Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17275 del 13/07/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 13/07/2017, (ud. 15/06/2017, dep.13/07/2017),  n. 17275

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. DE MASI Oronzo – rel. Consigliere –

Dott. ZOSO Liana M.T. – Consigliere –

Dott. CARBONE Enrico – Consigliere –

Dott. FASANO Anna Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20343-2010 proposto da:

R.R., elettivamente domiciliato in ROMA VIA VEZIO

CRISAFULLI 42, presso lo studio dell’avvocato PIERFRANCESCO MACONE,

che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE UFFICIO DI ROMA (OMISSIS) in persona del

Direttore pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 110/2009 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,

depositata il 14/07/2010;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

15/06/2017 dal Consigliere Dott. DE MASI ORONZO.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che la controversia promossa da R.R., nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, è stata definita dalla Commissione tributaria regionale del Lazio con la sentenza n. 110/26/09, depositata il 14/7/2009, recante la declaratoria di inammissibilità del ricorso in appello proposto dal contribuente avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Roma, avente ad oggetto l’impugnazione di un avviso di rettifica di valore e liquidazione di maggior imposta, ai fini Invim, relativamente all’atto di compravendita di alcuni immobili intervenuto il 30/7/2011 con D.C., quale parte acquirente, con conferma della decisione di primo grado, sfavorevole al contribuente, il quale si doleva che l’Ufficio non avesse tenuto in alcuna considerazione l’istanza di definizione agevolata presentata, L. n. 289 del 2002, ex art. 11, in data 15/5/2003;

La CTR del Lazio, in particolare, rilevava la novità della questione concernente la dedotta irregolarità della notifica dell’avviso di liquidazione dell’imposta, estranea alle doglianze esposte dal contribuente nel ricorso introduttivo del giudizio, ed ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57, dichiarava l’inammissibilità dell’appello;

che il R. ricorre per ottenere la cassazione della sentenza con tre motivi, cui l’Agenzia delle Entrate resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

con il primo motivo d’impugnazione il ricorrente deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in relazione all’art. 112 c.p.c., omessa pronuncia sul motivo di gravame concernente la notifica dell’avviso di liquidazione, atteso che sin dal primo grado di giudizio era stata contestata la legittimità dell’accertamento operato dall’Ufficio in sede di controllo del rogito stipulato il 30/7/2001 senza tenere conto della istanza di definizione agevolata del 15/5/2003, sottolinea che l’Agenzia delle Entrate non ha provato in giudizio la notificazione dell’avviso di liquidazione, e conclude con il quesito di diritto (ancorchè non più necessario per effetto dell’abrogazione dell’art. 366 bis c.p.c. ad opera della L. n. 69 del 2009, art. 47, comma 1, lett. d), a partire dal 4 luglio 2009), con cui chiede che la Corte stabilisca “se, denunciata fin dal ricorso introduttivo e poi devoluta con appello la illegittimità dell’avviso di liquidazione per pretermissione dell’istanza L. n. 289 del 2002, ex art. 11, ed in mancanza di prova dell’esistenza e notifica dell’avviso di liquidazione agevolata conseguente a tale istanza, la sentenza impugnata sia censurabile ex art. 360 c.p.c., n. 4, in relazione all’art. 112 c.p.c., per aver omesso la relativa pronuncia”;

con il secondo motivo deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione all’art. 24 Cost. e D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57, giacchè la CTR ha errato nel ritenere nuova la questione concernente la ritualità della notifica dell’avviso di liquidazione, trattandosi di eccezione riconvenzionale, come tale proponibile anche in appello, e conclude con il quesito di diritto con cui chiede che la Corte stabilisca “se, nel giudizio avverso atto tributario la cui legittimità risulti condizionata dal procedimento in ordine alla istanza di condono del contribuente, eccepita in primo grado l’inerzia dell’Ufficio finanziario e controdeducendo questi di aver proceduto alla notifica del prescritto avviso di liquidazione agevolata, senza comunque mai produrlo, la deduzione in appello dell’inesistenza – nullità della notifica di tale provvedimento sia eccezione riconvenzionale, come tale sempre ammissibile ex art. 24 Cost. e D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57, o meno”;

con il terzo motivo deduce, ex art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c., in relazione al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57, violazione di norme di diritto, giacchè la CTR ha errato nel ritenere inammissibile la eccepita nullità dell’avviso di rettifica e liquidazione, in quanto non preceduto dalla notifica dell’avviso di liquidazione conseguente alla istanza di definizione agevolata, trattandosi di questione rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio, e conclude con il quesito di diritto con cui chiede che la Corte stabilisca “se, giudizio avverso atto tributario la cui legittimità risulti condizionata dal procedimento in ordine alla istanza di condono del contribuente, l’eccezione di inesistenza – nullità della notifica di tale provvedimento sia eccezione rilevabile d’ufficio, come tale non soggetta ai limiti di ammissibilità in appello ex art. 57 cpv. D.Lgs. n. 546 del 1992, o meno”;

che, per quanto possa occorrere, giova ricordare che “L’art. 366 bis c.p.c., introdotto dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 6, e contenente la previsione della formulazione del quesito di diritto, come condizione di ammissibilità del ricorso per cassazione, si applica “ratione temporis” ai ricorsi proposti avverso sentenze e provvedimenti pubblicati a decorrere dal 2 marzo 2006 (data di entrata in vigore del menzionato decreto), e fino al 4 luglio 2009, data dalla quale opera la successiva abrogazione della norma, disposta dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 47. ” (Cass. n. 24597/2014) e l’impugnata sentenza è stata depositata il 14/7/2009);

che le suesposte censure, le quali possono essere scrutinate congiuntamente in quanto strettamente connesse, vanno disattese per le ragioni di seguito precisate;

che il ricorrente si duole, sia pure sotto diversi profili, di un unico fatto, e cioè che il giudice di appello ha ritenuto inammissibile, perchè nuova, la censura involgente la ritualità della notificazione dell’avviso di liquidazione, nonostante la domanda di definizione agevolata, L. n. 289 del 2002, ex art. 11, presentata in data 15/5/2003, alla quale doveva seguire la notificazione dell’avviso di liquidazione ad opera dell’Agenzia delle Entrate, cui spetta il calcolo del dovuto, e quindi il pagamento dell’imposta in misura agevolata, da parte del contribuente, entro il termine di sessanta giorni dalla notificazione dell’avviso di liquidazione connesso alla domanda di condono, come previsto dalla L. n. 289 del 2002, art. 11, commi n. 2 e n. 3;

che, secondo quanto ritenuto dal giudice di prime cure, l’Ufficio ha legittimamente provveduto a notificare al contribuente l’avviso di rettifica e liquidazione della maggiore imposta non avendo il R. provveduto ad effettuare il pagamento in questione, decisione condivisa dal giudice di secondo grado sul rilievo che nel ricorso introduttivo “il contribuente si è limitato a sottolineare, solamente, l’illegittimità dell’atto impositivo per non aver considerato l’istanza di condono” senza nulla dedurre circa la “regolare notifica dell’avviso di liquidazione conseguente alla richiesta di definizione agevolata”;

che il contribuente, viceversa, assume di aver legittimamente sollevato, con il motivo di appello, la questione della notificazione del predetto avviso di liquidazione, in quanto già ricompresa nella censura svolta nel ricorso introduttivo del giudizio nel fatto che l’Amministrazione finanziaria aveva proceduto, in sede di controllo dell’atto traslativo registrato presso l’Ufficio delle Entrate di Roma (OMISSIS), all’accertamento in rettifica, senza tenere conto della predetta istanza del contribuente, avendo l’Agenzia delle Entrate genericamente allegato, ma non provato, la circostanza della intervenuta notificazione dell’avviso di liquidazione connesso alla domanda di condono, sicchè nessun onere era ravvisabile in capo al contribuente di controdedurre e di fornire prova contraria rispetto a quanto sostenuto dalla parte pubblica;

che, invero, il contenzioso tributario ha un oggetto rigidamente delimitato dai motivi di impugnazione avverso l’atto impositivo dedotti col ricorso introduttivo, i quali costituiscono la “causa petendi” entro i cui confini si chiede l’annullamento dell’atto e la cui formulazione soggiace alla preclusione stabilita dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 24, comma 2;

che, come già chiarito da questa Corte, “il meccanismo d’instaurazione del processo è imperniato sull’impugnazione del provvedimento impositivo, volta ad ottenere il sindacato giurisdizionale sulla legittimità formale e sostanziale del medesimo; il carattere impugnatorio del giudizio comporta che l’indagine sul rapporto tributario è limitata ai motivi di contestazione dei presupposti di fatto e di diritto della pretesa dell’Amministrazione, nonchè degli elementi del fatto costitutivo, … che il contribuente deve specificamente dedurre nel ricorso introduttivo di primo grado, con l’unico temperamento, previsto dal D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 636, art. 19 – bis (applicabile “ratione temporis”), costituito dalla possibilità di introdurre con memoria nuovi motivi nel corso del giudizio di primo grado. I motivi d’impugnazione costituiscono la “causa petendi” della domanda di annullamento dell’atto impositivo, con la conseguente inammissibilità dell’introduzione di nuove “causae petendi” in appello, come sancito, nella disciplina vigente, dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57, comma 1; tale inammissibilità non è esclusa dall’art. 79 del medesimo D.Lgs., risultando pacificamente applicabile, sotto l’imperio della disciplina previgente, l’art. 345 c.p.p.” (Cass. n. 7766/2006);

che il motivo di gravame è stato correttamente ritenuto inammissibile comportando la censura l’esame di un profilo di legittimità dell’atto implicante nuovi accertamenti di fatto e nuove questioni di diritto (cioè la decadenza del contribuente dal condono) che vanno necessariamente coordinate con il principio della domanda, esulando da quelle rilevabili d’ufficio, e che non possono fondarsi, per la prima volta in sede di appello, su un fatto (la mancanza o irritualità della notificazione) mai dedotto in precedenza, implicante appunto un diverso tema di indagine e di decisione;

che le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

PQM

 

La Corte, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 5.000,00, oltre rimborso spese forfettarie nella misura del 15 per cento ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 15 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 luglio 2017

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