Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17368 del 17/06/2021

Cassazione civile sez. trib., 17/06/2021, (ud. 09/03/2021, dep. 17/06/2021), n.17368

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

Dott. NICASTRO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 24503/2014 R.G. proposto da:

Alimentari D.A. & C. s.n.c., D.A.,

D.G., tutti rappresentati e difesi dall’Avv. Enrico Amicizia, con

domicilio eletto in Roma, via Albalonga, n. 40, presso lo studio

dello stesso;

– ricorrenti –

contro

Agenzia delle entrate, con sede in Roma, in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in Roma, via dei Portoghesi, n.

12, presso l’Avvocatura generale dello Stato, che la rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso la decisione della Commissione tributaria regionale del Lazio

n. 2579/29/2014 depositata il 16 aprile 2014;

Udita la relazione svolta nella Camera di Consiglio del 9 marzo 2021

dal Consigliere Nicastro Giuseppe.

 

Fatto

RILEVATO

che:

l’Agenzia delle entrate, Direzione provinciale III di Roma, notificò: 1) ad Alimentari D.A. & C. s.n.c., un avviso di accertamento con il quale, sulla base dell’applicazione degli studi di settore di cui al D.L. 30 agosto 1993, n. 331, art. 62-bis, convertito, con modificazioni, dalla L. 29 novembre 1993, n. 427, accertò, con riferimento al periodo d’imposta 2006, maggiori ricavi per Euro 88.926,00 (Euro 1.687.689,00 a fronte dei dichiarati Euro 1.598.763,00), con i conseguenti maggiore reddito – da imputare ai soci ai sensi del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 5 – maggiore valore della produzione netta, con la relativa IRAP, e maggiori operazioni imponibili, con la relativa IVA, oltre agli interessi e alle sanzioni; 2) a D.A. e a D.G. – soci, al 50% ciascuno, della suddetta Alimentari D.A. & C. s.n.c. – due avvisi di accertamento, sempre per il periodo d’imposta 2006, con i quali, ai sensi del citato D.P.R. n. 917 del 1986, art. 5, imputò loro, in proporzione all’indicata quota di partecipazione agli utili della società, il maggior reddito accertato in capo alla stessa con l’avviso di accertamento indicato sub 1), con le conseguenti maggiori IRPEF e Addizionali regionale e comunale all’IRPEF, oltre agli interessi e alle sanzioni;

Alimentari D.A. & C. s.n.c., D.A. e D.G. impugnarono gli avvisi di accertamento davanti alla Commissione tributaria provinciale di Roma (hinc anche: “CTP”), che, riuniti i ricorsi, li accolse;

avverso tale pronuncia, l’Agenzia delle entrate, Direzione provinciale III di Roma, propose appello alla Commissione tributaria regionale del Lazio (hinc anche: “CTR”) che lo accolse con la motivazione che “la procedura seguita dall’Ufficio è corretta e legittima, infatti lo studio di settore con i parametri riferiti alla fattispecie adeguandoli alla realtà economica in esame ha riscontrato una discordanza tra la precisione e la concordanza dei dati ed il dichiarato (si vedano gli avvisi di accertamento). L’Ufficio riporta con chiarezza i rilievi e gli esiti del contraddittorio (si veda il processo verbale di contraddittorio), che ha messo la contribuente in condizioni di contestare i vari punti e documentare le proprie ragioni, che non sono state ritenute attendibili, conseguentemente è stato inviato l’avviso di accertamento o gli avvisi con i maggiori ricavi accertati, non risultando la contribuente congrua o coerente con i ricavi comparati del proprio settore; Così pure è da rilevare lo scostamento tra il reddito dichiarato ed il volume di affari, ritenendo non giustificati o condivisibili le argomentazioni della parte. Il Collegio deve dedurre e rilevare che per un lungo periodo dal 2003 al 2007 la contribuente si discosta dagli studi del settore di appartenenza non risultando congrua rispetto ai parametri rilevati. Quindi, da un esame dell’accertamento si riscontra che non è una semplice rilevazione statistica, ma un’analisi puntuale dell’attività della contribuente con attente comparazioni territoriali, mentre la parte sui rilievi non fornisce ulteriori e puntuali riscontri che possano ritenere non valido lo scostamento o l'”evasione d’imposta” di Euro 89.000, tenuto conto anche che i riferimenti o richiami agli aspetti non positivi dell’andamento dell’economia locale in cui opera la Società risultano generici e non documentati. Non è secondario rilevare il rispetto dello stesso Statuto del contribuente, L. n. 212 del 2000, che al suo art. 7 richiama la volontà del legislatore di rendere edotto il contribuente sui “presupposti di fatto e le ragioni giuridiche” che hanno supportato la richiesta dell’Ufficio, ulteriormente chiarita nei riferimenti alla procedura in atti. Pertanto la pretesa dell’Ufficio risulta motivata avendo fornito elementi chiari del fondamento della pretesa fiscale con i riferimenti certi e /Iter logico giuridico che ha determinato lo scostamento o i maggiori ricavi, a conferma anche di un’attenta lettura della giurisprudenza della Corte di Cassazione e della stessa Commissione centrale; Ne consegue che la stessa motivazione dei giudici di primo grado, nella sua semplice e generica argomentazione non ha motivato con approfondimenti gli elementi portanti a base del giudizio, come invece si rileva nella motivazione della sentenza n. 402/04/2013 della CTR che per l’anno 2005 ha accolto l’appello dell’Ufficio, respingendo l’appello incidentale di questa stessa Società D. Snc”;

avverso tale decisione – depositata in segreteria il 16 aprile 2014 e non notificata – ricorrono per cassazione Alimentari D.A. & C. s.n.c., D.A. e D.G., i quali affidano il proprio ricorso, notificato il 14/15 ottobre 2014, a due motivi;

l’Agenzia delle entrate resiste con controricorso, notificato il 24 novembre 2014;

Alimentari D.A. & C. s.n.c., D.A. e D.G. hanno depositato una memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

preliminarmente, deve essere esaminata l’eccezione di inammissibilità del ricorso sollevata dall’Agenzia delle entrate sull’assunto che “(l)’esposizione dei fatti di causa ivi contenuta si esaurisce (…) nella pedissequa riproduzione di tutti gli atti processuali, con conseguente assenza del “lavoro di sintesi e di selezione dei profili di fatto e di diritto della vicenda sub iudice in un’ottica di economia processuale che evidenzi i profili rilevanti ai fini della formulazione dei motivi di ricorso” (ex multis, Cass. 23/6/2010 n. 15180)”;

l’eccezione non è fondata;

diversamente da quanto dedotto dalla controricorrente, l’esposizione dei fatti di causa contenuta nel ricorso non consiste nella “pedissequa riproduzione dell’intero, letterale contenuto degli atti processuali”, tecnica che la giurisprudenza di questa Corte effettivamente reputa inidonea ad adempiere il requisito di ammissibilità previsto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3) (secondo cui il ricorso deve contenere, a pena di inammissibilità, “l’esposizione sommaria dei fatti della causa”) (Cass., S.U., 11/04/2012, n. 5698; Cass., 09/07/2013, n. 17002, 22/11/2013, n. 26277, 22/02/2016, n. 3385, 30/04/2020, n. 8425);

infatti, come risulta dalla lettura della parte del ricorso dedicata alla suddetta esposizione (pagine da 2 a 29, intestate “Fatto”), i ricorrenti hanno sì riprodotto atti processuali, ma solo per stralcio, nelle parti ritenute “rilevanti ai presenti fini” (così, espressamente, con riferimento alla trascrizione della parte della memoria depositata nel giudizio di secondo grado contenente l’eccezione di inammissibilità del ricorso in appello per non avere l’Agenzia delle entrate depositato la fotocopia della ricevuta della spedizione della raccomandata mediante la quale lo stesso ricorso era stato proposto), e nel contesto di un’esposizione che non consiste nel mero cosiddetto assemblaggio degli stralci trascritti ma nella quale questi sono solo inseriti in funzione della piena comprensione e valutazione delle censure mosse alla sentenza impugnata;

da ciò discende l’infondatezza dell’eccezione;

con il primo motivo, i ricorrenti denunciano, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 53, comma 1, e artt. 10 e 11, art. 53 e art. 22, commi 1 e 2, e del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 42, nonchè, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), “violazione (…) dell’art. 112 c.p.c. per omessa pronuncia su censure in appello”, per avere la CTR omesso di pronunciare sulle eccezioni di inammissibilità del ricorso in appello dell’Agenzia delle entrate, Direzione provinciale III di Roma, e, conseguentemente, di dichiarare l’inammissibilità dello stesso in quanto: a) sottoscritto da un soggetto non legittimato (in particolare, “da tale Z.B., cosiddetta Capo Ufficio Legale, con firma su delega del Direttore Provinciale ( P.M.)”, senza che tale delega fosse stata depositata in giudizio); b) l’Agenzia delle entrate, Direzione provinciale III di Roma, nel costituirsi in giudizio, non aveva depositato la fotocopia della ricevuta della spedizione della raccomandata mediante la quale aveva proposto lo stesso ricorso in appello;

con il secondo motivo, i ricorrenti denunciano, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), la violazione o falsa applicazione del D.L. n. 331 del 1993, art. 62-sexies, del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, e del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, ‘art. 54 “e ss. modifiche della normativa su richiamata”, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), la violazione dell’art. 116 c.p.c. e, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in quanto: a) si “prend(ono) in esame, per determinare l’anno di imposta del 2006, le dichiarazioni della società nel periodo 2003-2007, comparandole con gli studi di settore degli stessi anni. (…). Il che è ovviamente e palesemente una chiarissima illogicità della motivazione”, atteso che, “se per tutti quegli anni il reddito dichiarato è sempre costantemente inferiore a quanto deriverebbe dall’applicazione degli studi di settore, significa non, come sostiene l’Ufficio, che vi è stato un comportamento censurabile del contribuente che ha occultato reddito, ma che (…) la presunzione semplice dello studio di settore non è adeguata alla realtà territoriale del ricorrente”; b) premesso che il D.L. n. 331 del 1991, art. 62-sexies, postula l’esistenza di “gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi ed i corrispettivi dichiarati e quelli (…) desumibili (…) dagli studi di settore” (comma 3) e che tali gravi incongruenze “devono riferirsi alle caratteristiche e alle condizioni di esercizio della specifica attività svolta”, “non è sufficiente affermare, come fa la sentenza gravata, che una volta notificato l’avviso di accertamento e sviluppatosi il contraddittorio con il contribuente, automaticamente gli studi di settore acquistano valore di presunzione legale, e non più semplice, e su questi può fondarsi la pretesa dell’amministrazione finanziaria”, atteso che, invece, poichè “negli atti difensivi dei contribuenti, depositati anche nei giudizi di merito, si è dato atto delle concrete eccezioni che giustificavano il discostamento dallo studio di settore” – con riguardo sia all’affiliazione al gruppo CONAD (con i conseguenti obblighi di acquisto dell’87% delle merci da fornitori appartenenti a tale gruppo e di effettuazione di frequenti campagne promozionali, in particolare, della cosiddetta “due per uno” per 263 giorni), sia all’inattendibilità dello studio TMO1U e sia alle ulteriori circostanze dell’imposizione, da parte del menzionato gruppo, di una regolare contabilizzazione delle vendite ai fini del tempestivo approvvigionamento, della constatazione, in occasione degli accessi operati negli anni 2003, 2004, 2005 e 2007 dall’Ufficio di Frascati dell’Agenzia delle entrate, della regolare emissione degli scontrini, della concorrenza esistente nella zona e della “penalizzazione logistica del minimarket” – la CTR “avrebbe dovuto motivare il percorso logico-giuridico che l’aveva determinata a superare le emergenze difensive evidenziate dal contribuente e oggetto di discussione tra le parti” (“posto che anche in sede di controdeduzioni in appello tali eccezioni difensive sono state esplicitate e dimostrate”), mentre “(i)n buona sostanza, le circostanze che il contribuente ha versato in contraddittorio non sono state minimamente oggetto di valutazione, limitandosi, la sentenza, ad una mera trascrizione dei motivi di appello dell’Ufficio” ed essendosi la stessa “rifugia(ta) in una accettazione sostanziale degli studi di settore, che restano a questo punto una mera presunzione semplice, senza requisiti di gravità, o comunque senza una motivazione circa un riconoscimento di condizioni gravi, precise e concordanti, per la loro applicazione”, sicchè “si è determinata una omissione che causa la nullità della sentenza o del procedimento”; c) premesso che nell’avviso di accertamento l’Agenzia delle entrate aveva dichiarato che, “con riferimento alle eccezioni esposte, ritiene parzialmente fondate le motivazioni della Società ed accorda una percentuale di abbattimento che la stessa non ritiene di accettare”, “avendo, poi, comunque applicato nella sua interezza le risultanze dello studio di settore ha generato una contraddittorietà che si riverbera in nullità del procedimento e della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c, n. 4. Tale vizio costituisce valido motivo di nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c, n. 5, in combinato disposto con gli artt. 112 e 116 c.p.c.”;

il primo profilo del primo motivo, riassunto sub a), non è fondato;

questa Corte ha numerose volte ribadito – così esprimendo un orientamento ormai pienamente consolidato e condiviso dal Collegio che, nel processo tributario, il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 10 e art. 11, comma 2, riconoscono la qualità di parte processuale e conferiscono la capacità di stare in giudizio all’ufficio locale dell’Agenzia delle entrate nei cui confronti è proposto il ricorso, organicamente rappresentato dal direttore o da altra persona preposta al reparto competente, la quale si deve intendere con ciò stesso delegata in via generale, con la conseguenza che è validamente apposta la sottoscrizione del ricorso in appello dell’ufficio finanziario da parte del preposto al reparto competente, anche qualora non sia esibita in giudizio una corrispondente specifica delega, salvo che sia eccepita e provata la non appartenenza del sottoscrittore all’ufficio appellante o, comunque, l’usurpazione del potere d’impugnare la sentenza (tra le tante, Cass., 18/10/2011, n. 21546, 21/03/2014, n. 6691, 26/07/2016, n. 15470, 31/01/2019, n. 2901);

ne discende che, poichè non risulta che i ricorrenti abbiano eccepito nè, tanto meno, provato, la sussistenza di una di siffatte ipotesi di abusiva sottoscrizione, nessuna violazione di norme processuali è stata commessa dalla CTR col ritenere (implicitamente) la validità della sottoscrizione del ricorso in appello da parte della funzionaria preposta al competente Ufficio legale nonostante la mancata esibizione in giudizio di una corrispondente specifica delega e, di conseguenza, l’ammissibilità dello stesso ricorso sotto il profilo in considerazione;

il secondo profilo del motivo, riassunto sub b), non è fondato;

nel disciplinare, tra l’altro, la costituzione in giudizio del ricorrente in appello, il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, comma 2, stabilisce che “(i)l ricorso in appello (…) deve essere depositato a norma dello stesso decreto, art. 22, commi 1, 2 e 3”;

il richiamato D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 22, comma 1, prevede, a sua volta, che “(i)l ricorrente, entro trenta giorni dalla proposizione del ricorso, a pena d’inammissibilità deposita, nella segreteria della commissione tributaria adita, o trasmette a mezzo posta, in plico raccomandato senza busta con avviso di ricevimento, l’originale del ricorso notificato a norma degli artt. 137 c.p.c. e ss. ovvero copia del ricorso consegnato o spedito per posta, con fotocopia della ricevuta di deposito o della spedizione per raccomandata a mezzo del servizio postale” (primo periodo);

pertanto, in base a tale disposizione, la documentazione che il ricorrente in appello deve depositare ai fini della ritualità della sua costituzione in giudizio (e, quindi, per espressa previsione dello stesso art. 22, comma 1, dell’ammissibilità del suo ricorso in appello) varia a seconda della modalità che egli abbia scelto per proporre tale ricorso, dovendo egli depositare: a) l’originale del ricorso, che reca la relazione di notificazione, nel caso in cui esso sia stato notificato a norma delle disposizioni del codice di procedura civile, di cui agli artt. 137 c.p.c. e ss. (ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 16, comma 2); b) la copia del ricorso, nel caso in cui esso sia stato notificato direttamente a mezzo del servizio postale o mediante consegna all’ufficio (ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 16, comma 2), con la fotocopia della ricevuta, rispettivamente, della spedizione per raccomandata a mezzo del servizio postale o del deposito;

secondo l’orientamento consolidato di questa Corte, i messi comunali e i messi speciali autorizzati dall’amministrazione finanziaria sono legittimati (ciò che qui non è, peraltro, in contestazione) a notificare il ricorso in appello degli enti impositori, i quali (come gli agenti della riscossione e i soggetti iscritti all’albo di cui al D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 53,) si possono avvalere di tali intermediari per la notificazione dei propri atti processuali, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 16, comma 4 (Cass., 10/07/2009, n. 16267, 11/11/2011, n. 23618, 30/12/2015, n. 26053, 11/04/2018, n. 8898);

secondo tale comma 4, i messi comunali e i messi speciali autorizzati dall’amministrazione finanziaria provvedono alle notificazioni “con l’osservanza delle disposizioni di cui al comma 2” e, quindi, come già evidenziato, “secondo le norme degli artt. 137 c.p.c. e ss.”;

poichè tale richiamo include anche l’art. 149 c.p.c. (rubricato “Notificazione a mezzo del servizio postale”), i messi comunali e i messi speciali autorizzati dall’amministrazione finanziaria possono, come gli ufficiali giudiziari, eseguire la notificazione anche a mezzo del servizio postale (in particolare, a norma del comma 2 del citato art. 149, “scrive(ndo) la relazione di notificazione sull’originale e sulla copia dell’atto, facendovi menzione dell’ufficio postale per mezzo del quale spedisc(ono) la copia al destinatario in piego raccomandato con avviso di ricevimento. Quest’ultimo è allegato all’originale”);

dall’esame del ricorso in appello dell’Agenzia delle entrate depositato dai ricorrenti insieme con il ricorso per cassazione (allegati 11/S, 11/AD e 11/GD) e al quale questa Corte, essendo stato denunciato un error in procedendo, ha il potere-dovere di accedere risulta che esso fu notificato non direttamente a mezzo del servizio postale (ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 16, comma 3) ma a mezzo di messo speciale autorizzato dall’amministrazione finanziaria (ai sensi dello stesso art. 16, comma 4), il quale eseguì la notificazione mediante il servizio postale (in applicazione, quindi, dell’art. 149 c.p.c., cui fa rinvio il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 16, comma 2, richiamato, a sua volta, dallo stesso articolo, comma 4), “con racc. n. 76588796614-4 del 20/02/2013”;

nei casi, come questo, di notificazione del ricorso in appello effettuata, “a norma degli artt. 137 c.p.c. e ss.”, a mezzo di un agente notificatore, sia questi l’ufficiale giudiziario o un altro soggetto a esso equiparato – come, appunto, il messo comunale o il messo autorizzato dall’amministrazione finanziaria (nel senso di tale equiparazione, Cass., S.U., 21/03/2017, n. 13452; Cass., 13/02/2008, n. 3433, 28/04/2014, n. 9319, 13/07/2016, n. 14273, la prima delle quali ha specificato che anche le relazioni di notificazione redatte dai messi notificatori fanno piena prova fino a querela di falso) -, anche quando essi eseguano la notifica avvalendosi del servizio postale, a norma del citato D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 22, comma 1, richiamato dallo stesso decreto, art. 53, comma 2, primo periodo, la regolarità della costituzione nel giudizio di appello è assicurata dal deposito dell’originale del ricorso, che reca la relazione di notificazione, e non della copia del ricorso spedito per posta, con fotocopia della ricevuta della spedizione per raccomandata a mezzo del servizio postale;

ne discende che nessuna violazione di norme processuali è stata commessa dalla CTR col ritenere (implicitamente) la regolarità della costituzione in giudizio dell’Agenzia delle entrate nonostante il mancato – e, in effetti, qui non necessario – deposito della fotocopia della ricevuta della spedizione della raccomandata a mezzo del servizio postale;

il secondo motivo è inammissibile nel suoi primo e terzo profilo ed è invece fondato nel suo secondo profilo;

il primo profilo (riassunto sub a) è inammissibile, in particolare, perchè attribuisce alla censurata affermazione della CTR – quella secondo cui “(i)l Collegio deve dedurre e rilevare che per un lungo periodo dal 2003 al 2007 la contribuente si discosta dagli studi del settore di appartenenza non risultando congrua rispetto ai parametri rilevati” – un significato che essa, in realtà, non esprime, atteso che detta affermazione non significa, come sostenuto dai ricorrenti, che la CTR ha esaminato le dichiarazioni per i periodi d’imposta dal 2003 al 2007 “per determinare l’anno di imposta del 2006” ma soltanto che lo scostamento rispetto alle risultanze degli studi di settore ha riguardato tutti i suddetti periodi;

il terzo profilo del motivo (riassunto sub c) è inammmissibile in quanto si appunta non sulla sentenza impugnata ma sull’avviso di accertamento (sull’inammissibilità del motivo calibrato direttamente sull’atto tributario anzichè sulle statuizioni della sentenza impugnata, Cass., 07/05/2014, n. 9810, 23/12/2020, n. 29363), reputando erroneamente che i vizi dello stesso avviso si traducano, automaticamente, nella nullità della sentenza o del procedimento, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), o, in (irrisolta) alternativa, nel vizio di cui al n. 5) dello stesso comma 1;

il secondo profilo del motivo (riassunto sub b) è, invece, fondato;

questa Corte ha ripetutamente statuito il principio che “(i) parametri o studi di settore (…), rappresentando la risultante dell’estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali acquisiti su campioni di contribuenti e dalle relative dichiarazioni, rivelano valori che, quando eccedono il dichiarato, integrano il presupposto per il legittimo esercizio da parte dell’Ufficio dell’accertamento analitico-induttivo, D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 ex art. 39, comma 1, lett. d, che deve essere necessariamente svolto in contraddittorio con il contribuente, sul quale, nella fase amministrativa e, soprattutto, in quella contenziosa, incombe l’onere di allegare e provare, senza limitazioni di mezzi e di contenuto, la sussistenza di circostanze di fatto tali da allontanare la sua attività dal modello normale al quale i parametri fanno riferimento, sì da giustificare un reddito inferiore a quello che sarebbe stato normale secondo la procedura di accertamento tributario standardizzato, mentre all’ente impositore fa carico la dimostrazione dell’applicabilità dello “standard” prescelto al caso concreto oggetto di accertamento” (Cass., 20/02/2015, n. 3415, 13/07/2016, n. 14228, 18/09/2019, n. 23252);

al predetto onere di allegazione e di prova che grava sul contribuente che voglia superare la presunzione semplice discendente dall’applicazione dello studio di settore, corrisponde, evidentemente, l’obbligo del giudice di merito, da un lato, di verificare la rilevanza delle circostanze di fatto allegate e l’efficacia dimostrativa delle relative prove fornite e, dall’altro lato, di dare conto in sentenza delle risultanze di tale verifica;

nella specie, come risulta dai riprodotti stralci delle memorie depositate durante la fase amministrativa e dei ricorsi introduttivi, i ricorrenti allegarono diverse circostanze di fatto – e, in particolare, anche quelle, riproposte nel motivo, relative all’affiliazione della Alimentari D.A. & C. s.n.c. al gruppo CONAD (con i conseguenti obblighi di acquisto dell’87% delle merci da fornitori appartenenti a tale gruppo e di effettuazione di frequenti campagne promozionali, in particolare, della cosiddetta “due per uno” per 263 giorni), all’imposizione, da parte del menzionato gruppo, di una regolare contabilizzazione delle vendite ai fini del tempestivo approvvigionamento, alla concorrenza esistente nella zona e alla “penalizzazione logistica del minimarket” – tali, a loro avviso, da allontare la realtà imprenditorale della predetta società dal modello normale al quale lo studio di settore fa riferimento, così da giustificare un reddito inferiore a quello che sarebbe stato normale secondo la procedura di accertamento standardizzato;

ciò considerato, la CTR non ha fatto corretta applicazione del canone giuridico sopra indicato giacchè ha omesso di verificare puntualmente la rilevanza delle menzionate circostanze di fatto allegate dai contribuenti e l’efficacia dimostrativa delle relative prove offerte, dando conto in sentenza delle relative risultanze, essendosi invece limitata (salvo solo là dove riscontra la genericità e la mancanza di documentazione dei “riferimenti o richiami agli aspetti non positivi dell’andamento dell’economia locale”) ad affermazioni del tutto generiche (in particolare, là dove asserisce che “la parte sui rilievi non fornisce ulteriori e puntuali riscontri che possano ritenere non valido lo scostamento o l’evasione dell’imposta” di Euro 89.000″);

pertanto, la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al secondo motivo (limitatamente al suo secondo profilo), rigettato il primo motivo, e la causa deve essere rinviata alla Commissione tributaria regionale del Lazio, in diversa composizione, affinchè compia le indicate verifiche, dandone conto in sentenza, e provveda altresì a regolare le spese del presente giudizio di cassazione.

P.Q.M.

accoglie il secondo motivo nei limiti di cui in motivazione, rigettato il primo motivo; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Commissione tributaria regionale del Lazio, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 9 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 17 giugno 2021

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