Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17289 del 13/07/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 13/07/2017, (ud. 23/06/2017, dep.13/07/2017),  n. 17289

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PICCININNI Carlo – Presidente –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – rel. Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25453/2012 proposto da:

S.M., elettivamente domiciliato ROMA VIALE DEL VIGNOLA 5,

presso lo studio dell’avvocato LIVIA RANUZZI, rappresentato e difeso

dall’avvocato LUIGI QUERCIA;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 33/2012 della COMM. TRIB. REG. di BARI,

depositata il 03/04/2012;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

23/06/2017 dal Consigliere Dott. LAURA TRICOMI.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

1. S.M. ricorre con tre motivi per la cassazione della sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Puglia, in epigrafe indicata, con la quale, a conferma della prima decisione, veniva riconosciuta la legittimità dell’avviso di accertamento con il quale era stato accertato nei suoi confronti un maggior reddito ai fini IRPEF, IRAP, IVA ed altro per l’anno di imposta 2003, con riliquidazione di maggiori imposte mediante applicazione degli studi di settore.

2. Il giudice di appello ha ritenuto congruamente motivato l’avviso di accertamento con riferimento ad un comportamento antieconomico perdurante nel tempo ed ha rimarcato che di ciò il contribuente non aveva fornito alcuna spiegazione e prova atta a giustificare tale condotta.

3. L’Agenzia delle Entrate replica con controricorso.

4. Il ricorso è stato fissato per l’adunanza in Camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c. e art. 380 bis c.p.c., comma 1.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

1.1. Con il primo motivo il ricorrente – denunciando la insufficiente motivazione (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) – censura la mancata esplicitazione dei criteri di analisi che hanno portato il giudice di appello a ritenere assolto l’onere di motivazione da parte dell’Ufficio con riferimento alla determinazione del reddito, compiuta utilizzando come stima di remuneratività dell’imprenditore il valore pari ad 1,5 volte il salario di un lavoratore, ed in merito agli elementi addotti dal contribuente in sede di contraddittorio a giustificazione dello scostamento (vendita di un immobile nel 2003, redditi percepiti dalle figlie nel 2004, ottenimento di un finanziamento nel 2003), lamentando che, a suo dire, risultavano trascurati nell’avviso impugnato.

1.2. Con il secondo motivo il ricorrente – denunciando la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – sostiene che il giudice di appello da un lato ha ritenuto che l’Ufficio avesse assolto al suo onere probatorio richiamando a fondamento dell’avviso le presunzioni semplici ricavate da un preteso comportamento antieconomico da parte del contribuente, dall’altro ha invertito l’onere della prova a carico di quest’ultimo, escludendo che avesse addotto prove idonee a giustificare le ragioni dello scostamento.

1.3. Con il terzo motivo il ricorrente – denunciando la insufficiente motivazione (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) – censura la mancata esplicitazione dei criteri di valutazione degli elementi probatori offerti dalla parte nel corso del giudizio, segnatamente volti a dimostrare le ragioni dello scostamento e la capacità di spesa sostenuta dal ricorrente rispetto al reddito di impresa.

2.1. Giova ricordare che questa Corte ha affermato che “la procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è ex lege determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli “standards” in sè considerati – meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività – ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente” (Cass. SU n. 26635/2009), e così ha definitivamente chiarito che, ferma la facoltà del contribuente, sia nella fase amministrativa che in quella contenziosa, di allegare e provare, senza limitazioni di mezzi e di contenuto, la sussistenza di circostanze di fatto tali da allontanare la sua attività dal modello normale al quale i parametri fanno riferimento, sì da giustificare un reddito inferiore a quello che sarebbe stato normale secondo la procedura di accertamento tributario standardizzato, “la motivazione dell’atto di accertamento non può esaurirsi nel rilievo dello scostamento, ma deve essere integrata con la dimostrazione dell’applicabilità in concreto dello standard prescelto e con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente”.

Questa Corte ha inoltre affermato che l’Amministrazione finanziaria non è legittimata a procedere all’accertamento induttivo, al di fuori delle ipotesi tipiche previste dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 39, comma 1, lett. d), e del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 54, allorchè si verifichi un mero scostamento non significativo tra i ricavi, i compensi e i corrispettivi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dagli studi di settore di cui al D.L. 30 agosto 1993, n. 331, art. 62 bis, conv. con modif. dalla L. 29 ottobre 1993, n. 427, ma solo quando venga ravvisata una grave incongruenza secondo la previsione del successivo art. 62 sexies” (Cass. SU n. 26635/2009, Cass. nn. 23096/2012, 20414/14, 26481/2014).

2.2. Tanto premesso osserva la Corte che la CTR ha fondato la sua decisione su un dato specifico e determinante, individuato nella perdita denunciata dall’attività in verifica per più anni, che ha ritenuto integrare un comportamento antieconomico, osservando che questo giustificava l’accertamento che risultava motivato e che, di contro, a seguito del contraddittorio il contribuente non aveva fornito elementi o argomenti atti a dimostrare che l’antieconomicità del suo comportamento non era sintomatica di una possibile violazione tributaria.

2.3. A fronte di tale statuizione le doglianze proposte vanno respinte.

3.1. Innanzi tutto, per priorità logica, va esaminato il secondo motivo che è infondato.

3.2. La CTR ha correttamente applicato i principi in tema di onere della prova prima enunciati, vagliando prima di tutto il corredo probatorio fornito dall’Agenzia alla stregue del quale ha ritenuto correttamente fondato l’accertamento sulla riscontrata perdurante antieconomicità dell’attività che aveva chiuso in perdita per più annualità e, quindi, ha escluso che il contribuente avesse fornito prove idonee a invalidare gli esiti dell’accertamento.

Va rimarcato in particolare che la CTR, sulla scorta degli elementi sottoposti al suo vaglio, ha accertato la ricorrenza di un comportamento antieconomico – quindi non solo presunto, come sembra ritenere il contribuente -, ha considerato gli elementi offerti a sua difesa dal contribuente ritenendoli non rilevanti ed ha confermato la legittimità dell’accertamento, correttamente applicando le disposizioni in tema di onere della prova, di guisa che la doglianza risulta infondata.

4.1. Passando all’esame dei motivi secondo e terzo va osservato che la motivazione omessa o insufficiente – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (nel testo applicabile ratione temporis) è, invero, configurabile ogni qual volta dal ragionamento del giudice di merito, come risultante dalla sentenza impugnata, emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione (Cass. Sez. U. 25/10/2013, n. 24148; Cass. 14/11/2013, n. 25608).

Ciò nel caso di specie non ricorre ed i motivi vanno dichiarati inammissibili.

4.2. Preliminarmente rimarcando che la ratio decidendi è insita nell’accertata antieconomicità del comportamento dell’imprenditore, ratio che non risulta censurata, va considerato che le doglianze sono prive di decisività.

4.3. Invero l’insufficienza motivazionale denunciata con il primo motivo circa la quantificazione del reddito, trascura di considerare che in applicazione degli studi di settore, l’Ufficio non è tenuto a verificare tutti i dati richiesti per uno studio generale di settore, potendosi basare anche solo su alcuni elementi ritenuti sintomatici per la ricostruzione del reddito del contribuente (Cass. n. 16430/2011), come nel caso di specie il reddito del dipendente con l’applicazione di una maggiorazione.

4.4. Quanto agli elementi proposti a sua difesa dal contribuente, sui quali sono incentrati sia il primo che il terzo motivo e al cui riguardo si lamentano le carenze motivazionali, va rilevato che non ne viene illustrata la decisività, posto che gli stessi risultano volti a provare le maggiori capacità di spesa del contribuente e riguardano circostanze prive di rilevanza poichè esterne all’attività economica verificata, ma non servono a spiegare le ragioni delle perdite perduranti dell’attività e la sua prosecuzione da parte del contribuente.

5.1. In conclusione il ricorso va rigettato, infondato il secondo motivo, inammissibili gli altri.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

PQM

 

– rigetta il ricorso;

– condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che liquida nel compenso di Euro 4.000,00, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 23 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 luglio 2017

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