. Fall.(ricordandosi che la novella di cui al D.Lgs. n. 5 del 2006, aveva abrogato la possibilità di declaratorie di fallimento di ufficio).

2.2. Nemmeno è più controversa (nessuna contestazione rinvenendosi, sul punto, nella decisione oggi impugnata), poi, la esistenza dei requisiti di fallibilità, giusta l’art. 1 L. Fall., in capo alla medesima debitrice, odierna ricorrente.

2.3. Quest’ultima, invocando il disposto dell’art. 15 L. Fall., u.c., primo periodo, l (“non si là luogo alla dichiarazione di fallimento se l’ammontare dei debiti scaduti e non pagati risultanti dagli atti dell’istruttoria prefallimentare è complessivamente inferiore a Euro trentamila”), oggi si duole, sostanzialmente, del fatto che la corte distrettuale (i) abbia confermato la dichiarazione del proprio fallimento malgrado la corrispondente istanza della Carini Costruzioni di C.S., unica ritualmente notificata ad essa debitrice, recasse un credito di Euro 26.000,00, inferiore, dunque, all’importo di cui all’appena citata disposizione, e (ii) si sia avvalsa, per l’accertamento del requisito dello stato di insolvenza, degli atti del fascicolo fallimentare, delle risultanze dello stato passivo e degli accertamenti effettuati dal curatore.

2.4. – Tale doglianza, però, non ha pregio, avendo questa Corte già chiarito che: i) il procedimento di reclamo avverso la sentenza dichiarativa di fallimento è caratterizzato da un effetto devolutivo pieno, pur attenendo ad un provvedimento decisorio emesso all’esito di un procedimento contenzioso svoltosi in contraddittorio e suscettibile di acquistare autorità di cosa giudicata (cfr. Cass. n. 26771 del 2016; Cass. n. 13505 del 2014. In senso sostanzialmente conforme, si vedano anche le più recenti Cass. n. 1169 del 2017 e Cass. n. 1893 del 2018); ii) l’art. 15 L. Fall., comma 9, secondo cui “non si da luogo alla dichiarazione di fallimento se l’ammontare dei debiti scaduti e non pagati risultanti dagli atti dell’istruttoria prefallimentare è complessivamente inferiore a Euro trentamila”, va interpretato nel senso che la condizione ostativa all’apertura della procedura concorsuale non risiede nella circostanza il credito in capo a colui che presenta l’istanza di fallimento sia inferiore a tale limite, ma unicamente nel fatto che sussista la prova positiva, comunque acquisita, di un ammontare dei debiti scaduti ed impagati di importo complessivamente inferiore ad Euro trentamila (cfr. Cass. n. 26926 del 2017); iii) in sede d’impugnazione della sentenza dichiarativa di fallimento, “l’accertamento dello stato di insolvenza va compiuto con riferimento alla data di dichiarazione di fallimento, ma può fondarsi anche su fatti diversi da quelli in base ai quali il fallimento è stato dichiarato, purchè si tratti di fatti anteriori alla pronuncia, anche se conosciuti successivamente in sede di gravame” Cass. n. 24424 del 2019; Cass. n. 10952 del 2015); iv) nel procedimento di impugnazione della dichiarazione di fallimento, la sussistenza dello stato di insolvenza può essere correttamente desunta anche dalle risultanze dello stato passivo (cfr. Cass. n. 23437 del 2017; Cass. n. 9760 del 2011).

2.4.1. E’ evidente, dunque, che la pronuncia, oggi impugnata, della corte romana si è senz’altro attenuta ai suddetti principi là dove, preso atto della rituale notificazione dell’istanza di fallimento della Carini Costruzioni di C.S., e delle risultanze dello stato passivo (da cui emergevano debiti per oltre cinquanta milioni di Euro (di cui oltre 44 milioni di Euro per debiti tributari), ha confermato, del tutto correttamente, la dichiarazione di fallimento della (OMISSIS) s.p.a..

3. Il ricorso va, pertanto, respinto, senza necessità di pronuncia sulle spese di questo giudizio di legittimità, essendo tutte le controparti rimaste solo intimate, e dandosi atto, altresì, – in assenza di ogni discrezionalità al riguardo (0-. Cass. n. 5955 del 2014; Cass., S.U., n. 24245 del 2015; Cass., S.U., n. 15279 del 2017), e giusta quanto recentemente precisato da Cass., SU, n. 23535 del 2019 – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della società ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, giusta lo stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta sezione civile della Corte Suprema di cassazione, il 14 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 20 agosto 2020

 

 

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