Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17395 del 17/06/2021

Cassazione civile sez. trib., 17/06/2021, (ud. 22/01/2021, dep. 17/06/2021), n.17395

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PERRINO Angelina Maria – Presidente –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. CASTORINA Rosaria Maria – rel. Consigliere –

Dott. CHIESI Gian Andrea – Consigliere –

Dott. CORRADINI Grazia – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 26649/2014 R.G. proposto da:

Yogurt di E.V. s.a.s e dei soci M.M.L. e

S.B. rappresentati e difesi, anche disgiuntamente,

dagli avv.ti Oreste Cantillo e Guglielmo Cantillo, elettivamente

domiciliati in Roma, Lungotevere dei Mellini n. 17, presso lo studio

del primo, per procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

Agenzia delle Entrate rappresentata e difesa ex lege dall’Avvocatura

generale dello Stato presso i cui uffici in Roma alla via dei

Portoghesi, n. 12 è domiciliata;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria

regionale della Campania n. 2953/4/14 depositata in data 21.12.2016;

sentita la relazione svolta dal consigliere Castorina Rosaria Maria

nella Camera di Consiglio del 22 gennaio 2021.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

Con sentenza n. 2953/04/2014, depositata il 21.3.2014, la Commissione Tributaria Regionale della Campania accoglieva parzialmente l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate nei confronti di Yogurt di E.V. s.a.s, esercente attività di ristorazione con somministrazione, e dei soci M.M.L. e S.B., avverso la sentenza n. 72/18/2012 della Commissione Tributaria provinciale di Salerno che aveva accolto il ricorso dei contribuenti avverso un avviso di accertamento con cui l’Ufficio, sulla base di un pvc elevato dai propri funzionari, aveva accertato, D.P.R. n. 600 del 1973 ex art. 41 bis e art. 39, comma 1, lett. d), maggiori ricavi per l’anno di imposta 2008.

La CTR riteneva legittimo l’accertamento ma, giudicando incerti alcuni elementi su cui era basata la ricostruzione operata, riduceva l’ammontare dei ricavi accertati del 50%.

Avverso la sentenza di appello la società e i soci hanno proposto ricorso per cassazione, affidato a due motivi.

L’Agenzia delle Entrate resiste con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo i ricorrenti deducono la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), e dell’art. 115 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Lamentano che la CTR non aveva rilevato l’assenza di elementi idonei a sorreggere la pretesa fiscale, dovendosi dare per acquisite le circostanza non specificamente contestate da controparte.

La censura non è fondata.

1.1. L’accertamento con metodo analitico induttivo, con il quale l’Ufficio finanziario procede alla rettifica di componenti reddituali, è consentito ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), pure in presenza di contabilità formalmente tenuta, in quanto la disposizione presuppone scritture regolarmente tenute, che tuttavia appaiano contestabili in forza di vailutazioni condotte sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti che facciano seriamente dubitare della completezza e della fedeltà della contabilità esaminata, sicchè essa possa essere considerata, nel suo complesso inattendibile (cfr. Cass. n. 20857/07; n. 26341/07; n. 5731/12).

Nel caso di specie la CTR ha ritenuto corretto il procedimento accertativo adottato dall’Ufficio che aveva fondato la propria attività di verifica sulla constatazione della irragionevole esiguità del reddito dichiarato e della non congruità dei ricavi rapportati alle materie prime impiegate, al numero dei tavoli utilizzati e ai prezzi praticati.

La complessiva inattendibilità della contabilità aziendale, desumibile dai rilievi suesposti, era pertanto certamente idonea a legittimare l’accertamento induttivo, correttamente espletato dall’Ufficio sulla base dei criteri già approvati da questa Corte in occasione di altre pronunce (Cass. n. 8643 del 06/04/2007; n. 16048 del 29/7/2005 e n. 9884 del 8/7/2002); in particolare, in tema di accertamento dei redditi d’impresa, con riguardo ad un’attività di ristorazione questa Corte ha affermato che, una volta calcolata la quantità normale di materie prime necessarie per la preparazione dei pasti, è ragionevole presumere che ne sia stato servito un numero pari al complesso dei generi alimentari acquistati, diviso per le quantità di essi occorrenti per ciascun pasto e che la mancata registrazione di consistenti ricavi sulla base dei piatti e delle bevande vendute in determinati anni, legittima l’ufficio finanziario a procedere all’accertamento ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 39, comma 2, lett. d), trattandosi di omissioni e falsità che per il loro numero e gravità minano la credibilità dell’intera documentazione contabile (Cass. 25001/2006).

Questa Corte ha altresì affermato la legittimità dell’accertamento nei confronti di un ristorante in cui l’ufficio che ha dedotto il reddito dalla quantità di materie prime (carne e pesce) acquistata o dal numero di tovaglioli lavati. (Cass. 7 gennaio 1999, n. 51; Cass. 22 dicembre 1998 n. 12774 e n. 12482 dell’11 dicembre 1998).

In un simile quadro appare legittimo l’operato della Amministrazione che ha dedotto il reddito del ristorante gestito dal contribuente dalla quantità di materie prime acquistate.

1.2. Inammissibile è poi la pretesa violazione dell’art. 115 c.p.c..

In tema di ricorso per cassazione, per dedurre la violazione dell’art. 115 c.p.c., occorre denunciare che il giudice, in contraddizione espressa o implicita con la prescrizione della norma, abbia posto a fondamento della decisione prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli (salvo il dovere di considerare i fatti non contestati e la possibilità di ricorrere al notorio), mentre è inammissibile la diversa doglianza che egli, nel valutare le prove proposte dalle parti, abbia attribuito maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attività valutativa consentita dall’art. 116 c.p.c. (Cass. S.U. 20867/2020).

Nella specie la CTR ha operato la ricostruzione indiretta dei ricavi, sia sulla base della perizia di parte che di altre modalità di verifica, evidenziando che l’ufficio nulla aveva precisato in merito alla diversa quantificazione del numero dei pasti in autoconsumo, calcolati in 2400, nè sul consumo di liquori e caffè offerti, secondo la contribuente, a titolo di cortesia senza corrispettivo. La CTR ha inoltre tenuto conto delle contestazioni della contribuente in ordine agli sfridi sul formaggio, sul pesce, sulle verdure e sui salumi.

2. Con il secondo motivo i ricorrenti deducono la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, comma 2, n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4.

Lamentano che la CTR con motivazione apparente aveva da un lato affermato che risultavano incerti alcuni degli elementi sui cui si era basata la ricostruzione dei ricavi e, dall’altro aveva apoditticamente ridotto del 50% il maggior reddito accertato.

La censura non è fondata.

Al riguardo va ricordato che il vizio di motivazione ricorre allorquando il giudice, in violazione di un preciso obbligo di legge, costituzionalmente imposto (art. 111 Cost., comma 6), e cioè dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 (in materia di processo civile ordinario) e dell’omologo D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, comma 2, n. 4 (in materia di processo tributario), omette di esporre concisamente i motivi in fatto e diritto della decisione, di specificare o illustrare le ragioni e Iter logico seguito per pervenire alla decisione assunta, e cioè di chiarire su quali prove ha fondato il proprio convincimento e sulla base di quali argomentazioni è pervenuto alla propria determinazione, in tal modo consentendo anche di verificare se abbia effettivamente giudicato iuxta alligata et probata.

La sanzione di nullità colpisce non solo le sentenze che siano del tutto prive di motivazione dal punto di vista grafico, o quelle che presentano un “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e che presentano una “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile” (cfr. Cass. S.U. n. 8053 del 2014; conf. Cass. n. 21257 del 2014), ma anche quelle che contengono una motivazione meramente apparente, del tutto equiparabile alla prima più grave forma di vizio, perchè dietro la parvenza di una giustificazione della decisione assunta, la motivazione addotta dal giudice è tale da non consentire “di comprendere le ragioni e, quindi, le basi della sua genesi e l’iter logico seguito per pervenire da essi al risultato enunciato” (cfr. Cass. n. 4448 del 2014), venendo quindi meno alla finalità sua propria, che è quella di esternare un “ragionamento che, partendo da determinate premesse pervenga con un certo procedimento enunciativo”, logico e consequenziale, “a spiegare il risultato cui si perviene sulla res decidendi” (Cass. cit.; v. anche Cass., Sez. un., n. 22232 del 2016 e la giurisprudenza ivi richiamata).

Nella specie la sentenza appellata si sottrae alla censura.

La CTR ha così motivato: “l’ufficio nulla precisa in merito alla diversa quantificazione della perizia di parte, al numero dei pasti in autoconsumo calcolati in 2400 mentre invece nell’apposito verbale essi sono indicati in 4850 nè sul consumo di liquori e caffè che secondo i ricorrenti vengono offerti, secondo la prassi a titolo di cortesia, senza corrispettivo. Nè alcun chiarimento viene fornito dall’appellante, in ordine alle contestazioni sugli sfridi sul formaggio, sul pesce, sulle verdure e sui salumi di cui l’ufficio non ha tenuto debito contro. Pertanto, allo stato risultano incerti alcuni elementi su cui si è basata la ricostruzione operata. Il Collegio ritiene più congruo, in relazione al layout dell’azienda ridurre l’ammontare dei ricavi accertati del 50%”.

Una volta accertata la legittimità della rettifica del reddito, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), in base all’impianto documentale ed all’esistenza di presunzioni gravi, precise e concordanti, la CTR ha ritenuto che gli elementi offerti dai contribuenti fossero idonei a contraddire l’esito dell’accertamento e ciò nella misura del 50% dei ricavi accertati.

Il giudice di appello ha dato conto in motivazione delle ragioni per cui aveva ridotto i maggiori ricavi accertati dalla Agenzia delle entrate; la censura si risolve, quindi in una inammissibile doglianza di insufficiente motivazione.

Alla luce del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non è più configurabile il vizio di insufficiente e/o contraddittoria motivazione della sentenza, atteso che la norma suddetta attribuisce rilievo solo all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, non potendo neppure ritenersi che il vizio di contraddittoria motivazione sopravviva come ipotesi di nullità della sentenza ai sensi del n. 4) del medesimo art. 360 c.p.c. (conf. Cass., ordinanza 6 luglio 2015, n. 13928; Cass., ordinanza 16 luglio 2014, n. 16300) e va, inoltre, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (conf. Cass., ordinanza 8 ottobre 2014, n. 21257). E ciò in conformità al principio affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 8053 del 7 aprile 2014, secondo cui la già richiamata riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione (Cass. 4241/2018).

Il ricorso deve essere, conseguentemente, rigettato. Le spese seguono la soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali che liquida in Euro 4.100,00 oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 22 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 17 giugno 2021

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