Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17321 del 19/08/2020

Cassazione civile sez. lav., 19/08/2020, (ud. 05/03/2020, dep. 19/08/2020), n.17321

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 339/2019 proposto da:

G.E.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

PARAGUAY 5, presso lo studio dell’avvocato ROSARIO SICILIANO, che la

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134,

presso lo studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI, rappresentata e

difesa dall’avvocato GRANOZZI GAETANO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1621/2018 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 23/10/2018 R.G.N. 301/2018;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

05/03/2020 dal Consigliere Dott. ELENA BOGHETICH;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO Rita, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato ANNA BUTTAFOCO per delega verbale Avvocato GAETANO

GRANOZZI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte di appello di Catanzaro, in riforma della sentenza del Tribunale di Cosenza, ha – con sentenza n. 1621 depositata il 23.10.2018 – respinto la domanda di annullamento del licenziamento per giustificato motivo soggettivo da Poste Italiane s.p.a., in data 1.10.2014, a G.E.A.M., per aver effettuato – in qualità di collaboratrice del direttore dell’ufficio postale – le operazioni preliminari di apertura di 4 conti correnti dietro richiesta di un mai identificato “sig. C.”, presentando i moduli firmati e le copie dei falsi codici fiscali e dei documenti dei presunti intestatari (mai presentatisi in ufficio) alla propria sottosposta, P.S., e garantendo sulla serietà delle persone.

2. La Corte riteneva che i fatti contestati alla lavoratrice, pacificamente sussistenti, non potessero rientrare nella previsione di cui all’art. 54, comma V, lett. c) del CCNL di settore – disposizione relativa alle ipotesi di licenziamento con preavviso per “violazione dolosa di leggi o regolamenti o dei doveri di ufficio che possano arrecare o che abbiano arrecato forte pregiudizio alla società o a terzi” – per assenza di un pregiudizio a carico della società, nè nella previsione di cui allo stesso comma, lett. g), per diversità radicale della natura della condotta colposa ivi tipizzata; i fatti integravano, in ogni caso, un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali, come previsto dalla L. n. 604 del 1966, art. 3, considerati il ruolo della dipendente, la complessiva condotta (di apertura fraudolenta di conti correnti postali intestati a persone inesistenti, realizzata utilizzando documenti falsi ed inducendo una sottoposta gerarchica – assunta da pochi mesi – ad eseguire le relative operazioni), la violazione delle norme poste a prevenzione delle attività di riciclaggio, ed essendo inverosimile e comunque non provato che l’assunzione di un farmaco blandamente antidepressivo potesse determinare la coartazione della volontà della dipendente da parte della persona mai identificata “sig. C.”.

3. Per la cassazione di tale sentenza la G. ha proposto ricorso affidato a cinque motivi. La società ha resistito con controricorso, illustrato da memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso si denunzia violazione o falsa applicazione degli artt. 53 e 54 CCNL Poste 4.4.2011 anche alla luce dei canoni ermeneutici previsti dall’art. 1362 c.c. e ss., art. 2119 c.c., (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3,) avendo, la Corte distrettuale, ritenuto di prescindere dalla scala valoriale della gravità delle infrazioni come specificamente tipizzate dal codice disciplinare del contratto collettivo applicato in azienda nonchè interpretato erroneamente le clausole contrattuali le quali, lette nella loro reciproca relazione, consentivano la sussunzione del comportamento contestato nella sanzione conservativa prevista dall’art. 54, comma IV, lett. n) posto che – come riconosciuto dalla stessa Corte – non era stato procurato alcun danno alla società.

2. Con il secondo motivo si denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 434 c.p.c., (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4) avendo, la Corte distrettuale, travalicato i limiti dei motivi di appello (rectius reclamo) della società che si erano concentrati sull’interpretazione dell’art. 54, comma 5, lett. g), senza alcuna richiesta di qualificazione del licenziamento ai sensi dell’art. 2119 c.c..

3. Con il terzo motivo di ricorso si denunzia violazione o falsa applicazione dell’art. 2106 c.c., L. n. 604 del 1966, art. 12, art. 54, comma 4, lett. n) (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) avendo, la Corte distrettuale, trascurato di accertare la potenzialità lesiva del comportamento contestato alla lavoratrice a fronte di una contestazione disciplinare che non addebitava l’apertura fraudolenta di conti correnti (come indicato dalla Corte stessa) bensì lo svolgimento di “operazioni preliminari all’apertura di conti”, senza conseguenze dannose a carico della società. La Corte ha, altresì, trascurato di accertare in concreto il rispetto del principio di proporzionalità tra infrazione e sanzione, a fronte della assenza di precedenti disciplinari della dipendente, della specchiata carriera professionale ultra trentennale, della qualifica di “collaboratore del direttore” (e non di vicedirettore), dello stato di confusione mentale derivato dall’assunzione del farmaco Xanax (come risultante dalla documentazione probatoria prodotta) e trattandosi di episodio isolato privo di rilevanza esterna e irrilevante ai fini della normativa antiriciclaggio di cui al D.Lgs. n. 231 del 2007 (in assenza di segnalazione all’UIF e di procedura sanzionatoria avviata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze).

4. Con il quarto motivo si deduce vizio di motivazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) avendo, la Corte distrettuale, omesso di valutare che dal comportamento addebitato non è conseguito alcun danno alla società, con conseguente doverosa sussunzione dell’infrazione nell’ipotesi tipizzata di cui all’art. 54, comma 4, lett. n), punita con sanzione conservativa.

5. Con il quinto motivo si denunzia violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) avendo, la Corte distrettuale, errato nel procedere alla condanna alle spese di lite nei confronti della lavoratrice la cui domanda era fondata sulla base del quadro probatorio acquisito, dovendo, la Corte, quantomeno compensare le spese con riguardo alla peculiarità della fattispecie.

6. I primi quattro motivi del ricorso, strettamente connessi tra loro (nonchè ripetitivi quanto alla sottolineata carenza di danno a carico della società), non sono fondati.

6.1. Preliminarmente, il secondo motivo è inammissibile in quanto prospettato con modalità non conformi al principio di specificità dei motivi di ricorso per cassazione, secondo cui parte ricorrente avrebbe dovuto, quantomeno, trascrivere nel ricorso il contenuto dell’atto di reclamo proposto dalla società (quantomeno i tratti salienti), fornendo al contempo alla Corte elementi sicuri per consentirne l’individuazione e il reperimento negli atti processuali, potendosi solo così ritenere assolto il duplice onere, rispettivamente previsto a presidio del suddetto principio dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 (Cass. 12 febbraio 2014, n. 3224; Cass. SU 11 aprile 2012, n. 5698; Cass. SU 3 novembre 2011, n. 22726).

D’altra parte, la società controricorrente trascrive parte del suo atto di reclamo dal quale emerge la domanda, rivolta alla Corte di appello, di ritenere legittimo il licenziamento disciplinare intimato alla dipendente in considerazione della particolare gravità del comportamento (tale da compromettere il vincolo fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore) a fronte della reiterata violazione delle norme antiriciclaggio (instaurazione di rapporti continuativi in mancanza di fisica presenza e adeguata identificazione del titolare, suscettibili di sanzione penale) e dei regolamenti interni, non potendosi sussumere la condotta nelle sanzioni conservative previste dalle parti sociali nel contratto collettivo.

6.2. In tema di licenziamento per giusta causa e giustificato motivo soggettivo ed ai fini della proporzionalità tra addebito e recesso, questa Corte ha affermato che rileva ogni condotta che, per la sua gravità, possa scuotere la fiducia del datore di lavoro e far ritenere la continuazione del rapporto pregiudizievole agli scopi aziendali, essendo determinante, in tal senso, la potenziale influenza del comportamento del lavoratore, suscettibile, per le concrete modalità e il contesto di riferimento, di porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento, denotando scarsa inclinazione all’attuazione degli obblighi in conformità a diligenza, buona fede e correttezza.

Spetta al giudice di merito valutare la congruità della sanzione espulsiva, non sulla base di una valutazione astratta dell’addebito, ma tenendo conto di ogni aspetto concreto del fatto, alla luce di un apprezzamento unitario e sistematico della sua gravità, rispetto ad un’utile prosecuzione del rapporto di lavoro, assegnandosi rilievo alla configurazione delle mancanze operata dalla contrattazione collettiva, all’intensità dell’elemento intenzionale, al grado di affidamento richiesto dalle mansioni, alle precedenti modalità di attuazione del rapporto, alla durata dello stesso, all’assenza di pregresse sanzioni, alla natura e alla tipologia del rapporto medesimo (cfr. Cass. n. 2013 del 2012 e, precedentemente, in senso analogo, tra le tante, Cass. nn. 13574, 7948, 5095, 4060 del 2011).

In particolare, la giusta causa e il giustificato motivo soggettivo di recesso sono nozioni legali ed il giudice non è vincolato dalle previsioni del contratto collettivo onde lo stesso può ritenere la sussistenza di un licenziamento disciplinare per un grave inadempimento o per un grave comportamento del lavoratore contrario alle norme della comune etica o del comune vivere civile ove tale grave inadempimento o tale grave comportamento, secondo un apprezzamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, abbia fatto venire meno il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore e, per altro verso, può escludere altresì che il comportamento del lavoratore costituisca di fatto una giusta causa, pur essendo qualificato tale dal contratto collettivo, in considerazione delle circostanze concrete che lo hanno caratterizzato (cfr. Cass. 4060/2011 cit.).

Tuttavia, la scala valoriale espressa dal contratto collettivo deve costituire uno dei parametri cui occorre fare riferimento per riempire di contenuto la clausola generale dell’art. 2119 c.c. (Cass. n. 9396 del 2018; Cass. n. 28492 dei 2018; principio ribadito da Cass. n. 14062 del 2019; Cass. n. 14063 del 2019; v. anche Cass. n. 13865 del 2019), considerato altresì che la L. n. 183 del 2010, art. 30, comma 3, ha previsto che “nel valutare le motivazioni poste a base del licenziamento, il giudice tiene conto delle tipizzazioni di giusta causa e di giustificato motivo presenti nei contratti collettivi di lavoro” (cfr. Cass. n. 32500 del 2018; circa la natura non meramente ricognitiva delle disposizioni contenute nella L. n. 183 del 2010, art. 30, v. anche Cass. n. 25201 del 2016).

Il principio generale subisce eccezione ove la previsione negoziale ricolleghi ad un determinato comportamento giuridicamente rilevante solamente una sanzione conservativa: in tal caso il giudice è vincolato dal contratto collettivo, trattandosi di una condizione di maggior favore fatta espressamente salva dal legislatore (L. n. 604 del 1966, art. 12). Pertanto, ove alla mancanza sia ricollegata una sanzione conservativa, il giudice non può estendere il catalogo delle giuste cause o dei giustificati motivi di licenziamento oltre quanto stabilito dall’autonomia delle parti (cfr., in particolare, Cass. n. 15058 del 2015; Cass. n. 4546 del 2013; Cass. n. 13353 del 2011; Cass. n. 1173 del 1996; Cass. n. 19053 del 1995), a meno che non si accerti che le parti stesse “non avevano inteso escludere, per i casi di maggiore gravità, la possibilità di una sanzione espulsiva”, dovendosi attribuire prevalenza alla valutazione di gravità di quel peculiare comportamento, come illecito disciplinare di grado inferiore, compiuta dall’autonomia collettiva nella graduazione delle mancanze disciplinari (cfr. ex multis Cass. n. 1173 del 1996; Cass. n. 14555 del 2000; Cass. n. 6165 del 2016; Cass. n. 11860 del 2016; Cass. n. 17337 del 2016).

In ordine ai criteri di interpretazione di un contratto collettivo ed alla previsione di una scala valoriale recepita dal contratto collettivo, questa Corte ha già affermato che, in considerazione della sua natura privatistica, vanno applicate le disposizioni dettate dall’art. 1362 c.c. e ss., che sussiste il divieto di interpretazione analogica delle clausole contrattuali e che l’interpretazione estensiva è possibile solo ove risulti l'”inadeguatezza per difetto” dell’espressione letterale adottata dalle parti rispetto alla loro volontà, verifica che deve essere condotta con particolare severità in un contesto nel quale trova applicazione il principio generale secondo cui una norma che preveda una eccezione (tutela reintegratoria nel testo della L. n. 300 del 1970, art. 18, come novellato dalla L. n. 92 del 2012) rispetto alla regola generale (tutela risarcitoria) deve essere interpretata restrittivamente. (Cass. n. 12365 del 2019 e ivi ampi riferimenti giurisprudenziali; conf. Cass. n. 31839 del 2019 avente ad oggetto una condotta di un dipendente postale in violazione delle regole poste in materia di antiriciclaggio).

6.3. Tanto premesso in diritto, è conforme ai principi richiamati l’operato della Corte territoriale che ha ritenuto ricorrente una infrazione disciplinare di particolare gravità, sussumibile nella nozione legale di giustificato motivo soggettivo di licenziamento, a fronte della violazione non solo di regole interne ma soprattutto della normativa antiriciclaggio, che ha una particolare valenza proprio per le finalità pubblicistiche perseguite (chiaramente travisate ove si preordini “l’apertura fraudolenta di quattro conti correnti postali, intestati a persone inesistenti e realizzata utilizzando documenti falsi”) e in considerazione della intenzionalità e delle peculiarità oggettive della condotta, rivestendo, la G. un ruolo delicato e rilevante all’interno dell’ufficio (“collaboratore del direttore”, in sintesi “vice direttore di ufficio postale”, come anche definita dalla società controricorrente), ruolo utilizzato strumentalmente nei confronti della dipendente gerarchicamente sottoposta al fine di completare le operazioni di apertura dei conti correnti (dipendente inesperta, in quanto “assunta solo da pochi mesi da Poste Italiane” e in “condizione di metus in cui si era trovata, allorchè aveva provveduto al completamento delle operazioni di apertura di cc/cc di cui si discute quasi sotto dettatura della propria vice direttrice”). Il suddetto ruolo (frutto della trentennale esperienza professionale) è stato ritenuto, dalla Corte distrettuale, di particolare rilevanza tale da non poter essere compromesso dal comportamento suadente di un mai identificato “sig. C.”, non essendo stata comunque raccolta alcuna prova sulla coartazione della volontà subita da tale persona (apparendo, a tal fine, insufficiente la deduzione della “prescrizione, poi sospesa, di un farmaco blandamente anti depressivo”).

Trattasi di argomentazione plausibile, commisurata a tutte le circostanze del caso concreto che compete al giudice del merito apprezzare e che è sottratta al controllo di legittimità, per cui la diversa opinione della parte soccombente non è idonea a determinare la cassazione della sentenza impugnata.

Parimenti questa Corte insegna come anche il giudizio di proporzionalità tra licenziamento disciplinare e addebito contestato è devoluto al giudice di merito, la cui valutazione non è censurabile in sede di legittimità (ex pluribus: Cass. n. 8293 del 2012; Cass. n. 7948 del 2011; Cass. n. 24349 del 2006; Cass. n. 3944 del 2005; Cass. n. 444 del 2003), se non nei limiti in cui lo sia il vizio di motivazione secondo la disciplina dell’art. 360 c.p.c., tempo per tempo vigente.

Trattandosi di una decisione che è il frutto di selezione e valutazione di una pluralità di elementi, la parte ricorrente, per ottenere la cassazione della sentenza impugnata, non può limitarsi ad invocare una diversa combinazione di detti elementi ovvero un diverso peso specifico di ciascuno di essi, ma deve piuttosto denunciare l’omesso esame di un fatto, ai fini del giudizio di proporzionalità, avente valore decisivo, nel senso che l’elemento trascurato avrebbe condotto ad un diverso esito della controversia con certezza e non con grado di mera probabilità (v. Cass. n. 18715 e 20817 del 2016).

In ordine all’art. 54, comma 4, lett. n), del CCNL applicabile al rapporto, la clausola prevede una sanzione conservativa “in genere, per qualsiasi negligenza o inosservanza di leggi o regolamenti o degli obblighi di servizio deliberatamente commesse, anche per procurare indebiti vantaggi a sè o a terzi, ancorchè l’effetto voluto non si sia verificato e sempre che la mancanza non abbia carattere di particolare gravità, altrimenti sanzionabile”

La lettura complessiva dell’art. 54 del CCNL di settore (interamente ritrascritto in ricorso) nonchè la specifica previsione innanzi riportata dimostrano che le parti sociali hanno inteso prevedere una scala valoriale via via crescente in relazione sia al numero delle infrazioni commesse, sia ai requisiti soggettivi ed oggettivi della condotta, tale da ricollegare alle ipotesi di maggiore gravità la sanzione espulsiva: ciò è reso chiaro dalla previsione, nei vari commi, di sanzioni via via più severe (il comma 1 la sanzione del rimprovero verbale o dell’ammonizione scritta; il comma 2 la multa non superiore a 4 ore di retribuzione; il comma 3 la sospensione dal servizio con privazione della retribuzione fino a 4 giorni; il comma 4 la sospensione sino a 10 giorni e il quinto ed il comma 6 la sanzione espulsiva del licenziamento con e senza preavviso), dalla inclusione di ipotesi di recidiva dal comma 2 in poi (sino alla “recidiva plurima” punita con il licenziamento con preavviso), dalla delineazione di condotte via via più gravi (descrizioni rese esplicite dalla ricorrenza dell’intercalare “atti… se non altrimenti sanzionabili in caso di particolare gravità” ovvero “sempre che la mancanza non abbia carattere di particolare gravità altrimenti sanzionabile”).

Si tratta dunque – per quanto sopra detto – di una tipologia di clausole in cui il giudice non è vincolato dalla previsione della sanzione conservativa perchè le parti collettive “non avevano inteso escludere, per i casi di maggiore gravità, la possibilità di una sanzione espulsiva”, dovendosi attribuire prevalenza alla valutazione di gravità di quel peculiare comportamento compiuta dall’autonomia collettiva nella graduazione delle mancanze disciplinari (cfr. ex multis Cass. n. 1173 del 1996; Cass. n. 14555 del 2000; Cass. n. 6165 del 2016; Cass. n. 11860 del 2016; Cass. n. 17337 del 2016).

La Corte di Appello ha proprio effettuato detta verifica, ritenendo non integrata l’ipotesi espulsiva prevista dall’art. 54, comma 5, lett. c) (in quanto la “inosservanza di leggi o di regolamenti o degli obblighi di servizio dalle quali sia derivato pregiudizio alla sicurezza ed alla regolarità del servizio” non aveva determinato “gravi danni” alla società e a terzi) ma ravvisando, in ogni caso, l’estrema gravità della violazione delle disposizioni di servizio e normative in quanto finalizzate “alla prevenzione delle attività di riciclaggio… integrante, oltre che veri e propri reati.. quel notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro che costituisce giustificato motivo di licenziamento ai sensi della L. n. 604 del 1966, art. 3”, in considerazione come rilevato – della intenzionalità, della ricorrenza e delle peculiarità oggettive della condotta.

7. Il quinto motivo è inammissibile.

La censura si risolve in una (ormai del tutto inammissibile) richiesta di rivisitazione di fatti e circostanze come definitivamente accertati in sede di merito. La ricorrente, difatti, lungi dal prospettare a questa Corte una violazione delle disposizioni dettate in materia di regolazione delle spese di lite si volge piuttosto ad invocare una diversa lettura delle risultanze procedimentali così come accertare e ricostruite dalla Corte territoriale, muovendo all’impugnata sentenza censure del tutto inaccoglibili, perchè la valutazione delle risultanze probatorie, al pari della scelta di quelle – fra esse – ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, postula un apprezzamento di fatto riservato in via esclusiva al giudice di merito il quale, nel porre a fondamento del proprio convincimento e della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, nel privilegiare una ricostruzione circostanziale a scapito di altre (pur astrattamente possibili e logicamente non impredicabili), non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere peraltro tenuto ad affrontare e discutere ogni singola risultanza processuale ovvero a confutare qualsiasi deduzione difensiva.

8. In conclusione, il ricorso va respinto. Le spese di lite sono liquidate secondo il criterio della soccombenza dettato dall’art. 91 c.p.c..

9. Sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. n. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013), ove dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a pagare le spese del presente giudizio di legittimità liquidate in Euro 200,00 per esborsi e in Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 5 marzo 2020.

Depositato in Cancelleria il 19 agosto 2020

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