Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17385 del 13/07/2017

Cassazione civile, sez. VI, 13/07/2017, (ud. 19/05/2017, dep.13/07/2017),  n. 17385

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25340-2015 proposto da:

G.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIULIANELLO

26, presso lo studio dell’avvocato SANDRO MARIA MUSILLI, che lo

rappresenta e difende unitamente e disgiuntamente agli avvocati

GIORGIA MINOZZI e GIORGIO BOTTANI;

– ricorrente –

contro

B.K., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CANCELLERIA della CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dall’avvocato DARIO ZURRU;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3008/2015 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 27/05/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 19/05/2017 dal Consigliere Dott. MASSIMO FALABELLA;

dato atto che il Collegio ha autorizzato la redazione del

provvedimento in forma semplificata, giusta decreto 14 settembre

2016, n.136/2016 del Primo Presidente.

Si rileva quanto segue.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – In data 10 settembre 2010 B.K. conveniva in giudizio G.P. chiedendone la condanna al pagamento di Euro 5.189,31 al titolo di rimborso del 50% delle spese straordinarie per la figlia minore, nonchè la condanna al risarcimento della somma di Euro 20.000,00 per la mancata consegna degli arredi della casa coniugale.

Il Tribunale di Lodi accoglieva la domanda.

2. – La decisione veniva impugnata da G.P..

Nella resistenza di B.K. la Corte di appello di Milano riformava parzialmente la sentenza impugnata, ma non nella parte relativa alla condanna risarcitoria, che qui ancora interessa.

3. – Infatti lo stesso G., con un unico motivo di impugnazione, illustrato da memoria e vertente sulla ritenuta sua responsabilità per la mancata restituzione degli arredi, ha impugnato per cassazione la pronuncia della Corte di Milano. Resiste con controricorso B.K..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Le condizioni di separazione – ha osservato la Corte territoriale – stabilivano che le parti si impegnassero a individuare i mobili che sarebbero stati oggetto di restituzione all’odierna controricorrente entro non oltre il 28 febbraio 2008. Il giudice dell’impugnazione ha rilevato, poi, che G. aveva ammesso “che vi era a suo carico l’obbligo consistente nell’individuazione dei mobili di pertinenza della moglie, l’accertamento della proprietà sugli stessi e la loro restituzione”. Ha poi evidenziato che in assenza della riconsegna non potevano sussistere dubbi sul suo inadempimento, e quindi sul diritto della controparte, e ha precisato che le tre lettere prodotte dall’odierno ricorrente confermavano solo “l’avvenuto esperimento di una trattativa che non si era conclusa”: onde non poteva affermarsi che la mancata individuazione dei mobili fosse addebitabile alla mancata accettazione di B.K..

2. – Con l’unico motivo di impugnazione il ricorrente oppone la violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 1321, 1375, 1175 e 1176 c.c.. La censura investe l’accoglimento della domanda di risarcimento dei danni proposta dall’attrice. Osserva il ricorrente che l’oggetto dell’obbligo assunto dalle parti non era, come erroneamente ritenuto dal giudice distrettuale, la restituzione dei mobili, bensì un comportamento delle parti consistente nell’impegno all’individuazione dei predetti arredi i quali avrebbero dovuto costituire oggetto di restituzione. In tal modo, secondo il ricorrente, la Corte di merito non si era avveduta del fatto che l’obbligo assunto dalle parti nell’accordo di separazione aveva ad oggetto un dovere di cooperazione finalizzato alla individuazione dei mobili: profilo, questo, su cui tra le parti vi era ancora dissenso. Rileva ancora il ricorrente che l’adempimento, da parte sua, a quanto convenuto era confermato dal contenuto della corrispondenza prodotta in giudizio. Infatti, la trattativa di cui faceva menzione la Corte di appello aveva proprio ad oggetto l’individuazione degli obblighi restitutori: trattativa cui la controricorrente si era sottratta, venendo meno al dovere di cooperazione che le incombeva.

3. – Il motivo va disatteso, e così il ricorso.

Come è noto l’accertamento della volontà delle parti in relazione al contenuto del negozio si traduce in una indagine di fatto, affidata al giudice di merito; essa è bensì censurabile in sede di legittimità per la violazione di canoni legali di interpretazione contrattuale di cui agli artt. 1362 c.c. e ss.: nondimeno, al fine di far valere una siffatta violazione, il ricorrente per cassazione deve non solo fare esplicito riferimento alle regole legali di interpretazione mediante specifica indicazione delle norme asseritamente violate ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in quale modo e con quali considerazioni il giudice del merito si sia discostato dai canoni legali assunti come violati, non essendo consentito il riesame del merito in sede di legittimità (Cass. 9 ottobre 2012, n. 17168; Cass. 31 maggio 2010, n. 13242; Cass. 9 agosto 2004, n. 15381). Infatti, la censura vertente sulla violazione dei canoni interpretativi non può risolversi in una critica del risultato interpretativo, raggiunto dal giudice, che si sostanzi nella mera contrapposizione di una differente interpretazione (Cass. 16 febbraio 2007, n. 3644; Cass. 25 ottobre 2006, n. 22899; Cass. 13 dicembre 2006, n. 26690; Cass. 2 maggio 2006, n. 10131: il principio è del tutto pacifico ed è costantemente richiamato da questa S.C., pure in pronunce non massimate in tal senso: cfr. da ultimo Cass. 20 marzo 2017, n. 7036).

Ora, il ricorrente menziona, nella rubrica del motivo, il solo art. 1362 c.c. e lamenta, nell’articolazione del mezzo, l’assenza di una interpretazione testuale della clausola, la quale avrebbe impegnato entrambe le parti a individuare i mobili oggetto della restituzione Trascura però di considerare che proprio a norma dell’art. 1362 c.c. l’interprete non deve limitarsi “al senso letterale delle parole”. Omette inoltre di prendere in esame e di censurare l’affermazione della Corte distrettuale per cui fu lo stesso G. ad ammettere che “vi era a suo carico l’obbligo consistente nell’individuazione dei mobili di pertinenza della moglie, l’accertamento della proprietà degli stessi e la loro restituzione”. Sicchè, in definitiva, il motivo si risolve nella perorazione di un’opzione interpretativa difforme da quella seguita dal giudice del merito e ad una istanza di rinnovazione dell’attività ermeneutica della disposizione pattizia: attività che è evidentemente inammissibile in questa sede.

Sfugge pure al sindacato della Corte di legittimità l’esame delle missive menzionate a pag. 6 della sentenza impugnata. La censura, è anzitutto carente di autosufficienza, visto che il ricorrente non riproduce il contenuto delle lettere in questione Cass. 3 gennaio 2014, n. 48; Cass. 31 luglio 2012, n. 13677; Cass. 30 luglio 2010, n. 17915), nè indica la loro localizzazione all’interno dei fascicoli di causa (Cass. 12 dicembre 2014, n. 26174; Cass. 7 febbraio 2011, n. 2966; Cass. 3 luglio 2009, n. 15628). Essa inoltre investe il giudice di legittimità di un’attività di apprezzamento della prova documentale, laddove, come è noto, l’esame e la valutazione dei documenti di causa, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito (per tutte: Cass. 21 luglio 2010, n. 17097; Cass. 2 agosto 2016, n. 16056).

4. – La sorte delle spese del giudizio di legittimità è regolata dal criterio della soccombenza.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso; condanna parte ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.400,00, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 100,00, ed agli accessori di legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto che parte ricorrente è tenuta al versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso; si dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, si ometta di indicare le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 6a Sezione Civile, il 19 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 luglio 2017

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