Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1732 del 27/01/2021

Cassazione civile sez. VI, 27/01/2021, (ud. 17/09/2020, dep. 27/01/2021), n.1732

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE STEFANO Franco – Presidente –

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5314-2019 proposto da:

D.M.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE MAZZINI

114/B, presso lo studio dell’avvocato SALVATORE COLETTA,

rappresentato e difeso dall’avvocato LUIGI RICCIARDELLI;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI SAN CIPRIANO D’AVERSA, in persona del Sindaco pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIROLAMO DA CARPI 6, presso

lo studio dell’avvocato LUIGI NAPOLITANO, rappresentato e difeso

dall’avvocato GIUSEPPE RUSSO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3315/2018 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 02/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 17/09/2020 dal Consigliere Relatore Dott. GABRIELE

POSITANO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

con atto di citazione del 12 luglio 2011, l’avvocato D.M.G. evocava in giudizio, davanti al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, il Comune di San Cipriano di Aversa per la condanna dello stesso al pagamento della somma di Euro 119.000 a titolo di compenso professionale per l’attività giudiziale svolta nell’interesse dell’ente locale nell’ambito di 36 procedimenti espletati davanti al Tar Campania, in virtù di sei delibere commissariali di affidamento dell’incarico professionale;

si costituiva il Comune di San Cipriano, che eccepiva, in via preliminare, l’intervenuta prescrizione dell’azione proposta e, nel merito, chiedeva il rigetto della domanda per nullità del mandato ad litem conferito dal Commissario prefettizio, stante l’assenza di apposita convenzione e riteneva non dimostrata l’attività processuale espletata;

il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, con sentenza del 18 ottobre 2013, accoglieva la domanda;

avverso tale decisione proponeva appello l’ente pubblico e si costituiva il professionista chiedendo il rigetto del gravame. L’appellante rilevava il difetto della documentazione attestante l’attività giudiziaria espletata dal professionista in favore dell’ente locale e ribadiva l’invalidità del mandato alle liti. L’appellato eccepiva l’inammissibilità del gravame ai sensi dell’art. 342 c.p.c., e ai sensi dell’art. 348 bis e seguenti c.p.c., la deduzione di nuove domande e l’irrilevanza dell’eccezione di nullità delle prestazioni perchè non provate;

la Corte d’Appello di Napoli, con sentenza del 2 luglio 2018, disattese le eccezioni preliminari di inammissibilità dell’appello, riteneva fondato il gravame e, in riforma della impugnata sentenza, rigettava la domanda proposta da D.M.G., con condanna al pagamento delle spese di lite;

avverso tale decisione propone ricorso per cassazione D.M.G. affidandosi a due motivi Resiste con controricorso il Comune di San Cipriano d’Aversa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo si deduce la violazione dell’art. 115 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4. Il Comune di San Cipriano non avrebbe mai contestato l’esistenza delle procure rilasciate al difensore dai Commissari straordinari. Pertanto, l’esistenza di tali documenti costituirebbe un fatto storico non contestato. D’altra parte) nel corpo dell’atto introduttivo l’attore aveva allegato di essersi costituito in tutti i giudizi individuati, depositando le memorie difensive e la documentazione rilasciata dal Comune. Sotto altro profilo sarebbe errato il giudizio espresso dal giudice di appello riguardo alla mancanza di prova della pretesa creditoria atteso che il professionista aveva depositato le note specifiche richiamate nell’atto introduttivo;

con il secondo motivo si lamenta la violazione dell’art. 2697 c.c., e degli artt. 115 e 116 c.p.c., con riferimento all’art. 360 c.p.c., nn. 4 e 5. Poichè nell’atto di citazione si era fatto presente che il Comune aveva riconosciuto al professionista quantomeno il rimborso delle spese di viaggio e i fogli bollati, per l’importo complessivo di Euro 9.321, l’odierno ricorrente vanterebbe un credito pari a tale importo;

preliminarmente il ricorso è dedotto in violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 3. Per soddisfare il requisito imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, è necessario che il ricorso per cassazione contenga, sia pure in modo non analitico o particolareggiato, l’indicazione sommaria delle reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le hanno giustificate, delle eccezioni, delle difese e delle deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, dello svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni e, dunque, delle argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si è fondata la sentenza di primo grado, delle difese svolte dalle parti in appello, ed in fine del tenore della sentenza impugnata. In effetti, il tenore dell’esposizione del fatto attesa la estrema sinteticità dell’illustrazione del fatto processuale non consente di individuare le motivazioni della decisione adottata primo grado e le questioni sollevate in sede di gravame dall’appellante e dal professionista appellato, oltre che le ragioni della decisione di secondo grado;

a prescindere da ciò, il primo motivo è inammissibile perchè, deducendo l’operatività della non contestazione, parte ricorrente avrebbe dovuto trascrivere, allegare e localizzare all’interno del fascicolo di legittimità i fatti costitutivi specifici del diritto di credito, con allegazione specifica della pretesa. Nel caso di specie il motivo si limita a dedurre e trascrivere la posizione dell’amministrazione comunale e non quella dell’attore e questo non consente di verificare la specificità della contestazione poichè, a monte, non è nota la specificità dell’allegazione;

non è attinta da valida censura la ratio decidendi di invalidità della mera delibera, proprio in difetto della produzione degli atti di causa, considerando che il controricorrente deduce di avere contestato fin dal primo grado la stessa sussistenza dell’incarico per l’insufficienza delle mere delibere;

si tratta della medesima contestazione relativa alla sussistenza dell’incarico presa in esame dei giudici di merito. Rispetto a tale questione è sufficiente aggiungere che la allegazione delle delibere, in difetto dei mandati (riferiti ad attività contrattuali di una amministrazione pubblica che richiedono la forma scritta ad substantiam) correttamente è stata ritenuta insufficiente dalla Corte territoriale;

inoltre, il ricorrente non ha fornito la prova specifica e concreta l’attività svolta con allegazione degli atti processuali espletati, degli estremi dei giudizi curati, delle parti processuali, dell’esito delle controversie davanti al giudice amministrativo. Pertanto, il profilo dell’omesso deposito da parte del professionista di tutta la documentazione necessaria ad attestare l’attività giudiziaria espletata, per la quale era stato richiesto il compenso, non è correttamente contestato in sede di legittimità;

nello stesso modo non è specifica la seconda censura contenuta nel primo motivo, che si riferisce all’ulteriore argomentazione della Corte d’Appello riguardo alla inidoneità della documentazione prodotta a fondare la pretesa del professionista. Anche in questa sede il ricorrente si limita al deposito delle note specifiche senza dedurre, in presenza di una contestazione dell’amministrazione comunale, l’entità dell’attività professionale resa, dalla quale desumere l’adeguatezza del compenso richiesto;

il secondo motivo è inammissibile, perchè introduce una questione nuova. La Corte d’Appello non si occupa di tale profilo, che sembra estraneo alla richiesta di competenze professionali quale corrispettivo per l’attività processuale espletata calcolata secondo le tariffe. Viene prospettato un riconoscimento del credito che non è dedotto nel rispetto dell’art. 366 c.p.c., n. 6, poichè parte ricorrente non ha trascritto il contenuto delle delibere commissariali che riconoscerebbero il credito del professionista per spese di viaggio e fogli bollati; neppure si indica quanto la relativa questione è stata posta a giudici di merito;

ne consegue che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; le spese del presente giudizio di cassazione – liquidate nella misura indicata in dispositivo – seguono la soccombenza. Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis (Cass., sez. un., 20/02/2020, n. 4315), evidenziandosi che il presupposto dell’insorgenza di tale obbligo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (v. Cass. 13 maggio 2014, n. 10306).

PQM

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese in favore del controricorrente, liquidandole in Euro 5.600,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sesta Sezione Civile-3 della Corte Suprema di Cassazione, il 17 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2021

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