Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17310 del 24/08/2016


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Cassazione civile sez. lav., 24/08/2016, (ud. 09/06/2016, dep. 24/08/2016), n.17310

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente –

Dott. VENUTI Pietro – rel. Consigliere –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 4347-2014 proposto da:

K.M., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA CELIMONTANA 38, presso lo studio dell’avvocato PAOLO PANARITI,

che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANDREA CARLO

POMA, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

CABIATI S.R.L.;

– intimata –

Nonchè da:

CABIATI S.R.L., P.I. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DI RIPETTA 22,

presso lo studio dell’avvocato GERARDO VESCI, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato AGOSTINO CALIFANO, giusta delega in

atti;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

e contro

K.M. C.F. (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 439/2013 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 06/08/2013 R.G.N. 205/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/06/2016 dal Consigliere Dott. PIETRO VENUTI;

udito l’Avvocato DONDONI DAVIDE per delega Avvocato POMA ANDREA

CARLO;

udito l’Avvocato MIGLIORATI FRANCESCO per delega Avvocato VESCI

GERARDO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per l’accoglimento di entrambi

i ricorsi.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte d’appello di Genova, con sentenza depositata il 6 agosto 2013 ha confermato la decisione di primo grado che aveva respinto il ricorso proposto da K.M. nei confronti della s.r.l. Cabiati, per intervenuta decadenza, avendo il lavoratore, dopo aver impugnato il licenziamento in via stragiudiziale, proposto il ricorso davanti al giudice del lavoro dopo duecentosettanta giorni dall’entrata in vigore della L. n. 183 del 2010.

Ha precisato la Corte anzidetta che il differimento del termine al 31 dicembre 2011 disposto, in sede di prima applicazione, dalla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 1 bis, introdotto dal D.L. n. 225 del 2010, convertito con modificazioni dalla L. n. 10 del 2011, riguardava solo il termine di sessanta giorni previsto per l’impugnativa stragiudiziale e non anche quello di duecentosettanta giorni stabilito per l’impugnativa giudiziale, termine quest’ultimo decorrente dalla data di entrata in vigore della L. n. 183 del 2010 (24 novembre 2010). E poichè il lavoratore aveva proposto la domanda con ricorso depositato il 3 maggio 2012 tale termine era ampiamente decorso.

Ricorre per cassazione contro questa sentenza il lavoratore sulla base di un solo motivo. Resiste con controricorso la società, proponendo ricorso incidentale condizionato per due motivi e depositando successivamente memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo del ricorso principale è denunciata “violazione o falsa applicazione di norme diritto (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione alla L. n. 604 del 1966, art. 6, commi 1 e 2, così come modificato dalla L. n. 183 del 2010, art. 32, commi 1 e 1 bis, nonchè in relazione all’art. 252 disp. att. c.p.c.)”.

Si deduce che la Corte di merito ha errato nel ritenere che abbia efficacia retroattiva il termine di duecentosettanta giorni di cui alla legge n. 183 del 2010; che la nuova disposizione (L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 1 bis) introdotta dal D.L. n. 225 del 2010, convertito con modificazioni dalla L. n. 10 del 2011 (“in sede di prima applicazione le disposizioni di cui alla L. 15 luglio 1966, art. 6, comma 1 relative al termine di 60 giorni per l’impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia a decorrere dal 31.12.2011″….), deve essere interpretata nel senso che anche il termine di duecentosettanta giorni per l’impugnativa giudiziale sia stato differito, essendo “la ratio della norma quella di evitare che una nuova disciplina possa arrecare un pregiudizio a quanti, in forza di un nuovo termine decadenziale, si sono trovati nella condizione di dover esercitare il proprio diritto di impugnare il licenziamento in tempi rapidi, diversamente da quanto avvenuto in passato”; che, interpretata diversamente, la norma sarebbe costituzionalmente illegittima, tenuto conto che in precedenza il lavoratore poteva proporre ricorso giudiziale avverso il licenziamento entro il termine di cinque anni.

2. La società, nel chiedere il rigetto del ricorso, ne ha dedotto preliminarmente l’inammissibilità per mancanza del requisito della sommaria esposizione dei fatti di causa (art. 366 c.p.c., n. 3), essendosi sostanzialmente il ricorrente limitato a riprodurre il ricorso depositato in primo grado e la relativa sentenza.

L’eccezione è infondata. Se è vero infatti che nel ricorso per cassazione sono stati riportati in fotocopia il ricorso introduttivo e la sentenza di primo grado, tale riproduzione è stata preceduta dallo “Svolgimento del procedimento di primo grado”, in cui il ricorrente ha esposto sommariamente gli elementi utili affinchè questa Corte potesse avere la completa cognizione dell’oggetto della controversia e delle posizioni in esso assunte dalle parti, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti del processo. A tale esposizione ha poi fatto seguito lo “Svolgimento del processo in grado d’appello”, in cui il ricorrente ha ulteriormente rappresentato le vicende relative alla fase dell’impugnazione.

3. Il ricorso è fondato.

La Corte d’appello ha ritenuto operante nella specie il termine di decadenza di duecentosettanta giorni (ora centottanta giorni ai sensi della L. n. 92 del 2012) per l’azione diretta a far valere l’illegittimità del licenziamento, in forza della disposizione di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 1-bis, sopra citato, secondo cui “in sede di prima applicazione” le disposizioni di cui al novellato L. n. 604 del 1966, art. 6, comma 1, relative al termine di sessanta giorni per l’impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia a decorrere dal 31 dicembre 2011.

L’assunto non può essere condiviso.

Questa Corte in più occasioni ha affermato che la proroga disposta dalla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 1-bis introdotto dal c.d. decreto “mille proroghe” – dell’entrata in vigore della novella intende riferirsi, sia pure con tecnica legislativa assai discutibile, all’intero meccanismo di impugnazione extragiudiziale e giudiziale (sessanta e duecentosettanta giorni).

E’ stato in proposito affermato che “la L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32, comma 1-bis introdotto dal D.L. 29 dicembre 2010, n. 225, convertito in L. 26 febbraio 2011, n. 10, nel prevedere “in sede di prima applicazione” il differimento al 31 dicembre 2011 dell’entrata in vigore delle disposizioni relative al termine di sessanta giorni per l’impugnazione del licenziamento, riguarda tutti gli ambiti di novità di cui al novellato L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 6 e dunque non solo l’estensione dell’onere di impugnativa stragiudiziale ad ipotesi in precedenza non contemplate, ma anche l’inefficacia di tale impugnativa, prevista dal medesimo art. 6, comma 2, anche per le ipotesi già in precedenza soggette al relativo onere, per l’omesso deposito, nel termine di decadenza stabilito, del ricorso giudiziale o della richiesta del tentativo di conciliazione o arbitrato” (Cass. n. 9203/14; Cass. n. 15434/14; Cass. n. 24232/14; Cass. n. 24233/14).

Da tale indirizzo – diversamente da quanto sostenuto dalla società resistente – non v’è motivo di discostarsi alla stregua delle argomentazioni che sorreggono tali decisioni, che questo Collegio condivide e fa proprie.

La sentenza impugnata, che ha deciso in difformità del principio sopra enunciato, deve pertanto essere cassata, con rinvio al giudice indicato in dispositivo, il quale provvederà anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.

Restano assorbiti i due motivi del ricorso incidentale condizionato, con i quali la società deduce la nullità della sentenza per violazione dell’art. 354 c.p.c. e art. 419 c.p.c., comma 2, in relazione all’art. 360, nn. 3 e 4, rilevando che in primo grado essa ricorrente aveva chiesto la chiamata in garanzia della s.a.s. LEONARDO nonchè del dott. D.S.C. e del dott. A.D., che, quali consulenti della società, “avevano consigliato il licenziamento per cui è causa e redatto o relativi atti nonchè dettato le tempistiche della procedura di licenziamento”, richiesta sulla quale la Corte di merito non s’è pronunciata avendo respinto il ricorso del lavoratore.

PQM

La Corte accoglie il ricorso principale, assorbito il ricorso incidentale condizionato; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello di Genova in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 9 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 24 agosto 2016

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