Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17291 del 19/08/2020

Cassazione civile sez. II, 19/08/2020, (ud. 29/11/2019, dep. 19/08/2020), n.17291

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. COSENTINO Antonello – Presidente –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 1001/2018 R.G. proposto da:

C.T., rappresentata e difesa dall’avv. Sergio Menchini,

dall’avv. Andrea Galante, dall’avv. Paolo Luccarelli, e dall’avv.

Luca De Angelis, con domicilio eletto in Roma alla via del Consolato

n. 6.

– ricorrente-

contro

BANCA D’ITALIA, in persona del Governatore p.t., rappresentata e

difesa dall’avv. Donatella La Licata e dall’avv. Donato Messineo,

con domicilio eletto in Roma, alla Via Nazionale n. 91.

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma n. 3269/2017,

pubblicata in data 17.5.2017;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del giorno

29.11.2019 dal Consigliere Dr. Giuseppe Fortunato.

Udito il Pubblico ministero in persona del Sostituto Procuratore

generale Dr. Sgroi Carmelo, che ha concluso chiedendo il rigetto del

ricorso;

Uditi l’avv. Paolo Luccarelli, l’avv. Gian Luca De Angelis, l’avv.

Donatella La Licata e l’avv. Giuseppe Tiscione, per delega dell’avv.

Donato Messineo.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con note del 3.12.2012, la Banca d’Italia ha contestato al ricorrente, nella qualità di componente del Consiglio di amministrazione della Banca Monte dei Paschi di Siena (in prosieguo MPS), la violazione delle disposizioni in materia di politiche, prassi di remunerazione ed incentivazione da parte dei Componenti del Consiglio di amministrazione, ai sensi del D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 53, comma 1, lett. d), in relazione alla delibera adottata il 12.1.2012, con cui era stato riconosciuto al Direttore Generale Dott. V.A. l’importo di Euro 4.000.000,00 a titolo di incentivo per la risoluzione del rapporto.

Assunte le controdeduzioni dell’interessato, con Delib. n. 399 del 2013 del 23.7.2013, il Direttorio ha applicato al C. la sanzione pecuniaria di Euro 90.000,00.

Il provvedimento è stato impugnato dinanzi al Tar e, a seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 145 TUB, la causa è transitata dinanzi alla Corte d’appello di Roma.

All’esito il Giudice distrettuale ha respinto l’opposizione, sostenendo che:

a) non era fondato il dubbio di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 145, come modificato dal D.Lgs. n. 72 del 2015, per eccesso di delega, poichè il riferimento del legislatore delegante alla revisione della procedura sanzionatoria doveva intendersi in maniera sistematica ed onnicomprensiva, comprendendo la delegazione non solo l’attuazione della direttiva in tema di emanazione delle sanzioni amministrative, ma anche la regolamentazione di tutti i profili sostanziali e di tutela processuale nella materia in oggetto;

b) non meritava adesione l’eccezione di incostituzionalità del regime transitorio di cui al D.Lgs. n. 72 del 2015, art. 2, comma 5, per la prospettata limitazione dei mezzi di prova e per mancanza del doppio grado di giurisdizione, obiettando che il giudizio di opposizione integra un ricorso di piena giurisdizione dinanzi ad un giudice indipendente ed imparziale senza limitazione del diritto alla prova, che il doppio grado di giurisdizione è garanzia non munita di copertura costituzionale e che – infine – le sanzioni irrogate dalla Banca d’Italia ai sensi dell’art. 144 e ss. non hanno natura penale;

c) era parimenti insussistente la lamentata violazione dell’art. 3 Cost. e art. 6 CEDU, poichè anche la nuova formulazione dell’art. 145 garantisce l’accesso ad una tutela giurisdizionale piena, dinanzi ad un organo terzo;

d) era infondata la censura di illegittimità costituzionale del D.Lgs. n. 72 del 2015, art. 2, comma 3, per contrasto con gli artt. 3,76 e 117 Cost., art. 7 CEDU e con la L. n. 154 del 2014, art. 3, lett. m), punto primo, nella parte in cui rimetteva al Governo l’introduzione del principio del favor rei, non essendosi, nello specifico, in presenza di incolpazioni di natura penale;

e) era da respingere la doglianza volta a denunciare la violazione della L. n. 262 del 2005, art. 24 e L. n. 241 del 1990, art. 8, comma 2, lett. d) e art. 10, comma 1, lett. a), per lesione del diritto alla partecipazione e al contraddittorio nel procedimento amministrativo, per la mancata separazione tra la funzione istruttoria e decisoria e per travisamento e mancata valutazione dei presupposti di fatto, osservando che: 1) nel corso del procedimento non era stata presentata alcuna istanza di accesso agli atti e non era stata richiesta l’audizione personale dinanzi al Direttorio; 2) le disposizioni in tema di procedura sanzionatoria assegnano le funzioni decisorie e quelle istruttorie rispettivamente al Direttorio della Banca d’Italia e al Servizio Rea nel rispetto del principio di separazione imposto dalla L. n. 260 del 2005; 3) era stata garantita la partecipazione al procedimento dell’interessato mediante la produzione di osservazioni e memorie scritte, non dovendosi necessariamente consentire la comparizione personale dell’interessato dinanzi al Direttorio;

f) il provvedimento era legittimamente motivato per relationem ed inoltre il Direttorio aveva autonomamente valutato i risultati delle indagini ispettive ed erano state prese in considerazione le difese proposte dal ricorrente;

g) non erano state violate le garanzie di difesa per il fatto che il C. non era stato ammesso ad interloquire sulla proposta sanzionatoria, atteso che nessuna richiesta in tal senso era stata avanzata nel corso del procedimento amministrativo, per cui l’interessato non aveva interesse a dolersene, e – comunque – non era ravvisabile alcuna omissione da parte dell’organo di vigilanza, anche in mancanza di un’espressa previsione normativa, non potendo invocarsi i principi fissati dalla Corte EDU nel caso Grande Stevens ed altri contro Italia, stante la natura non penale delle sanzioni applicate, fermo inoltre che l’interessato aveva avuto modo di svolgere ogni difesa nel successivo giudizio contenzioso.

La pronuncia ha inoltre stabilito:

– che i fatti contestati erano specifici, essendo riferibili alla violazione degli obblighi di gestione puntualmente descritti nella normativa primaria e secondaria di settore;

– che il provvedimento sanzionatorio non aveva riguardato condotte nuove e diverse da quelle originariamente contestate, poichè tutti i rilievi mossi al C. erano già contenuti nell’atto iniziale del 30.12.2012 ed il ricorrente aveva potuto difendersi a tutto campo in ordine alla totalità degli addebiti;

– l’atto di contestazione era stato notificato nel termine di 90 giorni ex L. n. 689 del 1981, art. 14, decorrente dal 5.9.2012, allorquando l’istituto resistente aveva ottenuto i chiarimenti richiesti a MPS ed era stato posto in condizione di valutare i fatti accertati a carico del Consiglio di amministrazione;

– che la scelta di MPS di risolvere il rapporto con il V. non poteva giustificarsi in base a scelte strategiche volte a dare al mercato un segnale di discontinuità, poichè, dati i negativi risultati gestionali, la soluzione di pervenire ad un accordo con il Direttore Generale non era l’unica praticabile e, in ogni caso, non era consentita l’adozione di una delibera premiale da parte del CDA, delibera il cui contenuto doveva essere adeguatamente valutato dal Consiglio, che – al contrario – aveva affermato che gli incarichi assegnati al V. erano stati sempre diligentemente e correttamente adempiuti;

– che, nonostante l’utile netto risultante dalla trimestrale 2011, MPS versava già all’epoca in una situazione di crisi di liquidità dovuta alle scelte operative del management, tanto da rendersi necessaria un’operazione straordinaria di prestito di titoli da parte di Banca d’Italia per consentire di ampliare il ricorso al rifinanziamento sul mercato;

– che il C. non poteva ignorare la situazione finanziaria di MPS, dato che l’istituto di credito non era ancora riuscito a restituire gli aiuti di Stato ottenuti nel 2009 (cd. Tremonti Bonds), circostanza questa ben nota al CDA al momento dell’approvazione della delibera oggetto della contestazione;

– che la risoluzione consensuale del rapporto era stata adottata con sostanziale disapplicazione delle previsioni contrattuali, senza che fosse dimostrata la congruità dell’importo accordato al Direttore generale, peraltro erogato in denaro ed in unica soluzione e, dunque, in palese violazione delle istruzioni dell’organo di vigilanza, senza peraltro prevedere meccanismi correttivi che consentissero di procedere ad almeno un parziale recupero in caso di perdite o di accertata mala gestio dell’amministratore, essendosi anzi MPS impegnato a tener indenne il V. da eventuali azioni di responsabilità esperite da terzi;

– che non avevano costituito oggetto della contestazione i profili di illegittimità del contenuto economico del rapporto intercorso tra il V. e MPS;

– che non poteva costituire un’esimente il fatto che la valutazione della convenienza dell’accordo fosse di competenza dei Comitato per la remunerazione dei dirigenti, previsto dall’art. 17, comma 4, dello Statuto MPS, essendo tale organo munito di meri poteri consultivi e di proposta, spettando – invece – al CDA deliberare sulla remunerazione del Direttore generale;

– che infondato era l’assunto secondo cui, per effetto delle novità introdotte dal D.Lgs. n. 6 del 2003, sarebbe venuto meno l’obbligo dei componenti del CDA di vigilare sull’operato dei componenti in possesso di deleghe operative, essendo essi tenuti ad agire informati a prescindere dal contenuto delle informazioni ricevute, potendo comunque acquisire ogni notizia utile dal Comitato per la remunerazione in merito alla legittimità del parere;

– che non sussisteva alcuna sproporzione tra le sanzioni irrogate al ricorrente e quelle applicate nei confronti dei Componenti del Consiglio per la remunerazione, essendo il provvedimento conforme ai criteri previsti della L. n. 689 del 1981, art. 11.

La cassazione di tale sentenza è chiesta da C.T. con ricorso in sette motivi, illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c..

La Banca d’Italia ha proposto controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo solleva la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 145, nel lesto introdotto dal D.Lgs. n. 72 del 2015, per violazione dell’art. 76 Cost., con conseguente illegittimità radicale del rito dell’opposizione svoltasi dinanzi alla Corte d’appello, sostenendo che: a) il decreto 72/2015 è stato adottato sulla base dei criteri enunciati dal L. n. 154 del 2013, art. 3, volto al recepimento della Direttiva 2013/36/UE in materia di accesso all’attività degli enti creditizi e alle imprese di investimento; b) in nessuno dei 165 articoli della Direttiva era prevista la modifica del procedimento sanzionatorio ed anzi, la disposizione concernente i poteri di vigilanza, di irrogazione della sanzione e l’esercizio dei diritti di ricorso disciplinava i soli presupposti applicativi della sanzione, senza alcun riferimento alla fase giurisdizionale, mentre l’art. 72 si era limitato ad imporre agli Stati membri di assicurare l’effettività delle sanzioni mediante le norme interne; c) la L. n. 154 del 2014, art. 3 aveva autorizzato il Governo a rivedere in modo organico e in coerenza con quanto previsto dalla richiamata Direttiva, la disciplina delle sanzioni di cui all’art. 144 TUB, unitamente alla relativa procedura sanzionatoria, ma non a riscrivere le norme in tema di opposizione, in realtà adottate solo per rispondere ai rilievi della Corte EDU nel caso Grande Stevens ed altri contro Italia.

La pronuncia impugnata risulterebbe – inoltre – in contrasto con la giurisprudenza costituzionale, che vieta la possibilità di utilizzare una legge di delegazione “multi-oggetto” relativa ai profili sostanziali delle sanzioni per modificare anche le norme processuali in assenza di uno specifico criterio direttivo (sentenze nn. 162/2012 e 94/2014).

1.1. Il motivo è infondato.

Deve premettersi che, in linea di principio, non può costituire motivo di ricorso per cassazione la valutazione – operata dal giudice di merito – circa la rilevanza e la manifesta infondatezza di una questione di legittimità costituzionale, poichè il relativo provvedimento ha carattere puramente ordinatorio e la questione può essere riproposta in ogni grado di giudizio.

Come già affermato da questa Corte, le censure riguardanti le decisioni relative alle questioni di legittimità costituzionale non si presentano come fine a sè stesse, ma hanno funzione strumentale in relazione all’obiettivo di conseguire una pronuncia più favorevole di quella resa con il decreto impugnato, sicchè l’impugnazione deve intendersi come diretta ad investire il punto del provvedimento, regolato dalle norme giuridiche la cui costituzionalità sia oggetto di contestazione (Cass. 9248/2018; Cass. 25343/2014; Cass. 12055/2003).

1.2. L’originaria formulazione del D.Lgs. n. 385 del 1933, art. 145, commi 4 e 7, prevedeva – per il giudizio di opposizione alle sanzioni irrogate della Banca d’Italia – la trattazione della causa in camera di consiglio e la definizione della lite con decreto motivato, sentito il pubblico ministero, previa acquisizione, su istanza di parte, di memorie e documenti, con eventuale audizione personale dell’interessato, ove richiesta.

La norma è stata successivamente abrogata dall’art. 4, comma 1, punto n. 17, dell’allegato quarto al D.Lgs. n. 104 del 2010, con disposizione a sua volta dichiarata illegittima con sentenza della Corte costituzionale n. 94/2014, pubblicata in data 23.4.2014.

Al momento dell’entrata in vigore della L. n. 154 del 2014 (12.11.2014), era stata – quindi – reintrodotta l’intera disposizione del D.Lgs. n. 385 del 1993. art. 145, recante le norme in tema di procedura sanzionatoria (incluso il processo di opposizione), come espressamente previsto dalla già richiamata pronuncia della Corte costituzionale 94/2014 (in cui, a chiusura della motivazione, si legge che, per effetto dell’adottata dichiarazione di incostituzionalità “tornano ad avere applicazione le disposizioni illegittimamente abrogate”).

Come detto, le successive modifiche al procedimento di opposizione sono state introdotte con il D.Lgs. n. 72 del 2015, in attuazione dei principi contenuti nella Legge Delega n. 154 del 2014, il cui art. 3, comma 1, lett. i) aveva attribuito al governo il compito di intervenire sulla disciplina del D.Lgs. n.. 385/1993 e di procedere, in modo organico e in coerenza con quanto previsto dalla direttiva 2013/36/UE e con le disposizioni emanate in attuazione del predetto articolo, alla revisione della disciplina delle sanzioni amministrative pecuniarie prevista dall’art. 144 e relativa procedura sanzionatoria, stabilendo una rimodulazione delle sanzioni a carico degli enti e delle persone fisiche (art. 3, comma 1, lett. i, nn. 1.2.1-1.2.3), con espressa estensione del trattamento sanzionatorio a tutte le violazioni previste nel vigente art. 144 (art. 3, comma 1, n. 2), tenendo fermo per quelle in materia di trasparenza, i principio della rilevanza della violazione.

La norma aveva inoltre autorizzato tutte le modificazioni e le integrazioni della normativa vigente, occorrenti ad assicurare il coordinamento con le disposizioni emanate in attuazione della delega (art. 3, comma 1, lett. q).

L’attuale formulazione dell’art. 145, in luogo della trattazione camerale del procedimento, prevede lo svolgimento dell’udienza pubblica e la discussione orale della causa, ferme le previgenti disposizioni in tema di contraddittorio cartolare, audizione personale dell’incolpato e poteri officiosi di indagine (originariamente discendenti dall’applicabilità dell’art. 737 c.p.c.).

1.3. Come già ritenuto da questa Corte, il potere di intervenire sul rito dell’opposizione era – dunque – espressamente conferito al Governo dall’art. 3 della Legge Delega, nel punto in cui consentiva l’adozione di modifiche alla procedura sanzionatoria, Li incluse le norme processuali reintrodotte dalla già citata pronuncia n. 94/2014 (Cass. 32135/2018).

Non rileva l’assenza – nella L. n. 154 del 2014 – di un più specifico criterio direttivo volto a modificare nei termini anzidetti li giudizio di opposizione.

Le modifiche processuali risultano connesse al nuovo regime sostanziale delle sanzioni di cui agli artt. 144 e ss. TUB, di cui integrano e completano la disciplina mediante l’arricchimento delle facoltà difensive concesse all’incolpato (celebrazione dell’udienza pubblica e trattazione orale della causa), quale opportuno bilanciamento sul versante processuale – delle misure di inasprimento, del regime sanzionatorio preannunciato dalla Direttiva (cfr. considerando n. 41 e art. 66, lett. c) e d) e poi recepito prima nella L. n. 14 del 2014 e – successivamente – nelle disposizioni del D.Lgs. n. 72 del 2015.

La scelta fatta propria dal legislatore delegato non eccede, quindi, i limiti imposti dall’art. 76 Cost., risultando coerente con la formulazione letterale della delega e con i principi ispiratori della direttiva che della L. n. 154 del 2014, oltre che con l’evoluzione del quadro comunitario derivante dalle pronunce della Corte EDU (tra cui anche la sentenza Grande Stevens ed altri/Italia).

Come ha più volte ricordato la giurisprudenza costituzionale, il contenuto della delega deve essere identificato, tenendo conto del complessivo contesto normativo nel quale si inseriscono la Legge Delega ed i relativi principi, oltre che delle finalità che la ispirano, verificando, nei silenzio di criteri direttivi su uno specifico tema, se le scelte adottate non siano in contrasto con gli indirizzi generali della delega stessa (Corte Cost. 341/2007; Corte Cost. 426/2006; Corte Cost. 285/2006).

Al legislatore delegato compete uno spazio di discrezionalità che può essere più o meno ampio in relazione al grado di specificità dei criteri della delega (Corte Cost. 213/2005; Corte Cost. 490/2000), consentendo comunque l’emanazione di norme che rappresentino un coerente sviluppo e, se del caso, un completamente nelle scelte espresse dal legislatore delegante (Corte Cost. 98/2008).

Sulla scorta di tali rilievi, la questione di legittimità costituzionale del nuovo art. 145 TUB non appare – dunque – fondata.

2. Il secondo motivo denuncia – testualmente – la violazione dell’art. 6 CEDU e artt. 24 e 111 Cost., in combinato con il disposto degli artt. 115,187 e 202 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, sollevando questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 72 del 2015, art. 1, comma 53, per contrasto con l’art. 6 CEDU e artt. 24 e 111 Cost. in relazione al D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 145, nel testo modificato dal D.Lgs. n. 72 del 2015, art. 1, comma 53, lett. E e L, sostenendo che la decisione impugnata sarebbe stata assunta sulla sola base della lettura del provvedimento sanzionatorio senza dar corso ad alcuna istruttoria, avendo la Corte di merito inteso l’opposizione come un giudizio sull’atto in cui non consentito accertare ex novo la responsabilità dell’incolpato, ciò contrasto con i principi sanciti dalla CEDU in materia di sanzioni di natura penale.

Si assume inoltre che il procedimento amministrativo non garantisce il diritto di difesa e il contraddittorio, garanzie che dovevano essere assicurate quantomeno nel giudizio contenzioso mediante l’assunzione delle prove, essendo escluso che il potere del giudice di valutare la rilevanza dei mezzi istruttori richiesti dalle parti si giustifichi per il carattere sommario dell’opposizione, essendo altrimenti violati i principi CEDU e le norme costituzionali. Nella parte finale del motivo si solleva il “dubbio di costituzionalità della disposizione che disciplina il rito applicabile (D.Lgs. n. 12 maggio 2015, n. 72, art. 6, comma 8) per contrasto con l’art. 6 della Convenzione EDU e artt. 24 e 111 Cost., nella parte in cui non impone al giudice di acquisire al giudizio – e di esaminare tutti gli atti e la documentazione posti dall’autorità amministrativa a fondamento del proprio accertamento, nonchè nella parte in cui non impone al giudice di accogliere le istanze istruttorie proposte dal ricorrente, salvi i soli limiti di ammissibilità delle prove e la rilevanza (v. supra) dei fatti a dimostrare”. Con riferimento a tale questione di legittimità costituzionale è opportuno sottolineare immediatamente che la menzione del D.Lgs. 12 maggio 2015, n. 72, art. 6, comma 8, (concernente l’entrata in vigore delle modifiche al D.Lgs. n. 58 del 1998) deve intendersi quale palese errore materiale, essendo da ritenere che il ricorrente volesse riferirsi, quale disposizione sospettate di illegittimità costituzionale, al D.Lgs. n. 72 del 2015, art. 1, comma 53, (richiamato nella rubrica del motivo). Il terzo motivo denuncia la violazione degli artt. 6 CEDU e 48 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, asserendo che, dato il carattere afflittivo delle sanzioni applicate dalla Banca d’Italia, occorrerebbe garantire il pieno diritto di difesa anche nel procedimento amministrativo, come già riconosciuto dalla Corte EDU in analoghe fattispecie contemplate dagli ordinamenti degli altri Stati membri; che le norme Euro-unitarie riconoscono, in sede contenziosa, il diritto di esaminare o far esaminare i testimoni – sia a carico che a discarico dell’incolpato – imponendo che la causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un giudice posto in posizione di terzietà; che le suddette garanzie sono riconosciute dalla giurisprudenza della Corte EDU anche per le sanzioni minori, il cui accertamento non può essere rimesso ad organi amministrativi; che, nel giudizio di opposizione, non può pregiudicarsi il principio della full jurisdiction, intesa come capacità di un organo di avere piena giurisdizione sul merito della questione, di accertare i fatti e valutare gli elementi di prova, senza vincoli derivanti dai precedenti accertamenti amministrativi e con possibilità di riformare qualsiasi punto, in fatto e in diritto, del provvedimento impugnato, il che imporrebbe lo svolgimento di un’istruttoria piena, sottratta a qualsivoglia limitazione.

In subordine, si chiede di sollevare la questione pregiudiziale dinanzi alla Corte di Giustizia sul seguente quesito: se la sanzione di cui si discute debba essere considerata come avente natura penale ai sensi degli “Engels criteria” elaborati dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo e fatti propri dalla Corte di Giustizia, e se “il D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 195, come modificato dal D.Lgs. n. 72 del 2015, art. 6, comma 8, (rito transitorio), ovvero dal D.Lgs. n. 72 del 2015, art. 5, comma 15, interpretato nel senso che il giudice può non consentire accesso ad alcun mezzo istruttorio anche quando sia richiesta dalla parte per accertare compiutamente i fatti oggetto di causa” sia compatibile con l’art. 48 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, in relazione al diritto all’istruttoria e ad un processo equo. Con riferimento a tale richieste di rinvio pregiudiziale è opportuno sottolineare immediatamente che la menzione del D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 195 deve intendersi quale palese errore materiale, dovendosi ritenere che il ricorrente intendesse riferirsi, quale disposizione di cui chiedere la verifica di compatibilità con l’art. 48 della Carta di Nizza, all’art. 145 TUB, richiamato nella rubrica del motivo.

2.1. I due motivi, che richiedono un esame congiunto per la loro stretta connessione, sono infondati.

Preliminarmente il Collegio osserva che essi non mettono perfettamente a fuoco la ratio decidendi dell’impugnata sentenza.

Il ricorrente, infatti, muove dall’assunto secondo cui la Corte di merito avrebbe disatteso le sue richieste istruttorie sulla base di non precisate preclusioni all’esperimento degli ordinari mezzi di prova nei giudizi di opposizione alle sanzioni amministrative in materia bancaria, asseritamente rinvenibili nell’art. 145 TUB.

Al contrario, l’impugnata sentenza ha espressamente affermato (a pag. 5) come “il giudizio di opposizione ex art. 145 TUB, innanzi alla Corte di Appello, integri un ricorso di piena giurisdizione (senza limitazione dei mezzi di prova)”. E’ dunque evidente che il giudice territoriale non ha dato ingresso alle prove richieste dall’odierno ricorrente in sede di merito non in ragione di non affermate e non esistenti preclusioni, bensì sulla scorta dell’ordinario scrutinio di rilevanza (e ammissibilità) a cui, secondo i principi generali del processo civile, devono essere sottoposti mezzi istruttori proposti dalle parti.

E’ peraltro opportuno precisare, così anticipando considerazioni che saranno rilevanti anche ai fini dell’esame del quarto motivo di ricorso, che non merita adesione la tesi del ricorrente, secondo cui le sanzioni previste dal D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 144 e ss., (nella formulazione anteriore alle modifiche di cui al D.Lgs. n. 72 del 2015) nei confronti dei soggetti che svolgano funzioni di direzione, amministrazione e controllo degli istituti bancari avrebbero natura sostanzialmente penale.

Il rilievo non tiene conto del contrario e consolidato orientamento di questa Corte – che non si ha motivo di porre in discussione secondo cui dette fattispecie sanzionatorie non sono assimilabili a quelle contemplate dall’art. 187 ter TUF, in tema di manipolazione del mercato, su cui si è pronunciata la Corte EDU nella sentenza del 4.3.2014 (cd. caso Grande Stevens ed altri contro Italia).

Secondo la giurisprudenza della Corte EDU – per stabilire la sussistenza di un’accusa di natura penale, occorre impiegare (in via alternativa e non cumulativa) tre criteri: la qualificazione giuridica della misura in causa nel diritto nazionale, la natura stessa di quest’ultima, e la natura e il grado di severità della “sanzione”. Nel caso Grande Stevens le sanzioni di cui si discuteva, previste dall’art. 187 ter TUF, risultavano incomparabilmente più gravose da un punto di vista economico rispetto a quelle di cui si discute qui, determinando inoltre l’applicazione delle sanzioni accessorie di cui all’art. 187 quater (interdizione dallo svolgimento di funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso soggetti autorizzati, interdizione temporanea dallo svolgimento di funzioni di amministrazione, direzione e controllo di società quotate e di società appartenenti al medesimo gruppo di società quotate, la perdita temporanea dei requisiti di onorabilità per i partecipanti al capitale dei soggetti indicati alla lettera a, etc. etc.), così da incidere su diritti e libertà fondamentali riguardo alle concrete estrinsecazioni professionali, imprenditoriali e manageriali della persona.

Il Collegio ritiene quindi di non doversi discostare dal costante orientamento di questa Corte per il quale, in ordine alle sanzioni, applicabili ratione temporis, ex D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 144 e ss, non si pone un problema di compatibilità con le garanzie riservate ai processi penali dall’art. 6 CEDU (Cass. 4/2019; Cass. pen. 12777/2018; Cass. 3656/2016; Cass. 24723/2018; Cass. 21553/2018; Cass. 16720/2018; Cass. 19219/2016; Cass. 3656/2016). Se, infatti, è vero che i “criteri Engel” sono alternativi e non cumulativi, è parimenti vero che “ciò non impedisce di adottare un approccio cumulativo se l’analisi separata di ogni criterio non permette di arrivare ad una conclusione chiara in merito alla sussistenza di una “accusa in materia penale” (Grande Steves p. 94, in fine). Nel caso in esame, mentre il criterio della qualificazione della sanzione nel sistema nazionale depone inequivocabilmente nel senso della qualificazione delle sanzioni de quibus come amministrative, il criterio della natura della sanzione non offre un risultato univoco, giacchè, se la sanzione è posta a tutela di interessi generali (la tutela del credito e del risparmio) ed ha una funzione non solo ripristinatoria ma anche deterrente, essa, tuttavia, risulta destinata ad una platea ristretta di possibili destinatari (i soggetti che svolgono funzioni di amministrazione o di direzione o i dipendenti delle banche e degli altri intermediari di cui al testo unico bancario), il che limita la generalità della portata della norma. Quanto all’afflittività, questa Corte ha già avuto modo di chiarire (sent. n. 8046/19) che la relativa valutazione non può essere svolta in termini totalmente astratti, ma va necessariamente rapportata al contesto normativo nel quale la disposizione sanzionatoria si inserisce; in tale prospettiva, non sembra potersi dubitare che, nell’ordinamento sezionale del credito e della finanza (che contempla sanzioni penali finanche detentive, nonchè sanzioni amministrative pecuniarie che, come quelle per gli abusi di mercato, possono ascendere a molti milioni di Euro) una sanzione pecuniaria compresa, come quella applicabile ratione temporis, tra il minimo edittale di Euro 2.580 ed il massimo edittale di Euro 129.110, non corredata da sanzioni accessorie nè da confisca, non può ritenersi connotata da una afflittività così spinta da trasmodare dall’ambito amministrativo a quello penale.

2.2. Appare inoltre del tutto generica e priva di concreti agganci al caso di specie, la deduzione secondo cui il procedimento sanzionatorio non garantirebbe adeguatamente il diritto di difesa dell’incolpato, non essendo specificato in che termini ed in che occasione il contraddittorio sarebbe stato leso – o non ne sarebbe contemplata la concreta attuazione – nella fase amministrativa, considerato anche che, come indicato dal giudice distrettuale, l’interessato non risulta abbia mai presentato richiesta di accesso agli atti, nè che abbia formulato istanza di audizione dinanzi al Direttorio.

Va comunque osservato che, sebbene la L. n. 262 del 2005, art. 24, comma 1, disponga che “i procedimenti sanzionatori sono svolti nel rispetto dei principi della piena conoscenza degli atti istruttori, del contraddittorio, della verbalizzazione nonchè della distinzione tra funzioni istruttorie e funzioni decisorie rispetto all’irrogazione della sanzione”, è tuttavia esclusa la diretta applicabilità – in tale ambito – dei precetti costituzionali degli artt. 24 e 111 Cost., invocabili solo con riferimento al processo che si svolge dinanzi al giudice (Cass. s.u. 20935/2009; Cass. 15019/2013; Cass. 18683/2014; Cass. 23782/2004).

E’ – difatti – rimessa al legislatore nazionale la scelta di anticipare le garanzie del giusto processo già nella fase amministrativa o di assicurarle nel successivo sindacato giurisdizionale pieno, di natura tendenzialmente sostitutiva, attuato attraverso un procedimento conforme alle prescrizioni dell’art. 6, CEDU.

Quest’ultima soluzione, recepita dall’ordinamento interno, non inficia la legittimità del procedimento amministrativo in relazione ai parametri fissati dell’art. 6 della Convenzione, essendo garantito il ricorso ad un giudice imparziale e con la più piena garanzia del diritto di difesa e di contraddittorio.

Infine, la conformità del rito dell’opposizione ex D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 145 ai parametri costituzionali è stata riconosciuta da questa Corte già con riferimento alla disciplina anteriore alle modifiche introdotte dal D.Lgs. n. 72 del 2015 (in cui il processo si svolgeva secondo il rito camerale ed in cui era conferita al giudice da un’ampia discrezionalità nella conduzione del procedimento), e tali conclusioni vanno tenute ferme anche con riferimento all’attuale regime processuale dell’opposizione, in cui appaiono potenziate le opportunità difensive dell’incolpato tramite la discussione orale della causa in pubblica udienza, non essendo state introdotte modifiche ulteriori al regime processuale previgente riguardo all’esercizio dei diritti di difesa (cfr. Cass. 5743/2004; Cass. 3110/1998).

2.2.1,Risultano – già per quanto detto – infondate le doglianze rivolte ad affermare che al ricorrente sarebbe stato negato il diritto alla prova o che l’opposizione sarebbe stata intesa dalla Corte (o si configuri nell’attuale disciplina) come giudizio da definire allo stato degli atti, vertente sul solo riscontro della mancanza di violazioni nella fase amministrativa.

La censura appare anzitutto priva di specificità nel punto in cui non indica (nè tali indicazioni emergono dall’impugnata sentenza) quali mezzi istruttori siano stati richiesti e quale ne fosse il contenuto; è appena il caso di aggiungere, al riguardo, che il segnalato difetto di specificità del mezzo di impugnazione non può essere sanato dalle tardive indicazioni svolte a pagina 13 della memoria depositata dal ricorrente ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

In ogni caso, in aggiunta a quanto già detto in merito al fatto che nell’opposizione ex art. 145 è pienamente garantito il contraddittorio ed il diritto di difesa, non può predicarsi, nè alla stregua delle norme di rango costituzionale, nè ai sensi dell’art. 6 CEDU, un obbligo incondizionato del giudice di dar corso all’assunzione di qualsivoglia mezzo istruttorio, a prescindere da una valutazione di rilevanza dei fatti che la parte intenda provare.

L’art. 6, CEDU, pur garantendo il diritto a un processo equo, non contiene alcuna disposizione riguardante il regime di ammissibilità delle prove o sul modo in cui esse dovrebbero essere valutate, questioni che sono rimesse alla legge interna e all’apprezzamento dei tribunali nazionali; si veda, al riguardo, Corte EDU, ricorso n. 1874/2018 – Lopez Ribalda contro Spagna: p. 149: “L’art. 6 garantisce il diritto al giusto processo, ma non dispone alcuna specifica regola riguardante i criteri di ammissibilità della prova in quanto tale, trattandosi di materia primariamente rimessa alla regolamentazione della legislazione nazionale (vedi Schenk v. Switzerland, 12 luglio 1988, p. 45, Series A no. 140, e Garda Ruiz v. Spain (GC), no. 30544/96, p. 28, ECHR 1999-I). In linea generale, questioni quali la rilevanza attribuita dalle corti nazionali a un determinato elemento di prova, ovvero le decisioni o le valutazioni effettuate a tale riguardo dai giudici nazionali, non sono soggette a sindacato da parte della Corte. La Corte non può e non deve operare alla stregua di quarta istanza di giurisdizione, non essendo tenuta ad effettuare alcuna revisione della decisione emessa dalle corti nazionali, a meno che le decisioni di quest’ultime non possono essere considerate di per sè arbitrarie ovvero manifestamente irragionevoli (vedi Bochan v. Ukraine (no. 2) (GC), no. 22251/08, p. 61, ECHR 2015).”; in termini, Corte EDU, sentenza 13.10.2005, Bracci contro Italia; Corte EDU, sentenza 27.2.2001, Lucà contro Italia; Corte EDU, sentenza 12.7.1988, Schenk c. Svizzera; Corte EDU, sentenza 12.7.1988, Corte EDU, ricorso n. 30544/1996, Garda Ruiz c. Spagna.

La necessità – da parte del giudice – di scrutinare la rilevanza ed ammissibilità dei singoli mezzi proposti dalla parte si coniuga ed è coerente con i principi della ragionevole durata del processo, con cui collide l’espletamento di attività processuali non necessarie o superflue ai fini della pronuncia.

La questione di legittimità costituzionale dedotta al termine del secondo mezzo di ricorso, va quindi giudicata, per un verso, irrilevante, in quanto nella sua stessa, perplessa, prospettazione fa salvi i limiti dell’ammissibilità delle prove e della rilevanza dei fatti da dimostrare; per altro verso, manifestamente infondata.

2.3. Per le medesime ragioni, non vi è materia per proporre il richiesto rinvio pregiudiziale ex art. 267 TFUE nè sulla qualificazione delle sanzioni dettate dall’art. 144 TUB in rapporto ai cd. criteri Engels (forgiati dalla Corte EDU ma recepiti dalla Corte di giustizia, si veda CGUE 5 giugno 2012, Bonda, p. 36 e segg.), nè sulla compatibilità delle norme processuali che disciplinano il giudizio di opposizione alle sanzioni irrogate dalla Banca d’Italia con l’art. 48 CDFUE; la richiesta del ricorrente muove, infatti, da un’errata qualificazione delle sanzioni e dall’infondato presupposto che la suddetta opposizione sia strutturata come giudizio sull’atto e non invece sull’accertamento della responsabilità a cognizione piena, estesa a qualunque profilo di merito, con piena garanzia del contraddittorio, del diritto di difesa e del diritto alla prova.

Si rammenta, al riguardo, che il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia Europea ai sensi dell’art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea non costituisce un rimedio giuridico esperibile automaticamente a richiesta delle parti (Cass. 20701/2013).

Detto rinvio ha la funzione di verificare la legittimità di una legge nazionale rispetto al diritto dell’Unione Europea e se la normativa interna sia pienamente rispettosa dei diritti fondamentali della persona, quali risultanti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. La valutazione in proposito è rimessa al giudice nazionale, che non è obbligato a sollevare la pregiudiziale per il fatto che la parte ne abbia fatto richiesta (Cass. 13603/2011), occorrendo che la questione di interpretazione della norma comunitaria appaia rilevante e non si sia in presenza “acte claire” in ragione dell’esistenza di precedenti pronunce della Corte o dell’evidenza dell’interpretazione (Corte di giustizia, sent. 6 ottobre 1982, Cilfit; Cass. s.u. 12067/2007, Cass. 22103/2007; Cass. 4776/2012; Cass. 26924/2013; Cass. 6862/2014).

3. Il quarto motivo denuncia testualmente la violazione del D.Lgs. n. 72 del 2015, art. 2, comma 3, in relazione ai principi generali del diritto Europeo e all’art. 2, comma 2, ultimo alinea, REG. 2988/98/CE, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3. Il ricorrente espone che, con l’introduzione delle modifiche al sistema sanzionatorio del TUB recate dal D.Lgs. n. 72 del 2015, per un verso, la responsabilità per gli illeciti è stata ascritta agli enti creditizi e, solo in presenza di particolari condizioni, indicate nell’art. 144 ter TUB, anche alle persone fisiche esponenti dipendenti di tali enti; per altro verso, l’entità delle sanzioni concretamente irrogabili risulta concretamente modulabile secondo i criteri dell’art. 144 quater, tra cui particolare valenza assume la considerazione delle capacità finanziarie del responsabile.

Tanto premesso, nel mezzo di impugnazione si argomenta che, essendosi in presenza di un trattamento potenzialmente più favorevole ed essendo consentita, dalla L. n. 154 del 2014, art. 3, comma 1, la possibilità di valutare l’estensione del principio del favor rei, la Corte capitolina avrebbe dovuto operare un’interpretazione costituzionalmente orientata del D.Lgs. n.. 72 del 2015, art. 1, comma 52, applicando la sanzione determinata in base alla legge successiva.

In particolare, argomenta il ricorrente, il D.Lgs. n. 72 del 2015, art. 2, comma 3, ha adottato una disciplina transitoria delle modifiche al titolo ottavo del TUB che assume come discrimine l’adozione delle misure attuative e regolamentari da parte della Banca d’Italia, disponendo che per quelle anteriori, si applica la norma vigente al momento della violazione, benchè le disposizioni contemplate dall’art. 144 ter e art. 144 quater non necessitassero di alcuna integrazione o attuazione mediante norme secondarie.

La Corte di merito avrebbe dovuto – perciò – applicare il regime transitorio alle sole norme procedurali, con esclusione di quelle sostanziali, ritenendo immediatamente applicabile il novellato trattamento sanzionatorio anche alle violazioni consumate in precedenza.

In alternativa, la disposizione transitoria doveva essere disapplicata per contrasto con i principi di diritto Europeo (ed in particolare il principio della retroattività della lex mitius) e per contrasto con l’art. 2, comma 2, ultimo alinea, REG. 2988/98/CE, che espressamente dispone, in caso di successione di leggi in materia di sanzioni, la retroattività della legge più favorevole.

Il ricorrente infine sollecita questa Suprema Corte a proporre, nel dubbio, il rinvio pregiudiziale ai sensi dell’art. 267 TFU affinchè la Corte di giustizia si pronunci sulla compatibilità del D.Lgs. n. 72 del 2015, art. 2, comma 3, da un lato, con l’art. 2, comma 2, ultimo alinea, REG. D988/98/CE e, d’altro lato, con i principi del diritto Europeo.

Il motivo è infondato.

Il regime transitorio delle modifiche alla disciplina contenuta nel capo VIII, D.Lgs. n. 385 del 1993, introdotte dal D.Lgs. n. 72 del 2015, è oggetto dell’espressa previsione di cui all’art. 2, comma 3, che ne esclude l’applicabilità alle violazioni commesse prima dell’entrata in vigore delle disposizioni adottate dalla Banca d’Italia ai sensi del D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 145-quater (Cass. 23814/2019).

Analoga disposizione è contemplata dal D.Lgs. n. 72 del 2015, art. 6, comma 2, per il quale le modifiche apportate alla parte V, D.Lgs. n. 58 del 1998, si applicano alle violazioni commesse dopo l’entrata in vigore delle disposizioni adottate dalla Consob e dalla Banca d’Italia, secondo le rispettive competenze ai sensi del D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 196-bis.

Alla luce del tenore testuale delle norme transitorie, non è dunque consentito distinguere tra disposizioni sostanziali immediatamente applicabili e norme procedurali ad entrata in vigore differita, essendo chiaro l’intento del legislatore di far decorrere l’efficacia delle nuove disposizioni dal momento del completamento, in sede attuativa, del nuovo quadro normativo, fermo peraltro che l’art. 3 delle legge delega non imponeva affatto la generalizzata applicazione del principio del favor rei, rimettendo al legislatore delegato la facoltà di estenderne l’ambito applicativo anche per il periodo anteriore.

In assenza di una connotazione penale delle sanzioni di cui si discute e al pari di quanto già affermato da questa Corte con riferimento alle sanzioni Consob, deve tenersi fermo il principio generale dell’irretroattività della legge più favorevole che vige in materia di sanzioni amministrative, non senza osservare che nessun argomento è esposto in ricorso riguardo alla concreta possibilità della ricorrente di beneficiare di circostanze idonee a contenere la sanzione al di sotto dell’importo irrogato (Cass. 4114/2016; Cass. 20689/2017; Cass. 13433/2016; Cass. 4114/2016).

Quanto affermato è coerente con le indicazioni della Corte costituzionale, secondo cui la giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo in tema di retroattività della legge penale più favorevole ha riguardato non l’intero sistema sanzionatorio unitariamente considerato, ma le singole e specifiche discipline sanzionatorie (Corte Cost. 193/2016; Corte Cost. 43/2017).

Nel quadro delle garanzie apprestato dalla CEDU, come interpretate dalla Corte di Strasburgo, non si rinviene – dunque – l’affermazione di un vincolo di matrice convenzionale in ordine alla previsione generalizzata, da parte degli ordinamenti interni dei singoli Stati aderenti, del principio di retroattività della legge più favorevole, da trasporre nel sistema delle sanzioni amministrative.

Nè sussiste un analogo vincolo di matrice costituzionale poichè rientra nella discrezionalità del legislatore, nel rispetto del limite della ragionevolezza, modulare le proprie determinazioni secondo criteri di maggiore o minore rigore.

Il differente e più favorevole trattamento riservato ad alcune sanzioni trova fondamento nelle peculiarità che caratterizzano le singole materie e non è automaticamente estensibile ad ipotesi diverse (cfr. Cass. 23814/2019, in tema di intermediazione finanziaria; Cass. 20689/2018).

3.1. Quanto alla duplice richiesta di rinvio pregiudiziale avanzata nel motivo di ricorso in esame, la stessa non può trovare accoglimento in nessuna delle sue due articolazioni.

3.2. Per quanto concerne il regolamento 2988/95/CE – richiamato dal ricorrente nella parte in cui esso dispone che “in caso di successiva modifica delle disposizioni relative a sanzioni amministrative si applicano retroattivamente le disposizioni meno rigorose” – è sufficiente considerare che tale regolamento disciplina il trattamento sanzionatorio delle irregolarità contemplate dal diritto comunitario – derivanti da un’azione o un’omissione di un operatore economico che abbia o possa avere come conseguenza un pregiudizio al bilancio generale delle Comunità o ai bilanci da queste gestite, attraverso la diminuzione o la soppressione di entrate provenienti da risorse proprie percepite direttamente per conto delle Comunità, ovvero una spesa indebita (cfr. 1, comma 2). A tale parametro di diritto dell’Unione Europea non può quindi essere riconosciuta alcuna attinenza alle sanzioni che qui ci occupano.

3.3. Per quanto poi concerne il principio della retroattività della lex mitius, il Collegio non dubita che esso costituisca un principio generale del diritto dell’unione Europea (e, del resto, tale principio risulta espressamente enunciato nell’ultima periodo del comma 1 dell’art. 49 CDFUE); esso, tuttavia, concerne la materia penale, cosicchè non risulta utilmente richiamabile quando si discuta di sanzioni amministrative prive, per quanto già illustrato nel precedente paragrafo 2.1, di “colorazione penale”.

4. Il quinto motivo censura la violazione della L. n. 689 del 1981, art. 14, e del D.Lgs. n. 262 del 2005, art. 24, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, assumendo che la delibera impugnata aveva applicato la sanzione sulla base di fatti (indicati nella proposta di irrogazione della sanzione) diversi da quelli oggetto dell’atto iniziale del procedimento, datato 3.12.2012.

Con quest’ultimo era stata contestata la generica sussistenza, al momento della risoluzione del rapporto con il V., di una complessiva situazione tecnica del Gruppo MPS caratterizzato da notorie criticità sotto diversi profili, per effetto di scelte strategiche e manageriali effettuate negli ultimi anni, non ispirate a criteri di sana e prudente gestione, mentre nella successiva proposta erano stati introdotti fatti nuovi, afferenti alla grave crisi aziendale in cui versava la Banca a partire dalla seconda metà del 2011, era stata contestata non solo la congruità dell’ammontare della somma attribuita al Direttore Generale, ma anche le modalità con cui detta somma era stata corrisposta, muovendo ulteriori rilievi in ordine alla regolarità del complessivo assetto retributivo del rapporto con il V..

Il sesto motivo denuncia la violazione dell’art. 111 Cost., comma 6, art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4, art. 118 disp. att. c.p.p., comma 1, lamentando che la sentenza conterrebbe una motivazione meramente apparente circa la non corrispondenza tra i fatti inizialmente contestati e quelli in base ai quali era stata irrogata la sanzione, essendosi la Corte limitata a sostenere che non vi era alcuna difformità tra contestazione e fatti sanzionati, essendo i primi già stati enunciati nella nota del 3.12.2012.

I due motivi sono infondati.

Le contestazioni mosse al ricorrente concernevano la violazione delle disposizioni in tema di politiche e prassi di remunerazione ed incentivazione dei componenti del Consiglio di amministrazione MPS, assumendo che le somme attribuite a titolo di incentivo alla risoluzione del rapporto di lavoro con il V. non rispettavano i criteri di cui all’art. 53, nè con riferimento all’ammontare degli importi, nè con riguardo ai criteri di quantificazione adottati, alla luce delle note criticità in cui versava il MPS a causa di prolungate scelte strategiche e manageriali non ispirate a criteri di sana e prudente gestione (sentenza, pag. 3).

I medesimi fatti materiali hanno poi condotto all’applicazione della sanzione in base alla successiva specificazione e migliore individuazione degli elementi di criticità della situazione finanziaria di MPS palesatisi sin dalla seconda metà del 2011, chiarendo i criteri che la Banca avrebbe dovuto adottare quanto alle modalità della concreta erogazione degli incentivi, nonchè evidenziando le anomalie del trattamento retributivo riservato al V. dal momento della cessazione del rapporto contrattuale, ma con la espressa precisazione che tali ultimi profili non costituivano oggetto di addebito.

Come correttamente precisato dalla Corte di merito, non si era in presenza di una modifica dei fatti contestati, ma della mera illustrazione di circostanze utili a meglio circostanziare le ragioni dei provvedimenti adottati al fine di chiarire l’ambito nel quale erano state consumate le condotte illecite.

La circostanza che l’addebito concernente la violazione delle disposizioni regolanti le concrete modalità di erogazione e di quantificazione del trattamento fosse già sinteticamente enunciato nella prima incolpazione, costituisce inoltre oggetto di un accertamento riservato al giudice di merito, censurabile solo sul piano della motivazione (Cass. 9790/2011; Cass. 6638/2007; Cass. 10145/2006), e solo nei più ristetti limiti in cui ne è attualmente consentito lo scrutinio (in base alle indicazioni di Cass. s.u. 8053/2014, su cui anche Cass. 23940/2017; Cass. 21257/2014; Cass. 13928/2015), dovendo porsi in rilievo che, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, la sentenza ha evidenziato, con argomentazioni del tutto congrue – che tutte le circostanze erano state esplicate, direttamente o per relationem, nell’atto iniziale del 3.12.2012 e che non vi era stata alcuna modifica dell’iniziale contestazione, “modifica rimasta confinata nell’unilaterale e indimostrata allegazione di parte anche riguardo alla violazione del diritto di difesa, dato che il ricorrente, in sede di controdeduzioni alla proposta sanzionatoria, si era difeso con ampie deduzioni riguardo alla totalità degli addebiti” (cfr. sentenza, pag. 12).

Parimenti, il riferimento alle anomalie che avevano caratterizzato il trattamento economico riservato al V. non ha dato luogo ad un’incolpazione aggiuntiva – come precisato nel provvedimento sanzionatorio e come confermato dalla sentenza impugnata (cfr. 16 e ss.), ma si è risolto nell’evidenziazione di un contesto di complessiva irregolarità dell’operazione, senza alcuna immutazione della contestazione, che si sarebbe potuta ritenere sussistente solo se la sanzione fosse stata irrogata per una fattispecie diversa da quella oggetto di contestazione, per come individuata nei suoi elementi oggettivi, costitutivi della fattispecie astratta della infrazione amministrativa in rapporto alle circostanze rilevanti sul piano normativo (cfr. Cass. 18883/2017; Cass. 9790/2011; Cass. 10145/2006).

5. Il settimo motivo deduce la violazione degli artt. 5.2 e 5.3 delle disposizioni in tema di politiche e prassi di remunerazione e incentivazione nelle banche e nei gruppi bancari, adottate dalla Banca d’Italia in data 30.3.2011, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, lamentando che l’applicazione della sanzione era scaturita dal rilievo che il Consiglio di amministrazione aveva riconosciuto al V. un incentivo di Euro 4.000.000 corrisposto in denaro senza prevederne l’erogazione – in parte – in strumenti finanziari o azioni il cui valore fosse legato all’andamento della banca, o mediante versamenti dilazionati e senza introdurre meccanismi correttivi ex post nel caso di perdite o rischi per la banca o di accertata mala gestio da parte del beneficiario.

A parere del ricorrente, l’art. 5.3. delle predette disposizioni, nel prevedere che i compensi fossero collegati alla performance e ai rischi assunti, richiamava l’art. 5.2. limitatamente al punto 1), che imponeva che la quantificazione della retribuzione variabile fosse agganciata alla performance e ai rischi assunti, e non anche al punto 3), che disponeva che il trattamento fosse erogato con le modalità contestate.

Tale conclusione sarebbe avvalorata dalla successiva circolare n. 285/2013 della Banca d’Italia, con la quale era stato disposto che il trattamento di risoluzione doveva essere erogato con modalità tali da consentire una successiva verifica sulla correttezza delle somme corrisposte.

Il motivo è infondato.

L’art. 5 delle disposizioni in materia di prassi e di politiche di remunerazione ed incentivazione, adottate dalla Banca d’Italia con provvedimento del 30.3.2011, prevedeva espressamente che l’intera remunerazione dovesse essere divisa tra la quota fissa e quella variabile e che tra queste componenti dovesse esserci una rigorosa distinzione.

La norma imponeva inoltre che il rapporto tra dette componenti fosse opportunamente bilanciato, puntualmente determinato e attentamente valutato in relazione alle caratteristiche dell’intermediario e delle diverse categorie di personale, in specie di quello rientrante tra il “personale più rilevante”, prescrivendo che la parte fissa fosse sufficientemente elevata in modo da consentire alla parte variabile di contrarsi sensibilmente e, in casi estremi, anche azzerarsi in relazione ai risultati, corretti per i rischi, effettivamente conseguiti.

L’art. 5.3, oltre a stabilire che i compensi pattuiti in caso di conclusione anticipata del rapporto di lavoro (cd. golden parachutes) fossero collegati alla performance realizzata e ai rischi assunti, in linea con quanto previsto nel par. 5.2, stabiliva anche che, indipendentemente dalle modalità di determinazione, l’ammontare complessivo di remunerazione variabile dovesse basarsi su risultati, oltre che effettivi, anche “duraturi”, tenendo conto inoltre degli obiettivi qualitativi.

Non solo quindi, sul piano testuale, l’art. 5.3. richiamava – senza alcuna limitazione – l’intero contenuto dell’art. 5.2, ma, inoltre, proprio la necessità di una verifica sulla stabilità dei risultati conseguiti in modo durevole, da compiere in una prospettiva temporale più ampia, implicava – sul piano logico e pratico – il rispetto anche delle prescrizioni del punto 3) dell’art. 5.2, riguardante misure volte a parametrare il trattamento ad una performance adeguatamente monitorata, cui l’erogazione in azioni o strumenti finanziari agganciati ai risultati della banca era strettamente funzionale, unitamente alla previsione di misure di eventuale recupero delle somme indebitamente corrisposte.

In definitiva il ricorso è respinto, con aggravio di spese come da liquidazione in dispositivo.

Si dà atto che sussistono le condizioni per dichiarare che il ricorrente è tenuto a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro 200,00 per esborsi ed in Euro 5600,00 per compenso, oltre ad iva, c.p.a. e rimborso forfettario delle spese generali in misura del 15%.

Dà atto che sussistono le condizioni per dichiarare che il ricorrente è tenuto a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 29 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 19 agosto 2020

 

 

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