Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17337 del 13/07/2017


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Cassazione civile, sez. I, 13/07/2017, (ud. 10/05/2017, dep.13/07/2017),  n. 17337

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DIDONE Antonio – Presidente –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 22441/2010 proposto da:

B.A. (c.f. (OMISSIS)), R.S. (c.f. (OMISSIS)),

elettivamente domiciliati in Roma, Via Cosseria n. 2, presso il

Dott. P.A., rappresentati e difesi dall’avvocato Seregni

Fabrizio, giusta procura speciale per Notaio Dott.

V.V. di Milano – Rep. n. 3.441 del 22.12.2016;

– ricorrenti –

contro

Banco di Sicilia S.p.a., (OMISSIS) S.a.s. (OMISSIS), Procuratore

Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Trento;

– intimati –

nonchè contro

ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in Roma, Via

della Frezza n. 17, presso l’Ufficio Legale INPS, rappresentato e

difeso dagli avvocati Antonino Sgroi, Luigi Celiulo, Lelio Maritato,

giusta procura in calce al ricorso notificato;

– resistente –

avverso l’ordinanza della CORTE D’APPELLO di TRENTO, depositata il

10/09/2010;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

10/05/2017 dal Cons. TERRUSI FRANCESCO.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

la corte d’appello di Trento, con ordinanza del 10-8-2010, ha respinto il reclamo proposto da B.A. e da R.S. avverso il decreto di chiusura del fallimento di (OMISSIS) s.a.s. (OMISSIS) e dell’accomandatario in proprio, dichiarato con sentenza del tribunale in data 3-6-1994;

ha ritenuto tempestivo il reclamo del fallito e intempestivo quello della R., la quale aveva agito in asserita qualità di creditrice privilegiata (quale garante escussa dal Banco di Sicilia) in pendenza di una domanda tardiva L.Fall., ex art. 101;

la corte d’appello, accertato che il reclamo era stato depositato il 24-5-2010 a fronte del decreto di chiusura depositato il 19-1-2010, ha affermato in sequenza: (1) che il termine doveva decorrere dal momento dell’affissione dell’avviso effettuata a norma della L.Fall., artt. 119 e 17 vecchio testo; (2) che non era stata rinvenuta documentazione attestante tale affissione; (3) che sarebbe stato onere della reclamante dimostrare la tempestività del proprio atto; (4) che in difetto di precisa disciplina nell’ambito del regime previgente, si sarebbe dovuto fare applicazione della L.Fall., art. 26 nuovo testo, e dunque ritenere il reclamo non più esperibile decorsi novanta giorni dal deposito del provvedimento;

la corte d’appello ha in ogni caso ritenuto il reclamo anche infondato, essendo stato il fallimento chiuso per compiuta ripartizione dell’attivo e ben potendo la chiusura essere dichiarata nonostante la pendenza del giudizio di opposizione al passivo o di domanda tardiva;

infine ha negato alla R. la necessaria legittimazione, essendosi trattato di creditrice non ammessa al passivo e non titolare di un concreto effettivo interesse a contrastare il decreto di chiusura, attesa la conservazione di un’autonoma possibilità di agire nei confronti del debitore una volta tornato in bonis, o di qualunque altro soggetto eventualmente obbligato;

sia il B. che la R. hanno proposto ricorso per cassazione, articolato in due motivi;

col primo, deducono la violazione e la falsa applicazione della L.Fall., artt. 119 e 17, (testo ante riforma), in relazione al nuovo testo dell’art. 26, richiamando il principio conseguente alla declaratoria di incostituzionalità del citato art. 119 e sostenendo che il termine per la proposizione del reclamo decorreva dalla notificazione del decreto di chiusura, e non dall’affissione del provvedimento;

eccepiscono che la stessa R. aveva proposto il reclamo nei dieci giorni dalla notifica al fallito del decreto suddetto; col secondo, deducono la violazione e falsa applicazione della L.Fall., artt. 118 e 119 e art. 100 c.p.c., nonchè il vizio di motivazione, per avere il giudice a quo ritenuto pendente la causa di insinuazione tardiva della R., la quale causa invece era stata già definita giusta sentenza anteriore, a essa R. favorevole e passata in giudicato, con conseguente suo diritto a partecipare al riparto e interesse al reclamo L.Fall., ex art. 119;

gli intimati hanno omesso di costituirsi;

il contraddittorio è stato integrato nei confronti della curatela fallimentare e di Unicredit s.p.a., già Banco di Sicilia, non raggiunti da iniziale notifica.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

devono essere tenute distinte le posizioni dei ricorrenti; la corte d’appello ha ritenuto tempestivo il reclamo del fallito B. osservando che a questi il decreto di chiusura era stato notificato in data 14-5-2010;

lo ha però disatteso affermando – questa volta con riguardo alla posizione di entrambi i reclamanti – che la chiusura era avvenuta per compiuta ripartizione finale dell’attivo (L.Fall. art. 118, n. 3); la pronuncia di rigetto non è specificamente avversata da B., essendo entrambi i motivi in verità riferiti alla sola posizione della R.; sicchè il ricorso di B. è inammissibile, non risultando prospettati motivi specifici di censura soggettivamente a lui attinenti; più articolata è la quaestio decidendi quanto alla R.; la corte d’appello ha ritenuto inammissibile il di lei reclamo perchè tardivo;

su questo punto la decisione è errata perchè in contrasto con la declaratoria di incostituzionalità della L.Fall., art. 119, (v. C. cost. n. 279-10), non essendosi considerato che la R., come dagli atti risulta, era stata già ammessa al passivo fallimentare giusta sentenza n. 580 del 2008 del tribunale di Trento, passata in giudicato per mancata impugnazione; donde ella rientrava sicuramente nel novero dei soggetti che avrebbero dovuto ricevere la notificazione del decreto di chiusura;

la corte d’appello, nel dire il contrario, ha fatto leva sul nuovo testo della L.Fall., art. 26, comma 4;

tuttavia, anche a voler prescindere dall’avere la stessa corte previamente affermato, con certo qual grado di contraddizione, che la procedura era soggetta alle anteriori norme della L.Fall., il che avrebbe dovuto farla deflettere da ogni tentativo di valorizzazione di norme non pertinenti, vi è che la R. era giustappunto uno dei creditori insinuati; sicchè il suo reclamo era certamente tempestivo, perchè proposto nel termine lungo (il 24-5-2010) a fronte del decreto di chiusura adottato il 19-1-2010 e notificato, sì, in data 14-5-2010, ma al solo fallito, non al creditore;

l’astratta fondatezza del profilo di censura non consente, però, di cassare la decisione impugnata, della quale è sufficiente correggere la motivazione;

invero il reclamo della R. era in ogni caso inammissibile, sebbene per ragione diversa da quella indicata dalla corte d’appello;

emerge dal ricorso che in data 13-7-2007 il giudice delegato al fallimento aveva dichiarato esecutivo il progetto di riparto finale risalente al mese di dicembre 2006;

il ricorso evidenzia inoltre che la dichiarazione di esecutività era stata adottata dopo che alla R., con lettera del curatore ricevuta il 1-6-2007, era stato assegnato un termine per insinuarsi al passivo (ai sensi della L.Fall., art. 101), perchè “in difetto si sarebbero assegnate le somme agli altri aventi diritto”;

ora la R., come ancora allegato nel ricorso, aveva presentato la domanda tardiva il 20-6-2007, in un momento in cui, tenuto conto di quanto appena riferito, era sicuramente edotta dell’avvenuta presentazione del progetto di riparto; e il ricorso evidenzia che gli istanti, nelle rispettive qualità di fallito ( B.) e di creditore (la R.) avevano censurato il decreto di chiusura “nella parte in cui il piano di riparto effettivo non contemplava il credito della R. (…) ammesso in via chirografaria allo stato passivo del fallimento”;

in sostanza, i reclamanti avevano prospettato contro il decreto di chiusura la questione che si sarebbe dovuta consegnare, semmai, alla contestazione del riparto (o del rendiconto);

deve rammentarsi che la condizione del riparto finale è il rendiconto, e dal ricorso non risulta che il rendiconto e il progetto di riparto siano stati impugnati dalla medesima ricorrente in relazione al profilo di eventuali accantonamenti idonei ad assicurarle la soddisfazione proporzionale del credito tardivamente insinuato;

viceversa è principio consolidato di questa Corte che, in materia di chiusura del fallimento, e in presenza di una delle ipotesi previste dall’art. 118 legge fall., nessuna facoltà discrezionale è data agli organi fallimentari di protrarre la procedura, sicchè quest’ultima, ricorrendo uno dei casi di cui al citato art. 118, deve essere chiusa nonostante la pendenza di giudizi di opposizione allo stato passivo o di dichiarazione tardiva di credito;

la cognizione della corte d’appello in sede di reclamo è limitata alla verifica della sussistenza di una delle predette ipotesi (v. Cass. n. 22105-07; Cass. n. 25624-07), vale a dire alla verifica della sussistenza di uno dei casi di chiusura di cui ai numeri da 1) a 4) della L.Fall., art. 118, e il rimedio è dato per porre in discussione la ricorrenza, in concreto, dello specifico caso di chiusura in effetti prospettato, in relazione al quale rileva la legittimazione e l’interesse all’impugnazione;

qualora il ricorrente non abbia dedotto l’insussistenza di una delle ipotesi di chiusura del fallimento, il reclamo è inammissibile (v. Cass. n. 395-10);

nel caso di specie, essendo stato chiuso il fallimento per compiuta ripartizione dell’attivo (così dice il provvedimento della corte trentina), il reclamo della R. contro il decreto di chiusura avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile per l’assorbente ragione appena esposta;

il ricorso è quindi rigettato.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 10 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 luglio 2017

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