Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17366 del 17/06/2021

Cassazione civile sez. trib., 17/06/2021, (ud. 22/01/2021, dep. 17/06/2021), n.17366

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. STALLA Giacomo Maria – Presidente –

Dott. PAOLITTO Liberato – Consigliere –

Dott. DELL’ORFANO Antonella – Consigliere –

Dott. REGGIANI Eleonora – rel. Consigliere –

Dott. BOTTA Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 10873/2017 promosso da:

Equitalia Servizi di Riscossione s.p.a., in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma, via

Piemonte 39, presso lo studio dell’avv. Pasquale Vari, che la

rappresenta e difende in virtù di procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

G.R., elettivamente domiciliato in Roma, viale Mazzini 41,

presso lo studio dell’avv. Alessandro Pieri, rappresentato e difeso

dall’avv. Giovanbattista Coviello in virtù di procura speciale in

calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6575/16 della CTR del Lazio, depositata il

02/11/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del

22/01/2021 dal Consigliere REGGIANI ELEONORA.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza n. 6575/16, depositata il 02/11/2016, la CTR del Lazio ha accolto l’appello proposto dal contribuente contro la sentenza di primo grado, che aveva rigettato il ricorso da quest’ultimo presentato contro l’intimazione di pagamento, notificata in data 08/07/2013, con cui l’esattore aveva chiesto il pagamento della TARSU (anno d’imposta 2010).

La CTR ha fondato la decisione sul rilievo che era intervenuto un fatto estintivo del credito tributario, successivamente alla notifica della relativa cartella di pagamento, perchè, dalla documentazione prodotta in appello, si evinceva che l’ente impositore, con Delib. 26 febbraio 2014, n. 58, aveva annullato e, comunque dichiarato inefficaci tutti gli avvisi di accertamento emessi dalla Assoservizi s.r.l., tra cui quello oggetto di giudizio.

Avverso la sentenza di appello, Equitalia Servizi di Riscossione s.p.a. ha proposto ricorso per cassazione, svolgendo due motivi di impugnazione.

L’intimato si è difeso con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso, è dedotta la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, essendo l’originario ricorso inammissibile, come aveva correttamente ritenuto il giudice di primo grado, mentre l’accoglimento dell’appello era stato del tutto erroneo.

2. Con il secondo motivo di ricorso, è dedotta la violazione e la falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 32, 57 e 58, per avere la CTR accolto l’appello assecondando il rilievo della nullità dell’avviso di accertamento, mai effettuato prima e neppure illustrato in motivi aggiunti, sebbene in appello non potessero proporsi domande nuove nè prodursi nuovi documenti senza il rispetto dei termini previsti dal D.Lgs. cit., art. 32.

3. Il primo motivo è inammissibile.

Parte ricorrente ha formulato una generica censura alla decisione della CTR, richiamando in modo non meglio determinato il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, e affermando la correttezza della sentenza di primo grado, a fronte della ritenuta erroneità di quella di appello, senza neppure evidenziare gli argomenti posti a sostegno di tale statuizione, nè illustrare le ragioni per cui quegli argomenti non erano condivisi.

Come più volte precisato da questa Corte, il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, delimitato e vincolato dai motivi di ricorso, che assumono una funzione identificativa condizionata dalla loro formulazione tecnica con riferimento alle ipotesi tassative formalizzate dal codice di rito. Ne consegue che il motivo del ricorso deve necessariamente possedere i caratteri della tassatività e della specificità ed esige una precisa enunciazione, di modo che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche previste dall’art. 360 c.p.c. Ciò comporta che è inammissibile la critica generica della sentenza impugnata, formulata con un unico motivo sotto una molteplicità di profili tra loro confusi e inestricabilmente combinati, non collegabili ad alcuna delle fattispecie di vizio enucleate dal codice di rito (v. Cass., Sez. 6-2, n. 11603 del 14/05/2018 e Cass., Sez. L, n. 17224 del 18/08/2020).

3. Il secondo motivo è infondato.

La stessa ricorrente ha dedotto che il contribuente ha spedito il ricorso contro l’ingiunzione di pagamento impugnata in data 10/10/2013 e che, nel corso del giudizio di appello, all’udienza del 01/12/2015, il medesimo contribuente ha prodotto la Delib. 26 febbraio 2014, n. 58, con la quale il comune ha dichiarato la nullità di numerosi avvisi di accertamento, compreso quello posto a fondamento dell’impugnata ingiunzione, prospettando, per la prima volta, la non debenza delle relative somme proprio in conseguenza di quanto operato con tale deliberazione (così p. 2 del ricorso per cassazione, nello stesso senso anche p. 2 della sentenza impugnata e p. 3 del controricorso).

Secondo la ricorrente, nel dare rilievo a tale delibera, la CTR ha violato l’art. 112 c.p.c. e il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57, oltre al D.Lgs. cit., artt. 32 e 58, perchè ha statuito su una domanda non ritualmente formulata e in base ad allegazioni e produzioni che non dovevano essere ammesse, perchè tardive.

E’ tuttavia evidente che può parlarsi di domande e produzioni tardive quando esse possono effettuate per tempo, ma non quando riguardino fatti o atti sopravvenuti che, in quanto non ancora esistenti, non possono essere dedotti e pt adotti prima della loro venuta ad esistenza.

Nel caso di specie, nel corso del processo è intervenuto un atto che ha eliminato, in sede di autotutela, il titolo impositivo portato dalla cartella impugnata, comportando l’estinzione del corrispondente credito e l’invalidità derivata della cartella stessa (cfr. Cass., Sez. 5, n. 29364 del 23/12/2020, per un caso di annullamento parziale di in atto presupposto dall’atto impugnato).

Si tratta dunque di una sopravvenienza rilevante ai fini del giudizio, resa nota una volta che si è verificata.

Diverso è il discorso della tempestività dell’iniziativa della parte che, a fronte dell’intervento di fatti sopravvenuti, si attivi per renderli noti al processo, ma in relazione a tale profilo non vi sono specifiche allegazioni suscettibili di essere esaminate da questo Collegio.

4. In conclusione, il ricorso deve essere respinto.

5. La statuizione sulle spese di lite, liquidate in dispositivo, segue la soccombenza.

6. In applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per l’impugnazione proposta, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte:

rigetta il ricorso;

condanna la ricorrente alla rifusione delle spese di lite sostenute dal controricorrente, che liquida in Euro 800,00 per compenso, oltre rimborso spese forfettario e accessori di legge; dà atto, in applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da patte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per l’impugnazione proposta, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della V Sezione civile della Corte suprema di Cassazione, mediante collegamento “da remoto”, il 22 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 17 giugno 2021

 

 

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