Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17390 del 17/06/2021

Cassazione civile sez. II, 17/06/2021, (ud. 18/02/2021, dep. 17/06/2021), n.17390

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – rel. Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18502/2016 proposto da:

M.G., e ME.EM.GI., rappresentati e

difesi dagli Avvocati CLAUDIO FASSARI, e GIOVANNI DOMENICO PEZZATI,

ed elettivamente domiciliati prsso lo studio del primo, in ROMA,

V.le TRASTEVERE 244;

– ricorrenti –

contro

M.A., e M.A.F., rappresentati e difesi

dall’Avvocato MARIO CESARACCIO, ed elettivamente domiciliati, presso

lo studio del Dott. Franco Spanu, in ROMA, VIA CASALFIORANI 6, int.

8;

– controricorrenti –

nonchè

M.O., e C.M.R.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 12/2016 della CORTE d’APPELLO di CAGLIARI,

sez. distaccata di SASSARI, pubblicata il 15/01/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

18/02/2021 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza parziale n. 1829/2013 del 9.12.2013, il Tribunale di Sassari, in accoglimento della domanda proposta da M.A. e M.A.F.M., dichiarava la nullità dell’atto pubblico di vendita del 9.11.2005, con il quale Mo.An., moglie del defunto M.C. e madre dei sette coeredi di quest’ultimo, aveva venduto al figlio M.G., alla di lui moglie ME.EM.GI. e al figlio M.O. la sua intera nuda proprietà, rappresentata dalla quota dei beni del defunto marito. Disponeva con separata ordinanza la prosecuzione del giudizio sulla domanda di riduzione e su quella di scioglimento della comunione ereditaria della Mo., medio tempore deceduta.

Avverso la sentenza proponevano impugnazione M.G. ed Me.Em.Gi., cui resistevano M.A. e A.F.M., nella contumacia di M.O. e C.M.R..

Con sentenza n. 12/2016, depositata in data 15.1.2016, la Corte d’Appello di Sassari rigettava l’appello condannando gli appellanti alla rifusione delle spese di lite. In particolare, la Corte territoriale affermava l’infondatezza della tesi degli appellanti circa l’onere della prova gravante sugli appellati per la dimostrazione del mancato pagamento del prezzo oltre che per la dimostrazione dell’irrisorietà del prezzo indicato nell’atto pubblico; circostanza quest’ultima, peraltro, irrilevante ove accolta la mancata dimostrazione del pagamento di alcun prezzo.

Avverso detta sentenza propongono ricorso per cassazione Me.Em.Gi. e M.G. sulla base di cinque motivi, illustrati da memoria. Resistono M.A. e M.A.F.M. con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo, i ricorrenti lamantano la “Violazione o falsa applicazione di norme di diritto con riguardo al disposto di cui agli artt. 112 e 115 c.p.c., artt. 73 e 74 disp. att. c.p.c., nella parte in cui nella sentenza impugnata si dichiara che le parti non hanno depositato il proprio fascicolo e la relazione di CTU, per cui erano infondati i motivi che rinviavano all’esame della CTU e dei documenti non depositati”.

1.1. – Il motivo è inammissibile.

1.2. – Preliminarmente la Corte distrettuale, rilevato che le parti non avevano depositato il proprio fascicolo, nè le copie degli atti ivi contenuti (attività autorizzata da questa Corte, posto che il processo nel quale era pronunciata la sentenza impugnata era proseguito davanti al Tribunale per le domande di lesione di legittima e di scioglimento della comunione ereditaria) affermava che ancora “le parti non avevano prodotto la relazione del ctu svolta in primo grado benchè autorizzati da questa Corte con ordinanza del 23.1.2013”; e che erano “infondati tutti i motivi che rinviano all’esame della ctu e dei documenti non depositati anche nel presente grado di giudizio”.

Secondo i ricorrenti, ciò solo comportava che tale parte della sentenza risultasse affetta da vizio che ne determinava la nulità perchè adottata in difformità alle attestazioni di un organo giudiziario e perchè, in particolare violava la regola (oggetto di insegnamento costante da parte della giurisprudenza di legittimità) in virtù della quale il timbro della Cancelleria del Giudice adito, in calce all’elenco dei documenti, è sufficiente ad attestarne la corretta produzione in giudizio (laddove, peraltro, si sottolinea che sul frontespizio del fascicolo degli odierni ricorrenti risulta apposto il timbro datario della cancelleria della Corte d’Appello adita e la sottoscrizione del cancelliere, che accertava la presenza degli atti e documenti in esso contenuti).

1.3. – Il fatto che il fascicolo non si rinvenga al momento della decisione del giudizio di secondo grado, non giustifica la supposizione del secondo Giudice che esso non sia stato prodotto. Ciò è appunto escluso dalla condotta del funzionario di cancelleria di verificarne la regolarità, segnalando l’eventuale mancanza di documenti rispetto a quanto risulta dall’indice del fascicolo e dal fatto che non abbia espresso alcuna riserva all’atto di tale deposito.

Da un lato, il giudice di secondo grado doveva ritenere rituale la produzione del documento mancante (Cass. n. 12351 del 2004, secondo cui, allorquando un documento risulti ritualmente prodotto nel primo grado del giudizio perchè indicato nell’indice del fascicolo di parte, la circostanza che al momento della decisione del giudizio di secondo grado esso non si rinvenga in detto fascicolo non giustifica la supposizione del secondo giudice che, essendo avvenuto il ritiro del fascicolo stesso dopo la pronuncia di primo grado, la copia possa essere stata ritirata, giacchè, essendo esclusa la trasmissione al secondo giudice, con il fascicolo d’ufficio, anche dei fascicoli di parte, e dovendo gli stessi essere depositati nel giudizio di secondo grado, detta ipotesi risulta contraddetta ed esclusa dalla circostanza che il funzionario di cancelleria, tenuto a verificarne la regolarità ed a segnalare l’eventuale mancanza di documenti rispetto alle risultanze dell’indice del fascicolo, non abbia fatto alcuna riserva all’atto di tale nuovo deposito. Ne consegue che la produzione del documento mancante dev’essere ritenuta rituale dal giudice di secondo grado). Dall’altro lato, aveva l’obbligo di disporre la ricerca dei documenti e, in caso negativo, concedere un termine per la reintegrazione del fascicolo (Cass. n. 2404 del 2003; Cass. n. 5933 del 2011; Cass. n. 15206 del 2005; conf. Cass. n. 12351 del 2004 cit., per la quale il giudice di secondo grado erroneamente pone a carico della parte la materiale mancanza dello stesso agli effetti dell’onere della prova, dovendo invece valutare la possibilità di ordinare alla parte un nuovo deposito del documento (…) od anche l’opportunità, in relazione alle allegazioni degli scritti difensivi delle parti. di disporre eventualmente consulenza tecnica per acclarare le circostanze che potevano risultare dal documento).

1.4. – Del resto, nell’udienza del 26.6.2015, la Corte d’Appello dava atto che le parti riconoscevano come originali le copie del fascicolo di primo grado prodotto e la Corte dichiarava riprodotto il fascicolo secondo le produzioni effettuate. Dal che risultava che erano stati depositati sia i fascicoli di parte, sia le copie degli atti in essi contenute, sia la CTU.

2. – Con il secondo motivo, i ricorrenti deducono la “Violazione di legge per inosservanza del disposto di cui all’art. 132 c.p.c., n. 4”, ovverosia per difetto di motivazione nella parte in cui nella sentenza impugnata viene esclusivamente richiamata, quale precedente specifico sebbene risalente, la massimata pronuncia di Cass. n. 1562 del 1964.

2.1. – Il motivo è fondato.

2.2. – La Corte distrettuale, a sostegno del rigetto dell’appello, aveva esclusivamente richiamato (e trascritto in motivazione), il principio per il quale “La prova della simulazione da parte del legittimario, che agisca in giudizio a tutela del proprio diritto alla quota di riserva e impugni atti compiuti dal de cuius sul patrimonio del quale ha diritto alla legittima, può essere data con qualunque mezzo, senza limitazione alcuna, ed anche con presunzioni. Elementi utili d’indagine e di convincimento al riguardo possono essere desunti anche dalle condizioni in cui il negozio fu stipulato, dai rapporti esistenti tra le parti, dalla irrisorietà del prezzo versato o dalla dichiarazione inserita nell’atto che il prezzo era stato gia pagato” (Cass. n. 1562 del 1964; conf. Cass. n. 1411 del 1959; Cass. n. 3656 del 1955).

Nella specie, i ricorrenti lamentavano l’assenza di qualsiasi indicazione degli elementi di fatto e di diritto, in base ai quali il Giudice dell’appello riteneva la ricorrenza di qualunque mezzo ovvero di presunzioni gravi, precise e concordanti, onde ritenere provato che l’atto pubblico de quo dissimulasse una donazione, senza peraltro spiegare quali, nella specie, fossero le particolari condizioni di stipulazione del negozio, di rapporti tra le parti e di particolare esiguità di quanto pagato. Così, dunque, travisando la regola astratta, sottesa alla generale operatività del regolare assetto della prova della simulazione, nella affermazione di una ulteriore peculiarità di tale assetto.

2.3. – Laddove, tuttavia, la Corte distrettuale (nella sentenza impugnata) non dava conto alcuno del proprio convincimento, in una illegittima “assenza di motivazione”, in cui l’anomalia motivazionale denunciabile in sede di legittimità (intesa quale riduzione al minimo costituzionale del sindacato sulla motivazione in sede di giudizio di legittimità) è solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all’esistenza della motivazione in sè, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali, e si esaurisce, con esclusione di alcuna rilevanza del difetto di “sufficienza”, nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili” (Cass. n. 19881 del 2014).

3.1. – Con il terzo motivo, i ricorrenti contestano l'”Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, ex art. 360 c.p.c., n. 5″, in quanto la sentenza impugnata avrebbe trascurato fatti controversi, quali l’atto pubblico del 9.11.2005 con cui la Mo. vendeva alla Me. i diritti controversi aveva lo stesso contenuto della scrittura privata del 15.4.1995; e la scrittura privata del 15.5.1995, in cui la venditrice aveva dichiarato di aver già per intero ricevuto dall’acquirente il prezzo complessivo di Lire 250.000.000 prima della sottoscrizione dell’atto.

3.2. – Con il quarto motivo, i ricorrenti lamentavano la “Violazione di legge per inosservanza del disposto di cui all’art. 2697 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., nella parte in cui la Corte d’Appello ritiene che la contestazione dell’avvenuto pagamento del prezzo e della congruità di esso sia stata supportata dalla produzione della movimentazione bancaria della Mo. che non registrava passaggi di denaro provenienti dai simulati acquirenti.

3.3. – Con il quinto motivo, i ricorrenti deducono la “Violazione e falsa applicazione delle disposizioni di cui all’art. 1415 c.c., comma 2, artt. 2697 e 2729 c.c., sia laddove ritiene applicabile alla fattispecie la regola di cui alla sentenza n. 15346/2010 della Suprema Corte (secondo cui il legittimario pretermesso, che impugna la compravendita immobiliare compiuta dal de cuius in quanto dissimulante una donazione, agisce in qualità di terzo, per cui nei suoi confronti non può attribuirsi valore vincolante alla dichiarazione relativa al versamento del prezzo, pur contenuta nel rogito notarile, potendo invece trarsi elementi di valutazione sul carattere fittizio del contratto dalla circostanza che il compratore, su cui grava l’onere di provare il pagamento del prezzo, non abbia fornito la relativa dimostrazione), sia laddove ritiene infondata la tesi degli appellanti circa l’onere della prova gravante sugli appellati per la dimostrazione del mancato pagamento del prezzo e della sua irrisorietà.

3.3. – I motivi terzo, quarto e quinto sono assorbiti dall’accoglimento del secondo.

4. – Il primo motivo del ricorso va dichiarato inammissibile. Va invece accolto il secondo motivo, con assorbimento del terzo, quarto e quinto; la sentenza impugnata va cassata e la causa rinviata alla Corte d’appello di Cagliari – sez. dist. Sassari, in diversa composizione, che provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il primo motivo. Accoglie il secondo motivo; con assorbimento del terzo, quarto e quinto. Cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Cagliari – sez. dist. Sassari, in diversa composizione, che provvederà anche alla liquidazione delle spese di questo giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, della Corte Suprema di Cassazione, il 18 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 17 giugno 2021

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